Bene.

agosto 31, 2008

Se dio vuole agosto è finito e ci aspetta l’autunno caldo dell’anno XV dell’era di Silvio. Ho ben poco da aggiungere al servizio “citizen Berlusconi” postato nei giorni scorsi, quantunque molto ancora si potrebbe dire ma forse inutilmente. Le parole odierne di Monicelli sul ritorno del fascismo sotto altre vesti sono la sintesi migliore del pensiero degli italiani che non si sono ancora rassegnati e piegati al Pensiero Unico.

Si annunciano leggi sulle intercettazioni, riforma della Giustizia (aiuto!) ed amenità varie; tutta da vedere la partita Alitalia che mi pare niente affatto chiusa, viste le violazioni delle regole antitrust, i dubbi della commissione europea e l’ostilità dei sindacati. Di fatto si tratta di una procedura fallimentare cammuffata, che viola ogni regola, italiana ed europea, perfezionata in danno di molti ed a vantaggio di qualcuno. Il tutto è reso possibile dalla forza propagandistica della maggioranza che è in grado, grazie al volume assordante del megafono di cui dispone, di far apparire squisito cioccolato qualsiasi materiale di colore marrone. Per come hanno descritto il piano i giornali (cioè male) risulta evidente quantomeno il reato di bancarotta preferenziale. Ma nessuno dovrebbe stupirsi se questo governo fa strame delle leggi della repubblica, anche se si tratta di norme risalenti al ventennio, visto che la disciplina fallimentare risale al 1942.

Dato ormai per perso il partito democratico, il cui gruppo dirigente pare in totale spappolamento ed il cui segretario si limita a qualche ridicolo squittio, vedremo se da altri settori della società sapranno venire voci di dissenso. Sul blog, compatibilmente con il tempo che ho a disposizione, mi sforzerò di raccogliere le mie riflessioni.

Si potrebbe anche rinverdire la consuetudine delle cene del blog, in luoghi da stabilirsi. Chi ci sta?

Buona giornata a tutti.


Citizen Berlusconi.

agosto 27, 2008

L’era di Silvio.

agosto 19, 2008

E’ scomparsa l’opposizione, è sparita l’opinione pubblica, l’Italia è cambiata senza che ce accorgessimo.

Queste sono le riflessioni che abbiamo letto nel mese di agosto dell’anno XV dell’era di Silvio.

Prima di discutere tali affermazioni faccio due conti sulle dita delle mani. Le prossime elezioni politiche si terranno nel 2013, a venti anni esatti dalla “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e del messaggio “della calza” inspiegabilmente trasmesso a reti unificate o quasi.

Venti anni sono più di quelli trascorsi fra la marcia su Roma e la dichiarazione di guerra, più di quelli che dividono il varo delle “leggi fascistissime” dal voto sull’Ordine del Giorno Grandi al Gran Consiglio del Fascismo. Il doppio del tempo trascorso fra la nomina di Hitler a Cancelliere dei Reich e la battaglia di Kursk, che segnò l’inizio della inesorabile ritirata della Whermacht. Sono più degli anni dei governi centristi, fra la fine della guerra e la nascita del primo gabinetto di centrosinistra; più degli anni di governo della Destra storica dopo l’Unità d’Italia; più degli anni di governo di Giovanni Giolitti ad inizio secolo. E si potrebbe continuare.

Ma non deve sfuggire che alle prossime elezioni voteranno elettori che in quel 1993 che vide l’ingresso in politica del Cavaliere non erano neppure nati, e che sono cresciuti vedendolo dominare la scena politica, mediatica, culturale e sportiva nazionale.

Va aggiunto che solamente una serie di (fortunate) coincidenze ha impedito fino ad ora a Berlusconi di conquistare il ruolo di Capo dello Stato, realizzando una sorta di identità monarchica fra vertice delle istituzioni e premier che nella tradizione europea ha prodotto soprattutto sciagure. Temo che verrà il giorno in cui il Quirinale diventerà il domicilio dell’attuale Presidente del Consiglio, con sua sostituzione a Palazzo Chigi di un mero replicante. La composizione dei gruppi parlamentari del PdL illustra nitidamente come Berlusconi concepisca familisticamente e verticisticamente l’organizzazione del potere.

