Il PD a Franceschini.

Lo svolgimento dell’assemblea nazionale che ha eletto Franceschini segretario del PD ha offerto un quadro autentico dello stato del partito. Formalmente nata con la grande partecipazione popolare alle primarie del 14 ottobre 2007, la nuova formazione del centrosinistra italiano si consegna nelle mani di un dirigente cooptato alla segreteria da colui che è stato criticato (più o meno severamente) da tutti gli oratori di oggi per i suoi molti errori, ma soprattutto per una precisa responsabilità gestionale: assenza di democrazia interna. E per un partito che si qualifica nel nome solo e soltanto come “democratico” non è cosa da poco.

Andiamo alle origini, alle prime mosse del segretario dimissionario. Ad Orvieto, quando si profilavano le elezioni anticipate, Veltroni annunciò: il partito democratico “andrà da solo”. Era la fine dell’Unione. Chi lo aveva deciso? Lui. Con quell’atto, dirompente rispetto al passato prodiano fatto di larghe intese e di progetti ampiamente inclusivi, l’ex sindaco di Roma chiarì a tutti che egli intendeva il partito come una organizzazione verticistica e gerarchizzata, nel quale la linea è scelta dal segretario e da lui solo, specularmente allo schieramento opposto.

E non a caso l’azione politica susseguente fu improntata a questo schema bipolare e autolesionista. Chiuse le porte in faccia agli ex alleati, Veltroni puntò ad un improbabile ed indefinito “dialogo” con Berlusconi, fra lo sconcerto degli elettori di centrosinistra, memori della beffa della bicamerale che era costata carissima a D’Alema.

Una scelta suicida. Nello scampolo di legislatura a (risicata) maggioranza dell’Unione si sarebbe potuto reintrodurre il voto di preferenza, che avrebbe quantomeno reso più difficile a Berlusconi produrre un parlamento composto dai suoi servi. Ma il vertice del PD preferì mantenere il controllo politico degli eletti, ansioso di conservare i posti per sé e per i giovani da cooptare, sacrificando il valore della partecipazione degli elettori in nome del rinnovamento di facciata, impersonato dall’incolpevole Marianna Madia e prefigurato dall’elezione delle assemblee costituenti del partito sulla base di liste bloccate.

Da allora Veltroni ha pervicacemente ripetuto l’errore, portando avanti un progetto fatto di partecipazione tanto pletorica quanto fittizia, dove al militante è data l’illusione di concorrere all’attività del partito, mentre la linea politica è in realtà decisa altrove, secondo criteri imperscrutabili perfino per i più navigati cronisti politici. Il “partito liquido” è divenuto un partito magmatico, dove non è chiaro chi decide e cosa, dove D’Alema può dire di essere un semplice iscritto e al tempo stesso essere percepito come mallevadore del prossimo segretario.

Tutto questo è emerso chiaramente nel dibattito odierno, nel quale tutti gli oratori (sia che fossero a favore dell’elezione di Franceschini, sia che fossero per lo scioglimento dell’assemblea e dell’indizione immediata di elezioni primarie e del congresso) hanno elencato i difetti del partito, declinando in varie forme l’unico vero male: una democrazia interna inesistente che ha prodotto la lacerazione del legame fra dirigenti ed elettorato tradizionale. Ed un partito di massa che perde il proprio elettorato (a colpi di decine di punti percentuali ad ogni elezione), che speranze ha di coltivare una “vocazione maggioritaria”?

In fondo il dibattito ha ben raffigurato il dramma di un partito che deve fare ciò che non è stato fatto in sedici mesi: tesseramento, selezione di adeguata classe dirigente, gestione delle alleanze, eccetera. Tutto quello che serve per affrontare le elezioni e che si è costretti ad affidare ad un nuovo segretario che tutti definiscono “vero” e non “reggente o temporaneo”, ma che si è egli stesso definito tale, affermando che il suo mandato scadrà ad ottobre, al congresso. Appuntamento al quale ha dichiarato di non volersi ricandidare. Si sa che il suo successore designato è Bersani.

Il discorso programmatico di Franceschini è stato tutto rivolto al vertice, con qualche concessione alla platea dei membri dell’assemblea. La voce di chi ha invocato la rottura della membrana che separa la massa degli elettori dall’organigramma dei dirigenti ed aspiranti tali (una fra le tante, quella di Gad Lerner) è stata soffocata dalla rivendicazione centralistica di chi ha costruito fin qui il partito, lavorando gomito a gomito con Veltroni e condividendone le scelte. Esemplare il brano dedicato al radicamento, incardinato sui circoli di partito nei quali gli aderenti sono chiamati a discutere dei “problemi del territorio” (immagino che si alluda con ciò alle fermate degli autobus, all’arredo urbano, allo spurgo dei tombini ed alle bocciofile) e non certo di politica. Quella spetta ad altri.

