Una speranza di arrivare alla verità?

Repubblica.it di oggi ci informa della riapertura delle indagini (in realtà mai chiuse, ma la notizia va comunque salutata con favore) sugli attentati mafiosi del 1992 (Capaci e via d’Amelio) e del 1993 (via Georgofili a Firenze, via Fauro, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, via Palestro a Milano). Fatti per i quali sono stati condannati gli esecutori ed i mandanti “interni” a Cosa Nostra ma non i mandanti “esterni” od “occulti” la cui esistenza (ma non l’identità) è asserita nelle sentenze definitive che hanno inflitto svariati ergastoli ai componenti della Cupola.

Numerosi collaboratori di Giustizia hanno fatto alcuni nomi dei presunti mandanti “occulti”, specificando anche le ragioni e le finalità di quella stagione stragista. Ma gli elementi raccolti dagli investigatori non sono stati sufficienti a portare a processo quegli indagati, anche perché molti magistrati sono stati trasferiti e la nuova legge sui pentiti ha silenziato la fonte investigativa primaria. Per tacere dell’assassinio di uno degli informatori più importanti (Luigi Ilardo) avvenuto pochi giorni prima dell’inizio del programma di protezione, quando solo alcuni magistrati e carabinieri conoscevano la sua intenzione di collaborare.

L’intreccio fra alcuni magistrati di rilievo, politici di rango nazionale e locale, uomini dei servizi segreti, personaggi delle istituzioni ed esponenti di Cosa Nostra è così rimasto oscuro agli inquirenti e praticamente sconosciuto all’opinione pubblica.

In moltissimi (io di certo) fummo colpevoli di disattenzione verso quei fatti, quelle inchieste, quei misteri. I magistrati di Caltanissetta rimasero soli ed il pool che investigava sulle stragi del 1992 fu sciolto, nel disinteresse generale. Poche furono le proteste contro la legge “antipentiti” voluta dalla maggioranza di centrodestra nel 2002. La campagna di delegittimazione dei magistrati palermitani (Caselli, Lo Forte, Scarpinato) che avevano conseguito risultati straordinari contro la mafia conobbe debole opposizione. Al contrario magistrati, poliziotti e carabinieri “meno incisivi” contro la malavita hanno conosciuto carriere sorprendentemente brillanti.

Ora non dobbiamo ripete quell’errore, ed abbiamo il dovere morale di tenere viva l’attenzione sulle indagini in corso su quei passaggi cruciali della storia della repubblica, quando si affacciarono alla vita politica nazionale i movimenti che ora la governano: la Lega Nord e Forza Italia-PdL.

Nonostante tutto, nel corso degli anni, alcuni pubblici ministeri (i pochi che continuano a credere nella funzione loro assegnata dalla Costituzione) hanno continuato a lavorare, a cercare di scoprire i misteri inconfessabili della cosiddetta “seconda repubblica”. A loro deve andare la nostra riconoscenza e l’incoraggiamento perché possano continuare.

E non è un caso che la maggioranza di governo stia predisponendo una riforma del processo penale che ostacola ancor maggiormente l’attività dei pubblici ministeri, che si inserisce in un processo di svilimento dell’attività investigativa iniziato con la riforma dell’ordinamento giudiziario dal ministro di centrodestra Castelli, proseguito dal ministro di centrosinistra (ma, ora lo sappiamo con certezza, infiltrato del centrodestra) Mastella e giunto ora vicino al compimento con l’opera del ministro-macchietta Alfano. Per tacere del manifesto desiderio del Presidente del Consiglio di abolire la figura del pubblico ministero!

Per scongiurare questo piano volto a decretare la sconfitta dello Stato contro la malavita organizzata, non possiamo fare troppo affidamento su un’opposizione parlamentare pressocchè inerme. Restano le forme istituzionali e la mobilitazione della società civile.

A tal proposito la preposta commissione del C.S.M. ha già espresso un parere unanime e totalmente negativo sulla bozza di riforma uscita dalla commissione giustizia del Senato. Purtroppo però il vicepresidente Nicola Mancino ha criticato la manifestazione di detto parere avocando al plenum il giudizio definitivo dell’organo di autogoverno della magistratura.

E qui non posso non ricordare che Nicola Mancino, uno degli ultimi “cavalli di razza della DC”, già fedelissimo di De Mita, fu ministro dell’interno nel biennio 1992-1994, il periodo delle stragi. Il periodo in cui nacque e si sviluppò la turpe “trattativa” fra lo Stato e Cosa Nostra, di cui non conosciamo i dettagli precisi, ma sulla cui esistenza non esistono dubbi. Trattativa condotta da persone che, probabilmente, erano alle dipendenze (quantomeno formali) dello stesso Mancino. Un caso?

E allora faccio una richiesta ai membri del PD, partito a cui Mancino idealmente appartiene (essendo stato senatore della Dc, del Ppi e della Margherita per moltissimi anni) e dalle cui file proviene anche il presidente del C.S.M. Giorgio Napolitano. Fermate con ogni mezzo questa riforma demenziale che rende ciechi e sordi i pubblici ministeri, privandoli dello strumento della Polizia Giudiziaria e trasformandoli in appendici del Governo. Fermatela. Fate capire a Mancino ed a Napolitano l’importanza del momento storico che stiamo attraversando con queste inchieste: forse è l’ultima possibilità che abbiamo di scoprire la verità sulla nostra storia recente.

Se il PD non serve nemmeno a questo non serve proprio a nulla.

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2 Responses to Una speranza di arrivare alla verità?

  1. maria ha detto:

    Mi riservo di dire a che cosa serve il Partito Democratico con la poesia di Giosuè, ma in luogo meno impegnato di questo blog…

  2. sandrozagatti ha detto:

    attendo di leggerti..

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