Caro Galli Della Loggia.

Solo poche righe in risposta al Suo editoriale di ieri.

SINISTRA E POLITICA
Il moralismo in un Paese solo

di Ernesto Galli della Loggia
È un demone antico quello che martedì scorso è rispuntato sul palco romano di piazza Navona. È il demone che spinge di continuo una parte di Italiani a credere non solo che il proprio Paese è governato (o può esserlo da un momento all’altro se vincono gli «altri») da una masnada di furfanti corrotti, ma che questi furfanti, in fondo, non sono altro che il vero specchio del Paese, o meglio della sua maggioranza. È il demone, appunto, del moralismo divisivo: cioè dell’idea che l’Italia non è un solo Paese, con propensioni, aspetti, caratteri buoni e cattivi, intrecciati inestricabilmente in tutte le sue parti e in certa misura dentro ognuno di noi. No, l’Italia sarebbe invece un Paese con due anime, due morali, addirittura due popoli di segno opposto. Da una parte gli Italiani cattivi (per natura reazionari, prevaricatori e imbroglioni) e dall’altra invece gli Italiani buoni (altrettanto naturalmente democratici, rispettosi della legge e attenti al bene pubblico). Da una parte insomma l’Italia maggioritaria moralmente grigia; e di fronte, a cercare di contrastarla, quella che ama definirsi «l’altra Italia», irrimediabilmente di minoranza.

Un demone? A me sembra prima di tutto un sentimento sacrosanto, quello di chi ha rispetto di se stesso, del vicino di casa, del concittadino, delle leggi e si aspetta di essere parimente rispettato, massimamente da chi ricopre ruoli di responsabilità. La divisione in buoni e cattivi, in maggioranza grigia e minoranza virtuosa l’ha fatta lei, Galli Della Loggia. Quelli che sono andati in piazza si sono limitati a protestare contro lo scempio della moralità cui si assiste ininterrottamente in Italia.

La rappresentazione di questo modo di vedere le cose è andata in scena nel modo più evidente sul palco di Roma: dove è apparso chiaro, per l’appunto, che l’essenziale era urlare a squarciagola che Berlusconi incarna il massimo degli obbrobri possibili. Dimenticando però che, proprio se un simile figuro non ha dalla sua nessuna buona ragione, tanto più allora vi devono essere però delle buone ragioni se una maggioranza di Italiani lo ha votato. Ma il moralismo serve appunto a vanificare ogni questione politica di tal genere: la maggioranza degli Italiani ha votato Berlusconi? E che problema c’è? Vuol dire che sono fatti della sua stessa pasta, è la prova che sono dei furfanti come lui.
Ma non era Berlusconi l’unico bersaglio e comunque egli è ben fiero di impersonare questo italian style. Uno stile che non rinnega i passato fascista (imbarcando Ciarrapico) e le imprese dei tengentisti della prima repubblica (quanti sono tuttora al suo fianco).
È una storia antica, dicevo, questa del moralismo. Una storia che comincia subito dopo l’Unità, quando lo sdegno per le miserie del Paese e il venir meno delle grandi speranze risorgimentali si tramutano nella messa sotto accusa delle sue classi politiche, del «Paese legale»; che prosegue poi con l’antigiolittismo di tanta parte della cultura nazionale la quale, alla denuncia delle malefatte del «ministro della malavita», associa ora la novità importante della denuncia dell’inadeguatezza morale dell’opposizione socialista, colpevole di essere collusa e di tenergli bordone. Una storia, infine, che fino ad oggi sembrava culminare e compendiarsi nella fiammeggiante predicazione di Gobetti e nel suo culto per le «minoranze eroiche » chiamate a lottare contro tutto e contro tutti. Contro Giolitti, contro Turati, contro Mussolini: tutti colpevoli egualmente, anche se a vario titolo si capisce, di promuovere la «diseducazione» morale e politica del popolo italiano. Considerato peraltro — c’è bisogno di dirlo?— non desideroso di altro.

