Ho deciso.

ottobre 23, 2009

Domenica prossima andrò al gazebo del pd, verserò i due euro, e deporrò scheda bianca nell’urna per l’elezione del segretario nazionale.

Non voglio tediarvi, dico solo due parole per spiegare le ragioni di questa scelta.

E’ fuori discussione che nel momento in cui viviamo è necessario dare un segnale chiaro alla maggioranza di governo, ma soprattutto a noi stessi, che non tolleriamo lo scempio della Repubblica che si sta facendo da Palazzo Chigi-Palazzo Grazioli. Manifestare il nostro sostegno al principale partito di opposizione è doveroso.

Cionondimeno non mi sento di manifestare, simultaneamente, adesione ad un partito che ha gravissime responsabilità per la situazione che vive l’Italia. A chi obietta che il pd esiste da soli due anni rispondo che il punto sta proprio qui: nominalmente è così, ma i dirigenti sono al potere (partitico e politico) da svariati lustri.

Il vizio di fondo del partito democratico sta proprio alla sua origine: è l’unico partito che ha scelto i propri dirigenti prima di nascere, e ciò determina la sua cronica incapacità di attrarre consenso. Non a caso nelle parole dei candidati segretari sento solo parlare di “recupero” degli elettori delusi, e non già di conquista di nuovi sostenitori.

Aggiungo che la presentazione di liste bloccate per l’elezione delle convenzioni nazionali e regionali accresce la mia rabbia (si strepita contro la legge Calderoli perché non prevede le preferenze ma non si ha il coraggio di introdurle nemmeno nelle primarie) così come la buffonata delle quote rosa. Due risvolti che, di per sé, mi indurrebbero a non votare affatto.

L’unico modo per manifestare il mio disagio per un partito nel quale ripongo aspettative ma che ritengo del tutto inadeguato al suo compito storico è di votare scheda bianca, e così farò.

In molti sostengono che Ignazio Marino dovrebbe rappresentare il cambiamento ai ceti dirigenti dei partiti cofondatori, e che pertanto va preferito a Franceschini ed a Bersani. Un discorso che ho sentito fare anche in favore  dei “piombini” come Civati o per l’astro nascente Serracchiani, campioni del rinnovamento del partito contrapposti all’apparato, appunto. Sarà, ma non posso fare a meno di osservare che questo terribile apparato stritolatore non ha impedito a Marino di diventare (giovanissimo) senatore della repubblica, a Serracchiani e a Civati di diventare parlamentare europea e consigliere regionale. In altre parole la presunta cesura mi pare più proclamata che reale, e va sottolineato che la capacità di costoro di conquistare consensi al di fuori del recinto del pd è tutta da dimostrare.

In attesa quindi che il pd capisca che la vera rifondazione passa per un vero dibattito nel paese e per una vera apertura alla società civile (formula abusata, ma tutt’altro che vuota), e non nelle stanze e nelle stanzette dove i dirigenti ed i sottodirigenti discutono di poltrone e di poltroncine, porterò i miei due euro per deporre la scheda bianca. Amen.


Le primarie del pd.

ottobre 23, 2009

Votate! E ricordate di cliccare più volte l’opzione voluta per avere certezza della registrazione del vostro voto.

Nei commenti è aperto il dibattito fra i sostenitori delle varie scelte e dei diversi candidati.


Ci salveranno le teste di minchia?

ottobre 10, 2009

La puntata di Annozero di giovedì scorso ha avuto molti pregi, primo fra tutti quello di rivelare agli italiani (i quali, ne sono sicuro, lo ignoravano) l’esistenza di una trattativa fra Cosa Nostra e lo Stato italiano (impersonato da soggetti istituzionali al momento imprecisati) per restaurare la pax mafiosa dopo la sentenza definitiva del maxiprocesso di Palermo (gennaio 1992). Trattativa cui lo Stato fu indotto dalla cupola con le stragi del 1992 (Capaci e via d’Amelio) e del 1993 (Roma, Milano, Firenze).

