Sesso e potere

7 Figures on a Beach

Non è una questione di gossip né di politica né di costume. L’ascesa ai vertici governativi per meriti non politici di Mara Carfagna (ammesso che le ricostruzioni fornite siano esatte) investe secondo me una questione profonda che ho cercato di affrontare nel post “il maschilismo di ritorno”.

Non ho voglia di farla lunga. Ci rendiamo conto che il maschilismo, nella sua connotazione più autentica e profonda, storicamente radicata, geograficamente ed antropologicamente estesa, è stato concepito e si è sviluppato esattamente per prevenire i fenomeni che ci sono di fronte? Ditemi se sbaglio.

Di fronte alla macroscopica e perniciosa anomalia di una giovinetta che assurge a posizione di potere per meriti sessuali, ed alle infinite repliche del fenomeno che si producono ad ogni livello sociale, quale strumento difensivo ha la società se non quello di escludere preventivamente le donne dalla vita pubblica e di privarle dell’autonomia nella gestione del loro corpo? Il principio “tu non sei tua” (che, per negazione, esprime il germe del maschilismo), non è forse l’unico tragico strumento che la collettività adotta per impedire alle donne più scaltre di insidiare il potere, di corrompere la società e di provocarne la crisi con la loro inettitudine ed irresponsabilità collocate in ruoli di responsabilità? Perché la corruzione sessuale, a differenza di quella economica, non conosce proporzionalità fra mezzi e fini: il suo potere distruttivo non è controllabile e può essere solamente prevenuto.

La figura paradigmatica (né salvifica né consolatoria) di Mara Carfagna non è forse il preludio al ritorno del maschilismo, al principio per cui “le donne no, stiano a casa”?

E se così è, non è un po’ troppo precipitosa la solidarietà che le è stata concessa da tutte le donne di tutti i partiti? E sono esse sicure di interpretare il sentire di tutte le donne? Tante forse sì, ma tutte forse no. Non risulta infatti ancora pervenuta a Mara Carfagna la solidarietà di Veronica Lario.

22 risposte a Sesso e potere

  1. Alessandra D. scrive:

    Mi è piaciuta molto l’osservazione su Veronica Lario…

  2. nancy scrive:

    Io non riesco a vedermelo il Cavaliere che si fa irretire da una Mara Carfagna qualunque, se è questo il senso del post.

    Il sesso fa parte della nostra vita o, almeno, delle nostre aspirazioni; ciò premesso, la questione mi sembra piuttosto un’altra, ovvero l’uso sfrontato della propria supremazia per ottenere delle prestazioni sessuali.

    Per quanto ambiziosa lei rimane sempre una vittima. Il maschilismo italiano, diffuso anche tra le donne, sta proprio nel non riconoscere questo.

    Nel caso Clinton-Lewinsky l’imputato, di fronte all’opinione pubblica americana, è stato sempre lui.

  3. sandrozagatti scrive:

    Il punto non e’ distinguere le responsabilita’ fra uomini e donne, stabilire se carfagna sia vittima o no. Quello che voglio dire e’ semplicemente che il maschilismo – inteso come strumento culturale di controllo sociale e come sentimento comune a uomini e donne – si e’ sviluppato, secondo me, per prevenire i fenomeni “alla carfagna”. Chiedo scusa per la brutalita’ dell’esemplificazione. Perche’ il punto non e’ il vantaggio che ella si e’ procurata, o la prestazione che si e’ garantito chi ne ha approfittato. Il punto e’ il danno che deriva alla societa’ – nelle varie articolazioni che ne sono coinvolte – da questo dato di fatto.

    Questa forma di potere, ottenuta e gestita nel vortice di irrazionalita’ che si istaura grazie alla collusione sessuale, trasferisce sul piano collettivo una dose di irragionevolezza, di irresponsabilita’ incontrollate. Astraiamoci dal caso specifico: pensiamo a una donna o ad un uomo che assurge per meriti sessuali a ministro degli esteri, a comandante di un esercito, a primo ministro. Puo’ derivarne la rovina per lo Stato. Ecco perche’ nel corso dei secoli si e’ nato il maschilismo: per ridurre i rischi (perche’ di certo non li si elimina), per arginare il fenomeno.

  4. nancy scrive:

    Il maschilismo garantisce agli uomini di portare avanti la competizione per arrivare al potere solo tra di loro. Facendo, a volte, ben di peggio.