Una ricostruzione un po’ lacunosa, sig. Galli Della Loggia. Proviamo a ricordarci cosa successe non appena introdotto in Italia il suffragio universale. Da poco terminata la guerra sale al potere prepotentemente il PNF che, inaugurando uno stile che l’italica stirpe mai ha rinnegato, proietta i suoi aderenti più autentici (in ordine, dai sansepolcristi ai familiari della Petacci, passando per i marciatori su Roma) ai vertici dello Stato. Banditi, sfaccendati, avventurieri, manigoldi d’ogni risma, solo per essere od essere stati al fianco di Mussolini o di qualche altro gerarca fin dai primi tempi del partito o anche dopo, salgono alle cariche dello Stato. Ospedali, Università, Ministeri, Enti pubblici d’ogni tipo (quelli che già ci sono e soprattutto i millanta che vengono creati ex novo) si popolano di fascisti (per convinzione o Per Necessità Familaire) incapaci, che per soli meriti “politici” acquisiscono stipendi, onori, prebende, pensioni e favori d’ogni genere, per sé e per i loro cari. De Vecchi, nominato governatore d’Etiopia solo perchè il tal giorno si trovò al posto giusto, diventa per gli italiani il simbolo di quello che è la politica e lo Stato. Fino al fascismo i cittadini della penisola ignoravano quasi l’esistenza dello Stato e del Re, che avevano occasione di incontrare sì e no una volta nella vita. Col fascismo tutti ambiscono a salire sul carro del partito-Stato, per guadagnarne i privilegi, piccoli o grandi.
Quando il carrozzone crolla fragorosamente i successori si esibiscono nel maquillage. Via la monarchia, via il partito fascista: nuova Costituzione e nuova repubblica. Ma, in profondo, il paese non cambia. L’epurazione antifascista non avviene, l’esercito dei funzionari pubblici assunti dallo Stato durante il ventennio conserva il proprio posto, nessuno dei criminali di guerra viene processato. Ed i partiti, inebetiti da due decenni di vuoto, assimilano il sistema precedente, delle tessere, delle raccomandazioni, della frammistione fra vita pubblica, vita di partito, vita privata. Così lo Stato e la politica restano impaludati nel sistema malato della corruzione, a vario tasso di intensità, confinando il rigore e l’onestà nell’ambito ristretto della buona volontà di ciascuno. L’economia nazionale somiglia più a quella dei paesi dell’est europeo: industria pubblica in dosi massicce, banche, assicurazioni e servizi in mano allo Stato, imprese private sovvenzionate dall’erario. E in questo clima matura il connubio incestuoso fra economia e politica, germe della corruzione endemica, dell’immoralità pubblica.

La mala pianta cresce, il marcio dilaga ed il bubbone scoppia. E’ Tangentopoli, episodio anch’esso curiosamente dimenticato da Galli Della Loggia. E con esso esplode anche la rabbia degli italiani consapevoli e stufi della vessazione cui sono stati sottoposti ma soprattutto dell’insulto alla loro dignità di cittadini e di uomini, per quanto possibile, onesti. Non fu e non è moralismo. Il marcio che alberga(va) nella politica avrebbe disgustato chiunque, perché puntare il dito contro il male non è moralismo, almeno secondo me. Perché ognuno di noi possiede un proprio senso del bene e del male, e lo attua quotidianamente. Per guidarsi e per guidare nella vita quotidiana, appoggiandosi a principi (morali) in base ai quali si è chiamati a decidere che scelte fare nella vita ma anche a distinguere un buon amministratore da un cattivo amministratore; un buon ministro da un cattivo ministro; un bravo deputato da un cattivo deputato. Senza ricorrere ai codici (penale, civile, della strada,..) o ai dogmi (religiosi, di setta, televisivi).

Sono stati gli scrittori, i poeti, il ceto accademico, gli intellettuali in genere, a svolgere un ruolo centrale nel far sorgere e nell’alimentare questa tradizione del moralismo divisivo. Un ruolo che rimanda al ruolo politico di coscienza della nazione che sempre gli intellettuali hanno avuto in Italia, prima e durante il Risorgimento, e che hanno mantenuto fino ad oggi.

Come è normale che sia. Gli intellettuali questo hanno sempre fatto.