Ma personalmente ho trovato di enorme interesse ascoltare le parole vive di Massimo Ciancimino (di cui conoscevo solo il volto ed il contenuto riassunto di alcune deposizioni) che, seppur distillate, descrivono nitidamente il clima mafioso della politica palermitana. Lo si è visto rappresentare il proprio terrore nel solo nominare “l’ingegner Lo Verde” (cioè Bernardo Provenzano), ospite abituale del padre, anche nella di lui casa romana, fino a pochi giorni prima della morte, avvenuta nel 2002. “Queste sono cose dalle quali non ti posso difendere nemmeno io” avrebbe confidato al giovane quartogenito don Vito, parlando dei suoi rapporti con il capo dei corleonesi. E poi le visite dei grandi andreottiani siciliani, i Salvo, Lima e Gioia, già negli anni settanta e ottanta, quando Ciancimino padre era un intoccabile e chi osava indicarlo come un mafioso (Pino Arlacchi su tutti) veniva descritto e deriso come visionario.

Ma la frase più illuminante è stata per me quella che Massimo Ciancimino ha attribuito al padre allorquando questi si trovò per le prima volta fra le mani il “papello”, ovvero l’elenco in dodici punti che Salvatore Riina stilò come richieste allo Stato per far cessare le stragi che stavano insanguinando il paese: “la solita testa di minchia!”.

Così Ciancimino considerava il capo della Cupola, e non deve meravigliare. Se gli italiani, anche i più distratti, hanno dovuto prendere atto dell’esistenza di Cosa Nostra e della sua pericolosità  e se la magistratura ha potuto affondare alcuni colpi contro di essa, infatti, lo si deve proprio, indirettamente, alla “solita testa di minchia”. Fu lui ha volere ed a condurre la sanguinosissima guerra di mafia degli anni ottanta che, con lo sterminio delle famiglie palermitane, consentì ai periferici corleonesi di spodestare Stefano Bontate ed assumere la guida di Cosa Nostra. Ma in conseguenza di ciò Buscetta (unico sopravvissuto della sua famiglia) decise di raccontare la struttura della mafia siciliana a Giovanni Falcone cosicché, da allora, un fenomeno giudiziariamente pressocché sconosciuto ed impenetrabile divenne intelligibile agli investigatori. Ne seguì, appunto, il maxiprocesso di Palermo che sancì storicamente l’esistenza di una potentissima organizzazione criminale con sede a Palermo, denominata Cosa Nostra, attiva su scala internazionale.

Senza la “testa di minchia”, probabilmente, la mafia siciliana sarebbe rimasta quella struttura sommersa che cerca in tutti i modi di tornare ad essere, invisibile o semi-invisibile agli italiani, alla polizia ed ai magistrati. Ora che Riina è ristretto, Cosa Nostra si guarda bene dall’usare la violenza contro poliziotti o magistrati, consapevole che un atto di tal genere azzererebbe tutti gli sforzi di mimetizzazione condotti fino ad oggi per riallacciare gli indispensabili legami con il mondo politico nazionale e locale.

Legami che però vengono in parte svelati proprio da Massimo Ciancimino, il quale ci racconta che gli ufficiali dei Carabinieri che incontravano il padre (inteso come interfaccia di Riina e di Provenzano) vantavano coperture politiche nelle persone, presumibilmente, di Nicola Mancino e di Virginio Rognoni,  forse di Luciano Violante e di chissà chi altri. Che Massimo Ciancimino non sia un mafioso lo si deduce proprio da questo: i veri mafiosi non parlano mai, e se lo fanno (come collaboratori, per alleviare le conseguenze delle proprie condanne) riferiscono solamente dei fatti di sangue, della struttura “militare”, non certo dei rapporti con la politica senza i quali Cosa Nostra muore. Per cui Massimo Ciancimino, pur fra mille esitazioni, ci sta dando informazioni preziosissime su come decifrare il sistema di potere criminale che ci affligge. Ci offre una speranza – piccola, ma non nulla – di comprendere la natura profonda della mafia e di finalmente sconfiggerla.

E allora mi chiedo cosa penserebbe don Vito di questi racconti del suo quartogenito. Probabilmente una cosa sola: “che figlio testa di minchia!”.


Incostituzionalità del lodo Alfano/2.

ottobre 7, 2009

Fra le tante sciocchezze che circolano in queste ore (Di Pietro e Berlusconi avanti a tutti di svariate lunghezze) ho sentito anche una cosa con qualche elemento di verità: la Corte ha smentito se stessa.

