Lettera aperta al Partito Democratico.

1. Premessa.

Due mesi alle elezioni europee, sette al congresso. Che fare?

La politica ha come primo compito quello di affrontare i problemi del paese e pertanto si ha il dovere, innanzitutto, di individuarli e di elencarli in ordine di importanza, stabilendo quindi cosa la politica può fare e cosa no.

Non sono io a poterlo dire, ma mi rifaccio a quello che vedo e leggo. Leggo che pochi mesi orsono il PD ha raccolto milioni di firme con lo slogan “Salva l’Italia”. Da cosa? Perché se esiste un pericolo di portata tale da mettere in pericolo il paese stesso, si ha anche il dovere di individuarlo con precisione. Ed una risposta viene ancora dal PD che, sempre recentemente, si è riunito in piazza per manifestare a difesa della Costituzione, asserendo che essa è minacciata. Ovviamente tali denunce non vengono solo dal partito di Franceschini, ed è anzi eufemistico dire che la spinta di un’ampia parte della società verso tali forme di protesta è stata recepita molto (troppo) tiepidamente dal principale partito di opposizione. Ne deduco che anche per il PD ad essere a rischio è l’assetto costituzionale democratico del paese, così come lo intendiamo.

L’Italia ha già conosciuto, a metà del secolo scorso, una catastrofe; e chi la visse non ebbe dubbi ad individuarne la causa: la soppressione della democrazia, ovvero il suo mancato sviluppo all’indomani dell’introduzione del suffragio universale (maschile). Un fenomeno politico che divenne sociale, ebbe ripercussioni economiche ed infine sfociò nel collasso nazionale, con la conseguente distruzione materiale provocata dal conflitto mondiale, dall’occupazione e dalla guerra di liberazione.

Ed oggi? I segni del deperimento materiale del paese li vediamo, anche se la diluizione temporale ce ne nasconde in parte la gravità, ma non v’è dubbio che la crisi internazionale colpisce un’Italia già fortemente impoverita rispetto agli altri paesi europei e collocata agli ultimi posti per reddito pro-capite. Ben poco v’è da dire sull’evidente degrado morale e culturale, che è sotto gli occhi di tutti e che emerge ovunque, massimamente dal progressivo deperimento del sistema formativo.

Ma se questi sono i sintomi del grande pericolo che corre l’Italia di oggi, quale ne è la causa? Secondo Tabucchi, che ha il merito di dare voce al pensiero di tantissimi, la stessa di settant’anni fa: la fine della democrazia. Una fine lenta, progressiva che è stata attuata svuotando i principali cardini della Costituzione repubblicana secondo un percorso voluto da soggetti diversi, uniti da convergenti interessi che sottendono la demolizione dell’assetto voluto dai costituenti.

2. I contropoteri.

Come ben sappiamo, non è sufficiente disseminare periodicamente il paese di urne elettorali per porre in essere una democrazia, la quale vive di altri elementi imprescindibili ed indispensabili: una stampa libera ed indipendente, un’azione giurisdizionale efficace (nonché svincolata dalla politica), un apparato statale autonomamente funzionante. Nel nostro paese questi tre elementi sono venuti meno, o quantomeno i misuratori delle loro caratteristiche sono scesi largamente al di sotto del livello di guardia. E non va dimenticato l’”insegnamento” di Joseph Goebbles, secondo cui “la democrazia contiene gli strumenti per la sua distruzione”. A differenza della tirannide, aggiungo io, che consiste esattamente nella propria autoconservazione.

Le premesse dello svuotamento dell’assetto costituzionale, in verità, erano state poste fin dal primo dopoguerra, quando la classe politica mutuò dal passato regime fascista, con poche modifiche, l’intero corpo normativo costituito dai codici penale e civile (e rispettivi codici di procedura) nonché l’apparato amministrativo dello Stato, confermando in esso, praticamente in blocco, la classe burocratica esistente, e neutralizzando con l’amnistia togliattiana il pur modesto processo di defascistizzazione impostoci dagli alleati con l’armistizio lungo del 29 settembre 1943.

Durante il lungo dopoguerra nazionale, protrattosi fino al 1991, anno della fine dell’Unione Sovietica, la repubblica italiana ha vissuto da Stato a sovranità limitata, politicamente diretto dall’alleato statunitense e, funzionalmente a tale condizione, si sono costituiti al suo interno alcuni poteri paralleli, composti da nuclei occulti: apparati dei servizi cosiddetti “deviati”, logge massoniche, cosche criminali, correnti partitiche, lobby economiche. Tutti soggetti interessati, per ragioni diverse, ad impedire la compiuta realizzazione dello Stato voluto dai costituenti (e dai movimenti politici di cui essi erano espressione) ed a mantenere delle proprie sfere di influenza all’interno della collettività.

La storia del “dopoguerra lungo” – che qualcuno chiama “prima repubblica” – è costellata di eventi misteriosi ed inquietanti, la cui essenza è stata sistematicamente nascosta all’opinione pubblica. Dal ruolo del Generale Mario Roatta (uno dei personaggi più inquietanti della storia nazionale, la cui mancata condanna per i tantissimi crimini commessi durante il ventennio grida ancora vendetta) nella nascita dei servizi segreti repubblicani, alla collaborazione dei mafiosi italoamericani nella gestione alleata dei territori occupati fra il ’43 ed il ’45; dalle stragi nere degli anni settanta al terrorismo rosso ed all’incomprensibile indulgenza mostrata verso i brgatisti (scarcerati pochi anni dopo la loro condanna a svariati ergastoli); dall’affare P2 agli oscuri legami fra la finanza vaticana e mafia siciliana; mille indizi ci raccontano di un potere parallelo a quello ufficiale (magmatico, composito, indecifrabile, inafferrabile) che ha impedito la realizzazione in Italia di una compiuta democrazia parlamentare e di un moderno Stato di diritto. Indizi che non si sono mai trasformati in prove, a dimostrazione che il contropotere affonda le proprie radici nei palazzi dello Stato ufficiale.