La storia politica italiana specie nel ‘900 è stata per molti versi, infatti, una storia d’impegno politico degli intellettuali; e questo impegno si è esercitato quasi sempre come denuncia e scomunica dai toni moralistici non di una politica con nome e cognome, ma dell’Italia «cattiva», di «quest’Italia che non ci piace», secondo le parole famose di Giovanni Amendola.
È naturale che farsi alleato un simile atteggiamento, sollecitarlo e vezzeggiarlo, rappresenta una tentazione per qualunque forza d’opposizione. La sinistra italiana ne sa qualcosa. Nel dopoguerra, infatti, il Partito comunista iniziò una politica di stretta alleanza con gli intellettuali, e dunque anche esso fece proprio in misura notevole il moralismo divisivo che nella tradizione italiana caratterizzava il loro impegno. Del resto, un partito antisistema com’era il Pci di allora — sicuro di non poter mai arrivare al governo per vie normali, condannato alla contrapposizione permanente — divisivo lo era naturalmente. Per forza esso doveva alimentare la divisione in «buoni» e «cattivi». Il taglio moralistico che vi aggiunsero gli intellettuali dunque vi fu, e fu certo significativo, se non altro per mantenere viva una tradizione, ma il gelido realismo di Togliatti curò di non farsene prendere mai la mano, di sbarrargli qualunque avvicinamento al terreno cruciale della decisione politica. Dove invece restarono famose le sue «aperture» e i suoi «dialoghi» (perfino con gli ex fascisti).
Le cose sono iniziate a mutare del tutto con Berlinguer. È allora infatti che il discredito progressivo della tradizione comunista e la crisi dell’Urss lasciano il Partito comunista privo sempre più della sua identità storica. Ed è allora che il vuoto ideologico, che nel frattempo diviene progressivamente vuoto politico, comincia inesorabilmente a essere sempre più riempito dall’irrigidimento moralistico. Il quale tende a sua volta a diventare urlo delegittimatore, creazione del nemico assoluto, visto addirittura come frutto di una «mutazione genetica ». Con sempre meno operai e sempre più esponenti del «ceto medio riflessivo » nelle proprie file, suggestionato da spregiudicati gruppi editoriali che ambiscono quasi a dettargli la linea, pressato da giudici di tipo nuovo che considerano se stessi e la giustizia come investiti di una missione etica, e infine condizionato da una stampa straniera abituata a semplificare drasticamente una realtà italiana che nella sostanza non conosce, il Pci non trova di meglio che fare della «questione morale» la sua nuova carta d’identità. Incapace di convertirsi alla socialdemocrazia, al partito di Gramsci e di Togliatti, che pure un tempo non ignorava gli aspri dilemmi della politica, non rimane che presentarsi come «il partito degli onesti»; che affidare le sue speranze alla delegittimazione morale dell’avversario.

“Partito degli onesti”. Sig. Galli Della Loggia, a queste pareole lei sembra quasi inorridire. Eppure è proprio quello che ci serve; e non occorre che mi spieghi: basta scorrere con la memoria le inchieste che abbiamo visto o letto di recente, quelle di “Report”, quelle di Rizzo e di Stella e tante altre. Questi giornalisti che ci raccontano di un Quirinale che costa il quadruplo di Buckingham Palace, di una spesa per la politica pari a quella di Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna messe insieme, di costi per la TAV dieci volte superiori a quelli degli altri paesi, di aeroporti pubblici in grottesca competizione fra loro (e l’elenco potrebbe continuare) sono solamente dei moralisti? Dei rompiscatole che nulla hanno di meglio da fare se non inutili rampogne? Il “partito degli onesti” cui anelano i manifestanti di piazza Navona è semplicemente la prima e forse unica cosa di cui abbiamo bisogno. Che sul palco ci fossero le persone giuste non lo so, ma di certo giusta è la domanda che veniva dalla piazza e di certo ha torto chi non ascolta quelle proteste.

Lì avviene il ripudio drammatico e totale di una storia, una rottura sociale e antropologica, quello che potrebbe definirsi il salto verso il moralismo in un Paese (e dunque in un partito) solo. È da quel momento che un nugolo di professori, di giornalisti, di teatranti, di showmen televisivi, di romanzieri, comincia a pensare ormai di essere di fatto il padrone dell’elettorato di sinistra. E, quel che è peggio, in una certa misura lo diventa davvero. L’8 luglio romano ha rappresentato l’esito di questo lungo itinerario. Esso però dovrebbe aver fatto capire definitivamente, a chi non l’avesse ancora capito, che cosa implica alla fine il moralismo divisivo: in una parola la concreta impossibilità della democrazia. Se infatti l’Italia che politicamente non ci piace è fatta di gente moralmente ottusa guidata da un malandrino, è ovvio che la sola possibilità è una lotta all’ultimo sangue, muro contro muro, senza alcun compromesso immaginabile, mai. E se poi si dà il caso che quell’Italia così detestabile vince le elezioni, allora è inevitabile convincersi che la democrazia, un sistema che permette cose simili, in realtà è niente altro che una truffa. Ma è questo che conviene davvero alla sinistra? È questo che conviene al Partito democratico?
13 luglio 2008