E ciò perchè, secondo gli estensori, il lodo Alfano sarebbe stato scritto apportando al suo antesignano lodo Schifani le modifiche indicate dalla sentenza della Corte che lo dichiarò incostituzionale. Scrissi qui che la Corte usò con il lodo Schifani la mano di velluto, apprezzandone lo spirito ispiratore ma bocciandolo per questioni, per così dire, secondarie. Probabilmente i giudici dell’epoca non potevano immaginare che una maggioranza parlamentare potesse essere così sfrontata da ripresentare in fotocopia una legge già bocciata. Per tale motivo i giuristi del Cavaliere trovarono gli spiragli per riproporre l’immunità per le alte cariche. E allora (faccio un’ipotesi, perchè si dovranno attendere le motivazioni) la Corte ha voluto probabilmente stabilire senza esitazioni due cose: 1) l’articolo 3 della Costituzione stabilisce un principio fondamentale, non è stato scritto per ragioni estetiche; 2) riproporre una legge già giudicata incostituzionale non è cosa gradita ai giudici supremi. Insomma, ci avete rotto le scatole con i vostri intrighi e col vostro diritto infantile, improvvisato e farlocco.

Per inciso, a difendere questo lodo Alfano c’era l’immancabile avvocato Pecorella, già autore della incostituzionale “legge Pecorella” sull’inappellabilità delle sentenze da parte del Procuratore Generale e già candidato a far parte della stessa Corte.  Complimenti.

E comunque una cosa si può dire: Napolitano avrebbe dovuto rifiutarsi di firmare in prima istanza la legge Alfano. Essendo la copia di un testo già bocciato, poteva permetterselo e obbligare la maggioranza a riproporlo forzosamente. Tante delle critiche che si fanno al Capo dello Stato sono immotivate, infondate ed inopportune. Ma su questo punto fu troppo filogovernativo, anche perchè, forse, si era ad inizio legislatura, in piena “luna di miele” fra premier ed elettorato.


La piazza contro un giudice.

ottobre 5, 2009

La pellicola “Il caimano” si chiudeva con le immagini allusive di una rivolta di piazza dei seguaci del presidente del consiglio in carica contro il tribunale che aveva appena emesso una sentenza di condanna nei suoi confronti. Una scena lugubre ed inquietante, che tutti noi abbiamo tentato di esorcizzare.

Ma in questo autunno 2009 la premonizione morettiana sembra materializzarsi sotto forma di una evocata manifestazione di piazza contro la sentenza del tribunale di Milano (sezione civile) che ha condannato la Fininvest a risarcire con 750 milioni di euro il danno patito dalla Cir di De Benedetti in conseguenza della corruzione giudiziaria che fruttò al Cavaliere il controllo della Mondadori.

E qui una prima riflessione si impone. La causa civile appena conclusa (in primo grado) non ha stabilito le responsabilità delle persone coinvolte, ma ha solamente quantificato il danno. Le responsabilità furono accertate dal tribunale penale che condannò Previti come corruttore ed il giudice Metta come corrotto. Silvio Berlusconi fu prosciolto per intervenuta prescrizione dalla Corte d’Appello di Milano e per questo cantò vittoria: “assolto”; “dimostrata la persecuzione giudiziaria della procura…”, “finalmente provata la mia innocenza!..” e via di questo passo. Ora: è una ben strana razza di innocente quello che viene condannato a pagare alla vittima millecinquecento miliardi di lire.  Basterebbe questo a sbugiardare il Cavaliere su quella che è stata la sua linea in materia giudiziaria. Neppure le bugie sulle frequentazioni femminili superano il livello di menzogna raggiunto da Berlusconi sui suoi processi al tribunale di Milano. Dovrebbe ora essere evidente a tutti che il suo impero economico riposa sul crimine, in questo caso la corruzione giudiziaria.

E capisco anche il suo nervosismo, perché millecinquecento miliardi di lire liquidi, sull’unghia, non sono una bazzecola, e possono mettere in difficoltà anche un gruppo come il suo, senza contare che si tratta dei soli danni patrimoniali. La quantificazione dei danni non patrimoniali è stata rimessa ad altra causa che dovrà iniziare ora.

Senza dubbio Fininvest chiederà la sospensiva e leggo che “presumibilmente, vista l’entità dell’importo, la corte d’appello la concederà” (Il Fatto). Sarà, ma un simile argomento potrebbe anche essere ribaltato: considerato che De Benedetti fu scippato illegalmente della Mondadori nel 1991, ed avendo dovuto sottostare ad un calvario giudiziario durato quasi dieci anni per vedere riconosciuta (almeno in parte) la verità, la corresponsione del risarcimento dovrebbe essere disposta senza indugio.