Nel 1991 il “dopoguerra lungo” finisce e lo Stato italiano perde lo status di provincia dell’impero, e, con esso, la tutela politico-economica che ne derivava. La repubblica italiana si trova per la prima volta a dover camminare con le proprie gambe e ciò avviene nel momento di maggior difficoltà economica. La gravissima crisi finanziaria provocata dalla dissennata gestione della cosa pubblica dei governi craxiani degli anni ottanta mette a rischio l’esistenza stessa del sistema paese, ed altri elementi concorrono a mettere sotto pressione l’architettura costituzionale del paese che, in molte delle sue componenti, in effetti, cede.

Nel fatidico biennio 1991-1992 vengono a sovrapporsi, forse non casualmente, diversi elementi critici: lo smottamento elettorale dei partiti fino a quel momento al governo, la drammatica crisi della moneta nazionale e della finanza pubblica, l’avanzata elettorale della Lega Nord, il passaggio in giudicato (per il rotto della cuffia) della sentenza del maxi-processo a Cosa Nostra, l’avvio delle indagini sulla corruzione politica a Milano (Mani Pulite) e l’entrata a regime del nuovo codice di procedura penale (unico elemento del corpo legislativo giudiziario a venire rinnovato dopo le riforme realizzate nel ventennio).

Il paese è a un bivio: esiste la possibilità di liberarsi dei contropoteri occulti che fin dalla nascita della repubblica hanno infiltrato settori dello Stato, della vita pubblica, dell’economia. Privi delle storiche protezioni, essi rischiano di vedersi spazzati via dall’affermazione di forze politiche autenticamente democratiche, fedeli interpreti della Costituzione.

Fra essi vi è Cosa Nostra, la più potente organizzazione criminale d’Europa, che ha potuto prosperare ed affermarsi fin dall’unità nazionale grazie alle complicità politiche e che ha goduto, nel dopoguerra, della influente protezione di Giulio Andreotti. Ma nella seconda metà degli anni ottanta essa ha subito un pesantissimo colpo ad opera di due uomini: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, i quali hanno portato a compimento il maxiprocesso.

3. La strategia stragista.

Il rischio di soccombere obbliga Cosa Nostra ad uscire allo scoperto e lo fa in maniera eclatante. Il 12 marzo 1992 uccide Salvo Lima per punire la corrente andreottiana della dc, colpevole di non aver garantito l’annullamento in Cassazione della sentenza del maxiprocesso (fondamentale in questo fu la rimozione dal vertice della Suprema Corte del giudice Corrado Carnevale). Quindi tocca a Giovanni Falcone (23 maggio 1992) ed a Paolo Borsellino (19 luglio 1992). I due uomini che avevano individuato i legami di Cosa Nostra con i servizi segreti e con gli imprenditori del Nord responsabili del riciclaggio del denaro sporco generato dalla mafia con il traffico di droga, vengono sbriciolati dal tritolo.

Messo in crisi dall’emozione suscitata nell’opinione pubblica da tali attentati, le istituzioni esitano nel proseguire la lotta a Cosa Nostra e uomini dello Stato (gli ufficiali dei Carabinieri Mori e De Donno, non sappiamo ancora da chi diretti) prendono contatto con i vertici della Cupola per avviare una “trattativa” finalizzata ad instaurare una nuova formula di convivenza fra lo Stato centrale e i boss. Nel frattempo Oscar Luigi Scalfaro sale al Quirinale, e l’uomo su cui aveva puntato Totò Riina per sostituire Andreotti come referente politico romano – Bettino Craxi – viene risucchiato dalle inchieste sulla corruzione dei magistrati milanesi. Giuliano Amato, nominato a Palazzo Chigi in luogo del predestinato Craxi, governa a fatica la spaventosa crisi finanziaria dello Stato mentre l’opinione pubblica è distolta dalla crisi e da Tangentopoli rispetto agli eventi di mafia.

In questo clima nasce la “seconda repubblica”. In realtà nasce lo Stato italiano postbellico, quello libero dai condizionamenti internazionali, che dovrebbe reggersi sugli equilibri costituzionali sanciti dalla carta. Ma alcuni degli elementi fondamentali di essi sono già deboli, logorati, e non reggono. I nuclei illegali ed occulti (mafie, massoneria, servizi deviati, imprenditoria collusa con il crimine organizzato) lavorano per creare un nuovo assetto finalizzato a mantenere le posizioni di potere ed i privilegi accumulati nei decenni passati.

Sappiamo solo in parte come ciò si realizza, lo raccontano alcune sentenze e molte investigazioni iniziate in quegli anni e tuttora in corso. La sentenza Cinà-Dell’Utri, le indagini delle Procure di Palermo, Firenze, Caltanissetta, raccontano di come la cupola di Cosa Nostra, perso anche il riferimento di Bettino Craxi, cui Riina cercò di giungere utilizzando come tramite Silvio Berlusconi, decida di puntare direttamente sul Cavaliere al fine di costituire un nuovo referente politico nazionale, abbandonando l’idea iniziale di costituire un proprio partito separatista (Sicilia Libera). Per far ciò rafforza i contatti con quell’area oscura di potere costituita da funzionari dello Stato infedeli.

Il 15 gennaio 1993 Totò Riina viene arrestato con modalità oscure ed ambigue, ma all’opinione pubblica viene fatto credere che Cosa Nostra ha subito un colpo mortale. Viceversa, per ragioni che le inchieste di Palermo hanno solamente sfiorato, il suo covo non viene perquisito, dando modo agli uomini di Provenzano di “ripulirlo”. Quest’ultimo raccoglie il testimone nella trattativa avviata da Riina. La disponibilità di Arcore (assicurata da Dell’Utri) non è ancora sufficiente a dar corpo al progetto mafioso, perché lo Stato centrale ha gli strumenti per impedire la penetrazione della mafia al proprio interno. E poiché le stragi del 1992 erano state sufficienti ad indurre lo Stato a scendere a patti, Cosa Nostra insiste con questo strumento: il 1993 vede la consumazione di nuovi attentati portati al cuore del paese: Via dei Georgofili a Firenze, Via Palestro a Milano, Via Fauro, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. La mafia torce il braccio alle istituzioni repubblicane ed impone la legge della violenza, arrivando a programmare un attentato mostruoso – revocato all’ultimo momento – allo stadio Olimpico di Roma, nel corso di una partita di calcio.