No. Non è la lotta all’ultimo sangue contro un malandrino. E’ il desiderio di avere un paese somigliante a uno normale, di cui non ci si debba quotidianamente vergognare, come troppo spesso capita a noi italiani. E’ il desiderio di poter vivere senza dover sospettare che chi ci governa – a Roma, alla Regione, alla Provincia, al Comune – lo fa nel suo interesse e non nell’interesse di tutti. Dove chi rispetta le leggi non è automaticamente classificato come un fesso e dove chi ne fa sfregio assurge al successo in proporzione alla propria spregiudicatezza.

Ed è questo il significato profondo delle parole democrazia e libertà. Concetti che sempre più si evocano e sempre meno si praticano.

E non è moralismo. E’ morale. Pretendere una ragionevole convergenza di opinioni su quello che è “bene” e su quello che è “male” ed una ragionevole applicazione dei principi che ne conseguono.

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7 Responses to Caro Galli Della Loggia.

  1. maria ha detto:

    Bravo Zagatti, sono rimasta assente dalla discussione ultima, e pur apprezzando alcuni passaggi di Galli della Loggia, devo dire che le sue conclusioni mi deludono quasi sempre.
    Fai bene a soffermarti sul lessico: moralismo divisivo (della sinistra)? morale ottusa (di chi ha il potere)? politica buona/cattiva? Vuoto ideologico/irrigidimento moralistico? e altro…
    La notizia del rinvio a giudizio di O.Del Turco è come il cacio sui maccheroni: era tanto moralista, specie quando faceva sindacato, godeva di stima, aveva grandi capacità di mediazione (ricordate?): però oggi alla luce dei fatti, sappiamo di lui che NON ha fatto una politica ONESTA.
    Forse è stato uno dei tanti infastiditi dal moralismo di piazza Navona.

  2. sandrozagatti ha detto:

    Ecco, giusto. L’arresto di Del Turco scuote proprio chi accusa di moralismo gli indignati, gli stupidi aspiranti al recupero dell’onestà. Questi rubano, uno si incazza e di becca del moralista.

    Siamo davvero un paese senza memoria. Il moralismo lo abbiamo conosciuto ed è tutta un’altra cosa.

  3. maria ha detto:

    Aggiungo che mi sono piaciute le parole del Magistrato che istruisce il processo: ” Nessun teorema accusatorio, ma una VALANGA di fatti”.
    Come a dire che non è di teorie che abbiamo bisogno, nè di atteggiamenti moralisticamente moderati, ma di efficienza: che ognuno faccia ciò che deontologicamente è chiamato a fare.
    E questo vale per i politici, come per i medici, come per i giornalisti, come per gli imprenditori, come per i magistrati…naturalmente può valere anche per i ladri e gli imbroglioni, che sembra costituiscano la categoria professionale più avanzata.

  4. sandrozagatti ha detto:

    Che poi, a voler essere linguisticamente e semanticamente pignoli, l’uso che si fa della parola “teorema” nel gergo politico-giudiziario, fa sorridere non poco. Lasciatemi dire, visto che ne ho scritti tanti, che i teoremi sono, per definizione, argomenti inoppugnabili, definitivi, incontrovertibili. Quando sento qualcuno dire “contro di me ci sono solo teoremi”, la mia reazione è di dirgli: “beh, allora ammazzati”. Perchè per me vuol dire che non c’è proprio niente da fare.

    Semmai bisognerebbe usare la parola “congettura” che è quella cosa che, una volta dimostrata, diventa un teorema.

  5. essaouira ha detto:

    Il problema non è il moralismo o la moralità, ma il modo di esercitarla e di comunicarla. Per altri commenti mi riservo di ri-intervenire. E’ un periodo in cui sono ultra incasinata.

