Un raccontino per il PD e non solo.

Bologna, in un certo senso, è la culla dell’Ulivo e quindi, per transitività, del partito democratico. In quella città, già negli anni ottanta, prima dello sconvolgimento politico del decennio successivo, si sperimentava un’alleanza politica fra le forze “riformiste”: dal Pci alla sinistra democristiana, passando per i cosiddetti partiti laici di allora. Senza tentazioni di esclusioni della sinistra estrema e potendo contare sul fatto che la dc locale era quella di Andreatta, cosa ben diversa da quella di Andreotti, Gava, Forlani ed altri che dominava a Piazza del Gesù. Ed il Pci bolognese da anni, fin dai tempi del sindaco Renato Zangheri, predicava la possibilità per la sinistra di fare una politica interclassista, che guardasse agli interessi di tutte le componenti della società: operai e imprenditori, insegnanti e commercianti, abbienti e non abbienti, e così via. Autonomamente, senza ricercare necessariamente alleanze con partiti che rappresentassero i ceti tradizionalmente estranei alla sinistra.


Per aggiungere una nota di colore, quando Prodi scelse il nome “Ulivo” tutti si chiesero il perché ed io trovai risposta nell’assonanza con “Mulino”, nome della casa editrice bolognese che può essere considerata il laboratorio culturale del centrosinistra che abbiamo conosciuto negli anni trascorsi.

Se vi capita di passarci, di guardarne l’immagine con Google Earth o di parlare con un bolognese scoprirete una particolarità: da decenni a Bologna non si fanno grandi opere pubbliche. Non che non ne abbia bisogno, anzi. Sono molteplici i grandi interventi infrastrutturali che la società bolognese invoca: una nuova tangenziale, un nuovo anello autostradale che superi l’attuale (e che strozza l’abitato a nord), una metropolitana, un nuovo palazzo di Giustizia, nuove strutture universitarie, nuove strutture ospedaliere ed altro ancora. La stazione ferroviaria (una delle più importanti d’Italia) è la stessa di inizio secolo, il Tribunale soffoca in un edificio in centro storico, la sede del rettorato è in un palazzo del milletrecento, per non parlare delle scuole eccetera.

Eppure le ultime opere pubbliche realizzate nel capoluogo emiliano (Ospedale Maggiore e Tangenziale) risalgono agli anni 50-60. Solamente gli enti locali Regione Emilia Romagna e Comune si sono date nuove sedi (negli anni ottanta la prima, recentemente il secondo).

Vi lascio immaginare le violentissime polemiche che nel corso degli anni hanno investito l’amministrazione comunale accusata dalla classe imprenditoriale locale di immobilismo e di ottusità progettuale. Accuse in parte motivate, poiché la città soffre notevolmente per le arretratezze attribuibili alla mancata realizzazione di opere utilissime se non indispensabili.

Un capitolo a parte va riservato alle strutture sportive. Negli anni ottanta, in previsione dei mondiali di calcio, il Comune decise di mantenere, ristrutturandolo, il vecchio stadio (forse il più datato d’Italia) anziché accettare i contributi statali per la costruzione di un nuovo faraonico impianto da settantamila posti. La stampa locale (Il Resto del Carlino) usò toni infiammati e sprezzanti verso quella decisione che, nel contesto dell’epoca, sembrava assurda. Basti pensare che una città ben più piccola e periferica come Trieste dispone di uno stadio nuovissimo, sempre vuoto, nonché di un palazzetto parimenti nuovo e parimenti sempre vuoto. Bologna ha uno stadio del 1927 ed un palasport del 1959.

Ma, nel corso degli anni, l’amministrazione mantenne la stessa linea e, in particolare, a sostenerla fu Renzo Imbeni, sindaco dal 1983 al 1993.