Non sappiamo se vi sia nesso di causalità, ma, simultaneamente, le indagini milanesi di Mani Pulite si arenano: l’azione giudiziaria che gli italiani avrebbero sperato di vedere propagarsi dalla Lombardia al resto della penisola si chiude con la sentenza Enimont. Per la maggioranza degli organi di stampa e per la politica, i magistrati del pool di Milano si trasformano, lentamente ma inesorabilmente, da eroi in criminali, ed inizia la lenta delegittimazione della loro azione. Ci si vuole far credere che la corruzione esisteva (forse) solo a Milano, che gli appalti pilotati sono una esclusiva di quella città. Nel resto d’Italia le indagini sui colletti bianchi si arenano e in Sicilia, in particolare, le indagini si concentrano sulla “mafia militare”, sugli esecutori delle stragi del 1992, tralasciando i legami fra crimine organizzato e politica che erano stati il bersaglio di Falcone e di Borsellino prima di morire. Le indagini sui mandanti occulti delle stragi verranno archiviate per mancanza di indizi atti alla loro individuazione, quantunque risulti provata la loro esistenza.

Nel frattempo il partito-Fininvest ispirato da Cosa Nostra e realizzato da Dell’Utri, prende forma con il nome di Forza Italia. I boss garantiscono il loro appoggio in cambio di una serie di provvedimenti contenuti in un documento (il mai rinvenuto “papello”) compilato originariamente da Riina ai tempi dei contatti con Mori e De Donno e poi ripreso dai suoi successori: neutralizzazione della legge sui pentiti, ostacoli giuridici alla confisca dei beni, indebolimento delle norme antiriciclaggio, abolizione del carcere duro e revisione del maxiprocesso… Molte di queste richieste sono state nel tempo esaudite con idonei provvedimenti legislativi.

Chi ha dubbi che ciò possa essere avvenuto osservi che l’attuale maggioranza sta lavorando per riportare al vertice della Corte di Cassazione il giudice “ammazzasentenze” Corrado Carnevale, che fu faticosamente rimosso per la sua propensione ad invocare ridicoli vizi formali per annullare le condanne dei boss mafiosi.

In estrema sintesi questo è il retroterra politico della pax mafiosa nella quale nasce la “seconda Repubblica” che, non ha caso, può essere ribattezzata “era Berlusconi”, essendone egli l’unico autentico interprete. Essa consente non solo a Cosa Nostra, ma a logge massoniche, servizi segreti deviati ed imprenditoria collusa con il crimine organizzato, politici corrotti, di perpetrare se stessi all’interno della società e delle istituzioni.

4. Lo svuotamento della Costituzione.

Dopo le stragi del 1993 la mafia ha messo da parte la strategia militare di attacco allo Stato. Paolo Borsellino è stato l’ultimo di una lunga serie di magistrati e poliziotti uccisi da Cosa Nostra. Nella “trattativa” essa ed i suoi alleati hanno messo sul piatto la rinuncia all’uso delle armi contro le istituzioni. Da allora non serve più uccidere i magistrati, ci pensa lo Stato a trasferirli ed a privarli delle inchieste scomode. Ma cosa hanno chiesto ed ottenuto in cambio la mafia? Lo svuotamento sostanziale dei principi costituzionali fondamentali sui quali si incardinava l’azione di contrasto al crimine da parte dello Stato e, più in generale, della società: l’equilibrio dei poteri costituzionalmente riconosciuti; l’indipendenza della magistratura e l’efficacia dell’azione penale; la libertà di informazione. Pur mantenendo in vigore formalmente le norme che tutelano i suddetti principi, essi sono stati privati di efficacia giuridica, rendendo di fatto asservita o impotente la magistratura e del tutto prona al potere politico l’informazione. La conquista del potere esecutivo, l’unico oggi veramente effettivo, da parte del partito politico ispirato da Cosa Nostra e sostenuto dai suoi alleati cointeressati, ha costituito il suggello finale.

Non serve qui ricordare come sia avvenuta la conquista del dominio sull’informazione. Né ripercorrere le tappe – note a tutti – della scalata al potere politico di Silvio Berlusconi.
Meno noti sono forse gli elementi che hanno di fatto snaturato la giustizia penale, rendendola inefficace ed inadeguata. Vediamone i principali.

a) Il nuovo codice di procedura penale.

Tutti gli italiani conoscono le imprese di Riina e di Provenzano dalle fiction televisive che le hanno narrate per come descritte nella sentenza del maxiprocesso a Cosa Nostra. Il contenuto di quell’atto – passato in giudicato – è divenuto una “verità storica” in quanto una corte d’assise, una corte d’assise di appello ed una sezione della Corte di Cassazione hanno ritenuto provata la ricostruzione dei crimini della cupola di Cosa Nostra operata dai giudici istruttori Falcone e Borsellino.

Ma pochi sanno che il maxiprocesso si celebrò con il vecchio rito inquisitorio superato dal nuovo codice di procedura penale entrato un vigore nel 1989, e quasi nessuno conosce l’opinione dei magistrati attualmente impegnati contro Cosa Nostra: “se si ripetesse il maxiprocesso oggi, con il nuovo codice e con le relative interpretazioni giurisprudenziali, tutti i boss andrebbero assolti.”

Raccontano i PM di Palermo che oggi vengono portati a processo i mafiosi con una mole di prove ben più pesante di quella di cui disponevano Falcone e Borsellino, ma ciononostante si fatica ad ottenere condanne e, comunque, le pene inflitte a conclusione del procedimento sono molto più miti.