  6. nancy ha detto:

    Mi auguro che qualcuno organizzi una manifestazione di piazza sulle impronte digitali obbligatorie: non so come possa passare neppure in mente una cosa del genere, dopo i militari impiegati in operazioni di pubblica sicurezza.

    Se la gente s’indigna solo per le attività extraparlamentari dei ministri della Repubblica, allora siamo proprio alla frutta.

  7. Delia Garofano ha detto:

    La cultura come risorsa:
    una risposta (precaria) a Ernesto Galli della Loggia

    «Servono a qualcosa, al governo Berlusconi, i ministeri dell’Istruzione e della Cultura?».
    Con questa (allarmata) domanda, professor Della Loggia, Lei iniziava il Suo intervento La cultura come risorsa pubblicato dal «Corriere della Sera» dello scorso 22 luglio, poi commentato dal neo-ministro della Cultura Sandro Bondi e del suo corrispettivo-ombra Vincenzo Cerami.
    Ho troppa stima di Lei (e spero anche abbastanza intelligenza) per capire che quel Suo scritto – cautelosissimo e dai toni accorati – doveva avere come fine quello di tentare di risvegliare la classe politica attualmente al governo dell’Italia dalla follia dei tagli omicidi approntati in Finanziaria per la Scuola, l’Università e la Ricerca.
    Ciò che però mi riesce difficile (anzi impossibile) capire del Suo scritto sono – oltre alla scelta del governo come destinatario – i presupposti e i concetti su cui si fonda. Proverò a spiegare perché.
    La Sua domanda «servono a qualcosa, al governo Berlusconi, i ministeri dell’Istruzione e della Cultura?» non è, come Lei paventa, «paradossale», ma – evidentemente – assurda e insieme retorica.
    È assurda perché la cultura – quando c’è, quando vive – non ha bisogno di alcun patrocinio della propria irriducibile necessità. E un Paese che è costretto a porsi una domanda come questa sulle pagine del suo quotidiano più letto sta già fornendo, mi sembra, la più esplicita e inequivocabile delle risposte possibili.
    Ma la Sua domanda è anche retorica, poiché viene rivolta a chi detiene oggi il potere in Italia, come se la necessità – effettivamente contingente nell’Italia di oggi – di domandarsi «la cultura serve?» non affondasse le sue radici proprio nel tenore (nonché nelle intenzioni, dichiarate o taciute) della visione del mondo e delle finalità politiche di chi detiene oggi il potere in Italia.
    Ciò che però trovo francamente offensivo nel Suo intervento è il mondo in cui Lei guarda (o forse vede) il Paese, attribuendone lo sfascio a una presunta, mortale «inerzia» degli Italiani.
    Le chiedo: siamo proprio sicuri che sia una colpa del Paese – e non, come sembra invece evidente, di chi lo ha dissennatamente governato sin qui – se siamo oggi costretti (e ridotti) a porci domande assurde e retoriche?
    Soprattutto, siamo sicuri che il fatto (innegabile) che da quindici anni in Italia non cresca non solo il reddito reale medio, ma qualunque cosa sia viva e pulita sia imputabile a ciò che Lei chiama «il venir meno di un’energia interiore, il perdersi del senso e delle ragioni del nostro stare insieme come Paese, delle speranze che dovrebbero tenere legato il primo alle seconde», e non sia invece l’effetto – calcolato e inevitabile – della grande truffa perpetrata ai danni di questo Paese da chi ha attuato ogni mezzo (lecito ed illecito) perché «l’energia interiore» si spegnesse, «il senso e le ragioni del nostro stare insieme come Paese» si perdessero e ogni speranza morisse assassinata?
    Non so in quale Italia Lei viva, ma è certo un’Italia molto diversa da quella in cui vivo e ho vissuto io. In questi ultimi quindici anni intorno a me (e alle persone come me, che sono milioni) io non ho visto alcun «lento ripiegare su noi stessi», né alcuna «incertezza che ci ha fatto deporre progressivamente ogni ambizione, ogni progetto».
    Ciò che ho visto (e vissuto) io, al contrario, è un impegno senza precedenti – profuso con entusiasmo e coraggio anche e soprattutto dalla mia generazione – che rende oggi intollerabile a tutti coloro che lo hanno profuso (e, ripeto, sono milioni) l’idea che esso si sia rivelato inane perché sistematicamente annientato nei suoi risultati, contro ogni logica e ogni senso di responsabilità, da qualcuno che così ha voluto.