La prima cosa che mi domando è: come è potuto accadere tutto ciò? Quale misterioso baco nazionale ha consentito ad un privato cittadino di impadronirsi dei gangli dello Stato? Le costituzioni europee, l’organizzazione degli Stati sono attrezzate verso questo pericolo e, quando si palesa, le istituzioni reagiscono. Quando un soggetto cresce e si espande fino ad insidiare l’autonomia degli organi pubblici, in un modo e nell’altro, viene fermato. Così accade abitualmente. Non così nel caso di Berlusconi, che ha saputo sfondare le barriere frapposte dai partiti, dalle cariche istituzionali e dalla magistratura. Si dirà che ciò è avvenuto grazie alla forza mediatica del suo impero editoriale, e ciò è sicuramente vero. Ma un secondo elemento sta nella cronica, endemica debolezza dello Stato italiano e dalla scarsa fiducia che le istituzioni godono fra la popolazione. Perché se Berlusconi ha potuto svillaneggiare ripetutamente l’intero corpo giudiziario senza suscitare un sommovimento generale a lui contrario, lo si deve anche alla diffusa diffidenza degli italiani verso le toghe. E analogo discorso vale per la stampa, per i sindacati e per i partiti che gli si sono opposti nel corso degli anni.

Ed hanno sbagliato i partiti, laddove hanno delegato agli organi istituzionali (anzi, alla sola magistratura) un’opera di contrasto che andava condotta anche sul piano strettamente politico, per esempio arginando e contenendo l’espansione della corporation del biscione nel settore dei media.

Davanti all’offensiva dell’uomo di Arcore, gli italiani, anziché stringersi attorno alle istituzioni sostenendone l’indipendenza dalle mire appropriative del Cavaliere, hanno preferito rimanere spettatori, nel dubbio non valesse poi la pena di spendersi per sbarrargli il passo. Se, da un lato, la pessima prova che avevano dato i partiti tradizionali legittimava questa inerzia, essi hanno dimenticato che occorre sempre distinguere fra l’Istituzione e chi la incarna. In parole povere, la pochezza dei parlamentari non deve tradursi nel disprezzo per il Parlamento. Perché della nostra Repubblica è sempre stato difficile andare fieri, ma è anche vero che è l’unica che abbiamo, e andrebbe conservata con cura.

La seconda domanda che ci si pone è ovviamente questa: “e adesso?”

E’ pensabile una reazione dell’opinione pubblica? Esiste un sentimento potenzialmente maggioritario che possa opporsi alla situazione attuale? Oppure solamente un grave rovescio nazionale può scuotere il paese e ricondurlo a ricostruirsi? E ognuno di noi, di noi che non accettiamo questo stato di cose, che non tolleriamo lo scempio che viene consumato del nostro paese, che dovrebbe fare? Ammesso che possa fare qualcosa.

Una cosa mi sento di dire. Non ci si può affidare ancora a chi ha consentito che si producesse questo stato di cose. L’attuale classe dirigente del fu centrosinistra non può legittimamente accreditarsi come guida di chi si oppone al “pensiero unico”. A mio modo di vedere, Veltroni ha gravi responsabilità nell’attuale stato di cose. Smobilitando l’Unione senza alcuna formula alternativa, senza alcuna proposta forte, ha di fatto ammesso, agli occhi degli italiani, che il pensiero unico esiste ed appartiene agli altri. Che la sinistra è (l’inutile, vano, vacuo) corollario parlamentare all’azione del governo di Arcore. Pur affermando di volersi opporre al pensiero unico, Veltroni dimostra di esserne la prima vittima, di averlo subito per primo.

Quanto a noi singoli cittadini, dobbiamo innanzitutto porre al primo posto nei nostri pensieri il principio dell’etica pubblica. Perché quello che viene sprezzantemente e semplicisticamente classificato come “antiberlusconismo”, altro non è che questo: riportare il bene di tutti, la moralità e la correttezza dei comportamenti al centro dell’operato delle istituzioni.


Mi dicono..

agosto 12, 2008

..che da qualche parte si stanno disputando le Olimpiadi. Manifestazione della quale non me ne è mai importato un bel nulla. Ad essa riesco ad associare un solo ricordo positivo, ed in effetti il mio pensiero in questi giorni va a lui: il più grande.


Maledetto YouTube.

agosto 11, 2008

Dandoci la possibilità di rivedere a piacimento le scene cult dei film, ce ne mostra anche gli innumerevoli errori di regia. Alcune (celebrate) pellicole sono un’autentica miniera, ad esempio “Il Gladiatore”. Chi non ne è convinto provi a fermare all’istante 2’50” la seguente sequenza della battaglia al Colosseo.