In linea generale le ragioni del nuovo codice, ispirato al rito cosiddetto accusatorio, erano di istituire un processo maggiormente rispettoso dei diritti dell’imputato, sottraendolo a quello che, con il vecchio ordinamento, era lo strapotere del giudice istruttore e del giudice di primo grado. Attribuendo al Pubblico Ministero la funzione di costruire l’impianto d’accusa e di sostenerlo davanti ad un giudice “terzo”, si è voluto svincolare l’azione dell’accertamento delle responsabilità da quella propria del giudizio. Proposito lodevole. Ma, in virtù della prassi che si è consolidata nei palazzi di giustizia, delle norme correttive e delle interpretazioni data dalla Corte di Cassazione, il risultato è stato di “deresponsabilizzare” ogni singolo magistrato rispetto all’esito del processo, trasformandolo in un’interminabile gioco dell’oca nel quale è indispensabile che innumerevoli soggetti (polizia giudiziaria, PM, GIP, GUP, cancellerie, ufficiali notificatori, consulenti, testimoni, giudicanti, difensori, parti civili, eccetera) eseguano alla perfezione il loro compito, pena l’esito infausto del procedimento. Gli uffici giudiziari si sono trovati ad essere oberati da una mole intollerabile di adempimenti formali, e gli inquirenti si sono trasformati in burocrati. La mole monumentale degli incartamenti giudiziarii ne è la riprova pittorescamente più evidente. Un altro aspetto deteriore è la pluralità dei riti possibili: ordinario, patteggiamento ed abbreviato, con l’aggiunta del concordato in appello. Come conseguenza, in ragione del principio del favor rei, l’imputato decide come verrà processato, privando il PM di una prerogativa che dovrebbe essere sua.

Se questo può essere tollerabile nel contrasto al “piccolo crimine”, ovvero ad imputati accusati di un singolo fatto-reato, passando alla criminalità mafiosa ed a condotte delittuose reiterate ed articolate, commesse in associazione da più soggetti, l’esito è di rendere non celebrabile, interminabile, inefficace il processo.

b) L’art. 111 della Costituzione ed il “giusto processo”.

Fra tutte le imposture che le campagne politiche e di stampa ci hanno inflitto, quella costituita dalla modifica dell’art. 111 Cost. è una delle più odiose, non tanto nei principi generali, apparentemente condivisibili, ma nelle conseguenze pratiche che un potere politico criminale ha voluto.
Risulta evidente che imporre “condizioni di parità fra accusa e difesa” nel processo penale non ha senso alcuno. Poiché accusa e difesa svolgono funzioni ontologicamente diverse con distinte prospettive e finalità. Basti osservare che il Pubblico Ministero, in quanto tale, ha obbligo di verità, ciò significando che non può perseguire un innocente. Viceversa la difesa, per sua natura, difende anche il colpevole, ed ha facoltà di “nascondere la verità”. Al di là di ciò, se il PM ha il dovere di “costruire” l’impianto accusatorio, operando una ricostruzione naturalistica dei fatti-reato e provando che l’imputato ne è l’autore, la difesa ha il solo compito di mostrare che tale ricostruzione è indimostrata, ma non di illustrare come si sono svolti i fatti. Il PM costruisce un castello di carte e la difesa lo deve abbattere: due compiti la cui difficoltà è radicalmente diversa, ciò legittimando l’attribuzione al PM di maggiori facoltà investigative e processuali.

Ma sulla base del nuovo art. 111 Cost. sono state introdotti due elementi processuali aberranti: l’inutilizzabilità in processo degli atti dell’indagine preliminare (salvo ricorso al rito abbreviato) e le indagini difensive. Il PM indaga, compie accertamenti tecnici, ascolta testimoni per lungo tempo e raccoglie le prove a carico degli indagati. Ma quando va a processo tutto il suo lavoro è inutilizzabile: bisogna ripetere tutto davanti al giudice. Un’assurdità. Ed alla luce di ciò è ancor più assurdo consentire all’indagato di svolgere “indagini difensive”: se nulla valgono a processo gli atti della polizia giudiziaria e del PM, che spessore processuale possono avere quelli del reo? L’unico scopo plausibile è di protrarre l’inchiesta, ritardare il giudizio, intralciare l’attività del PM. Tanto più che nel nostro ordinamento è incomprensibilmente consentito all’indagato-imputato di mentire, non essendo previsto il reato di spergiuro. A chi sostiene che le indagini difensive rafforzano i diritti degli indagati a fronte di una possibile accusa ingiusta, va risposto che esse sono esperibili solamente dagli cittadini più che abbienti, ricchissimi, non certo ai malcapitati finiti per errore in un procedimento penale. In tali casi, come la cronaca giudiziaria dimostra, è la ricchezza degli strumenti investigativi del PM (intercettazioni, test scientifici, eccetera) a poterne garantire il proscioglimento.

Si tratta di alcune delle microriforme procedurali volute da un potere contiguo al crimine che altre ne ha varate: incompatibilità fra GIP e GUP, art. 415 bis c.p.p. eccetera.

Uno dei risultati è la vergogna nazionale per eccellenza: processi penali che durano interi lustri, con conseguente prescrizione della maggioranza dei reati, offendendo la coscienza civica di ognuno prima ancora che le vittime.

c) I collaboratori di giustizia.

Lo scopo principale della riforma nota come “giusto processo” è quello di privare gli investigatori antimafia dello strumento che aveva consentito lo svolgimento del maxiprocesso. Dalla sua entrata in vigore le dichiarazione dei cosiddetti pentiti hanno valore solo se ripetute in aula; e quando si tratta di narrazioni di mesi e mesi che ricostruiscono anni di attività criminale, si tratta di un’operazione titanica.

