Sabato a Roma.

Cari amici, scusate se mi ripeto e se, questa volta, vi taggo pure.

Come sapete sabato prossimo 26 settembre, ad onta del mio carattere schivo, sarò a Roma per la manifestazione “Agenda Rossa” promossa da Salvatore Borsellino. Trovate nel sito http://www.19luglio1992.it l’annuncio ed il programma della manifestazione e trovate nel post L’agenda rossa di Paolo Borsellino di questo blog le ragioni della mia partecipazione.

Credo che sia importante esserci e continuo ad auspicare che altri si aggreghino.

Non torno sulle ragioni dell’iniziativa e sul significato simbolico dell’Agenda Rossa, ma invito tutti a riflettere sull’esigenza di chiedere con forza – e dalla piazza – verità e giustizia. Non contro qualcuno, perché in piazza non si fanno i processi, ma per qualcosa: evitare che l’Italia sprofondi.

Pochi giorni prima di morire Giovanni Falcone parlò di menti raffinatissime – il pensiero va ai servizi segreti ed alla massoneria – associate a Cosa Nostra e disse che “la mafia sta entrando in borsa”, alludendo con quest’ultima frase – ora lo si può ipotizzare con una certa tranquillità – alla partecipazione dei prestanomi dei boss al capitale della Calcestruzzi S.p.A., allora controllata dal gruppo Ferruzzi ed il cui manager dell’epoca, Raoul Gardini, morirà “suicida” in circostanze mai chiarite.

Borsellino parlò invece delle indagini che portavano da Palermo a Milano, nelle quali la Fininvest era indicata come il possibile terminale del riciclaggio dei proventi di Cosa Nostra.

Morti Falcone e Borsellino, nessun magistrato o poliziotto è più caduto per mano di mafia, mentre – lo dicono svariati atti giudiziari e sentenze – membri delle istituzioni e boss mafiosi instauravano una trattativa finalizzata a definire una nuova pax mafiosa, dopo la fine dell’era andreottiana sancita dall’omicidio di Salvo Lima, che di poco precedette gli attentati di Capaci e di via d’Amelio.

I risultati e le conseguenze di quelle stragi e di quella trattativa, a distanza di oltre tre lustri, li vediamo bene. C’è voluto un rovinoso terremoto per scoprire che gli appalti pubblici e l’edilizia residenziale del centro Italia sono pesantemente infiltrate dalla camorra napoletana. Le famiglie calabresi (‘ndrine) controllano il racket delle estorsioni a livello europeo e non hanno problemi a regolare i conti a fucilate perfino in Germania. Il basso Lazio è la nuova terra di conquista della camorra, mentre la ‘ndrangheta allunga le mani sugli appalti di Expo 2015 a Milano. Infiltrazioni sono ovunque: nel modenese impèrano i casalesi, ed a Lodi perfino un attore comico, per aver messo alla berlina i boss mafiosi, vive sotto scorta. Se di camorra e ‘ndrangheta ancora si parla, Cosa Nostra neppure viene nominata, tanto incute reverenza o terrore. Bastano però poche lapidarie parole del sostituto procuratore di Firenze Gabriele Chelazzi che ha sostenuto l’accusa al processo per le stragi del 1993 contro Bagarella ed altri 25 boss mafiosi: “Cosa Nostra è sovrana”.

Non a caso il paese è tenuto in pugno da un uomo che ha costruito la sua fortuna grazie ai buoni uffici presso i boss palermitani di Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa per aver fatto da intermediario, appunto, fra Cosa Nostra e gli ambienti imprenditoriali e politici milanesi (leggasi: Fininvest). Non insisto su questo punto, ben noto purtroppo a tutti voi che mi leggete.

I settori economici controllati dalla malavita sono svariati ed in espansione: traffico di droga, di armi, di esseri umani, di rifiuti, contraffazione, racket delle estorsioni. E per il riciclaggio si va dagli appalti pubblici, all’edilizia residenziale, dalla gestione dei rifiuti e delle discariche al turismo, ai trasporti ed a molto altro. La scandalosa vicenda del comune di Fondi dimostra che le organizzazioni criminali controllano ormai anche il settore ortofrutticolo su scala nazionale.

Antonio Laudati, capo della procura di Bari e fino a pochi giorni fa procuratore aggiunto presso la Direzione Nazionale Antimafia, ha affermato nel suo libro “Mafia Pulita”, scritto a quattro mani con Elio Veltri, che il patrimonio accumulato sotto varie forme dalle organizzazioni criminali nazionali è stimato in un controvalore paragonabile al debito pubblico dello Stato; che è di oltre millesettecento miliardi di euro, cioè più di tre milioni di miliardi di Lire.

Noi italiani siamo come una famiglia povera ed indebitata che non sa di avere un tesoro in cantina: quello dei beni mafiosi che, se confiscati, potrebbero azzerare il nostro debito pubblico e fare del nostro un paese economicamente prospero e ricco.