    A differenza di Lei, cioè, io non vedo da quindici anni intorno a me un Paese «inerte», ma – semmai – la parte attiva e «non inerte» di questo Paese sottoposta ad un massacro psicologico (prima e oltre che economico) e a una ghettizzazione – rimozione? – che non ha precedenti nella storia: non di «questa piccola penisola mediterranea» che fu fino a ieri «al centro dell’attenzione del mondo», ma, appunto, in tutta la storia del mondo. Quel mondo – grandissimo – che sta al di fuori di «questa piccola penisola mediterranea» e che, nel frattempo, non si è ostinato a difendere con furore e contro il proprio futuro i privilegi acquisiti (e quasi sempre immeritati, oltre che eccessivi) di una sola parte di sé. Quella di una classe (politica, ma anche generazionale) che, con l’ardire di opporsi nientemeno che alle leggi di natura, si è resa inamovibile e che aspirerebbe ad essere (anzi ormai sembra ritenersi) sempiterna.
    E poi Lei si domanda, caro Professore, come mai siamo un «Paese stagnante» da quindici anni? Provi a rileggere la Sua risposta alla domanda che Lei stesso, non senza una certa arditezza, si pone: forse lo capirà.
    Io, per me, sono una ricercatrice universitaria e da più di dieci anni insegno a scuola e all’Università. Per pure ragioni anagrafiche, che in nessun modo concernono i miei titoli, le mie competenze e il mio impegno, sono, come milioni di persone, una precaria: vuol dire che da più di dieci anni svolgo la mia professione a tutti gli effetti senza nessuna «inerzia», ma socialmente (ed economicamente) non esisto.
    Ciò – tradotto in termini concreti – significa che mi sono stati regolarmente negati non solo tutti i diritti che mi sarebbero spettati in virtù dei miei titoli, delle mie competenze e del mio impegno, ma – in un crescendo che è giunto infine all’epilogo – persino i più elementari diritti di individuo.
    Sono per questo, come tutti coloro che si trovano nelle mie condizioni, un’«inerte»?
    Piuttosto – mi sembra innegabile – sono (purtroppo non sola) la vittima di quindici anni di folle dissennatezza e immorale paralisi governativa, cui ultimamente pare essersi sostituita, con esiti davvero poco incoraggianti, la tendenza attivistica al libero sfascio.
    Alla medesima dissennatezza e «inerzia» va ascritto – è indubitabile – l’increscioso fatto che il mio lavoro (cresciuto negli anni in quantità e quantità) sia stato (quando e se retribuito) economicamente quantificato in maniera a dir poco umiliante.
    È così un dato di fatto che il mio reddito – fattore concorrente a definire la «media» di quello nazionale – sia cresciuto (ammetterà in modo un po’ bizzarro) in senso inversamente proporzionale alla crescita del suo reale coefficiente di produttività.
    Poiché intorno a me ho visto negli ultimi quindici anni un’Italia non solo «non inerte», ma quanto mai attiva – prima con entusiasmo e speranza, ora semplicemente per necessità e per bisogno, talvolta per disperazione -, mi chiedo (e Le chiedo) se non sia lecito pensare che il Paese sia stato frodato negli ultimi quindici anni in modi e misure che non hanno precedenti. E che prima o poi – credo presto – questo Paese presenterà il conto a chi quella truffa ha organizzato e perpetrato, non so se con maggiore follia, corruzione o insipienza.