Ma non è il solo ostacolo all’uso dei collaboratori di giustizia, che dal 2001 (legge ordinaria voluta dal governo Berlusconi) hanno soli 180 giorni di tempo dall’avvio del programma di collaborazione-protezione per rivelare agli investigatori quanto a loro conoscenza. Un lasso di tempo insufficiente a rivelare lo sviluppo e la vita di una organizzazione criminale. Senza contare l’automatico sequestro dei loro beni.

La conseguenza è che la figura del collaboratore di giustizia nelle indagini antimafia si è quasi estinta ed il contrasto a Cosa Nostra, camorra e ‘ndrangheta si è enormemente complicato.

Gli stessi soggetti che a parole celebrano Falcone e Borsellino ne hanno abolito il principale strumento investigativo.

d) La legge Simeone e gli altri benefici procedurali.

In Italia ogni pena detentiva inferiore a tre anni non viene scontata, ma sostituita con qualcosa di alternativo (multa, sospensione condizionale, affidamento ai servizi sociali). Ma con una pena di tal genere vengono spesso puniti reati gravissimi, stante la mitezza delle pene solitamente inflitte dai nostri Tribunali in virtù dei molti benefici procedurali previsti dal codice. Basti pensare che l’omicidio è solitamente punito con la pena di 16 anni di reclusione, ottenuta sommando allo sconto garantito dal rito abbreviato quello ottenibile con il concordato in appello.

Applicando la stessa strategia processuale, reati gravi come l’estorsione, la bancarotta fraudolenta, lo spaccio di droga, l’associazione a delinquere, eccetera vengono parimenti puniti con pene contenute, e la funzione deterrente della pena, anche in considerazione della durata spropositata dei processi, evapora. Nei rari casi in cui un processo giunge a sentenza di condanna, la pena è minima, se confrontata con la gravità del fatto.

e) I white collar crimes, l’autoriciclaggio e le “leggi ad personam”.

La sostanziale depenalizzazione del “falso in bilancio”, voluta dal centrodestra nel 2002, non è una legge “ad personam” per neutralizzare uno dei processi milanesi a Silvio Berlusconi. O perlomeno non solo.

La normativa antecedente era lo strumento utilizzato dai magistrati per combattere il reato mafioso per eccellenza: il riciclaggio. In fase investigativa, infatti, è alquanto difficile aprire un fascicolo per detto reato, dal momento che per contestarlo è necessario avere elementi di prova acquisibili con indagini di polizia. Era invece possibile aprire l’inchiesta per falso in bilancio (chi ricicla commetteva automaticamente falso in bilancio) per poi approfondire i fatti. Ora ciò non è più possibile, ovvero è molto più complicato.

Lo stesso discorso vale per le tante leggi che hanno depotenziato il contrasto ai crimini dei colletti bianchi, come ad esempio la riduzione a tre anni della pena massima per “abuso d’ufficio” cosicchè in tal caso non sono possibili le intercettazioni telefoniche.

L’Unione Europea ci impone da tempo di uniformarci alle legislazioni degli altri paesi rendendo punibile l’”autoriciclaggio”. Ma il nostro Parlamento rinvia di anno in anno, con la conseguenza che lo spacciatore di droga, lo sfruttatore della prostituzione, il trafficante d’armi, il truffatore, benché arrestato e condannato, può reinvestire i proventi del reato e goderne i frutti una volta scontata la (mite) pena.

Sono solo esempi, ribadisco, di una legislazione criminogena, a senso unico, apparentemente pensata per salvare alcune persone, ma di cui beneficiano tutti i criminali, fra cui i mafiosi ed i collusi.

Fin dai tempi di Falcone e di Borsellino emerse che il nuovo fronte nella lotta alla criminalità organizzata era nei settori della società contigui ai criminali, quelli dei cosiddetti colletti bianchi. Consulenti, commercialisti, avvocati, imprenditori, banchieri, politici, poliziotti, magistrati collusi con le organizzazioni mafiose che consentono ad esse di sottrarsi alle investigazioni e di godere di reinvestire i proventi delle attività illecite. La legislazione vigente è ipocritamente pensata per impedire le indagini su questo tipo di delinquenti, tanto che non risulta che ve ne siano di detenuti, pur essendo noto che si tratta di una area consistente della popolazione, soprattutto in certe regioni.

f) La legge Cirielli e l’indulto.

Il significato della prescrizione, in tutte i sistemi giudiziari avanzati, è semplicissimo: se un reato non viene denunciato, scoperto, entro un lasso di tempo di durata proporzionale alla sua gravità, esso è estinto e l’autore non è punibile.

Nella nostra assurda giurisprudenza la prescrizione ha assunto un significato del tutto diverso, assumendo il rango di strumento difensivo: se il processo per un certo reato dura un lasso di tempo di durata sufficientemente lunga, l’imputato viene “prosciolto”.

Si tratta, come chiunque può comprendere, di una intollerabile assurdità, in base alla quale lo Stato dissipa risorse enormi per celebrare processi inutili.

E a destare indignazione e rabbia è l’inaccettabile riduzione dei tempi di prescrizione introdotta con la legge Cirielli, unitamente alla prescrizione autonoma in caso di continuazione ed alla dipendenza del tempo di prescrizione dalle caratteristiche del reo (recidiva). Una riforma, la Cirielli, che ha sostanzialmente depenalizzato intere categorie di reati che, con una accorta strategia difensiva sono destinati quasi sempre alla prescrizione. Si tratta proprio, guarda caso, dei crimini dei colletti bianchi di cui al punto precedente.

Ben poco c’è da dire sull’indulto del 2006: un regalo alla criminalità che nulla ha prodotto sul piano del sovraffollamento delle carceri, come si pretendeva di farci credere. In realtà tanti condannati, che, per evitare il carcere, avrebbero potuto collaborare e fornire preziosi elementi agli inquirenti, hanno vista estinta la pena, così potendo tenere per loro importanti segreti. L’indulto è stata una insopportabile violazione del senso di giustizia, una legalizzazione dell’abuso.

g) Le intercettazioni.

