Mi interrogo.

Sul partito democratico. Ascolto Veltroni e rimango senza parole. I blog dei dirigenti sono muti, e non da oggi. Mi ero riproposto di scrivere qualcosa di intelligente ma non ci riesco, non mi viene in mente niente. Oggi, finalmente, ho ricevuto il primo numero de “Il Mulino” successivo alle elezioni e l’ho sfogliato in fretta, ansioso di trovarci spunti di riflessione interessanti. Ho letto l’articolo di Edmondo Berselli, come sempre lucido e chiaro e come sempre accademicamente deludente. Si chiude così: “Partito mediatico, partito liquido, partito volatile; oppure partito solido e radicato nel territorio… Per ora il Pd assomiglia a un partito ipotetico.”

Poi mi sono letto il parere del CSM sulla norma blocca-processi, ho discusso con un conoscente degli effetti che avrà sul funzionamento dei Tribunali e la mia afasia è peggiorata.

Dottore, sono grave?

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5 Responses to Mi interrogo.

  1. controreazioni ha detto:

    Noi ci siamo dati al cinema
    http://controreazioni.wordpress.com/

  2. maria ha detto:

    Io, come da vocazione, mi do alla letteratura (degli altri).
    E’ rilassante: non mi costringe a parlare o a fare sforzi di intelligenza.
    Se riesco, metto insieme un primo giorno di scuola per illuminare sul sistema scolastico della Cina rivoluzionaria.

  3. maria ha detto:

    Ecco la prima parte del racconto (autore MO YAN)

    “Qin er, inforcando occhiali da presbite di cristallo (omaggio controrivoluzionario ricevuto anni prima) sedeva sulla pedana di mattoni scuri, tenendo aperto tra le mani un libro di testo di cinese. Trascinando quel suo tremulo tono, decrepito quanto le sue gambe, faceva lezione a noi, il primo gruppo di studenti del primo anno di Gaomi, un gruppo eterogeneo per quel che riguardava l’altezza delle persone e con forti differenze d’età. Gli occhiali gli erano scivolati a metà del naso adunco…
    – la grande capra è grande,- cantilenava.
    – La grande capra è grande,- facevamo eco noi, cercando di imitare il suo tono e
    tenendo sulle gambe, senza guardarlo, il libro di testo fresco di stampa.
    – La piccola capra è piccola,- leggeva lui malinconico.
    L’aria era soffocante. L’aula buia e umida. Eravamo scalzi e a torso nudo. I nostri corpi luccicavano di sudore, nel suo abito immacolato il maestro era invece pallido, con le labbra livide. Sembrava stesse morendo di freddo.
    – La piccola capra è piccola,- ripetevamo ad alta voce.
    L’aula era impregnata di puzza d’urina.
    – La grande capra e la piccola capra corrono sulla montagna-
    – La grande capra e la piccola capra corrono sulla montagna –
    – La grande capra corre, la piccola capra bela.-
    – La grande capra corre, la piccola capra bela.-
    Nutrivo dubbi su quel testo: In base alle mie ricche conoscenze in materia di capre sapevo che una capra grande costretta a trascinarsi dietro grandi mammelle, non può assolutamente mettersi a correre. Solo a camminare fa fatica, figuriamoci correre. Che la piccola capra belasse era invece del tutto plausibile. Tra le erbe selvatiche dei pascoli, la grande capra si sarebbe messa tranquillamente a brucare, mentre la giovane capra si sarebbe messa a correre e a belare.
    Volevo alzare la mano per chiedere spiegazione, ma non osai. Davanti al maestro c’era un righello, e lui era uno specialista nel colpire i palmi delle mani.
    – La grande capra ha mangiato di più.
    – La grande capra ha mangiato di più.
    – La piccola capra ha mangiato di meno.
    – La piccola capra ha mangiato di meno
    Quelle frasi erano giuste. E’ logico che una capra grande mangi più di una piccola capra.
    – La grande capra è grande.
    – La grande capra è grande.
    – La piccola capra è piccola
    – La piccola capra è piccola
    Quando le due capre avevano finito di brucare l’erba, si ricominciava da capo. Il maestro continuava a leggere imperterrito, come immune da stanchezza. Nell’aula andò pian piano crescendo la confusione. Wu Yunyu era figlio di un bracciante, aveva 18 anni ed era un tipo alto e robusto: come uno stallone si era sposato con una vedova più grande di lui di dieci anni. La pancia si era già gonfiata, e presto avrebbero avuto un bambino. Prestissimo lui sarebbe divenuto padre. Il papà in pectore tirò fuori dalla cintura una pistola arrugginita e si mise a prendere di mira lo zucchetto del maestro Qin Er.
    – La grande capra galoppa
    – La grande capra galoBBANG! He he he he, galoppa.
    Il maestro alzò la testa, aprì bene gli occhi cinerei, offuscati dalla vecchiaia, praticamente non vedeva nulla. Riprese a leggere il libro
    – la piccola capra bela.
    Bang!- Wu Yunyu sparò un altro colpo con la bocca. La nappa rossa sul cappello del maestro tremò. L’aula scoppiò a ridere. Il maestro afferrò il righello,battè alcuni colpi e gridò:- Ordine, silenzio! ”