    «Retorica a parte» recitava il Suo intervento «la destra italiana pensa […] che al suo programma e alla sua identità l’Istruzione e la Cultura possano contribuire in qualche modo o no? Ritiene che Istruzione e Cultura abbiano un qualche rilievo strategico nel futuro del Paese oppure no?». Mi sembra evidente che la scelta di accorpare il Ministero dell’Università e della Ricerca e il Ministero dell’Istruzione, come previsto dall’attuale governo al suo insediamento, sia di per se stessa una risposta eloquente alla domanda. Altrettanto eloquente mi sembra la decisione, presa dall’attuale governo cui Lei rivolge il Suo appello accorato e amletici interrogativi, di assegnare tale Ministero unico a Mariastella Gelmini che, in appena tre mesi, ha legiferato abbastanza da compromettere definitivamente ogni futuro possibile di scuola, Università e Ricerca attraverso il DL 112 del 25/06/08, fintamente ritoccato (dopo l’inevitabili e universa constatazione che si tratta di un intervento omicida e suicida) dall’altrettanto pasticciato provvedimento di conversione AS 949. Della cui legittimità e opportunità «strategica» mi pare accertino la decisione del governo di apporvi la fiducia e di farlo approvare alla chetichella dalla Camera il 24 luglio senza che nessuno dei mezzi di «informazione» si prendesse il disturbo di informarcene.
    I fatti confermano, insomma, il sospetto da Lei avanzato, Professor Della Loggia, che – posta alla guida di settori altrimenti riconosciuti come «strategici», oltre che da tutti i Paesi civili del mondo, dalla semplice evidenza della realtà – il Ministro Gelmini non solo «non sospetti neppure l’ascolto che potrebbe ottenere» parlando alla Nazione di Sapere, Bellezza e Passato, ma, anche volendolo, assai difficilmente potrebbe «mettere il Sapere, il Passato e la Bellezza al centro» di un suo «alto discorso politico rivolto al futuro della collettività nazionale».
    Come vede, caro Professore, la risposta alla domanda che Lei pone non è affatto «difficile». È, anzi, di una rara facilità.
    Non c’è dubbio che, come Lei scrive, «l’inerzia italiana non è nella sostanza economica» e che il Paese sia afflitto dalla paralisi («da anni siamo fermi, non facciamo, non creiamo, non costruiamo nulla d’importante, così come non risolviamo nessuno dei problemi che ci affliggono»). Ma – Le chiedo – non sarà forse che «l’invecchiamento di una popolazione che da anni non cresce» non sia invece l’esito inevitabile dell’«invecchiamento» di chi pretende di governare questo Paese in eterno, occupandone – nonché la stanza dei bottoni – le infinite camerette e camarille?
    «L’inerzia» – per dire altrimenti – non sarà nell’occhio che guarda anziché nella realtà – vivissima ma tragicamente paralizzata – che dinnanzi a quell’occhio appannato si distende così nebulosamente da risultare indecifrabile?
    Io ci sono, Professore, anche se Lei non mi vede. Ci sono e ci sono sempre stata in tutti questi ultimi quindici anni: attivissima, e viva più che mai, Le assicuro.
    C’ero, in questi quindici anni, a fare ricerca e a lavorare senza alcuna «inerzia» benché pagata con «borse di studio» che non mi bastavano nemmeno, nonché a fare ricerca, a vivere.
    C’ero e ci sono anche adesso, seppure – a riconoscimento di quindici anni di lavoro – non bastasse il precariato subìto, mi si condanni a un «precariato a vita».
    C’ero e ci sono ancora, come c’erano (e spero ancora ci siano) tutti coloro che ogni mattina – sfidando riforme su riforme della Scuola, dell’Università e della Ricerca schizofreniche, ma comunque dannose e coerenti nei tagli sempre più drastici – si sono fatti carico di non far morire, nonostante tutto, il Passato, il Sapere, la Bellezza.
    Nonostante tutto – nonostante Voi? – noi non siamo morti, per fortuna.
    Ecco perché non c’è alcun bisogno di crearci oggi, come sembrerebbe Sua intenzione, in laboratorio (ne resterà in piedi qualcuno, magari anche libero dai potentati?), né di produrci oggi (frettolosamente e magari in serie) ripescando qualche incalco nel frattempo mandato in rovina per incuria, in una tardiva resipiscenza vitalistica persino più forte dell’irrinunciabilità dei Vostri privilegi. Né di riesumarci da un’«inerzia» nella quale noi – noi no – non siamo mai caduti.
    In tutti questi ultimi quindici anni, in cui Lei si è visto circondato solo da «inerzia», intorno a me c’erano milioni e milioni di Italiani, che – anche se per professione non si occupano di mantenere vivi il Passato, il Sapere, la Bellezza – sono tutto fuorché «inerti».
    Noi c’eravamo e ci siamo, Professor Della Loggia. Voi – piuttosto – dove eravate? Ci siete?