  5. sandrozagatti scrive:

    Lo so, ma questa e’ una conseguenza. E ribadisco che finche’ si affronta la questione in termini di “conflitto”, di rimpallo di responsabilita’ fra uomini e donne non se ne viene a capo. Perche’ il maschilismo non e’ un sentimento solo maschile. Esiste anche il maschilismo delle donne, spesso ben piu’ feroce di quello degli uomini.

  6. essaouira scrive:

    Vedi mio secondo commento al No Cav day

  7. essaouira scrive:

    Vedi il mio secondo commento al No Cav day

  8. maria scrive:

    Guardiamo le 4 ministre: semplici, quasi acqua e sapone, prive di proposte, anzi mute, sorridenti, decorative, controllate… non allocate in posti nevralgici e sensibili, spesso senza portafoglio…
    I loro meriti sessuali (se ci sono)vengono rapidamente dimenticati o sono ignorati dagli italiani buoni.
    Questo è ciò che viene dato in pasto al paese maschilista (e appunto non faccio distinzione tra uomini e donne maschiliste).
    Si vuole che il potere sia forte, decisionista, operativo.
    Il paese ha bisogno di immagini rassicuranti e inutili.
    E allora mettiamo là queste 4 gentili signore e lasciamo da parte quella rompicoglioni della Brambilla, quella volgarona della Santanchè, quella pasionaria della Mussolini (tanto per fare degli esempi).
    Le donne intelligenti, poi, fanno paura e vengono schernite perchè sembra che il sesso non lo facciano o non siano portate a farlo.

  9. sandrozagatti scrive:

    @essaouira. Nel respingere l’accusa (qualora mi sia stata rivolta) di bacchettone, vorrei chiarire che il punto non è indagare (e giudicare) la vita privata della Carfagna. Ma è chiedersi quali meriti abbia per rivestire il ruolo di ministro delle pari opportunità. E, secondariamente (ma anche primariamente) interrogarsi sul fenomeno della (autopromozione) per meriti sessuali. Questo è secondo me il punto e non si tratta di vita privata, nè di privato con valore pubblico nè di equazioni fra pubblico è privato. Si accetta l’idea che l’amante, in quanto tale, può conquistare un ruolo di potere? Va bene. Ma poi non si parli mai più di meritocrazia, in ogni declinazione possibile, a qualsiasi livello, perchè abbiamo già finito di discuterne.

  10. nancy scrive:

    In politica il merito sta nella rappresentanza; sarebbe allora da chiedersi di tutti quelli che ricoprono delle cariche chi e cosa rappresentino.

    Nel bene e nel male le logiche del premierato forte, che privilegiano la governabilità alla rappresentanza, portano proprio alle contraddizioni di cui parla Maria: si tolgono di mezzo i personalismi minori proponendo al contempo figure asservite al premier.

    Si è visto, ad esempio, nella passata legislatura anche nella nostra regione; infatti molti ex assessori, provenienti dal listino del presidente o semplicemente nominati tali e senza vincoli con il mondo della politica, non sono stati, pur candidati, eletti nel nuovo consiglio.

    Se poi vogliamo far un discorso sulla morale, facciamolo ma, a mio avviso, si ritorce come un boomerang contro chi detiene il potere per il cattivo uso che ne fa.

  11. sandrozagatti scrive:

    Vero, ma non necessariamente in politica il merito si misura con il consenso personale. I ministri, per esempio, sono nominati dal capo dello stato su proposta del presidente del consiglio, non sono necessariamente eletti. I meriti in base ai quali accedono alla carica sono quindi valutati da chi li sceglie, a prescindere – in linea di principio – dal consenso personale che essi sanno o saprebbero raccogliere.

    Ma mi rendo conto di non spiegarmi. Dimentichiamoci della Carfagna (teniamola solo come paradigma): è socialmente, moralmente, penalmente, culturalmente ammissibile che l’amante, la concubina, acceda a posizioni di potere, di responsabilità, scavalcando chi più vale di lei (o di lui, perchè esistono anche gli amanti uomini)? Al di là del giudizio morale, non ne deriva forse un danno per la collettività, proporzionato alla rilevanza del ruolo?

    Se la risposta è sì, abbiamo finito. Se la risposta è no, che facciamo? Affrontiamo il problema? E come?

  12. nancy scrive:

    In astratto mi sembra che la questione sia nata con il mondo.