Su quest’argomento vale la pena riportare le parole di Roberto Scarpinato, magistrato antimafia, Pubblico Ministero nel processo Andreotti, procuratore aggiunto a Palermo.

“Non è un caso che le intercettazioni siano diventate il punto di attacco fondamentale del sistema politico, perché ormai si è costruito un sistema di omertà blindato… l’unico momento di visibilità di come viene esercitato il potere sono le intercettazioni, sono le macchine, che ci fanno sentire in diretta l’autentica voce del potere; e quando c’è un potere che opera nell’illegalità, questo è diventato l’unico tallone di Achille che consente a noi di vederlo… ecco perché la riforma delle intercettazione deve passare, perché da quel momento in poi non sapremo più cosa succede in questo paese… Ci siamo battuti in questi anni per arginare l’avanzata della criminalità in Italia e renderci conto che stanno facendo saltare gli ultimi anticorpi, che ci stanno disarmando, che stanno consegnando il paese alla criminalità, ci lascia sgomenti e interdetti…In un paese come questo, ….dove soltanto le macchine, le microspie, svolgono una funzione di opposizione, di visibilità democratica, quando anche le macchine saranno messe a tacere, io credo che questo paese sarà messo a tacere.”

Non servono altre parole, credo.

h) La gerarchizzazione delle procure e la persecuzione disciplinare.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano giudici istruttori, magistrati cioè che disponevano pienamente delle loro indagini, che “costruivano” il processo. E sono stati uccisi. Ora il nuovo codice non permette più di svolgere inchieste come ai loro tempi, poiché le funzioni di giudice istruttore sono distribuite fra pubblico ministero, giudice per le indagini preliminari e giudice per l’udienza preliminare.

Già questo semplice fatto è sufficiente a frenare l’azione di contrasto alla criminalità, poiché si rende necessaria una unità di intenti fra più soggetti che difficilmente si realizza. Ma al potere politico questo non è bastato: la gerarchizzazione delle procure e l’obbligo dei sostituti di sottoporre alla controfirma del procuratore capo ogni loro atto, rende controllabili, manovrabili, le procure stesse, agitando la minaccia dell’azione disciplinare.

Lo sconcertante, gravissimo caso di Salerno, dove tre magistrati sono stati sottoposti a processo disciplinare sommario e puniti con spaventosa severità per atti che in realtà paiono legittimi, è lo specchio di come il potere politico intende manovrare la magistratura inquirente: chi osa indagare la politica verrà punito, e il procuratore che non reprime i suoi sostituti attivi in tal senso verrà cacciato dall’ordine giudiziario. E’ semplicemente devastante.

i) Perché?

Molto altro si potrebbe dire, in aggiunta ai punti precedenti, ma spero che gli esempi che ho portato diano un quadro sufficiente. Ho dedicato largo spazio alla voce “giustizia penale”, delle tre che occupano questa lettera aperta, per una ragione molto semplice. E’ comprensibile che una fazione politica maggioritaria desideri controllare l’informazione, estendere la propria egemonia, accrescere i poteri dell’esecutivo, espandere il proprio consenso. In questo l’attuale maggioranza fa quello che ci si potrebbe attendere, seppure con intollerabile spregiudicatezza ed assenza di scrupoli democratici.

Ma come si può spiegare questo accanimento pervicace nello smantellamento dell’azione di contrasto alla criminalità? Come è possibile che un governo distrugga la propria giurisdizione penale, ovvero l’unico strumento cui non può ontologicamente rinunciare?

La risposta non può essere che una. Il potere politico nazionale attualmente al potere è ostaggio della criminalità, che da dietro le quinte delle istituzioni, dirige come burattini parlamentari e ministri, assessori e funzionari dello Stato.

La sentenza Cinà-Dell’Utri ci offre la descrizione di come la criminalità organizzata si è avvicinata ed impadronita dei gangli del potere politico ed economico, e dobbiamo esserne consapevoli. Tanti altri casi analoghi si sono verificati e si stanno verificando, in una generale metastasi criminale del paese.

5. La narcorepubblica.

Alla luce di ciò dobbiamo leggere gli allarmi che la stampa ci invia: “infiltrazioni mafiose nella ricostruzione dell’Abruzzo”, “infiltrazioni mafiose nella costruzione del Ponte sullo Stretto e nelle grandi opere”, “le mani della ‘ndrangheta sull’Expo 20015”, eccetera.

Se Cosa Nostra è la più potente delle mafie, a beneficiare ed approfittare dell’arretramento dello Stato sul fronte della lotta al crimine sono state tutte le organizzazioni analoghe che, progressivamente, grazie al riciclaggio dei proventi del traffico di stupefacenti e delle altre attività illecite, hanno divorato interi settori dell’economia nazionale: costruzioni, industria manifatturiera, impiantistica, turismo eccetera. L’apposito ufficio studi della Banca d’Italia stima che un terzo (un terzo!) dell’economia nazionale è “infiltrata” dalla criminalità organizzata, cioè ne subisce quantomeno i condizionamenti. Questo significa, tanto per renderci conto dell’argomento che stiamo trattando, che ogni cittadino italiano, nel momento in cui acquista, spende, consuma è un parziale ed inconsapevole riciclatore di denaro sporco.

E se così è dobbiamo ammettere una verità: benché membro dell’Unione Europea, il nostro paese è più simile alla Colombia, una sorta di stato canaglia che rischia di infettare il vecchio continente esportando la criminalità mafiosa. La strage di Duisburg ne è la prova più eclatante.

Paolo Borsellino lo illustrò chiaramente. La mafia degli anni prebellici era agricola, povera, cialtrona. Quella degli anni cinquanta e sessanta, urbanizzata, era parassitaria: lucrava sugli appalti pubblici taglieggiando le ricchezze che dal nord lo Stato destinava al meridione d’Italia. Ma rimaneva povera e quasi innocua per lo Stato che avrebbe potuto facilmente strangolarla: sarebbe stato sufficiente sorvegliare gli appalti per un lasso di tempo sufficientemente lungo.