E guardi sotto la biga rovesciata.

Ma sotto la falce impietosa del rewind di YouTube mi è caduta anche una delle più suggestive sequenze della storia del cinema: l’arrivo alla stazione di Claudia Cardinale, in “C’era una volta il west”. Chi non ricorda la ripresa del Dolly che si alza lentamente sopra il tetto della stazione per mostrarci il brulicare del paese polveroso oltre l’edificio?

Scorrendo tutta la sequenza si nota che l’attrice scende dal treno, si guarda intorno e poi, seguita dai due facchini che vanno a sedersi sulla panca sotto la pensilina, si avvicina alla stazione e si arresta davanti alla porta principale, proprio di fronte all’orologio. Qui riflette alcuni istanti, controlla l’ora e capisce che nessuno è venuto a prenderla, risolvendosi a muoversi con propri mezzi. A questo punto la ripresa si allarga, passa dal primo piano al campo lungo, e la Cardinale ci appare ancora accanto al treno, con i due facchini in piedi a lato della carrozza con le valigie in mano, a venti metri da dove si trovava nell’inquadratura precedente!

Che delusione.


Intervallo.

agosto 11, 2008

Intervallo.

agosto 9, 2008

I crimini italiani in Jugoslavia (1941-1943)

agosto 7, 2008
mauralorenzi

Maura Lorenzi

Con sorpresa e soddisfazione leggo su Corriere.it questo articolo sui crimini di guerra italiani in Jugoslavia.

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Crimini di guerra italiani, il giudice indaga
Le stragi di civili durante l’occupazione dei Balcani. I retroscena dei processi insabbiati

A ltro che brava gente! Italiani come i tedeschi, che dal 1941 al 1943, nei Balcani e in Grecia, applicarono la regola della «testa per dente», della rappresaglia contro le popolazioni, di dieci civili fucilati per ogni italiano ucciso. In altre parole si macchiarono di gravissimi crimini di guerra, che si estinguono soltanto con la morte del reo. Ora su queste verità scomode, che emergono con sempre più forza dalle inchieste giornalistiche e soprattutto dalla ricerca storica, ha deciso di intervenire la magistratura militare. Il procuratore Antonino Intelisano, lo stesso che nel 1994 istruì il processo contro il capitano delle SS Erich Priebke, e che alla ricerca di prove trovò a Palazzo Cesi, presso la procura militare generale, il famoso «armadio della vergogna», che nascondeva circa settecento pratiche contro i nazisti autori delle stragi in Italia, ha aperto un’inchiesta, per il momento «contro ignoti», sugli eccidi che i militari italiani compirono nei territori di occupazione.

Come ha suggerito Franco Giustolisi in un intrigante articolo sul manifesto del 28 giugno, ci troviamo davanti a un «secondo armadio della vergogna»? Antonino Intelisano, seduto nel suo studio di procuratore presso il tribunale militare, in viale delle Milizie a Roma, prima di rispondere ci mostra il carrello con alcuni faldoni che portano il segno degli anni. «Quella dell’armadio della vergogna numero due — taglia corto — è un’invenzione giornalistica che non corrisponde alla realtà delle cose». La verità tuttavia è che il procuratore generale ha acquisito materiale di grande interesse sia di carattere giudiziario, sia presso gli archivi che di solito sono frequentati soltanto dagli storici: ministero della Difesa, presidenza del Consiglio. In particolare, dagli archivi dello Stato maggiore dell’esercito sono arrivate le conclusioni della Commissione parlamentare presieduta da Luigi Gasparotto, politico d’altri tempi che aveva avuto il figlio Leopoldo ucciso nel campo di Fossoli e aveva lavorato con grande impegno ed equilibrio, soprattutto tra il 1946 e il 1947, alla raccolta e al vaglio delle circa ottocento denunce provenienti da tutti i territori occupati dagli italiani, e quindi alla selezione dei casi in cui non si poteva fare a meno di denunciare il reato. «La commissione — scriveva Gasparotto il 30 giugno 1951 nelle note conclusive inviate al ministro della Difesa, Randolfo Pacciardi — ha tenuto nel debito conto la complessità della situazione, ma non l’ha considerata scusante».

