L’era di Silvio.

agosto 19, 2008

E’ scomparsa l’opposizione, è sparita l’opinione pubblica, l’Italia è cambiata senza che ce accorgessimo.

Queste sono le riflessioni che abbiamo letto nel mese di agosto dell’anno XV dell’era di Silvio.

Prima di discutere tali affermazioni faccio due conti sulle dita delle mani. Le prossime elezioni politiche si terranno nel 2013, a venti anni esatti dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e del messaggio “della calza” inspiegabilmente trasmesso a reti unificate o quasi.

Venti anni sono più di quelli trascorsi fra la marcia su Roma e la dichiarazione di guerra, più di quelli che dividono il varo delle “leggi fascistissime” dal voto sull’Ordine del Giorno Grandi al Gran Consiglio del Fascismo. Il doppio del tempo trascorso fra la nomina di Hitler a Cancelliere dei Reich e la battaglia di Kursk, che segnò l’inizio della inesorabile ritirata della Whermacht. Sono più degli anni dei governi centristi, fra la fine della guerra e la nascita del primo gabinetto di centrosinistra; più degli anni di governo della Destra storica dopo l’Unità d’Italia; più degli anni di governo di Giovanni Giolitti ad inizio secolo. E si potrebbe continuare.

Ma non deve sfuggire che alle prossime elezioni voteranno elettori che in quel 1993 che vide l’ingresso in politica del Cavaliere non erano neppure nati, e che sono cresciuti vedendolo dominare la scena politica, mediatica, culturale e sportiva nazionale.

Va aggiunto che solamente una serie di (fortunate) coincidenze ha impedito fino ad ora a Berlusconi di conquistare il ruolo di Capo dello Stato, realizzando una sorta di identità monarchica fra vertice delle istituzioni e premier che nella tradizione europea ha prodotto soprattutto sciagure. Temo che verrà il giorno in cui il Quirinale diventerà il domicilio dell’attuale Presidente del Consiglio, con sua sostituzione a Palazzo Chigi di un mero replicante. La composizione dei gruppi parlamentari del PdL illustra nitidamente come Berlusconi concepisca familisticamente e verticisticamente l’organizzazione del potere.

La prima cosa che mi domando è: come è potuto accadere tutto ciò? Quale misterioso baco nazionale ha consentito ad un privato cittadino di impadronirsi dei gangli dello Stato? Le costituzioni europee, l’organizzazione degli Stati sono attrezzate verso questo pericolo e, quando si palesa, le istituzioni reagiscono. Quando un soggetto cresce e si espande fino ad insidiare l’autonomia degli organi pubblici, in un modo e nell’altro, viene fermato. Così accade abitualmente. Non così nel caso di Berlusconi, che ha saputo sfondare le barriere frapposte dai partiti, dalle cariche istituzionali e dalla magistratura. Si dirà che ciò è avvenuto grazie alla forza mediatica del suo impero editoriale, e ciò è sicuramente vero. Ma un secondo elemento sta nella cronica, endemica debolezza dello Stato italiano e dalla scarsa fiducia che le istituzioni godono fra la popolazione. Perché se Berlusconi ha potuto svillaneggiare ripetutamente l’intero corpo giudiziario senza suscitare un sommovimento generale a lui contrario, lo si deve anche alla diffusa diffidenza degli italiani verso le toghe. E analogo discorso vale per la stampa, per i sindacati e per i partiti che gli si sono opposti nel corso degli anni.

Ed hanno sbagliato i partiti, laddove hanno delegato agli organi istituzionali (anzi, alla sola magistratura) un’opera di contrasto che andava condotta anche sul piano strettamente politico, per esempio arginando e contenendo l’espansione della corporation del biscione nel settore dei media.

Davanti all’offensiva dell’uomo di Arcore, gli italiani, anziché stringersi attorno alle istituzioni sostenendone l’indipendenza dalle mire appropriative del Cavaliere, hanno preferito rimanere spettatori, nel dubbio non valesse poi la pena di spendersi per sbarrargli il passo. Se, da un lato, la pessima prova che avevano dato i partiti tradizionali legittimava questa inerzia, essi hanno dimenticato che occorre sempre distinguere fra l’Istituzione e chi la incarna. In parole povere, la pochezza dei parlamentari non deve tradursi nel disprezzo per il Parlamento. Perché della nostra Repubblica è sempre stato difficile andare fieri, ma è anche vero che è l’unica che abbiamo, e andrebbe conservata con cura.

La seconda domanda che ci si pone è ovviamente questa: “e adesso?”

E’ pensabile una reazione dell’opinione pubblica? Esiste un sentimento potenzialmente maggioritario che possa opporsi alla situazione attuale? Oppure solamente un grave rovescio nazionale può scuotere il paese e ricondurlo a ricostruirsi? E ognuno di noi, di noi che non accettiamo questo stato di cose, che non tolleriamo lo scempio che viene consumato del nostro paese, che dovrebbe fare? Ammesso che possa fare qualcosa.

Una cosa mi sento di dire. Non ci si può affidare ancora a chi ha consentito che si producesse questo stato di cose. L’attuale classe dirigente del fu centrosinistra non può legittimamente accreditarsi come guida di chi si oppone al “pensiero unico”. A mio modo di vedere, Veltroni ha gravi responsabilità nell’attuale stato di cose. Smobilitando l’Unione senza alcuna formula alternativa, senza alcuna proposta forte, ha di fatto ammesso, agli occhi degli italiani, che il pensiero unico esiste ed appartiene agli altri. Che la sinistra è (l’inutile, vano, vacuo) corollario parlamentare all’azione del governo di Arcore. Pur affermando di volersi opporre al pensiero unico, Veltroni dimostra di esserne la prima vittima, di averlo subito per primo.

Quanto a noi singoli cittadini, dobbiamo innanzitutto porre al primo posto nei nostri pensieri il principio dell’etica pubblica. Perché quello che viene sprezzantemente e semplicisticamente classificato come “antiberlusconismo”, altro non è che questo: riportare il bene di tutti, la moralità e la correttezza dei comportamenti al centro dell’operato delle istituzioni.