La svolta avviene a metà degli anni settanta, quando le mafie meridionali scoprono il mercato della droga e divengono produttori di ricchezza. In pochi anni conquistano la prevalenza in Europa ed accumulano enormi capitali che riciclano al nord, con massicci investimenti nell’economia pulita, cha da allora pulita più non è. Falcone disse “Cosa Nostra sta entrando in borsa” alludendo ai contatti da lui individuati fra alcuni boss e il gruppo Ferruzzi. Borsellino riferì delle indagini su Dell’Utri e su Berlusconi che hanno portato alla condanna del primo nel 2004 (nove anni di reclusione). Entrambi, non a caso, sono deceduti poco dopo aver pronunciato quelle frasi e la penetrazione delle mafie nell’economia nazionale ha avuto la strada spianata.

6. L’editoria “giudiziaria”.

Chi dubita di quello che ho scritto è invitato a recarsi in libreria per riscontrare il fiorire di un genere editoriale tutto nuovo e tutto nostro, che chiamerei “letteratura giudiziaria”. Si tratta di volumi scritti da magistrati sotto forma di saggi o di libri intervista, ovvero di inchieste giornalistiche che riportano interi brani di indagini giudiziarie e/o di atti processuali. Decine, centinaia di volumi che si occupano della storia nazionale dalla fine della guerra ad oggi e che hanno un solo denominatore comune: la denuncia dell’espansione delle organizzazioni criminali nel paese e la loro conquista del potere politico ed economico. L’assoluta anomalia europea di tale fenomeno deve far riflettere.

7. Le inchieste.

Come sappiamo tutto ciò? Ce lo dicono, faticosamente, frammentariamente, timidamente, le indagini che pochi magistrati e poliziotti, sempre più isolati, perseguitati dallo Stato, calunniati dalla stampa di regime, continuano tenacemente a condurre. Ce lo dicono i pochi collaboratori che ancora hanno il coraggio di parlare dei legami fra mafie e potere politico-economico.

La sentenza Cinà-Dell’Utri costituisce uno dei pochi approdi processuali di tali inchieste, mentre, per fare un esempio, l’indagine della procura di Caltanissetta sui mandanti delle stragi di Capaci e di via d’Amelio (indagati Dell’Utri e Berlusconi) si è estinta per la pochezza degli indizi raccolti e, soprattutto, per gli ostacoli posti dalla politica e dal CSM ai magistrati che le conducevano. Basti dire che Luca Tescaroli, il magistrato che ha portato a processo e fatto condannare i boss responsabili materiali delle stragi del 1992, ora svolge funzioni di PM ordinario a Roma ed è stata addirittura respinta la sua richiesta di applicazione alla Direzione Distrettuale Antimafia.

Una menzione va fatta per il processo a Mori e De Donno, iniziatori della “trattativa” con Cosa Nostra per il mancato arresto di Provenzano. Attendiamo di conoscerne l’esito, ma soprattutto di intuire dagli atti brandelli di verità su quei fatti cruciali.

Inutile rammentare i casi De Magistris e Genchi, servitori della Stato per questo perseguitati, sospesi, trasferiti. Afferma il secondo di aver subito gli attacchi ed i provvedimenti che conosciamo perché, nelle indagini Why Not e Poseidone, aveva individuato gli stessi soggetti che agivano contro lo Stato nell’attentato Paolo Borsellino: chi? Lo sapremo mai?

Analoga sorte è toccata alle indagini sulle stragi del 1993 (Firenze, Roma, Milano) ed a tante altre sul riciclaggio, mentre resta del tutto oscura l’origine delle fortune economiche di alcuni protagonisti della vita economica nazionale recente. Giova ricordare che il Parlamento ha più volte respinto la richiesta di istituire su tale argomento una commissione d’inchiesta.

Giova ricordare per quali reati è stato condannato a nove anni di reclusione il SENATORE Dell’Utri, con sentenza 11 dicembre 2004.
—-
A) del delitto di cui agli artt. 110 e 416 commi 1, 4 e 5 c.p., per avere
concorso nelle attività della associazione di tipo mafioso denominata
“Cosa Nostra”, nonché nel perseguimento degli scopi della stessa,
mettendo a disposizione della medesima associazione l’influenza ed il
potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario ed
imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua
attività, partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento
ed alla espansione della associazione medesima.

E così ad esempio:

1. partecipando personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice
di Cosa Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali
agli interessi della organizzazione;

2. intrattenendo, inoltre, rapporti continuativi con l’associazione per
delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo di detto sodalizio
criminale, tra i quali Bontate Stefano, Teresi Girolamo, Pullarà Ignazio,
Pullarà Giovanbattista, Mangano Vittorio, Cinà Gaetano, Di Napoli
Giuseppe, Di Napoli Pietro, Ganci Raffaele, Riina Salvatore;

3. provvedendo a ricoverare latitanti appartenenti alla detta
organizzazione;

4. ponendo a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le
conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano.
Così rafforzando la potenzialità criminale dell’organizzazione in quanto,
tra l’altro, determinava nei capi di Cosa Nostra ed in altri suoi aderenti la
consapevolezza della responsabilità di esso DELL’UTRI a porre in essere
(in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte ad influenzare – a
vantaggio della associazione per delinquere – individui operanti nel
mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario.
Con l’aggravante di cui all’articolo 416 comma quarto c.p., trattandosi di
associazione armata.
Con l’aggravante di cui all’articolo 416 comma quinto c.p., essendo il
numero degli associati superiore a 10.
Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo
della associazione per delinquere denominata Cosa Nostra), Milano ed
altre località, da epoca imprecisata sino al 28.9.1982

B) del delitto di cui agli artt. 110 e 416 bis commi 1, 4 e 6 c.p., per avere
concorso nelle attività della associazione di tipo mafioso denominata
“Cosa Nostra”, nonché nel perseguimento degli scopi della stessa,
mettendo a disposizione della medesima associazione l’influenza ed il
potere derivanti dalla sua posizione di esponente del mondo finanziario ed
imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua
attività, partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento
ed alla espansione della associazione medesima.

