Il maschilismo di ritorno/2.

GiambattistaTiepoloRitrattodiFlora

Bisogna essere onesti: siamo un po’ tutti senza parole. Ed il motivo è che sul ruolo della donna nella nostra società abbiamo dato per scontate troppe fantasie e ci siamo rifiutati di guardare in faccia la realtà di una emancipazione proclamata solo a parole e dietro cui, dopo la parentesi degli anni settanta, si è riconfermata una figura femminile ancorata ai ruoli più rigorosamente maschilisti: madre, amante o puttana (per tacere delle suore che ormai sono scomparse).

Sarebbe forse il caso di riflettere sul fatto che il femminismo, quello vero, in Italia non c’è mai stato, che l’emancipazione femminile – salvo qualche isola nella borghesia istruita urbana del nord Italia – è stata solamente la rivoluzione delle figlie di papà, e che in questi anni recenti sono state poste le basi per la riaffermazione del più autentico maschilismo. Perché se l’affermazione sociale della donna passa (quasi) esclusivamente per il suo corpo, con la portata corruttiva che ciò comporta, la comunità non può che difendersi con lo strumento preventivo della discriminazione.

Ora tutti (tutte) gridano allo scandalo del “ciarpame senza pudore”, ma è di pochi mesi fa la solidarietà di tutte le parlamentari donne per Mara Carfagna “attaccata perché donna”, quando invece era stata attaccata per essere “un certo tipo di donna”. Reazione ribadita di fronte al brusco linguaggio di Beppe Grillo in Commissione Affari Costituzionali. E’ solo un esempio. Abbiamo celebrato la donna magistrato, la donna primario, la donna scienziato, la donna astronauta, la donna ministro, la donna torero, eccetera, credendo che fossero le rappresentanti di tutte le donne, quando in realtà non è così.

La realtà è che la “scorciatoia” dell’uso del proprio corpo per l’affermazione sociale (essere fidanzata, moglie, amante o accompagnatrice di qualcuno) non è mai stata ripudiata dal sentimento femminile dominante, aprendo la strada a quello che è un fenomeno a tutti gli effetti corruttivo, socialmente e massivamente corruttivo, quantunque penalmente imperseguibile. E quando un fenomeno moralmente riprovevole e socialmente pernicioso risulta non reprimibile per via istituzionale, non resta che lo strumento “culturale” preventivo, che in questo caso si chiama maschilismo: “le donne stiano a casa”.

E si dovrebbe anche riflettere sul fatto che, sebbene l’emancipazione femminile (comunque la si intenda) sia percepita come un fenomeno acquisito e non revocabile, la nostra società sta integrando milioni di soggetti portatori di culture (africane, orientali, arabe) rigorosamente maschiliste e patriarcali, diffuse in popolazioni che, numericamente, sovrastano quelle del mondo occidentale (Nordamerica ed Europa) dove è riconosciuto il principio della parità dei sessi.

Sicchè il rischio di regredire, su questo aspetto, mi pare molto più concreto di quanto si pensi.

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