  13. sandrozagatti scrive:

    Forse si. Ed in effetti, dalla nascita del mondo, l’uomo ha tentato di evolversi elaborando degli strumenti culturali. Ci crediamo o no? Vogliamo evolverci o rimanere fermi all’origine del mondo?

  14. essaouira scrive:

    Caro Sandro, a proposito della Carfagna tu stesso dici “ammesso che le ricostruzioni siano esatte”. Appunto, questo è il problema. Ammesso, dico io, che una serie di persone (a prescindere, sottolineo, dalla loro identità sessuale) abbiano fatto o faranno politica, a destra come a sinistra non tanto per merito ma piuttosto per fedeltà e asservimento, questo non giustifica il moralismo giacobino con cui la piazza di di pietro ha proposto un’opposizione di governo. Che a mio avviso è altra cosa. Anche di strumenti un po più culturali. O vogliamo, come giustamente fai notare tu, restare fermi all’origine del mondo?

  15. sandrozagatti scrive:

    Ovviamente non posso sapere se le voci che circolano sono vere o false, certo sono perfettamente coerenti con l’mmagine che berlusconi dà di sè, della sua visione della società e del potere. Immagine che ha fatto dire a Sartori che l’Italia si sta trasformando in un “sultanato”.

    Ma il sentimento esploso a piazza navona, secondo me, non è “moralismo giacobino”, bensì legittima, sacrosanta indignazione. Personalmente io non avrei usato certi toni, certe immagini e certe parole; ma non mi attribuisco l’autorità per giudicare chi lo ha fatto.

    Sul corriere di oggi Galli Della Loggia classifica la manifestazione proprio come forma deteriore di sciocco moralismo.

    Io dissento e, se avrò tempo, commenterò il suo fondo.

    Senza rifare la storia patria (lui lo fa ma si dimentica alcune cosette, tipo il fascismo e tangentopoli) vorrei sottolineare che al di là delle propensioni politiche ognuno di noi sa distinguere, perlomeno in prima approssimazione, il bene dal male, senza dover ricorrere ai codici o alle sacre scritture. E ci guida quotidianamente in ciò che facciamo quella che si chiama morale. Concetto che non viene mai evocato direttamente, ma che, ci piaccia o no, esiste. Solgono ricorrere termini connessi per negazione o correlazione (amorale, immorale, moralismo) ma il nocciolo viene eluso.

    Ma la Politica, così come la Giustizia, hanno imprescindibilmente un fondamento morale, dal quale ci si può discostare, ma con la consapevolezza di farlo. Oggi sembra che non sia più così: la politica è potere, la giustizia è tecnica legale. Il risultato è che la società si sfalda e il cittadino smarrito o si affida ad improbabili autorità morali (il Papa quando va bene, altri quando va peggio) oppure rinuncia a coltivare un sentimento collettivo positivo.

    A piazza Navona è esplosa questa lacuna, questo sentir venir meno il senso del bene di fronte alla prevaricazione del potere economico e di una politica cieca, di casta, come si usa dire adesso.

    Critichiamo pure le forme, per carità, ma non perdiamo di vista il senso autentico.

  16. sandrozagatti scrive:

    PS. Ci sono dubbi sul fatto che Carfagna è ascesa al governo per meriti non propriamente politici? Ci sono dubbi che forse esistono molte persone più adatte di lei a quel ruolo? Ci sono dubbi sul fatto che forse sarebbe opportuno che la carica di ministro sia assunta dalla persona più adatta a farlo?

    Dopo aver risposto a queste domande possiamo anche dimenticarci il gossip e le intercettazioni.

  17. nancy scrive:

    In effetti non si tratta di meriti politici ma di un’operazione di restyling della politica, insomma d’immagine: metti qualche donna e qualche giovane qua e là, et voilà, dai aria nuova a tutto il contesto.

    E siccome a scegliere ci sono ancora gli uomini di una certa età, tra le tante laureate d’Italia ne prendono una giovane ed al contempo carina; così, se ne hanno l’inclinazione, possono anche sfogare le loro intemperanze al telefono.

    Alla camera dei deputati ci sta anche una certa Madia, caduta dal cielo. Pensi che dopo una legislatura e, potendolo, non la faranno ministra?

  18. Alessandra D. scrive:

    Il tuo blog è sempre interessante da leggere.
    Ciao Zagatti.