E così ad esempio:

1. partecipando personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice
di Cosa Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali
agli interessi della organizzazione;

2. intrattenendo, inoltre, rapporti continuativi con l’associazione per
delinquere tramite numerosi esponenti di rilievo di detto sodalizio
criminale, tra i quali, Pullarà Ignazio, Pullarà Giovanbattista, Di Napoli
Giuseppe, Di Napoli Pietro, Ganci Raffaele, Riina Salvatore, Graviano
Giuseppe;

3 . provvedendo a ricoverare latitanti appartenenti alla detta
organizzazione;

4. ponendo a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le
conoscenze acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano.
Così rafforzando la potenzialità criminale dell’organizzazione in quanto,
tra l’altro, determinava nei capi di Cosa Nostra ed in altri suoi aderenti la
consapevolezza della responsabilità di esso DELL’UTRI a porre in essere
(in varie forme e modi, anche mediati) condotte volte ad influenzare – a
vantaggio della associazione per delinquere – individui operanti nel
mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario.

Con le aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell’art. 416 bis c.p., trattandosi di
associazione armata e finalizzata ad assumere il controllo di attività
economiche finanziate, in tutto o in parte, con il prezzo, il prodotto o il
profitto di delitti.
Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo
dell’associazione per delinquere denominata Cosa Nostra), Milano ed altre
località, dal 28.9.1982 ad oggi.

Quanti altri casi Cinà-Dell’Utri nasconde la nostra storia e la nostra attualità?

8. E la sinistra?

Ma in tutto questo, quale è stato il ruolo della sinistra, o meglio del centrosinistra? Nessuno. Né attivo né passivo. Assenza totale.

Se è vero che alcuni esponenti del centrosinistra sono stati sfiorati da alcune inchieste, è altresì vero che le loro responsabilità paiono irrisorie, nel quadro che ho tratteggiato.

Ma la Storia aveva affidato al centrosinistra uscito dalla fine del Pci un compito storico: fermare la scalata al potere del crimine organizzato, arrestare l’ascesa di Silvio Berlusconi, difendere l’assetto democratico voluto dai costituenti ed i principi contenuti nella Carta del 1948. A questo appuntamento i dirigenti del centrosinistra sono mancati clamorosamente, e consegnano i loro nomi alla Storia come degli incapaci, degli inetti, degli sconfitti. Non serve che ripercorra le tappe dei loro balbettii, dalla bicamerale alla caduta di Prodi; dalle svariate rotture a sinistra alla “vocazione maggioritaria” di Veltroni. Essi non hanno saputo o voluto opporsi all’ascesa dell’attuale presidente del consiglio, finendo per esserne inconsapevoli alleati: hanno raccolto il consenso popolare ostile al Cavaliere ma non lo hanno usato contro di lui, lo hanno narcotizzato. In tal modo, con la loro condotta ambigua, codarda, interessata e talvolta collusa, hanno neutralizzato la voce sana della società civile che si opponeva fermamente alla realizzazione del progetto di chi tiene ora il paese sotto il tallone; all’instaurazione del nuovo regime italiano.

E ancora oggi perseverano: non ho udito una sola voce, da parte del PD, in difesa di De Magistris e dei pubblici ministeri di Salerno; né di Gioacchino Genchi. Al contrario Rutelli si è iscritto nell’elenco dei persecutori di quest’ultimo abusando del suo potere di presidente del Copasir.

“FORSE” e’ venuto il momento di voltare pagine. Radicalmente. Ponendo la lotta alla criminalità al centro dell’azione politica, ricuperando il senso della giustizia e della moralità pubblica, restituendo agli italiani l’economia del paese, ridando fiducia alle vittime del sopruso. Si tratta di cominciare, quantomeno di cominciare.

Perdonate la prolissità e chiedo anche scusa per la forma mediocre di questo testo. Scrivere non è il mio mestiere. E poi in questi giorni scrivo con una mano sola (la sinistra!).

Sandro Zagatti

Riferimenti essenziali.

– Scarpinato: “Il ritorno del Principe” Chiarelettere
– Pinotti-Tescaroli: “Colletti sporchi” Chiarelettere
– Tinti: “Toghe rotte” Chiarelettere
– Tinti: “La questione immorale” Chiarelettere
– Gomez-Travaglio: “Lo chiamavano impunità” Editori Riuniti
– Barbacetto-Gomez-Travaglio: “Mani sporche” Chiarelettere
– “La trattativa”, http://www.antimafia2000.com
http://www.lavocedellevoci.it
– Costituzione della Repubblica Italiana
– Vulpio: “Roba nostra” Il saggiatore
– Tribunale di Palermo: sentenza Cinà-Dell’Utri
– Convegno di “Magistratura Democratica”, relazione finale, marzo 2009
– Grasso: Lectio Magitralis I.S.T.I. Arma Carabinieri
http://www.beppegrillo.it
– Tribunale di Caltanissetta: decreto di archiviazione del procedimento Berlusconi-Dell’Utri.
– Travaglio: “Lo strano caso del generale Mori” Micromega n. 1 2009

One Response to Lettera aperta al Partito Democratico.

  1. Elio Manfredini ha detto:

    Sentieri e pensieri uccisi, quasi ovunque. Non interessano, uccisi dalle ambizioni, dall’invidia antidemocratiche, quasi ovunque, anche le parole, se sono azioni sono vietate, possono essere comunicate attraverso i pensieri, comunichi se sei scelto da chi per farlo deve avere ambizioni, le ambizioni sono l’aids dei pensieri, importa la parvenza, come il modo disonesto di cerabrare i congressi vietando la parola, diventando camorra congressuale come mai era capitato così come adesso, così è qui dove da più anni a governato la sinistra, mi dispiace. State bene.
    Elio Manfredini.

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