Sabato 26 settembre.

Non serve che vi racconti il corteo, è facile immaginarlo o vederne le immagini su youtube: fra le mille e le duemila persone, con un libretto rosso in mano, che hanno camminato da piazza Bocca della Verità fino a piazza Navona, passando per piazza Venezia e per via delle Botteghe Oscure. Non serve che vi riassuma gli interventi perché trovate anche quelli; né posso discuterli o spiegarli perché sarebbe o lungo o riduttivo ed in alcuni casi inutile o per me impossibile.

Voglio riflettere sul perchè quelle persone erano lì. Nel corso di una crisi economica gravissima, con centinaia di migliaia di neodisoccupati, non sono i sindacati a scendere in piazza. Non sono i partiti. Ma è un gruppo eterogeneo di soggetti che sfila con un libretto rosso in mano (!) e che, al culmine della serata, si infiamma alle parole di un vicequestore (!!) sospeso dal servizio per un battibecco su  facebook con un giornalista (!!!), quando questi spiega che nel computer di un magistrato ammazzato diciassette anni fa con mezza tonnellata di tritolo (!!!!), sequestrato presso il Ministero della Giustizia (!!!!!), furono alterati alcuni file .doc ma non i corrispondenti file .bac (!!!!!!).

Se qualcuno avesse ancora dubbi sul fatto che viviamo in un paese dove si è perso il senso delle cose, la serata di sabato scorso lo avrebbe convinto. Non serve più scavare nei segreti oscuri della nostra storia recente per trovare le prove della sconvolgente doppia realtà in cui viviamo. Per cogliere come la nostra vita pubblica abbia una falsa facciata rispettabile e composta che nasconde un osceno verminaio. Una simulazione di stato di diritto in realtà regredito ad una forma premoderna fatta di arbìtri feudali e basata sulla violenza. Una democrazia svuotata, i cui principi sono stati piegati alle pretese di un ceto criminale e truce che depreda le persone e ne devasta le coscienze.

Non serve scavare.

Bastano le occasionali parole di un cameriere di piazza Navona che, ignorando sicuramente la sua storia, dice che nello stabile sopra il bar abita Giuseppe Ayala. Lui, quello che camminava fianco a fianco a Giovanni Falcone, vantandosi della di lui amicizia; che accorse in via d’Amelio pochi minuti dopo l’esplosione del 19 luglio 1992; che grazie alla notorietà di magistrato antimafia divenne deputato, senatore e sottosegretario. Dimenticandosi ben presto la lezione del suo collega.

Bastano le parole di Marco Travaglio contro Luciano Violante, grande amico in passato di quel Giancarlo Caselli che, dopo aver ricostruito la Procura di Palermo, devastata dal CSM prima e dalle bombe poi; dopo aver portato a processo ed al carcere centinaia di boss, ridando un’effimera speranza di riscatto al popolo siciliano, fu scaraventato in un angolo come un pazzo visionario per aver osato alzare gli occhi verso i legami fra la mafia e la politica. La stessa sorte riservata da Mussolini al prefetto Mori e, dopo di lui, a tantissimi altri; magistrati, poliziotti, giornalisti.

I mille dell’agenda rossa non si sono mai illusi di avere al loro fianco Ayala o Violante, o alcun altro come loro. Consapevoli di essere un’esigua minoranza in un paese assuefatto al sopruso delle organizzazioni criminali cui una politica complice consente di dettare legge.

“Questa Italia non mi piace” ha detto nel suo intervento di chiusura Salvatore Borsellino. E come potrebbe essere altrimenti? Come può piacere quest’Italia immorale e criminale, che accetta il ricorso al delitto, anzi lo incoraggia, come strumento per raggiungere il successo economico, unico metro condiviso per misurare la qualità delle persone?

Nel 1860 furono poche centinaia di uomini, con una camicia rossa addosso, a navigare da Quarto a Marsala con l’idea di fare dell’Italia un paese moderno. Nel 1943 furono poche centinaia di uomini, con una fascia rossa al braccio, a salire sulle montagne per spiegare a chi scappava dai nazifascisti che era possibile ricostruire il paese. Nel primo decennio del ventunesimo secolo, in poche centinaia, con un’agenda rossa in mano, si sono trovati a Roma per dirsi che i diritti degli italiani sanciti dalla Costituzione repubblicana vanno difesi dalla violenza mafiosa.

Se sarà, non saranno gli italiani a salvarsi. Senza il sostegno degli inglesi, Garibaldi sarebbe stato ributtato a mare. Senza l’avanzata alleata, i partigiani sarebbero stati spazzati via. Ancora una volta dobbiamo sperare che dall’estero vengano a darci una mano. Più che sventolare agende, noi non sappiamo fare.

agendarossa

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