  19. sandrozagatti scrive:

    Quello che faranno di Madia non lo so. D’altronde non mi pare di aver distinto gli uni dagli altri e di aver fatto classificazioni politiche. Comunque si conviene che queste ministre sono li’ per ragioni estranee ai loro meriti ed alle loro capacita’, e qui sta il grave. Non e’ questione di moralismo, perche’ un ministro, sia anche “pilotato” dall’alto, ha pur sempre grandi responsabilita’. A chi mostra indulgenza verso chi promuove o si fa promuovere per meriti sessuali, sottopongo un interrogativo. Immaginiamo di finire in ospedale ed in sala operatoria e il chirurgo che impugna il bisturi e’ l’amante del primario ed e’ li’ non perche’ sia bravo/a ad operare, ma bensi’ a fare altre cose. Siamo sicuri di essere ancora indulgenti scoprendo che l’operazione e’ andata male?

  20. essaouira scrive:

    Ma siamo ancora così ingenui da pensare che la sanità sia diversa dalla politica?

  21. essaouira scrive:

    p.s: visto che citi Galli della Loggia, che dici di volerlo commentare, e che a me ha fatto riflettere, credo sia giusto far leggere a tutti il suo fondo di domenica pubblicato sul Corriere

    Il moralismo in un Paese solo

    di Ernesto Galli della Loggia

    È un demone antico quello che martedì scorso è rispuntato sul palco romano di piazza Navona. È il demone che spinge di continuo una parte di Italiani a credere non solo che il proprio Paese è governato (o può esserlo da un momento all’altro se vincono gli «altri») da una masnada di furfanti corrotti, ma che questi furfanti, in fondo, non sono altro che il vero specchio del Paese, o meglio della sua maggioranza. È il demone, appunto, del moralismo divisivo: cioè dell’idea che l’Italia non è un solo Paese, con propensioni, aspetti, caratteri buoni e cattivi, intrecciati inestricabilmente in tutte le sue parti e in certa misura dentro ognuno di noi. No, l’Italia sarebbe invece un Paese con due anime, due morali, addirittura due popoli di segno opposto. Da una parte gli Italiani cattivi (per natura reazionari, prevaricatori e imbroglioni) e dall’altra invece gli Italiani buoni (altrettanto naturalmente democratici, rispettosi della legge e attenti al bene pubblico). Da una parte insomma l’Italia maggioritaria moralmente grigia; e di fronte, a cercare di contrastarla, quella che ama definirsi «l’altra Italia», irrimediabilmente di minoranza.

    La rappresentazione di questo modo di vedere le cose è andata in scena nel modo più evidente sul palco di Roma: dove è apparso chiaro, per l’appunto, che l’essenziale era urlare a squarciagola che Berlusconi incarna il massimo degli obbrobri possibili. Dimenticando però che, proprio se un simile figuro non ha dalla sua nessuna buona ragione, tanto più allora vi devono essere però delle buone ragioni se una maggioranza di Italiani lo ha votato. Ma il moralismo serve appunto a vanificare ogni questione politica di tal genere: la maggioranza degli Italiani ha votato Berlusconi? E che problema c’è? Vuol dire che sono fatti della sua stessa pasta, è la prova che sono dei furfanti come lui.

    È una storia antica, dicevo, questa del moralismo. Una storia che comincia subito dopo l’Unità, quando lo sdegno per le miserie del Paese e il venir meno delle grandi speranze risorgimentali si tramutano nella messa sotto accusa delle sue classi politiche, del «Paese legale»; che prosegue poi con l’antigiolittismo di tanta parte della cultura nazionale la quale, alla denuncia delle malefatte del «ministro della malavita», associa ora la novità importante della denuncia dell’inadeguatezza morale dell’opposizione socialista, colpevole di essere collusa e di tenergli bordone. Una storia, infine, che fino ad oggi sembrava culminare e compendiarsi nella fiammeggiante predicazione di Gobetti e nel suo culto per le «minoranze eroiche » chiamate a lottare contro tutto e contro tutti. Contro Giolitti, contro Turati, contro Mussolini: tutti colpevoli egualmente, anche se a vario titolo si capisce, di promuovere la «diseducazione» morale e politica del popolo italiano. Considerato peraltro — c’è bisogno di dirlo?— non desideroso di altro.

    Sono stati gli scrittori, i poeti, il ceto accademico, gli intellettuali in genere, a svolgere un ruolo centrale nel far sorgere e nell’alimentare questa tradizione del moralismo divisivo. Un ruolo che rimanda al ruolo politico di coscienza della nazione che sempre gli intellettuali hanno avuto in Italia, prima e durante il Risorgimento, e che hanno mantenuto fino ad oggi.