Ma il punto non è qui: la spregiudicatezza di Berlusconi e dei suoi non si fa scrupoli di chiamare in piazza il Popolo delle Libertà contro una sentenza (per di più di natura civile), un episodio mai accaduto. Mai si sono viste manifestazioni di piazza contro decisioni dei giudici. Pure in un paese come il nostro, insofferente alla giurisdizione, dove il concetto di “legalità” viene largamente evocato ma scarsamente praticato, non si era mai arrivati a tanto. Processi in televisione ne abbiamo visti, in piazza mai.


Il fattore di Arcore 2

ottobre 4, 2009

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Segue, sempre dal Fatto.

E MILANO SI INCHINO’   ALLO “STALLIERE”
Mangano era un uomo di rispetto che all’ombra della Madonnina nessuno usava contraddire. Nemmeno Marcello Dell’Utri
di Peter Gomez

SENTI DÌ AL CIAPUN che i soldi se li può andare a ritirare all’Hotel Duca di York. Deve chiedere di Vittorio, di Vittorio Mangano”. Quando la signora Renata era uscita dalla cucina del ristorante “La Pergola” e, asciugandosi le mani sul grembiule, aveva affrontato con questa frase l’emissario della banda della Comasina, quello era diventato pallido. “Mi scusi, mi scusi”, aveva balbettato prima di andarsene. Certo, Elio Lanzani, “il Ciapun dal coltello facile”, era un duro: la sua fedina penale era un rosario di condanne per estorsione e rapina. Nella periferia a nord di Milano c’era gente che aveva persino paura a pronunciare il suo nome. Ma Mangano era un’altra cosa. Era la mafia. E i bravi ragazzi della Comasina, in quel febbraio del 1980, lo sapevano bene: i dieci milioni di lire in pizzo sarebbero andati a chiederli a qualcun altro.      Quattro anni. Solo quattro anni. Lasciata la corte di Silvio Berlusconi tanto era bastato a Mangano per diventare quello che era. Un uomo di rispetto che all’ombra della Madonnina nessuno usava contraddire. Nemmeno Marcello Dell’Utri. Da quando il fattore palermitano aveva detto addio a villa San Martino, lui e Mangano avevano continuato a vedersi. Il 24 ottobre del 1976 Vittorio lo aveva persino inviato al pranzo di compleanno di Antonino Calderone, il fratello di Giuseppe, ovvero il capo dei capi della Cosa Nostra dell’epoca. Il segretario personale di Silvio Berlusconi si era così trovato seduto a un tavolo de “Le Colline Pistoiesi” accanto a Mangano, Calderone e ai fratelli Grado: due uomini d’onore che stavano inondando Milano di cocaina ed eroina. Ricorda Calderone: “Quando Dell’Utri entrò nel ristorante, indossando un elegante cappotto blu, si diresse subito verso Antonino Grado, salutandolo con cordialità. Grado si alzò e ricambiò il saluto con altrettanta cordialità, mista però ad un atteggiamento di rispetto. Anch’io mi alzai e poiché effettivamente io e Dell’Utri non ci conoscevamo di persona, Mangano fece le presentazioni. Vittorio mi presentò Dell’Utri come il suo ‘principale’. Io invece fui presentato con il mio vero nome”   . Interrogato a Palermo, il senatore di Forza Italia confermerà il racconto del pentito, anche se assicurerà di non aver capito con chi stava pranzando “perché Mangano, come al solito, mi avrà presentato queste persone solo come amici, senza farmene i nomi. Infatti io non conosco né Calderone né alcuno dei fratelli Grado”.    QUEI CAVALLI    CONSEGNATI    IN ALBERGO    Il tentativo di estorsione ai danni del ristorante “La Pergola” non sfugge agli investigatori. I familiari e gli amici della proprietaria sono infatti sotto inchiesta perché sospettati di aver organizzatomoltisequestridipersona.Dall’ascolto delle loro telefonate emergono i rapporti con Mangano, tutti i particolari di una riunione in un locale pubblico di Arcore dove è stato deciso, alla presenza di Vittorio, come affrontare quelli della banda della Comasina e, soprattutto, il suo indirizzo. Così anche gli apparecchi dell’Hotel Duca di York finiscono sotto controllo. Ma nelle chiacchierate di Mangano c’è qualcosa di strano. Molto strano. L’ex fattore di Berlusconi sembra impegnato in un’intensa attività di