Ma i discorsi dei vari oratori intervenuti hanno esibito il vero nodo: il partito democratico rifiuta la memoria, rimuove il recente passato, suo e del paese; appare incapace anche solo di guardare le ragioni della sua crisi. E l’esito di questa incapacità si riflette nella giubilazione di Veltroni e nella sua sostituzione con il suo vice.

Sul piano sostanziale sono state invocate due cose: la Costituzione e la crisi economica. Nulla sulla nascita del potere mediatico di Berlusconi, nulla sull’incapacità di affrontarlo, nulla sull’incapacità di difendere elementari principi di legalità di fronte all’offensiva della destra (nessuna legge sul conflitto di interessi, mancata abolizione delle “leggi vergogna”), nulla sul doppio siluramento di Prodi, nulla sull’incapacità di costruire alleanze politiche, nulla sugli errori personali commessi da singoli leader (si pensi al caso Unipol). Ed inoltre la parola “sinistra” (che evidentemente provoca vergogna in chi se ne è fregiato per una vita intera) è stata pronunciata da un solo esponente: Castagnetti. Dietro a questa rimozione c’è il timore di dover evocare le lacerazioni interne e soprattutto di dover “processare” quei dirigenti (attuali o passati, reali od occulti) che hanno commesso errori storici imperdonabili erodendo il credito di fiducia che era il grande patrimonio del partito.

Il patrimonio della “diversità” e della “superiorità morale” della sinistra è stato intaccato dalla commistione dei dirigenti di centrosinistra con settori (a volte anche poco limpidi, si pensi al caso campano) dell’economia e dall’arrendevolezza davanti a Berlusconi. Questo resta un nodo centrale. Il partito democratico, così come i partiti che lo hanno generato, non ha saputo discutere al proprio interno e selezionare i dirigenti in base ai meriti ed ai demeriti accumulati. E l’esistenza di questi “scheletri deboli” pesa sulla storia del pd e sulla sua credibilità di fronte agli elettori, che hanno cominciato a vederlo non come un antagonista della destra, ma come il suo naturale e funzionale complemento: l’opposizione debole che serve al governo del capo; niente più che un settore della casta. Non a caso mai è stato nominato Di Pietro e non si sono sentite parole sulla Giustizia. Mafia e criminalità non sono state menzionate.

Franceschini sarà forse un buon gestore dei rapporti fra capi, un collante della classe dirigente, un calmante contro le fibrillazioni interne. Ma proprio per questo ben difficilmente potrà superare questo limite.

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3 Responses to Il PD a Franceschini.

  1. maria ha detto:

    15:09 Cacciari: “Ridicola la scelta tra Franceschini e Parisi”

    “Che Dio accolga coloro che vogliono perdere”. Il sindaco di Venezia Massimo Cacciari sceglie il quotidiano online Affaritaliani.It per commentare la decisione dell’assemblea nazionale del Partito Democratico di non andare subito alle primarie ma di eleggere un nuovo segretario. “Era la soluzione più scontata e anche la peggiore. Almeno le primarie – spiega Cacciari – avrebbero creato un po’ di movimento anche se non sarebbero andate assolutamente bene. L’unica soluzione era il congresso. Ma così hanno deciso… Pace all’anima loro”. “Certo che un partito chiamato a decidere tra Franceschini e Parisi il leader, rasenta il ridicolo”, conclude.

    A me Cacciari non è particolarmente simpatico, però spesso sono costretta a dargli ragione… Nel dibattito mancava proprio tutto, nel senso delle cose che interessano la gente (Chi decide la linea?,Giustizia, testamento biologico, leggi vergogna, lodo Alfano, ecc…). E allora che cosa è stato? Neppure un’operazione estetica. Viene ribadita la casta. Nessuno è colpevole. Andiamo avanti a vista, con massicce dosi di analgesici…affidandoci alla clemenza della Santa Sede e al sostegno di Rutelli e Finocchiaro.

  2. sandrozagatti ha detto:

    I dirigenti chiamano il gregge per ratificare una scelta preconfezionata. Non cambia nulla.

  3. Alessandra D. ha detto:

    Io condivido quanto detto da Cacciari…!!!

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