Così non poteva farla franca il generale Mario Roatta, comandante della II armata in Jugoslavia, che nella tremenda circolare 3c del 1° dicembre 1942 aveva disposto di fucilare non soltanto tutte le persone trovate con le armi in pugno, ma anche coloro che imbrattavano le sue ordinanze, oppure sostavano nei pressi di opere d’arte. E aveva deciso espressamente di considerare «corresponsabili degli atti di sabotaggio le persone abitanti nelle case vicine». Le conclusioni della Commissione Gasparotto, la cui documentazione nessuno storico ha potuto finora studiare per intero, chiamavano in causa anche il generale Mario Robotti, comandante dell’XI corpo d’armata, che era riuscito a inasprire gli ordini di Roatta al punto di dire la frase che è diventata proverbiale, «qui si ammazza troppo poco», o il governatore del Montenegro, Alessandro Pirzio Biroli, che fece fucilare circa 200 ostaggi. E tutta una serie di personaggi, ufficiali o funzionari dell’amministrazione civile, che operarono soprattutto in Jugoslavia e in Grecia. In seguito a questo tipo di informazioni, spiega Intelisano, «alla fine degli anni Quaranta fu aperto presso questo ufficio un procedimento nei confronti di 33 persone accusate di concorso in uso di mezzi di guerra vietati e concorso in rappresaglie ordinate fuori dai casi consentiti dalla legge.

Il procedimento si concluse il 30 luglio 1951 con una sentenza del giudice istruttore militare. Questi stabilì che non si doveva procedere nei confronti di tutti gli imputati, perché non esistevano le condizioni per rispettare il principio di reciprocità fissato dall’articolo 165 del Codice penale militare di guerra». Secondo tale norma, un militare che aveva commesso reati in territori occupati poteva essere processato a patto che si garantisse un eguale trattamento verso i responsabili di reati commessi in quella nazione ai danni di italiani. Vale a dire, per esempio: noi processiamo i nostri militari colpevoli, voi jugoslavi condannate i responsabili delle uccisioni nelle foibe. L’articolo 165, continua Intelisano, è stato riformato, con l’abolizione della clausola di reciprocità, nel 2002. «Così quando, grazie a libri come Si ammazza troppo poco di Gianni Oliva e Italiani senza onore di Costantino Di Sante, o a trasmissioni televisive e articoli che denunciavano la strage di 150 civili uccisi per rappresaglia da militari italiani il 16 febbraio 1943 a Domenikon, in Tessaglia, si è imposto all’attenzione il problema del comportamento delle nostre truppe, ho deciso di aprire un’inchiesta. Per il momento “contro ignoti” perché noi magistrati, a differenza degli storici, non possiamo processare i morti».

Nei faldoni che il procuratore sta studiando sono elencati decine di nomi, soprattutto militari che parteciparono alle rappresaglie contrarie alle leggi internazionali di guerra. Quegli elenchi, finora di interesse puramente storico, diventeranno incandescente materia penale, appena si individuerà uno dei responsabili ancora in vita. E allora avremo un nuovo caso Priebke. Ma con un italiano nelle vesti del carnefice. L’aggravante di tutta la faccenda, ci dice lo storico Costantino Di Sante, uno dei pochi che hanno potuto consultare, seppur parzialmente, i 70 fascicoli prodotti dalla Commissione Gasparotto, è che a macchiarsi di reati non furono soltanto le camicie nere o i vertici militari politicizzati. Ma ufficiali e soldati normali. Come gli alpini dei battaglioni Ivrea e Aosta, «che rastrellarono undici villaggi in Montenegro e fucilarono venti contadini». Il famigerato prefetto del Carnaro, Temistocle Testa, racconta Di Sante, per l’eccidio di Podhum, villaggio a pochi chilometri da Fiume, «si servì di reparti normali». Dopo aver circondato il villaggio e bloccato tutte le strade di accesso, è scritto negli atti della Commissione Gasparotto, che recepì una denuncia jugoslava, il 12 luglio 1942 reparti dell’esercito italiano, coadiuvati dai carabinieri e dalle camicie nere fucilarono oltre cento uomini, catturarono tutta la rimanente parte della popolazione, circa 200 famiglie, confiscarono beni mobili e circa 2000 capi di bestiame».