compravendita di cavalli. E questo per lui è normale. Gli animali però se li fa spesso consegnare in albergo. Non il suo, ma quello ancor più lussuoso di piazza Diaz, l’hotel Plaza, di proprietà di uno dei più ricchi imprenditori diMilano:AntonioVirgilio,55anni,natoadAndria, in provincia di Bari, da tutti conosciuto come il socio di Luigi “Giò” Monti, un ex venditore di aspirapolveri porta a porta, diventato miliardarioimportandodalGiapponetelevisori e stereo, ma legato a Joe Adonis, il primo capomafia immigrato a Milano dagli Usa nell’ormai lontano 1956. Al telefono con uno degli Inzerillo, la grande famiglia di trafficanti di droga palermitani vicinissima al boss Stefano Bontade   , Mangano chiede: “Dimmi, per quei due cavalli di Milano, cosa faccio?. Poi, dopo una conversazione a frasi smozzicate, propone: “Gli dici (al trasportatore, ndr) di farmeli avere inquellapiazzalì,inquell’albergogrande(l’hotel Plaza ndr)”. Per il giudice Giovanni Falcone, allora impegnato nella sua prima grande indagine   sul traffico di droga tra Italia e Stati Uniti, non ci sono dubbi: Mangano e gli Inzerillo parlano di eroina. Lo confermano i sequestri di sostanze stupefacenti, le indagini bancarie, le confessioni di alcuni corrieri. Il giro vale decine e decine di miliardi di lire e, anche se si è tra uomini d’onore, qualche volta esplodono le discussioni. Tanto che Mangano, piuttosto indispettito, un giorno protesta al telefono reclamando“almeno25milionicomefettadellatorta”.    È il 20 marzo del 1980. Solo un mese prima, il 14 febbraio, Mangano s’intratteneva cordialmente con Dell’Utri: “Pronto?”. Mangano: “Buonasera, il dottor Del Lupi?!”. Dell’Utri: “Oh, caro Mister!”. “Minchia! Sempre occupato stò telefono!”. “Si, e per forza. Perché senza ufficio, questa è diventata casa, ufficio, tutte cose”.      Comincia così un’ormai celebre conversazione in cui il boss di Porta Nuova chiede al futuro senatore di Forza Italia se ha sentito Tony Tarantino (un personaggio non identificato) e se sia riuscito a far da tramite per un incontro con lui: “Oggi doveva telefonarle per darci l’appuntamento per me” dice il mafioso. Poi propone a due affari. “Eh, beh, questi sono bei discorsi”, lo interrompe Marcello. Quale sia il business però non lo si capirà mai. Nessuno dei due interlocutori infatti vorrà mai chiarire l’esatto contenuto del colloquio. Ascoltandolo si sente solo Mangano che spiega: “Il secondo affare che ho trovato per il suo cavallo …”, mentre Dell’Utri sembra voler tagliare corto dicendo: “Davvero? ma i piccioli (i soldi) chi ce li ha?)”.      MA SILVIO    NON “SGANCIA”    I SOLDI    Mangano però, come annota la Criminalpol in un rapporto del 13 febbraio 1981, “non gli crede… e con tono scherzoso dice di farseli dare dal suo amico Silvio. Dell’Utri risponde che “quello lì ‘n’sura” (“non suda”, cioè non sgancia, ndr)… Mangano chiede quindi se ha sentito “Tonino”. Dell’Utri risponde affermativamente. La conversazione poi si chiude e i due interlocutori fissano un appuntamento, cui parteciperà anche il “Tonino”, in albergo da Mangano e cercheranno di sbrogliare una situazione.    Negli anni Ottanta, l’ambigua e compromettente chiacchierata finisce sui giornali. Per   questo nel 1996 quando verrà interrogato a Palermo Dell’Utri, prima ancora che gliela contestino, la rievoca e la descrive come come un colloquio assolutamente innocente. A suo dire, Mangano si era fatto vivo per tentare di vendergli un purosangue di nome Epoca lasciato fin dal 1974 nella scuderia di villa San Martino. Ma lui, di fronte all’offerta, rivolta anche a Berlusconi, aveva chiuso la discussione con una frase in dialetto siciliano: “Berlusconi non è un santo che suda”, ovvero lascialo perdere. “In un certo periodo che non riesco a precisare”, spiega Dell’Utri, “il cavallo di Mangano fu trasferito dalla scuderia di Arcore a un maneggio vicino gestito da un certo Pepito Garcia”. Il mantenimento del purosangue però costava, e quindi il boss avrebbe tentato in qualche modo di sbarazzarsene. I pm