Il pastrocchio Alitalia.

Nel giudicare un piano che nei dettagli non è pubblico occorre cautela. Va bene. Però qualche cosa la si è capita e cerchiamo di capire come è stata “risolta” la questione Alitalia dal governo.

Il piano dell’esecutivo ha essenzialmente due ingredienti: l’individuazione di un gruppo di investitori italiani disposti a rilevare parte delle attività della compagnia e il varo di una serie di provvedimenti ad hoc per consentire il trasferimento di proprietà, derogando alle normative antitrust e dalla disciplina vigente nota come “legge Marzano” sulle aziende “decotte”.

Innanzitutto ci si deve chiedere se è corretto o no che il governo vada a caccia di investitori per una compagnia di cui è socio al 49%. A occhio e croce qualche dubbio lo si potrebbe avere, ma non è certo la prima volta che ciò accade (i casi Telecom e Autostrade sono mirabili precedenti). Alitalia ha poi un rilievo politico tale che non si deve sottilizzare troppo, visto che sono in ballo molti posti di lavoro. E, in linea di principio, anche l’emanazione di norme specifiche potrebbe sembrare legittimo per far fronte ad un caso eccezionale. A me sembra però che di queste due cose se ne dovrebbe scegliere una sola. O il governo vara una normativa specifica per liquidare (parte di) Alitalia mettendone sul mercato le attività in modo che tutti possano fare un’offerta; oppure sceglie un acquirente cui vendere nel rispetto delle leggi in vigore. Siamo di fronte invece ad un governo che sceglie l’acquirente e poi adatta le regole a seconda delle condizioni che questo pone.

Non serve essere esperti in diritto dell’economia per capire che siamo di fronte ad un pastrocchio indigeribile dal punto di vista astratto, ma che si trova in linea con lo stile italiano nelle privatizzazioni. Ogni compagnia pubblica italiana passata ai privati è sempre stata acquistata alle condizioni dell’acquirente. Chi ha memoria ricorderà lo scandalo Enimont, quando lo Stato cedette ai Ferruzzi la Montedison varando al contempo una norma ad hoc che defiscalizzava l’operazione. La megamazzetta che Raoul Gardini versò ai partiti per ottenere quell’esenzione fu definita dai magistrati di Mani Pulite “la madre di tutte le tangenti”. Sono passati gli anni e le cose si ripetono uguali: lo Stato regala e per farlo aggiusta le regole. Allora i partiti intascarono la loro parte. Questa volte forse non serve, e non occorre spiegare perché: partiti politici ed imprese formano ormai un unico coacervo di persone e di interessi, per cui “ungere le ruote” non serve più.

Di peggio c’è che il commissario di Alitalia venderà la parte “buona” di Alitalia agli investitori e scaricherà sullo Stato i debiti della parte “cattiva”. Chiamiamo le cose con il loro nome: il commissario Fantozzi è chiamato a svolgere i compiti che normalmente toccano al curatore fallimentare e questa operazione di scorporo e cessione si chiama bancarotta fraudolenta postfallimentare. Che poi, a ruota, seguano una caterva di altri reati accessori (bancarotta preferenziale ed altro) non è nemmeno il caso di dirlo.

C’è poi da chiedersi cosa mai se ne faranno di Alitalia questi nuovi padroni, uno solo dei quali opera nel settore del trasporto aereo ed ha il merito di aver accumulato con la sua compagnia AirOne cento milioni di debiti. Dice il piano che essi dovranno mantenere la proprietà per almeno cinque anni. Ma avendo essi comprato grazie ad una deroga ad hoc alla legge, mi spiegate perché dovrebbero rispettare le clausole di un contratto di vendita? Da chi può far cancellare una legge con un tratto di penna ci si può aspettare che si attenga a clausole contrattuali private? Viene quasi da ridere. E se un domani qualcuno volesse far loro rispettare quanto hanno sottoscritto essi, per sottrarsi, non dovranno neppure fare sforzi di fantasia, perché la formula è già pronta: “si fa come dico io o è il fallimento”. Eh già, non vorrete mica sbattere migliaia di famiglie in mezzo ad una strada? Argomento con il quale si potrebbe (anzi, senza condizionale, si può) giustificare qualsiasi nequizia. Il ricatto occupazionale ha sempre funzionato: nell’Italia che privatizza i profitti e statalizza le perdite, minacciare il licenziamento dei dipendenti per ottenere finanziamenti pubblici è stata ed è prassi consolidata. E così sarà in questo caso, visto che ad Epifani il Presidente del Consiglio manda a dire che “i sindacati non potranno che dire di sì”.

Spero vivamente che la Commissione Europea si faccia sentire; non con una multa che graverà su di noi (insieme a tutte le altre che ci appioppa) ma dicendo di no: questo pastrocchio non si può fare.

3 Responses to Il pastrocchio Alitalia.

  1. maria ha detto:

    Sono rimasta molto colpita da questo DUALISMO dogmatico: Parte buona e parte cattiva. Suggerimenti di Tremonti o Manicheismo di ritorno?
    Una trovata magnifica… e l’ho sentito dire, con le mie orecchie, da lui, in conferenza stampa. Così come l’ho sentito dire che i sindacati non potranno che dire di sì e accetteranno il dato di fatto.
    Fai bene a ricordare la “madre di tutte le tangenti” del mio dirimpettaio ravennate, tanto una brava persona, che si è mangiato tutti gli immobili della mia famiglia, oltre ad aver inquinato col petrolchimico mezza laguna di venezia.
    Ma lui, almeno, ha avuto la dignità di suicidarsi.
    Oggi invece, la sfrontatezza con cui agiscono lascia basiti e increduli.

  2. sandrozagatti ha detto:

    La divisione in “parte buona” e “parte cattiva” non è invenzione di alcuno. Magari fosse così, sarebbe il segno di avere al governo perlomeno soggetti fantasiosi. In realtà tale partizione è ciò che avviene normalmente in ogni procedura fallimentare: si registrano le “attività” e le “passività” (ovviamente il controvalore delle seconde eccede insanabilmente quello delle prime, in ciò risiedendo ontologicamente la nozione di fallimento); quindi si alienano le attività per colmare parziamente le passività, ovvero liquidando, secondo ripartizioni e procedure rigorosamente stabilite dalla legge, i creditori.

    Nel caso Alitalia si è (finora) evitata la sentenza di fallimento con degli osceni prestiti in carico all’erario (prestare soldi ad un’impresa in stato prefallimentare è un crimine economico), quindi si procede alla cessione delle attività ad una accolita di beneficiari scelti in base alle preferenze politiche, personali o non so cosa del governo, sottraendosi agli obblighi verso i creditori e verso gli azionisti.

    Diciamo che più che ad una procedura fallimentare pilotata, tutta l’operazione assomiglia ad una rapina.

    Mi resta sinceramente il dubbio di quale sarà la sorte della “bad company” successivamente alla procedura di scorporo e cessione. In caso di fallimento (e non vedo alternative) non capisco cosa dovrebbe impedire al curatore di avviare una revocatoria di tutta la la liquidazione, ivi compresa il subentro della nuova compagnia. Boh. Forse le minacce?

  3. maria ha detto:

    Grazie della spiegazione, non sono certo un’esperta di procedure fallimentari, e faccio fatica a capire anche come funziona un assegno o un bonifico, figurati: per cui mi piaceva immaginare che la creatività di qualcuno si fosse messa al servizio degli interessi delle banche e dei marpioni.

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