In un quadro del genere non meraviglia che gli italiani (la stragrande maggioranza di essi, quelli che non si sono ancora decisi a darsi al crimine) siano sempre più poveri, più delusi, più rassegnati. Non meraviglia che le imprese italiane perdano competitività all’estero, perché chi le usa per riciclare proventi illeciti e non per trarne profitto non ha certo interesse ad innovarle, a migliorarle, a renderle più moderne e competitive. Anche istituzioni pubbliche come scuola, sanità ed università, patiscono tragicamente il degrado del paese.

Davanti a questo quadro disarmante la politica e buona parte della magistratura che fanno? Nella migliore delle ipotesi tacciono, osservano. Nella peggiore delle loro facce si mostrano complici. Con leggi farraginose ed inattuabili sulla confisca dei beni, sull’uso dei collaboratori, sulle intercettazioni ambientali e telefoniche; con leggi criminogene come quella sul falso in bilancio e sul concordato preventivo; con condoni fiscali, variamente camuffati, che premiano i trafficanti e gli evasori. Ma soprattutto mantenendo un sistema giudiziario pensato per essere cronicamente inefficiente, inadeguato, inservibile e, per finire, con la persecuzione, la demonizzazione, la discriminazione, di quella residua parte di magistratura che non si rassegna alla sconfitta davanti alle mafie ed alla criminalità.

Per dare un’idea della tragica inerzia del nostro legislatore, è sufficiente ricordare che, ad onta dei ripetuti richiami della Commissione Europea, il nostro parlamento non si decide ad introdurre nel codice penale il delitto di autoriciclaggio. Conseguentemente, in parole povere, chi si arricchisce con il traffico di droga o con lo sfruttamento della prostituzione (per fare due esempi) e, per avventura, viene preso e condannato, non può essere processato per aver reinvestito i proventi in attività lecite. Quindi, se ha avviato con soldi sporchi un’attività legale, se la può tenere e gestire dal carcere, in attesa di uscire e di godersi la rendita. Un invito bello e buono a darsi al crimine come scorciatoia per avere una vita agiata; al prezzo, mal che vada (ma la possibilità è remota) di un breve soggiorno in prigione.

Vorrei essere chiaro. Non pongo la questione come un conflitto fra politica cattiva e magistratura buona. Purtroppo anche fra giudici e pubblici ministeri si è progressivamente diffusa una cultura di acquiescenza allo status quo, così come esistono alcuni (pochi) politici sinceramente avversi alla mafia; quindi le responsabilità vanno condivise. Chiamando magari in causa anche l’Avvocatura, che ha ormai perso di vista la differenza fra diritto alla difesa e diritto a delinquere.

Non è tanto questione di fondi, che lo Stato effettivamente stanzia ma vengono male utilizzati, o di personale di polizia, che c’è ed è mal gestito. E’ questione di volontà politica ed istituzionale di affermare la giurisdizione.

Consentitemi una piccola digressione personale. Mi è capitato di seguire un processo penale a carico di un soggetto vagamente riconducibile ad un’organizzazione criminale (di cui ignoro la natura). I fatti contestati risalgono al periodo 1994-1998 e furono denunciati nel novembre 1999. La prima udienza dibattimentale del processo (che è terminato con condanna in primo ed in secondo grado ed attende la pronuncia finale in Cassazione) si è tenuta nel dicembre 2006. Per farsi un’idea, le persone offese dai reati, nel tempo trascorso fra il deposito della denuncia e l’inizio del processo, avrebbero potuto laurearsi in giurisprudenza, dare l’esame di stato da avvocato e scriversi da sé la costituzione di parte civile. E’ come se il genitore di un bambino gravemente malato dicesse al figlio: “non ti preoccupare: vado, mi iscrivo all’università, mi laureo in medicina, mi specializzo in chirurgia e ti opero io”.

Il nostro è ormai il paese dove l’illegalità è un viatico sicuro per l’affermazione economica e dove l’onestà è, conclamatamente, la virtù* degli idioti.

Davanti a questa devastazione morale e materiale, penso che non si possa rimanere seduti alla tastiera. C’è una minoranza di persone (e fra questi alcuni magistrati onesti, sempre più isolati anche nel loro mondo) che non si rassegna, anche se tutto sembra ormai perduto. Nel mio infinitesimo cerco di essere fra questi pochi. In fondo erano poche migliaia anche i partigiani che, nell’autunno-inverno del 1943, si ritirarono sulle montagne per non sottomettersi al nazifascismo.

L’agenda rossa di Paolo Borsellino è il simbolo di questa nuova resistenza, come ho cercato di spiegare nel rpecedente e già citato articolo.

Per questo vado a Roma sabato ed ho sperato che altri si aggregassero, magari organizzando un pullman. Invece niente, prenderò il mio trenino e andrò da me, non senza aver ringraziato in anticipo Claudià e Sesilià per il supporto logistico che mi hanno offerto.

Però siete sempre in tempo a cambiare idea ed a decidervi. Da Trieste parte un Eurostar alle 6.35 di sabato 26 e arriva a Roma alle 13.10, dando agevolmente il tempo di partecipare alla manifestazione che comincia alle 14.00 in piazza Bocca della Verità.

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