sono perplessi. “Questa spiegazione, dottor Dell’Utri, non è convincente”, gli dice il Procuratore aggiunto Guido Lo Forte. Il magistrato infatti ha visto una lunga intervista rilasciata, prima di morire, da Pepito Garcia alla tv francese, in cui l’allevatore di cavalli ricorda i suoi rapporti con Mangano ma non fa cenno al cavallo Epoca. “Pur avendogli   chiesto di Mangano”, ha spiegato ai pm l’autore dell’intervista, “Pepito Garcia non mi disse assolutamente che aveva lavorato con lui o per lui. Ci disse invece che lo conosceva bene e che lo aveva visto spesso nella villa di Berlusconi”.      I RAPPORTI    CONTINUATIVI    CON MANGANO    Lo Forte ha molti dubbi. Con tono fermo, ma gentile, dice a Dell’Utri non solo che l’intercettazione lascia aperta la porta al sospetto di traffico di droga, ma anche che “dimostra con assoluta chiarezza come i rapporti con Mangano non fossero sporadici, ma continuativi”. Dell’Utri però non può più cambiare versione: “Mangano”, ripete, “voleva vendere il cavallo a Berlusconi, non voleva venderlo a me, anche perchéinquelperiodoerosostanzialmentesenza lavoro. Mangano si rivolgeva a me perché facessi da intermediario con Berlusconi… Se nella telefonata usavo un tono amichevole”, si giustifica,“erasoloperchéManganofacevapaura,ero cosciente della sua personalità criminale”.    “Mangano mi faceva paura”. Ruota tutta intorno a questa frase, e a una lunga serie di provvidenziali vuoti di memoria, la difesa di Marcello Dell’Utri. Il timore suscitato in lui dal boss serve per giustificare qualsiasi incontro, anche quelli recentissimi che – come vedremo – sono avvenuti nel 1993, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio e le bombe dell’estate di Milano, Firenze e Roma. Ma il braccio destro di Berlusconi scherza col fuoco. La sua presa di distanze dall’uomo d’onore rischia infatti di risuonare alle orecchie di Mangano, in quel momento di nuovo detenuto nel’isola di Pianosa per mafia ed omicidio, come un tentativo di scaricarlo. E infatti, il 26   giugno 1996, quando i magistrati spiegano al vecchio boss che Dell’Utri ha dichiarato di averlo frequentato solo per paura, lui quasi con le lacrime agli occhi si dichiara “amareggiato per questa affermazione… Se avesse avuto timore di me avrebbe dovuto dirmelo”. Quattrogiornidopo,il1°luglio,Dell’Utrimuta completamente registro: i verbali di Mangano sono chiusi in cassaforte, ma il manager siciliano ne sembra a conoscenza. E così davanti alle telecamere Rai rilascia un’intervista dalsaporediunmessaggio:“Nonvedoniente di strano nel fatto che io abbia frequentato il signor Mangano. Lo frequenterei ancora adesso…”.L’attestatodistimaarriva,viaetere, fino alla prigione dove Mangano è detenuto. Nonostante l’isolamento imposto dal 41-bis, nonostante il carcere duro che gli impedisce, in teoria, qualsiasi contatto con l’esterno, il boss adesso sa che non è solo: fuori può ancora contare su vecchi amici importanti. Forse ricorda quell’antico proverbio di mafia: “Calati junco ca’ passa la china”, piegati giunco che passa la piena.    Leindaginieleintercettazionideiprimissimianni Ottanta portano però anche al altre scoperte. Prima che Mangano venga arrestato, gli investigatori   , ascoltando le sue chiacchierate, capiscono che a Milano esiste un ufficio di Cosa Nostra. È in via Larga, a due passi dal Duomo, dove al numero 13 si riuniscono uomini d’onore, imprenditori, finanzieri. A guardarla con gli occhi di adesso sembra una storia da favola. Anzi è una favola, perchè buona parte delle condanne inflitte ai colletti bianchi dell’onorata società – dal proprietario dell’Holtel Plaza, Antonio Virgilio, fino al suo socio Giò Monti – saranno cancellate dal prima sezione della Corte di Cassazione, quella presieduta dal giudice Corrado Carnevale.Cosìinarcodollari,raccoltiamilioninegliUsa dentro profumate scatole da pizza e poi finiti nel circuito della borsa americana o trasmessi via telex in Svizzera, sono divenuti, almeno a Milano, una trama penalmente irrilevante. Una favola