Il campo di concentramento di Arbe (Rab)

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Il primo giugno 1940, dieci giorni prima dell’entrata in guerra, il Ministero degli Interni di Roma diramò a tutte le prefetture la seguente direttiva: “Appena dichiarato lo stato di guerra dovranno essere arrestate e tradotte in carcere le persone pericolosissime sia italiane che straniere di qualsiasi razza, capaci di turbare l’ordine pubblico o di commettere sabotaggi o attentati nonché le persone italiane o straniere segnalate dai centri di controspionaggio per l’immediato internamento.” Se fino a quel giorno il fascismo aveva adottato il confinamento come strumento repressivo nei confronti degli antifascisti, l’inizio della guerra vedeva l’inasprimento di tale provvedimento nella forma dell’internamento. Ed infatti, fra il 1940 ed il 1943, in attuazione della menzionata direttiva, lo stato italiano aprì e gestì circa quindici campi di concentramento nei quali rinchiuse i soggetti “pericolosissimi”.

Nella primavera del 1941 l’esercito italiano penetrò nel territorio del regno yugoslavo le cui truppe erano in rotta dopo la repentina offensiva condotta dalla Wehrmacht. La spartizione del territorio fra i due alleati invasori concesse all’Italia una porzione occidentale della Slovenia, che fu annessa come provincia dei Lubiana, mentre la seconda armata, al comando del generale Ambrosio, occupò militarmente i territori della Dalmazia, di parte della Croazia e del Montenegro. Se le aree meridionali furono assoggettate al controllo militare, il territorio sloveno annesso, essendo divenuto nazionale a tutti gli effetti, ebbe un’amministrazione civile, affidata al commissario Grazioli, ed ereditò quindi la normativa sull’internamento degli oppositori del regime.

L’occupazione italiana, estendendo a Lubiana ed al suo territorio la politica di snazionalizzazione ed italianizzazione della popolazione slovena condotta senza remore dal fascismo nelle aree annesse nel 1918, si guadagnò automaticamente l’ostilità della popolazione e la speranza degli italiani di governare pacificamente l’area svanì immediatamente. Già nel febbraio del 1942 il generale Robotti, comandante del distaccamento militare in Slovenia, commentando le difficoltà nel contrastare la crescente resistenza partigiana nelle campagne attorno al capoluogo, scrisse: “smettiamola di considerarci in pace”.

Negli ambienti civili e militari italiani si radicò quindi la convinzione che fosse necessario procedere ad internamenti di massa, al fine di stroncare tanto la resistenza partigiana quanto il sostegno che essa trovava presso la popolazione. Fra il 1942 ed il 1943 reparti militari italiani operarono a Lubiana quattro rastrellamenti finalizzati neutralizzare le formazioni partigiane, procedendo alla cattura di “note categorie di persone: studenti, professori, maestri, operai disoccupati, profughi ecc. e tutti coloro che, indipendentemente dalla categoria, risultano aderenti al movimento rivoltoso.” Se tali iniziative, per via dell’inadeguatezza del servizio di informazioni, lasciarono intatta la struttura resistenziale, centinaia di persone furono arrestate e destinate all’internamento.

Ma ad esasperare le autorità italiane fu l’incapacità di controllare il territorio rurale. Nella primavera del 1942, Robotti dovette registrare che i partigiani “controllavano i due terzi dell’area occupata” rendendo insicuri i trasporti e tutte le attività civili. Le continue imboscate alle truppe italiane in trasferimento indusse i vertici militari a programmare una massiccia operazione in campo aperto, varando misure drastiche nei confronti della popolazione, considerata collusa con i “ribelli”. Le linee direttive di tali iniziative repressive furono approntate dal generale Mario Roatta, successore di Ambrosio, con una serie di circolari fra le quali la “3C” del 1 marzo 1942. Essa, in particolare, prescriveva le misure da attuare nei confronti della popolazione civile, fra cui le seguenti.

– L’internamento di tutti i membri (compresi quindi donne, vecchi e bambini) delle famiglie dalle quali risultavano assenti senza giustificato motivo i maschi adulti (considerati in quanto tali partigiani a tutti gli effetti).
– La confisca dei beni e la distruzione delle case dei ribelli, dei loro parenti o comunque degli abitanti dei villaggi nei pressi dei quali si fossero verificati atti di sabotaggio o imboscate nei confronti delle truppe italiane.
– L’arresto, come ostaggi, di un certo numero dei residenti nelle località teatro di attacchi alle forze italiane e la loro fucilazione in caso di mancata individuazione entro 48 ore dei responsabili.