    La storia politica italiana specie nel ‘900 è stata per molti versi, infatti, una storia d’impegno politico degli intellettuali; e questo impegno si è esercitato quasi sempre come denuncia e scomunica dai toni moralistici non di una politica con nome e cognome, ma dell’Italia «cattiva», di «quest’Italia che non ci piace», secondo le parole famose di Giovanni Amendola.

    È naturale che farsi alleato un simile atteggiamento, sollecitarlo e vezzeggiarlo, rappresenta una tentazione per qualunque forza d’opposizione. La sinistra italiana ne sa qualcosa. Nel dopoguerra, infatti, il Partito comunista iniziò una politica di stretta alleanza con gli intellettuali, e dunque anche esso fece proprio in misura notevole il moralismo divisivo che nella tradizione italiana caratterizzava il loro impegno. Del resto, un partito antisistema com’era il Pci di allora — sicuro di non poter mai arrivare al governo per vie normali, condannato alla contrapposizione permanente — divisivo lo era naturalmente. Per forza esso doveva alimentare la divisione in «buoni» e «cattivi». Il taglio moralistico che vi aggiunsero gli intellettuali dunque vi fu, e fu certo significativo, se non altro per mantenere viva una tradizione, ma il gelido realismo di Togliatti curò di non farsene prendere mai la mano, di sbarrargli qualunque avvicinamento al terreno cruciale della decisione politica. Dove invece restarono famose le sue «aperture» e i suoi «dialoghi» (perfino con gli ex fascisti).

    Le cose sono iniziate a mutare del tutto con Berlinguer. È allora infatti che il discredito progressivo della tradizione comunista e la crisi dell’Urss lasciano il Partito comunista privo sempre più della sua identità storica. Ed è allora che il vuoto ideologico, che nel frattempo diviene progressivamente vuoto politico, comincia inesorabilmente a essere sempre più riempito dall’irrigidimento moralistico. Il quale tende a sua volta a diventare urlo delegittimatore, creazione del nemico assoluto, visto addirittura come frutto di una «mutazione genetica ». Con sempre meno operai e sempre più esponenti del «ceto medio riflessivo » nelle proprie file, suggestionato da spregiudicati gruppi editoriali che ambiscono quasi a dettargli la linea, pressato da giudici di tipo nuovo che considerano se stessi e la giustizia come investiti di una missione etica, e infine condizionato da una stampa straniera abituata a semplificare drasticamente una realtà italiana che nella sostanza non conosce, il Pci non trova di meglio che fare della «questione morale» la sua nuova carta d’identità. Incapace di convertirsi alla socialdemocrazia, al partito di Gramsci e di Togliatti, che pure un tempo non ignorava gli aspri dilemmi della politica, non rimane che presentarsi come «il partito degli onesti»; che affidare le sue speranze alla delegittimazione morale dell’ avversario.

    Lì avviene il ripudio drammatico e totale di una storia, una rottura sociale e antropologica, quello che potrebbe definirsi il salto verso il moralismo in un Paese (e dunque in un partito) solo. È da quel momento che un nugolo di professori, di giornalisti, di teatranti, di showmen televisivi, di romanzieri, comincia a pensare ormai di essere di fatto il padrone dell’elettorato di sinistra. E, quel che è peggio, in una certa misura lo diventa davvero. L’8 luglio romano ha rappresentato l’esito di questo lungo itinerario. Esso però dovrebbe aver fatto capire definitivamente, a chi non l’avesse ancora capito, che cosa implica alla fine il moralismo divisivo: in una parola la concreta impossibilità della democrazia. Se infatti l’Italia che politicamente non ci piace è fatta di gente moralmente ottusa guidata da un malandrino, è ovvio che la sola possibilità è una lotta all’ultimo sangue, muro contro muro, senza alcun compromesso immaginabile, mai. E se poi si dà il caso che quell’Italia così detestabile vince le elezioni, allora è inevitabile convincersi che la democrazia, un sistema che permette cose simili, in realtà è niente altro che una truffa. Ma è questo che conviene davvero alla sinistra? È questo che conviene al Partito democratico?

  22. sandrozagatti scrive:

    @essaouira. Non so se sono ingenuo, ma spero che sia chiaro il senso della mia domanda retorica.

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