appunto, anche se nera. Restano però le coincidenze. Le parole dei pentiti che, molti anni dopo quelle assoluzioni in Cassazione, diranno: sì, è vero, il grande riciclaggio passava da lì. Da quegli uffici dove, come falene intorno al fuoco, ruotavano tante srl, inafferrabili società a responsabilità limitata specializzate nella commercializzazione di latte: Citam, Datra, Maprial, Prodalit. E dove con Mangano si ritrovavano tutti i cristiani di Milano: l’inafferrabile Ugo Martello, il re delle bische Alfredo Bono, e poi i Carollo,iFidanzati,iGrado,GerlandoAlbertiepersino, prima del suo pentimento, Tommaso Buscetta   .    Vittorio però ha anche un altro ufficio, in viale Monterosa. Un ufficio personale e discreto. In quellestanzeduesuoiuominisioccupanodiimport-export . La loro società si chiama Promotion Team Due e con l’aiuto dei boss di Cosa Nostra americana sta cercando di sbarcare negli Usa. “Lo zio”, dicono al telefono, sta tentando di far ottenere loro l’esclusiva per le forniture di merci italiane nei supermercati “Penny” e “Sears, Roebunk & co”, ma per concludere l’affare bisogna prima battere la concorrenza di un’azienda di Pavia. In viale Monte Rosa si pensa così di ricorrere alle cattive. Del resto, con un uomo come Vittorio Mangano al fianco, nulla sembra impossibile. Per questo le linee telefoniche della Promotion Team ribollono quando su un settimanale viene pubblicato un articolo dedicato a Silvio Berlusconi. “Hai letto?”, dice uno dei due collaboratori di Mangano all’altro, “Porca puttana è il massimo”. “E infatti è la nostra prossima pedina, perché ti vergogni di dirlo”. Ma se davvero l’ex fattore di villa San Martino stava pensando di coinvolgere nei suoi affari il Cavaliere – dal quale secondo la sentenza di primo grado contro Dell’Utri continua periodicamente a ricevere decine di milioni di lire in regalo- non ne ha il tempo. Il 6 maggio del 1980 viene arrestato ad Arcore, il paese dove aveva vissuto per due anni e dove ancora gravitava.   Verrà condannato a 13 anni, ne sconterà quasi undici. Fuori intanto scoppia la guerra di mafia. Uno dopo l’altro gli amici di una vita vengono uccisi dai corleonesi di Totò Riina: muore Stefano Bontade, muore Mimmo Teresi. Tutti, o quasi, i ragazzi di Milano finiscono in galera.    Qando Vittorio Mangano esce di prigione, nel 1990,tuttoècambiato.Aspiegargliesattamente che cosa è successo è Salvatore Cancemi, il boss che adesso guida la sua famiglia di Porta Nuova. PerVittoriotiraunabruttaaria.Riinachenelfrattempo, come hanno raccontato i pentiti, si è messo la Fininvest “nelle mani” – cioè ha stabilito colgruppoBerlusconiunlegamediretto-nonlo   ama.El’exfattoredivillaSanMartinohamododi accorgersene quasi subito. Tra i suoi progetti c’è quello di ripresentarsi a Milano e vedere Dell’Utri. In fondo i soldi, versati a Natale e Pasqua a Cosa Nostra dalle società del Cavaliere, una volta li ritirava lui. Per Mangano è logico che l’antica consuetudine riprenda come prima, anche se la “quota Fininvest” è salita dai 50 milioni l’anno di fine anni Settanta, ai 200 di adesso. Ma il boss non sa ce ora c’è una nuova trafila. Il denaro, spiegheranno i magistrati, viene ritirato da Gaetano Cinà, l’ex dirigente della società calcistica palermitana Bacigalupo di cui Dell’Utri era un tempo allenatore, che lo consegna a Pierino Di Napoli, il capo della famiglia mafiosa di Malaspina. Da qui la somma passa nelle mani di Raffaele Ganci, il boss della Noce che ne trattiene una parte per i suoi uomini e dà il resto a Riina e al suo braccio destro palermitano, Salvatore Biondino, reggente della cosca di San Lorenzo.   Ogni famiglia di mafia può così godere di una piccola parte del regalo di Berlusconi.    