L’era di Silvio.

E’ scomparsa l’opposizione, è sparita l’opinione pubblica, l’Italia è cambiata senza che ce accorgessimo.

Queste sono le riflessioni che abbiamo letto nel mese di agosto dell’anno XV dell’era di Silvio.

Prima di discutere tali affermazioni faccio due conti sulle dita delle mani. Le prossime elezioni politiche si terranno nel 2013, a venti anni esatti dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e del messaggio “della calza” inspiegabilmente trasmesso a reti unificate o quasi.

Venti anni sono più di quelli trascorsi fra la marcia su Roma e la dichiarazione di guerra, più di quelli che dividono il varo delle “leggi fascistissime” dal voto sull’Ordine del Giorno Grandi al Gran Consiglio del Fascismo. Il doppio del tempo trascorso fra la nomina di Hitler a Cancelliere dei Reich e la battaglia di Kursk, che segnò l’inizio della inesorabile ritirata della Whermacht. Sono più degli anni dei governi centristi, fra la fine della guerra e la nascita del primo gabinetto di centrosinistra; più degli anni di governo della Destra storica dopo l’Unità d’Italia; più degli anni di governo di Giovanni Giolitti ad inizio secolo. E si potrebbe continuare.

Ma non deve sfuggire che alle prossime elezioni voteranno elettori che in quel 1993 che vide l’ingresso in politica del Cavaliere non erano neppure nati, e che sono cresciuti vedendolo dominare la scena politica, mediatica, culturale e sportiva nazionale.

Va aggiunto che solamente una serie di (fortunate) coincidenze ha impedito fino ad ora a Berlusconi di conquistare il ruolo di Capo dello Stato, realizzando una sorta di identità monarchica fra vertice delle istituzioni e premier che nella tradizione europea ha prodotto soprattutto sciagure. Temo che verrà il giorno in cui il Quirinale diventerà il domicilio dell’attuale Presidente del Consiglio, con sua sostituzione a Palazzo Chigi di un mero replicante. La composizione dei gruppi parlamentari del PdL illustra nitidamente come Berlusconi concepisca familisticamente e verticisticamente l’organizzazione del potere.

La prima cosa che mi domando è: come è potuto accadere tutto ciò? Quale misterioso baco nazionale ha consentito ad un privato cittadino di impadronirsi dei gangli dello Stato? Le costituzioni europee, l’organizzazione degli Stati sono attrezzate verso questo pericolo e, quando si palesa, le istituzioni reagiscono. Quando un soggetto cresce e si espande fino ad insidiare l’autonomia degli organi pubblici, in un modo e nell’altro, viene fermato. Così accade abitualmente. Non così nel caso di Berlusconi, che ha saputo sfondare le barriere frapposte dai partiti, dalle cariche istituzionali e dalla magistratura. Si dirà che ciò è avvenuto grazie alla forza mediatica del suo impero editoriale, e ciò è sicuramente vero. Ma un secondo elemento sta nella cronica, endemica debolezza dello Stato italiano e dalla scarsa fiducia che le istituzioni godono fra la popolazione. Perché se Berlusconi ha potuto svillaneggiare ripetutamente l’intero corpo giudiziario senza suscitare un sommovimento generale a lui contrario, lo si deve anche alla diffusa diffidenza degli italiani verso le toghe. E analogo discorso vale per la stampa, per i sindacati e per i partiti che gli si sono opposti nel corso degli anni.

Ed hanno sbagliato i partiti, laddove hanno delegato agli organi istituzionali (anzi, alla sola magistratura) un’opera di contrasto che andava condotta anche sul piano strettamente politico, per esempio arginando e contenendo l’espansione della corporation del biscione nel settore dei media.

Davanti all’offensiva dell’uomo di Arcore, gli italiani, anziché stringersi attorno alle istituzioni sostenendone l’indipendenza dalle mire appropriative del Cavaliere, hanno preferito rimanere spettatori, nel dubbio non valesse poi la pena di spendersi per sbarrargli il passo. Se, da un lato, la pessima prova che avevano dato i partiti tradizionali legittimava questa inerzia, essi hanno dimenticato che occorre sempre distinguere fra l’Istituzione e chi la incarna. In parole povere, la pochezza dei parlamentari non deve tradursi nel disprezzo per il Parlamento. Perché della nostra Repubblica è sempre stato difficile andare fieri, ma è anche vero che è l’unica che abbiamo, e andrebbe conservata con cura.