A partire dal giugno 1942 le truppe di Robotti misero in atto una vasta e prolungata offensiva contro le formazioni partigiane nel corso della quale le direttive di Roatta furono puntualmente ed estensivamente applicate, anche se il generale italiano lamentò la scarsa crudeltà dei suoi soldati, affidando ad una nota scritta la sua ormai celebre lagnanza: “si ammazza troppo poco”. L’incendio dei villaggi, la confisca di beni e bestiame, la fucilazione degli ostaggi e l’arresto dei residenti divennero la regola nelle campagne slovene. Se ciò non intaccò, se non minimamente, l’efficienza delle formazioni partigiane, produsse una grande massa di internati da destinare ai campi di concentramento.

Alle categorie destinate all’internamento già delineate (studenti, intellettuali, insegnanti, disoccupati, familiari dei ribelli o presunti tali) ne vennero aggiunte altre: gli abitanti delle zone contigue alle linee ferroviarie, gli ufficiali del disciolto esercito yugoslavo ed i collaboratori delle forse di occupazione.

L’insicurezza dei trasporti ferroviari era tale da indurre Roatta, Grazioli e Robotti a concepire l’idea di creare una fascia di sicurezza attorno alle linee, liberandola dai residenti sloveni, che andavano quindi internati. Nelle intenzioni dei militari italiani essi avrebbero dovuto essere sostituiti da coloni italiani, al fine di prevenire il collasso economico della regione. Fu infatti chiaro fin da principio che l’assorbimento dei maschi da parte delle formazioni partigiane e l’internamento degli altri abitanti, spopolando le campagne, avrebbe compromesso l’attività agricola, gettando la regione nella miseria. Tali intenzioni, che furono in realtà attuate solo in parte, mostrano con quale grado di inadeguatezza gli italiani affrontassero l’occupazione di un pur limitato territorio. Stretti fra le astruse direttive dei ministeri romani e di Mussolini (che ben poco tempo poteva dedicare alla Yugoslavia) ed una realtà locale ingovernabile ed ostile, assillati dalla ristrettezza delle risorse umane e materiali, i dirigenti italiani procedevano improvvisando, dandosi obiettivi che sapevano di non poter realizzare.

La capacità di rigenerarsi delle truppe partigiane, indusse i militari a ritenere che qualsiasi ufficiale del disciolto esercito yugoslavo fosse un partigiano in potenza. Quindi ne doveva essere disposto l’arresto e l’internamento.

L’unico strumento di cui disponevano gli italiani per contrastare la resistenza era una rete di collaboratori ed informatori. In realtà spesso si trattava di millantatori e di approfittatori, che tuttavia necessitavano di protezione dal momento che, non controllando gli italiani il territorio, essi erano esposti alle rappresaglie dei partigiani. All’internamento “preventivo”, fin qui descritto, si affiancò quindi quello “protettivo”, riservato ai collaboratori, cui veniva riservato, almeno in linea di principio, un trattamento migliore.

In conseguenza di tali procedure furono migliaia le persone destinate all’internamento e, in una riunione del maggio 1942, lo stesso Mussolini disse di giudicare positivamente l’internamento di almeno 20-30mila individui.

Per porre in atto le politiche descritte si rese necessario approntare un certo numero di campi riservati agli sloveni che furono dislocati nelle seguenti località su suolo italiano: Gonars (Udine – struttura inizialmente nata per accogliere i militari yugoslavi catturati), Monigo (Treviso), Chiesanuova (Padova), Renicci (Arezzo) e Visco (Udine). Ma il più grande di tutti fu eretto sull’isola di Rab; in italiano, Arbe.

Iniziato nel giugno del 1942, il campo di Arbe era in principio costituito esclusivamente da tende cui si affiancarono, successivamente e progressivamente, baracche in legno. Quantunque destinato, nelle intenzioni dei responsabili, ad avere una capienza di 20-25mila internati, ospitò al massimo non più di 7-8mila persone, inizialmente di tutte le età e di entrambi i sessi. In seguito si trasformò in campo di detenzione soprattutto maschile dal momento che la durezza delle condizioni di vita provocava un numero spropositato di decessi fra i bambini. La collocazione del campo, il rigido clima invernale, le precarie condizioni igieniche, l’ozio cui erano costretti i reclusi, il sadismo del comandante (il tenente colonnello Vincenzo Cuiuli), l’insufficiente assistenza medica, ma soprattutto la denutrizione di cui patirono gli internati, fanno di quello di Arbe il peggiore fra i campi allestiti dagli italiani, tanto che l’altissimo tasso di mortalità indusse le autorità ecclesiastiche lubianesi ad inoltrare formale protesta al governo di Roma per il tramite del Vaticano. Si calcola che ad Arbe persero la vita oltre mille internati, quasi tutti per via della denutrizione e della cura inadeguata di banali malattie. Voci circolanti all’epoca riportano di un tasso di mortalità arrivato, nel periodo peggiore, fino a 15 decessi giornalieri. I deceduti negli altri campi, sommano invece a non più di 200.