Per questo di quei soldi si trova persino una traccia precisa nella contabilità degli uomini d’onore di San Lorenzo. Nascoste alla Casine Ferreri, di proprietà di Biondino, vengono scoperte due agende. Una riporta dei nomi in codice affiancati da numeri di riferimento, l’altra contiene gli stessi numeri di riferimento e delle cifre. In pratica è il libro mastro in cui la mafia del quartiere failcontodeldenaroricevutodalleimpreseamiche e da quelle taglieggiate. In uno di questi appunti si legge: «Can 5 N. 8», e nella fila corrispondente «Regalo 990 5.000». Giovanbattista Ferrante, il collaboratore di giustizia che con le sue parolehaindicatoagliinvestigatoriilluogodove era celata la documentazione, spiega: «Si tratta di una somma di denaro di cinque milioni che venivano regalati spontaneamente dall’emittente televisiva Canale 5 di Silvio Berlusconi, ogniseimesi.Ilnumero990,siriferisceall’anno, potrebbe trattarsi del 1990. I cinque milioni venivano percepiti da Salvatore Biondino».      Riina a quel dono ci tiene molto. E non tanto per l’entitàdellasomma,un’ineziarispettoaibilanci Fininvest e di Cosa Nostra, ma per quello che c’è dietro. Spiegherà, tra gli altri, Francesco Paolo Anzelmo, il nipote del boss della Noce, Raffaele Ganci,il6febbraio1997:“Mah,inrealtà,piùche i soldi, a Riina interessavano i contatti con quelle persone, Berlusconi e Dell’Utri, gente importante che poteva portare a Bettino Craxi; e ‘da cosa nasce cosa’”.    LA PISTOLA    REGALATA    A BONTADE    Ma tutto questo Vittorio Mangano lo ignora. Secondo lui i piccioli di Berlusconi sono suoi. Così cominciaadagitarsi.Contuttaprobabilitàsipresenta a Milano per reclamare il dovuto. Riina la prendemalissimo.ConvocaTotòCancemi,ilcapo di Vittorio, e gli dice a muso duro: “Mangano non mi piace. Non deve intromettersi. Questo rapporto non è cosa sua. Era di Mimmo Teresi. E poi posso sempre ricordarmi che una volta regalò una pistola a Stefano Bontade”.    Cancemi e Mangano si conoscono da una vita. Il primo anzi è diventato uomo d’onore proprio grazie all’ex fattore di Arcore. Vittorio con lui si sente perciò in diritto di protestare. “Guarda”, dice all’amico, “che, prima di essere arrestato, il rapporto con Dell’Utri l’ho sempre tenuto io. NonèveroquellochediceRiina.Nonèveroche il rapporto ce l’aveva Mimmo Teresi”. Cancemi si arrabbia: “O ce l’avevi tu, o ce l’aveva Teresi, però togliti di mezzo, perché ora c’è Riina. Quello ha detto che se lo ricorda della pistola che hai regalato a Stefano”. Vittorio si blocca. Quasi impallidisce: nel gergo di Cosa Nostra rammentare quel regalo vuol dire fare riferimento alla sua amiciziaconBontade.Eicorleonesigliamicidel principe di Villagrazia, li hanno sterminati tutti. Non ci vuole molto a capire che da quel giorno in poi la sua vita è in pericolo.      Ma quelli sono mesi concitati. La mafia si sta preparando a far guerra allo Stato. Già nel 1991, quando diventa chiaro che in Cassazione la sentenza del maxi-processo istruito da Falcone verrà confermata, Riina e i suoi cominciano a discutere nuove possibili alleanze politiche. Ce l’hanno con la Democrazia Cristiana che, secondo loro, non ha saputo garantire le assoluzioni come promesso. Ce l’hanno con il socialista Claudio Martelli che, una volta diventato ministro della Giustizia,hasceltoFalconecomedirettoredegli Affari penali del ministero. Vengono messi in programma i primi omicidi eccellenti. Si comincia a pensare alle stragi. Non c’è tempo per occuparsi di Vittorio. Ci sono cose più importanti da fare. Mangano è libero di tornare a dividersi traPalermoeMilano,doveungruppodiamicidi Messina gestisce delle cooperative di pulizie che hanno tra i loro clienti Publitalia. Una costellazioni di società dove lavora come segretaria una signora anziana di nome Gabriella. La stessa segretaria che 10 anni prima rispondeva al telefono negli uffici della mafia di via Larga 13. Ma questa, più che una coincidenza, è una storia tutta da raccontare.


Seicentomila miliardi di lire.

ottobre 3, 2009

E’ l’equivalente nella nostra vecchia valuta dei capitali detenuti all’estero da italiani, secondo le stime del governo e che esso intende far rientrare con lo scudo fiscale appena approvato dal Parlamento. Un patrimonio pari ad un quinto del debito pubblico nazionale.

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