In quegli anni ottanta Imbeni andava predicando un suo chiodo fisso che, allora, era considerato un’eresia: l’“autonomia impositiva degli enti locali”. In pratica sosteneva che se una città o una regione avevano le risorse interne per realizzare un’opera, o dei servizi particolari, dovevano avere lo strumento legislativo per imporre imposte locali al fine di realizzare tali progetti in totale autonomia, senza ricorrere a finanziamenti statali. Non usava termini come “federalismo” o simili pomposità verbali, ma semplicemente “autonomia impositiva degli enti locali”, quello che poi è stato realizzato con le addizionali IRPEF e con l’ICI e che ora si vuole estendere con l’introduzione del cosiddetto federalismo fiscale.

Ma nessuno lo ascoltava, considerando poco meno che eversive le sue ragionevolissime proposte. Per inciso, a quell’epoca il vertice nazionale occhettiano del suo partito era intento a perseguire l’”unità della sinistra”, ovvero l’alleanza con il tangentista Craxi. Ma se la sinistra gli avesse dato ascolto, forse, lo strumento politico ed elettorale dell’autonomia locale dal governo centrale, diventato bandiera della destra, sarebbe stato suo.

In quegli stessi anni, infatti, un oscuro e bizzarro figuro, a nome Umberto Bossi, andava predicando per i paesi lombardi le sue teorie separatiste, corredandole di brillanti slogan quali “abbasso i terroni”, e raccogliendo (purtroppo) un vasto consenso dovuto alla sottovalutazione del sentimento antimeridionale, che i partiti avevano colpevolmente trascurato, confinandolo nell’ambito della sottocultura o peggio.

A distanza di due decenni, gli eredi di chi non diede ascolto ad Imbeni e snobbò schifato la protesta espressa dalla Lega Lombarda, rincorrono affannosamente, malamente ed inutilmente le strampalate (a voler essere generosi) iniziative di quello stesso Umberto Bossi (si pensi alla riforma del titolo V della Costituzione del 2001 ed al dibattito parlamentare in corso sul federalismo), divenuto nientemeno che Ministro delle Riforme.

Nel 1992 esplosero a Milano le inchieste sulla corruzione e Imbeni, sul punto di lasciare Palazzo d’Accursio, si tolse qualche sassolino dalla scarpa, spiegando le ragioni delle scelte di cui sopra. A chi lo aveva accusato per anni di a-progettualità, di immobilismo, disse più o meno questo: “se io avessi chiesto allo Stato centrale i fondi per costruire una grande opera (una metropolitana, uno stadio, un palasport, una tangenziale, un ospedale…) lo Stato me li avrebbe dati, imponendomi però la sua scelta su come farla e, soprattutto, stabilendo a chi farla fare. In tal modo, insieme ai denari del governo, sarebbero arrivate nella nostra città le tangenti, i capitali sporchi ed il malaffare. Cose che, una volta importate nel tessuto sociale urbano, ci sarebbero rimaste per sempre. Ecco perché volevo l’autonomia impositiva: per poter chiedere ai bolognesi i soldi per rinnovare la città come vogliamo noi, con le nostre risorse e con le nostre imprese, lasciando fuori i corrotti ed i malfattori.”

Ora che viviamo nell’era post-tangentizia, dove si è trovato il modo per legalizzare la corruzione politica e, soprattutto, nell’era dell’infiltrazione mafiosa globale (non c’è procuratore distrettuale antimafia, da Milano a L’Aquila, da Brescia a Parma) che non lanci l’allarme sulle penetrazioni malavitose nelle regioni del centro nord (il sud è ormai dato per perso), mi preme ricordare quella lezione. E mi preme soprattutto ricordare come Imbeni (e prima di lui toccò la stessa sorte al suo predecessore Renato Zangheri) rimase inascoltato e spedito in esilio Strasburgo. Mi ripeto: se lo si fosse preso in considerazione, la bandiera dell’autonomia locale sarebbe forse ora una prerogativa della sinistra. Ma la dirigenza nazionale di Pci e Pds era troppo impegnata ad intrecciare i suoi intrighi romani per ascoltare e ragionare; chiusa nella sua altezzosa (ed ingiustificata) superiorità, ignorò tanto la voce di un suo dirigente intermedio, quanto la protesta che si diffondeva al nord, trovandosi alla fine spiazzata. Impegnata prima a convincere Craxi, quindi ad inseguire Mario Segni, e infine a dilaniarsi internamente, trascurò di ascoltare la voce di una parte importante della sua base e del paese.

