L’incapacità di parlare di donne. E non solo di parlarne.

Una sorta di marasma mentale sembra aver colto chiunque si sia cimentato nel tentativo di commentare la vicenda personale del presidente del consiglio, diviso fra le sue famiglie, le sue ministre e la platea di giovani donne desiderose di affermarsi nello spettacolo o nella politica che si affollano (metaforicamente) sotto il suo balcone.

Abbiamo visto gli avversari di Silvio Berlusconi additarne i presunti vizi privati, correndo il rischio di precipitare nel medesimo moralismo dozzinale di cui si sono macchiati i detrattori della sua consorte. Grossolanità culturali immerse in una polemica, ormai trita, contro la degenerazione della classe politica, descritta giustamente come autoreferenziale ed autoconservatrice.

Ma nessuno mi è sembrato cogliere l’unico elemento sensibile, da cui discendono tutte le storture che sono state denunciate; ovvero la falsa- o perlomeno parziale – emancipazione femminile che si è realizzata nel nostro paese, a dispetto di una legislazione apparentemente paritaria ed in linea con i paesi europei più avanzati. L’emancipazione femminile rappresenta uno degli elementi socio-culturali più rilevanti del secolo scorso e, in nuce, può essere riassunto nell’idea che la funzione sociale della donna e la sua affermazione nella collettività prescindono dal suo corpo. Ovvero dalla sua funzione riproduttrice e dal richiamo sessuale che esso esercita sull’uomo.

Ma se analizziamo gli interventi che abbiamo letto o ascoltato in questi giorni (del tutto simili a quelli che leggiamo o ascoltiamo da tempo) ci accorgiamo che in tutti, provengano essi da uomini o da donne, resta ineludibile la distinzione fra belle e brutte, fra giovani e meno giovani, fra quelle che ci stanno e quelle che non ci stanno. Resta cruciale stabilire di chi una certa donna è moglie, ex moglie, compagna, amante, fidanzata o semplice amica; e da chi ha avuto figli.

Fintanto che si proseguirà ad inquadrare la figura femminile secondo gli schemi culturali e morali che sottendono a queste categorie, la “questione femminile” resterà cronicamente irrisolta, e qualsiasi risposta si voglia dare, dalle “quote rosa” alle “veline laureate” risulterà fallimentare.
Con un rischio. Che, prima o poi, quel poco di autentica emancipazione femminile che ci siamo faticosamente conquistati venga meno, di fronte ad un brusco ritorno ad una nuova forma di maschilismo consapevole, riaffermato e quindi più forte. E forse si tratta di più di un semplice rischio, poiché ho l’impressione che forme di maschilismo sempre più marcate si stiano sicuramente riaffermando, cosa che non stupisce poiché, in nuce, il maschilismo altro non è che lo strumento preventivo che la collettività adotta al fine di scongiurare i pericoli intrinseci del potere corruttivo dell’uso del corpo femminile. Esattamente quello che la nostra società sembra incapace di fare con altri strumenti culturali.

Il potere delle regine, delle cortigiane, delle mogli morganatiche, delle concubine è sempre esistito, molto prima del femminismo. E’ l’affermazione sociale di tutte le donne (belle e brutte, giovani e anziane, sposate o nubili, disponibili e no), la novità epocale che rischiamo di seppellire.

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