    È indubbio, come Lei scrive, che «il Paese non ha più né un baricentro né una meta. Ed è la sensazione che nel frattempo le differenze sociali, culturali e quindi geografiche tra le varie parti della penisola si stanno approfondendo; che tutti i legami vanno allentandosi: tra le persone come all’interno delle famiglie e con le istituzioni. È la percezione impalpabile che ci stiamo allontanando pian piano dal centro della corrente: come se la storia contrastata ma viva, fertile e felice, della Prima Repubblica fosse giunta al capolinea, e non riuscisse a cominciarne nessun’altra». Però io credo che al verbo «riuscire» si debba sostituire nel Suo discorso il verbo «volere».
    È indubbio, come Lei scrive, che a un Paese così (ridotto) «è necessaria una scossa» per «riprendere il filo della sua vicenda in quanto nazione, riscoprire il senso e le molte vocazioni della sua identità, riacquistare in questo modo fiducia in se stessa». Ma – appunto – è altrettanto indubbio che questo Paese è paralizzato da quindici anni da una politica che profonde ogni propria energia ad impedire questa «scossa». E ciò non, come suppone Lei, per «una singolare timidezza/indifferenza a muoversi sul terreno delle questioni ideali», dato che – per muoversi nelle questioni non-ideali – non mostra timidezza/indifferenza alcuna.
    In questi quindici anni io c’ero, Professore. E intorno a me non ho visto alcuna «inerzia», ma soltanto milioni di persone (un «Paese», appunto) condannato a morte dalla sua deprimente rappresentanza (rappresentanza?) politica e dai suoi potentati.
    Ecco perché non voglio che questo mio Paese vada, come Lei pensa, «rianimato», ma lasciato libero di vivere e di respirare il respiro della libertà.
    Creda a me, che non sono ancora così «invecchiata», nonostante la vita d’inferno che mi è stata imposta negli ultimi quindici anni senza che potessi difendermene, in un’Italia molto diversa da quella in cui – evidentemente – ha vissuto Lei: un Paese vivo non ha alcun bisogno di «attaccarsi» al suo glorioso Passato di Sapere e Bellezza.
    «Attaccarsi» evoca l’atto di nutrimento del parassita. A me piace di più il verbo «alimentarsi». Ecco perché credo che l’Italia, per essere viva e non limitarsi solo a sembrarlo, abbia bisogno di «alimentarsi» dell’energia e della forza di chi – a dispetto di chi lo ha governato e lo governa facendo di tutto per disperdere ogni Passato, ogni autentica «identità e ogni fiducia» – il Sapere e la Bellezza ha continuato a coltivarli ogni giorno, guardando, oltre che al Passato, al Futuro.
    Credo che per tornare ad essere un Paese che respira e «sa trovare le parole, le immagini e le idee giuste», l’Italia abbia bisogno di realizzare quel sempre rinviato ricambio generazionale indotto dal merito e non dalle sostituzioni strategiche impartite dall’alto, di cui da troppi anni si blatera e che le scelte della destra al governo, in curioso contrasto ai proclami, definitivamente accantonano.
    Credo che per poter degnamente tornare a parlare di passato, di bellezza e di sapere l’Italia non abbia bisogno di proclami, ma di ascoltare la voce (senza propensione alle maiuscole) di coloro che hanno continuato a coltivare il passato, la bellezza e il sapere a dispetto del dissennato massacro esercitato ai loro danni e ai danni del Passato, della Bellezza e del Sapere ad opera di Ministri dell’Università e della Ricerca e dell’Istruzione che pensano (?) al sapere come a un prodotto seriale d’industria e ad una merce da svendere al migliore offerente.
    Io – non so Lei – credo solo in coloro che non si sono arresi mai: a dispetto di tutto e a dispetto di tutti. E che lo hanno fatto con impegno e con sacrificio. Senza nessuna «inerzia», dunque, e senza alcun bisogno, ora, di aggrapparsi ad alcuna «retorica», che non solo, come Lei scrive, è «intollerabile», ma della quale – lingua da sempre di tutti i colpevoli – ora più di ieri non sappiamo proprio che fare.

    Delia Garofano

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