La seconda domanda che ci si pone è ovviamente questa: “e adesso?”

E’ pensabile una reazione dell’opinione pubblica? Esiste un sentimento potenzialmente maggioritario che possa opporsi alla situazione attuale? Oppure solamente un grave rovescio nazionale può scuotere il paese e ricondurlo a ricostruirsi? E ognuno di noi, di noi che non accettiamo questo stato di cose, che non tolleriamo lo scempio che viene consumato del nostro paese, che dovrebbe fare? Ammesso che possa fare qualcosa.

Una cosa mi sento di dire. Non ci si può affidare ancora a chi ha consentito che si producesse questo stato di cose. L’attuale classe dirigente del fu centrosinistra non può legittimamente accreditarsi come guida di chi si oppone al “pensiero unico”. A mio modo di vedere, Veltroni ha gravi responsabilità nell’attuale stato di cose. Smobilitando l’Unione senza alcuna formula alternativa, senza alcuna proposta forte, ha di fatto ammesso, agli occhi degli italiani, che il pensiero unico esiste ed appartiene agli altri. Che la sinistra è (l’inutile, vano, vacuo) corollario parlamentare all’azione del governo di Arcore. Pur affermando di volersi opporre al pensiero unico, Veltroni dimostra di esserne la prima vittima, di averlo subito per primo.

Quanto a noi singoli cittadini, dobbiamo innanzitutto porre al primo posto nei nostri pensieri il principio dell’etica pubblica. Perché quello che viene sprezzantemente e semplicisticamente classificato come “antiberlusconismo”, altro non è che questo: riportare il bene di tutti, la moralità e la correttezza dei comportamenti al centro dell’operato delle istituzioni.

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9 Responses to L’era di Silvio.

  1. maria ha detto:

    Caro sandro,
    Non mi stupisco che in questi 20 anni il berlusconismo abbia continuato a prosperare: è stata trovata la via di mezzo tra le pulsioni degli italiani e la pace dei sensi della sinistra.
    i problemi che poni, in modo così chiaro, si possono ridurre ad uno: la mancanza di un’opinione pubblica che produca politici e politica.
    E quando parlo di Opinione pubblica intendo studenti, cittadini, giovani, lavoratori, pensionati, disoccupati, sani o bisognosi di assistenza, che hanno coscienza delle istituzioni e delle regole e dei diritti e dei doveri…che conoscono, praticandola, la Costituzione italiana.
    Un’Opinione pubblica che si rispetti, infatti, non vota come si vota in Italia, è capace di ribaltare le previsioni e i sondaggi, è capace di sorprendere, di spiazzare i politici opportunisti e megalomani (lo si è visto in giro per il pianeta, anche recentemente).
    Un’Opinione pubblica drogata e sedata è invece incline ad avvalersi delle Istituzioni. E questo diventa drammatico e letale quando le istituzioni dimostrano di essere corrotte o disorganiche.
    In questo senso le generiche affermazioni di Moretti non sono poi tanto sballate!
    Quanto alla seconda domanda, potrei rispondere con formule ironiche o volgari, ma preferisco lasciarmi aperto uno spiraglio: c’è ancora gente che pensa e si è scocciata con i nostri vari parlamentari sopravvissuti, e sta lavorando, non ai congressi dei fantasmi rossi…

  2. sandrozagatti ha detto:

    Le affermazioni di Moretti non sono sballate, anzi. Ho ascoltato al tg3 uno scambio di battute sull’argomento fra Maltese (Repubblica) e Battista (Corsera). Sconcertante la visione edulcorata di Battista, che vede un Berlusconi “in sintonia con gli italiani” a differenza del centrosinistra. Come se la fabbricazione del consenso fosse un fenomeno sconosciuto. In un paese che pochi decenni fa ha conosciuto i prodigi della propaganda fascista (dall’Istituto Luce all’Eiar, dai balconi ai balilla, dalle veline di palazzo Venezia a quelle di Salò [firmate da Giorgio Almirante]) mi risulta abbastanza sconsolante.