Le forme usate dai leader della Lega Lombarda, o Veneta, ed infine della Lega Nord erano (e in alcuni casi ancora sono) spregevoli; ma esse raccoglievano un malessere diffuso che un partito deve saper interpretare ed intercettare, che un partito deve capire prima che trovino una formalizzazione compiuta: a quel punto il consenso che sottende quella protesta è già definitivamente perduto. Un partito deve saper comprendere i fenomeni in anticipo, non basta registrarli una volta che sono emersi.

Frittata fatta. Inutile discuterne, direte voi.

Invece scrivo per avanzare il dubbio che il PD stia ripetendo l’errore, sottovalutando un sentimento popolare diffuso che non trova sbocchi all’interno di alcun partito (salvo forse quello di Di Pietro), se non in alcune voci isolate, e che potrebbe incanalarsi altrove, in altri partiti o movimenti.

Oggi non c’è più Bossi a percorrere i paesi della provincia lombarda con i suoi rozzi slogan (ormai la Lega Nord gestisce e controlla il suo consenso dalle stanze del potere), ma c’è nella società e nella rete internet una grande vivacità protestataria verso quella che non riesco a definire se non come la “malagiustizia” (o “non-giustizia”) italiana, estensivamente intesa: dalle proteste contro i politici condannati o indagati, all’indignazione per lo strapotere di banche e grandi imprese per finire agli sconvolgenti retroscena (ancora tutti da scoprire) dei rapporti fra mafia e politica. E si tratta di un fenomeno che, per intensità, andrebbe considerato. Indubbiamente si tratta di fette minoritarie, così come erano minoritari i consensi che negli anni ottanta si aggregavano attorno alle leghe settentrionalista, ma proprio facendo il paragone con quel fenomeno, si tratta oggi di misurarne l’intensità ideale, e non tanto la consistenza numerica.

Beppe Grillo gestisce il primo blog italiano per numero di contatti e riempie i palazzetti dello Sport di migliaia di spettatori paganti. E’ uno show, si dirà, ma la sua è politica, politica in senso stretto, non antipolitica. Esattamente come erano politica e non antipolitica (e lo sa bene chi siede oggi in Parlamento) le sparate dell’Umberto Bossi degli esordi. Quanti esponenti del centrosinistra sarebbero in grado oggi di riempire un palasport, non dico di paganti, ma di semplici cittadini? Riuscirebbe D’Alema – per fare un esempio – a riempire un palazzetto senza l’azione di richiamo della struttura del partito?

Lo stesso dicasi per le esibizione pubbliche e via web di Marco Travaglio (criticabile, forse, per certi aspetti, ma cui va riconosciuto il merito di diffondere informazioni che tutti i giornalisti onesti dovrebbero diffondere) che godono di una platea vastissima. E che dire della vasta e spontanea simpatia che raccoglie Gioacchino Genchi, con la prosa appassionata ed un po’ naif, da vero poliziotto, che riversa sul suo blog e su facebook?

Con ciò non voglio far altro che una riflessione e mettere il dubbio che si stia sottovalutando un fenomeno destinato a crescere e che avrebbe bisogno di essere strutturato e non lasciato agli spontaneismi, all’iniziativa di pochi (anzi pochissimi); e che soprattutto andrebbe integrato di elementi costruttivi e propositivi. Altrimenti rischia di prendere forme inidonee, come è avvenuto con il citato esempio della protesta settentrionalista. E sono certo che all’interno del PD le persone giuste ci sono: per tradizione la sinistra è abilissima tanto nell’assorbire personalità di rilievo, quanto nel disperderne, nello sprecarne le qualità e le competenze.

Detto questo, dal mio insignificante punto di vista, che tale fenomeno cresca lo spero con tutte le mie forze. Forse sbaglio, anzi è probabile, ma tant’è. Questa è la ragione di questa nota.

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