Nel complesso, stando ai dati disponibili, i campi di concentramento per sloveni ospitarono fino ad un massimo di circa 22.000 prigionieri, dei quali un numero fra 1000 e 1500 (quasi tutti ad Arbe) perse la vita durante la reclusione.

A dimostrazione tuttavia che il comportamento degli italiani non fu neppure minimamente paragonabile a quello tenuto dai nazisti nei campi da essi gestiti, va detto che alla capitolazione dell’otto settembre non si registrarono atti di vendetta nei confronti della guarnigione militare. Il movimento partigiano disarmò pacificamente i circa 2000 soldati italiani, inviandoli alla prigionia. Solamente il comandante Cuiuli fu sottoposto a processo e condannato a morte da parte di un tribunale del popolo. Si suicidò nel carcere di Fiume la notte prima dell’esecuzione.

Il campo di Arbe va ricordato anche per aver ospitato circa mille ebrei che, grazie alla protezione dell’esercito italiano, sfuggirono alla deportazione nei lager nazisti. Fin dall’occupazione le forze tedesche ed ustacia operanti in Yugoslavia attuarono la deportazione della popolazione ebraica e alcuni dei suoi membri videro nell’esercito italiano, attestato sulla costa dalmata, la possibilità di sfuggire alla cattura. Ed in effetti un migliaio di essi, soprattutto croati, chiesero protezione a Roatta che, respingendo non senza fatica le pressanti richieste dei tedeschi, li collocò ad Arbe in internamento protettivo. Fra la capitolazione dell’otto settembre e la riconquista del territorio da parte dei tedeschi, fecero in tempo a trovare riparo presso le truppe di Tito e ad evitare la deportazione.

Un internato nel campo di Arbe.

Un internato nel campo di Arbe

Fonti:
G. Oliva: Si ammazza troppo poco, Mondadori.
J. Burgwyn: L’impero sull’adriatico, L.E. Goriziana.
T. Ferenc: Arbe, Rab Arbissima.
http://www.fisicamente.net

14 risposte a Il campo di concentramento di Arbe (Rab)

  1. gianna scrive:

    sono contenta di appartenere al genere animale in quanto capra. il genere umano (non tutto ma in buona parte) mi fa sempre sempre più schifo.

  2. gianna scrive:

    sono felice di appartenere al genere animale essendo io una capra, il genere umano quasi sempre mi deprime.

  3. sandrozagatti scrive:

    Oh, sono contento di trovare un commento. I post che mi costano fatica in genere nessuno li considera.

  4. eva scrive:

    caro Sandro,
    non è che nessuno li consideri, è che piacerebbe commentarli con altrettanta riflessione e non sempre si è nello spirito giusto.

    In particolare questo post l’ho trovato molto interessante perchè racconta fatti solitamente taciuti, immagino per motivi diversi.

    Una considerazione che mi viene da fare è che sarebbe da sfatare il mito di Italiani brava gente: spesso è difficile stabilire il confine tra la bontà, la pigrizia, la mancanza di coraggio o, nei peggiori dei casi, l’indifferenza.

    A volte, per passare a tempi più recenti, prevale anche l’incoerenza. Ne è la prova la richiesta generalizzata di freno all’immigrazione e poi tutti a dare soldi al vu cumprà fuori dal supermercato. Altrimenti che ci starebbero a fare lì quei ragazzotti sani, robusti e, a ben vedere, ben vestiti?

    Infine: non potresti inserire l’anteprima ai commenti?

  5. sandrozagatti scrive:

    Purtroppo wordpress, perlomeno la versione che ho io, non prevede l’opzione di preview per i commenti, mi dispiace.

    Tutto quello che posso fare è invitare chi vuole modificare un commento a scrivermi a sentieriepensieri@libero.it e io, appena leggo, provvedo.

    Quanto alla leggenda degli italiani brava gente, merita di essere citata ancora la circolare 3C di Roatta che, in premessa, raccomandava agli ufficiali le seguenti doti da inculcare ai soldati:

    – mentalità di guerra;
    – “grinta dura”;
    – ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono italiano”.