La situazione era esasperata da una guerriglia partigiana efficace e crudele e dalle violente faide interetniche. Ma come giustificare le modalità dei rastrellamenti di Lubiana ordinati dal generale Taddeo Orlando, che nel dopoguerra avrebbe proseguito normalmente la sua carriera? La capitale della Slovenia fu circondata il 23 febbraio 1942 con reticolati di filo spinato. Dei quarantamila abitanti maschi, ne furono arrestati 2858. Circa tremila vennero catturati in un secondo rastrellamento. La chiusura dei centri abitati con reticolati venne applicata in altre 35 località. Oltre ai maschi adulti venivano deportati anche vecchi, donne e bambini. La maggior parte finiva nel campo dell’isola di Arbe, oggi Rab, in Croazia, dove morirono in 1500, soprattutto di stenti. Ogni anno una maratona attraverso il perimetro del reticolato ricorda a Lubiana il periodo dell’occupazione militare italiana.

Dino Messina

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Si (ri)apre forse un capitolo oscuro della nostra storia e sarà interessante scoprire cosa uscirà – se uscirà – dai fascicoli nascosti negli armadi di Roma, di Belgrado e soprattutto di Londra. Ci sarà materiale per parlare e per discutere molto a lungo.

In particolare, da tempo meditavo di scrivere sul blog dell’inquietante figura di Mario Roatta, e forse ora troverò tempo e materiale ulteriore per farlo. A presto.


E la pena?

agosto 6, 2008

Da repubblica.it

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Roma, polemica su Alemanno
‘Divieto di rovistare nei cassonetti’

ROMA – E’ polemica sull’annuncio del Comune di Roma, che avrebbe allo studio provvedimenti per impedire che si rovisti nei cassonetti della spazzatura in strada, pratica diffusa tra vagabondi e nomadi alla ricerca di oggetti e vestiti da riciclare o vendere. “Siamo a buon punto”, dice il sindaco Gianni Alemanno, annunciando a breve il varo della nuova decisione “a favore del decoro della città”. Contesta la decisione la Comunità di Sant’Egidio: “Se non si potrà più rovistare nei cassonetti, mi auguro si trovi comunque il modo di offrire da mangiare a chi non ne ha”, osserva il portavoce della Comunità, Mario Marazziti. “Capisco la giusta preoccupazione per la tutela della salute e dell’igiene delle persone, ma chi rovista nei cassonetti per mangiare deve avere opportunità per vivere”, ribadisce don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele.

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La domanda che mi pongo è la seguente: accettando che rovistare nei cassonetti diverrà una contravvenzione, i trasgressori come saranno puniti? Con un’ammenda?


Incostituzionalità del “lodo Alfano”.

agosto 6, 2008

Affogato nel caldo agostano ho trascurato il blog. Chiedo venia.

Ma il mondo va avanti ed è entrato nel nostro ordinamento quella che pochi mesi fa sembrava un’aberrazione definitivamente archiviata nel passato: l’immunità prevista dal cosiddetto “lodo Alfano”.
Con una singolare coincidenza, l’estate successiva alle elezioni si rivela periodo idoneo a far digerire agli italiani provvedimenti in materia di “Giustizia” (usare questo vocabolo a tali riguardi fa sbellicare ma anche un po’ piangere): se nel mese di agosto 2006 ad entrare in vigore fu l’agghiacciante indulto voluto da quasi tutti i partiti, ora ci tocca accettare lo scudo penale totale per le alte cariche dello Stato. La norma (che non riporto perché è già scritta nel blog in altro post) mi appare decisamente incostituzionale e non sono certo il solo a pensarlo.
Dichiarare immuni dal processo per qualsiasi reato quattro cittadini della Repubblica in ragione della funzione istituzionale da essi assunta è un fatto abnorme. Tuttavia la maggioranza afferma che la legge “recepisce i rilievi che la Corte Costituzionale aveva sollevato” in merito al lodo Schifani, di cui il lodo Alfano è riproposizione pedissequa, perlomeno per quanto riguarda l’oscena ed inconfessabile finalità di preservare dagli effetti del processo Mills il Presidente del Consiglio.

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Earl Boykins!

agosto 6, 2008

Sfumato Will Bynum, quando sembrava certa la riconferma del non più giovanissimo Travis Best, la Virtus ha piazzato un colpaccio, firmando Earl Boykins.


Ricevo e, volentieri, pubblico.

agosto 2, 2008

Dal post “Caro Galli Della Loggia” copio e incollo questo intervento di Delia Garofano.

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