    ( se interessa, passo alla seconda parte del racconto)

  4. sandrozagatti ha detto:

    certo, bisogna sapere come finisce.

  5. maria ha detto:

    La lettura andò avanti.
    Diciassettenne, figlio di un contadino povero, Guo Qiusheng lasciò il suo posto piegato in avanti. Strisciò zitto zitto fino alla cattedra e si rialzò alle spalle del maestro. Mordendosi le labbra con incisivi grandi come quelli di un topo, simulò con le mani l’atto di sfregare la capoccia del maestro. Sembrava un addetto al mortaio che infilava una carica nell’obice. In aula si scatenò il caos. Gli allievi si agitavano piegandosi dalle risate. L’alto Xu Lianhe si mise a picchiare ripetutamente con i pugni sul banco, il basso e grasso Fang prese il libro e cominciò a farlo in tanti pezzetti, che poi gettava in aria: coriandoli di carta grigiastra fluttuarono come farfalle.
    Il maestro provò a picchiare più volte sulla cattedra, ma non ci fu verso di sopire la baraonda. Da sopra gli occhiali, i suoi occhi esploravano quanto accadeva là in basso alla ricerca dell’origine di tanta confusione. Senza controllo, Guo Q. continuava a fare gesti offensivi. Mentre i ragazzi oltre i 15 anni gridavano come matti, la mano di Guo sbattè contro l’orecchio dell’anziano maestro. Questi si girò di scatto e l’afferrò.
    – Ripeti a memoria!- disse minaccioso.
    Guo si mise in piedi sulla pedana, il suo corpo simulava serietà ma la sua faccia continuava a fare smorfie. Arricciava le labbra e metteva la bocca a forma di ombelico. Chiudeva un occhio e storceva la bocca. Poi, serrando forte le mascelle, si mise a muovere le orecchie.
    – Ripeti !- disse infuriato il maestro.
    Gao recitò:- La grande ragazza è grande, la piccola ragazza è piccola. La grande ragazza corre appresso alla piccola ragazza…
    Poggiando le mani sulla cattedra, il maestro si alzò in piedi in un boato di risate, la barbetta bianca percorsa da tremiti. Bofonchiò fra le labbra:
    – Fannulloni! Ai fannulloni non si può insegnare nulla!
    Alzò alto il righello, e afferrata una mano di Guo la trascinò sul tavolo.
    – Fannullone!
    Il suo righello si abbattè con violenza sul palmo della mano di Guo. Lui cacciò uno strillo. Il braccio del maestro che stava di nuovo sollevando il righello, rimase per un istante sospeso in aria. In quello stesso momento sul viso di Guo si dipinse un’espressione aggressiva da teppista proletario. I suoi occhi emanarono bagliori d’odio, di sfida. Lo sguardo offuscato del maestro si ritrasse sconfitto e frustrato; il braccio sospeso in aria e il righello si abbassarono senza forze. Mugolando qualcosa, si tolse gli occhiali e li ripose in un fodero metallico. Avvolse il tutto in un ritaglio di stoffa azzurra e se lo mise nella tasca interna, dove infilò anche l’eroico righello. Poi si tolse lo zucchetto e, rivolto a Guo, fece un inchino. Si inchinò di nuovo verso tutti gli studenti dell’aula. Con una vocetta rauca, che suscitava compassione e disgusto allo stesso tempo, disse:
    – Gentili signori, Qin Er è solo una povera zucca vuota che sopravvaluta le proprie abilità e non si rende conto dei propri limiti. Dovrebbe essere morto, ma vive. Un vecchio che si ostina a non morire è un sostegno alla perversione della natura. So di avere molte colpe e quindi vi prego, gentili signori, di volermi perdonare !-
    Quindi unì le mani e le portò all’altezza dell’ombelico. Ondeggiò su e giù un paio di volte e poi, piegato su quella vitina da gamberetto secco, uscì dall’aula con passi leggeri.
    La prima ora di lezione si concluse così.

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