    Riguardo al silenzio sulle vicende italo-yugoslave dell’ultimo conflitto ci sarebbe da parlare per giorni, e, se avrò tempo, mi riprometto di scriverne ancora. Abbiamo atteso decenni per scoprire le foibe; vediamo quanti anni ci vorranno per poter parlare apertamente dei crimini colà commessi dagli italiani.

    In particolare vorrei approfondire la figura sinistra di Roatta, che, da Guadalajara al dopoguerra, ha avuto una parte in un serie sorprendente di pagine negative della nostra storia. Eppure non ha subito nessuna punizione.

  6. maria scrive:

    Intervengo tardi, perchè queste cose iugoslave mi fanno troppo male.
    Mio padre, tenente dell’esercito, 21 anni,venne mandato là: era uno di quelli che ammazzavano troppo poco e si preoccupava di vigilare solo sulla sicurezza dei suoi disgraziati compagni di naia.
    Per fortuna venne trasferito più a sud, zona di Dubrovnik, dove il pericolo maggiore erano gli Ustascia.
    Se la cavavano incendiando qualche fienile, comunicavano di aver incendiato un villaggio e raccontavano balle ai comandi
    Quando la milizia non rompeva, intrattenevano ottimi rapporti con la gente locale…naturalmente vergognandosi molto.
    Non sapevano niente di quello che succedeva nel resto del mondo, il loro compito era sopravvivere.
    Nessuno si sognò di disertare, perchè non avrebbe saputo dove andare e cosa fare.
    l’8 settembre è stata la catastrofe: qualcuno ammazzato dai tedeschi, altri prigionieri (anche mio padre) su, su, fino in Polonia:lavori forzati, fame, epidemie di tifo e altro.
    Per due volte davanti al plotone d’esecuzione nel tentativo di farli aderire alla RSI. Anche chi non aveva capito, è diventato antifascista.
    Mio padre è ritornato (40 Kg di peso), ma di queste cose ne ha parlato solo 30 anni dopo, e non perchè le aveva rimosse.

  7. Kuda scrive:

    il campo di Visco è a rischio, lo vogliono trasformare in un mobilificio. da visco più di 3000 persone partirono verso Arbe

  8. "sono morte solo 25 persone"…

    con queste parole il vice-sindaco di Visco (Udine) cerca di convincere i suoi concittadini che trasformare il vecchio campo di detenzione e concentramento usato dai fascisti tra il gennaio e il settembre del 1943 in un mobilificio non è una così gran…

  9. […] non ho capito ancora se fa parte o no della “storiografia nazionale” (per corretezza anche un link alla pagina contenente la foto).  A quanto mi risulta la lettera in questione non pare aver suscitato alcuna […]

  10. Mario scrive:

    Grazie per le notizie che in parte conoscevo. Capisco sempre meglio perchè ancora oggi, turista italiano in Croazia, mi sento a volte a disagio e spesso ho l’impressione di essere accettato malvolentieri,solo perchè l’economia ha le sue regole, quello che non riesco a capire è perchè i turisti tedeschi mi sembra abbiano un’accoglienza migliore.E’ facilissimo , nei negozi bar ristoranti ecc. trovare chi parla tedesco , mentre in italiano è più difficile farsi capire.
    Scusate lo spazio non sono solito partecipare a questi forum
    Mario

  11. sandrozagatti scrive:

    Prego. Non so se la differenza di trattamento ricevuto da italiani e tedeschi dipende solo dalla storia del periodo bellico. Credo che ci siano molti altri elementi. La Croazia ha sempre orbitato in ambito tedesco e l’occupazione nazista non trovò ostacoli ma soprattutto alleati, al contrario di quella italiana.

    Senza poter andare a fondo della questione, che non conosco abbastanza, si può dire che l’invasore tedesco fu al più odiato, ma rispettato come vincitore della guerra. Al contrario l’invasore italiano fu disprezzato come usurpatore di una vittoria militare che non aveva conseguito, accodandosi semplicemente alle truppe del reich.

  12. aliceagnese scrive:

    Non mi pare il caso di versare troppe lacrime sui “poveri” croati: ricordiamo piuttosto che cosa hanno fatto loro ai serbi. E ricordiamo anche le foibe.

    • sandro zagatti scrive:

      Ricordiamo tutto. Ma non credo che si possano utilizzare categorie come fai tu. In quegli anni vi furono vittime e carnefici in tutte le etnie ed in tutti i popoli, quello che va ricordato è il martirio delle vittime, a prescindere dalla loro nazionalità.

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