    Lo specchio della nostra crisi sta nel fenomeno tutto nostro del “riformismo peggiorativo”. Preso atto che una qualche struttura pubblica funziona, in Italia la si riforma in peggio. Esempio limpido: l’Università e la formula del 3+2 che ha distrutto i corsi di laurea. Con ciò si rappresentano due fatti contestuali: l’inadeguatezza delle istituzioni così come sono e l’ancor più grave incapacità della politica di riformarle.

    E ci aspettano la riforma fiscale (aiuto) e quella della Giustizia (mamma mia).

  3. maria ha detto:

    Non pensare che il “riformismo peggiorativo”sia solo nostro: è ampiamente praticato anche in Francia (ad esempio per tutto il sistema scolastico e universitario, oltre che per le corti di giustizia e per il sistema pensionistico) e nel resto dell’UE.
    Direi che il riformismo è peggiorativo quando è semplicisticamente imitativo di altri modelli.
    In Francia si imita il modello educativo teacheriano. In Italia si imita l’alta velocità francese
    Piacciono le soluzioni 3+2, le griglie di valutazione, i test d’ngresso perchè comunicano il fascino dell’efficienza col minimo sforzo.
    Formule magiche per affrontare i problemi, miti della tecnica a scapito della politica.
    Anche la devolution e il federalismo sono trovate pubblicitarie peggiorative giustificate con presunti padri fondatori (Cattaneo, poveretto!)

  4. sandrozagatti ha detto:

    Il federalismo temo che diventerà una realtà, non solo una trovata pubblicitaria. Ed il FVG ha di che esserne preoccupato, visto che è da sempre una delle regioni che beneficiano alto riparto e di cospicui trasferimenti.

    La realtà è che il federalismo è concepito dalla Lega che ha la sua base elettorale ed i principali riferimenti in Lombardia, regione che ha tutti gli strumenti (economici, culturali, intellettuali) per essere stato a sè e quindi per essere regione (super)autonoma. Ma tutte le altre? Senza andare lontano, guardiamo gli assessori di casa nostra e chiediamoci se è assennato dar loro maggiori poteri, anche impositivi.

    Un brivido corre lungo la schiena.

  5. homoeuropeus ha detto:

    Ecco che cosa succede quando Berlusconi parla coi giornalisti…

  6. donatellarighi ha detto:

    Sull’argomento mi è parso assai interessante l’articolo di Nadia Urbinati apparso su Repubblica di mercoledì col titolo “L’Italia docile che ha perso dissenso”, dove si sostiene che proprio la cultura dei diritti, tipica della società liberale, “può indurre i cittadini ad abituarsi a perseguire il godimento dei loro diritti individuali disinteressandosi a quanto avviene nella sfera politica, salvo recarsi alle urne nei tempi stabiliti. La società democratica può facilitare la formazione di una società docile perché indifferente alla partecipazione politica.”
    Più avanti afferma che “il moderno potere non ha più bisogno di usare la violenza diretta (…) usa invece una specie di addomesticamento che produce, come scriveva Mill, una forma di passiva imbecillità” .
    Una lucida descrizione di quel che siamo diventati.

  7. sandrozagatti ha detto:

    Ciao Donatella.

    L’articolo mi e’ sfuggito, ma condivido abbastanza le frasi riportate. Va detto pero’ che la cultura dei diritti esiste ovunque nel mondo occidentale e non so se la passiva imbecillita’ e’ ivi uniforme. L’assenza di dibattito pubblico sulle questioni politice di fondo che si registra in Italia mi pare ineguagliata altrove, dove almeno di questioni come ambiente, politica energetica e politiche sociali si discute. O sbaglio?

  8. donatellarighi ha detto:

    Sinceramente, Sandro, non so valutare il tipo e il grado di partecipazione negli altri Paesi. Quello che so e che vedo che l’opinione pubblica italiana, addomesticata dalle televisioni pubbliche e private e dal comodo menefreghismo che ci ha sempre contraddistinto, non è nemmeno in grado di indignarsi di fronte a decisioni e atti governativi eclatanti.
    Quanti italiani si fanno un’idea di ciò che sta succedendo leggendo i quotidiani e quanti ascoltando il tg2 o il tg5 o un qualsiasi canale televisivo?
    I compagni un tempo si trovavano in sezione per discutere, per fare il giornalino, per fare una mozione… adesso dove si discute più?

  9. sandrozagatti ha detto:

    Discutere? ma scherziamo. Vietato perfino pensare.

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