Se la sinistra si ascoltasse.

Non ho gli strumenti per spiegare le ragioni della pesantissima sconfitta della sinistra; lascio ad altri le analisi sociologiche e sui flussi elettorali. Per parte mia non ho mai taciuto le mie critiche a Veltroni fin dal suo esordio al vertice del partito democratico, ed i cartelli degli elettori di destra che inneggiano a “Walter santo subito” per aver provocato la caduta di Prodi, la fine dell’Unione ed il tracollo del centrosinistra in Italia ed a Roma parlano da soli.

Spero però che dopo la pioggia di ingiustificati elogi sulle scelte “coraggiose” (o scriteriate?) del segretario del pd non si ecceda ora nel senso opposto, attribuendogli più demeriti di quanti in realtà non abbia. A mio modo di vedere, infatti, la sconfitta viene da molto lontano, e gli errori dei mesi recenti sono solamente gli ultimi di una lunga serie.

Si dice che il centrosinistra ha perso il contatto con la società, con il territorio, che è distante dai problemi della gente. Come se capire questi benedetti problemi fosse chissà che rebus. A me pare che per vedere i problemi dell’Italia e degli italiani non servano premi Nobel. Basta dare un’occhiatina a qualche inchiesta giornalistica ben fatta (per esempio quelle di Report) per rendersi conto che, volendo cominciare ad affrontare i problemi della nostra società, c’è l’imbarazzo della scelta.

Ma l’immagine del partito democratico distante dalla gente, mentre invece altri partiti come la Lega Nord sarebbero ben “radicati sul territorio”, induce in me qualche ricordo e alcune riflessioni. Chiedo scusa se sarò impreciso, ma la politica non è il mio mestiere.

1. Walter Veltroni si è attirato molte critiche, fra cui quelle di Cacciari, per aver candidato l’industriale vicentino Calearo, in base al principio che “l’imprenditore è un lavoratore” e che in materia di lavoro la politica deve farsi carico dei problemi di tutti: dipendenti e titolari. Un’idea nuova? Originale? Innovativa per la sinistra? Io non direi. Ho l’età per ricordare (anche se ero bambino, e in realtà è un ricordo un po’ indiretto) che negli anni settanta l’allora sindaco di Bologna Renato Zangheri andava affermando proprio questo principio, inaugurando la fase nella quale Bologna divenne il laboratorio della politica di concertazione fra tutte le parti sociali, dai sindacati alle associazioni degli industriali e dei commercianti, per finire per tutti i “soggetti politici” della città. Una politica che gli valse il dileggio degli autonomi di allora (che assiepati sotto il finestrone di palazzo D’Accursio gli gridavano “zangherino, zangherino, sei il servetto del padroncino”) e che ha segnato decenni di amministrazione rossa nel capoluogo emiliano. Peraltro a Zangheri mai sarebbe venuto in mente di candidare a qualche carica elettiva un imprenditore, giacchè era a lui chiaro che ognuno fa il proprio mestiere: l’amministratore amministra, l’imprenditore gestisce la sua azienda. Ora che quel modello amministrativo è andato in crisi – perché, almeno a Bologna, è andato in crisi – Veltroni ce lo propina come idea innovativa, con l’estemporanea candidatura di una persona la cui utilità nella vita parlamentare è tutta da verificare. E in tema di ricordi non posso tacere che, per quanto di mia memoria, fu proprio Zangheri ad introdurre nel linguaggio politico l’aggettivo “autoreferenziale”: egli puntava il dito proprio contro l’allora gruppo dirigente del p.c.i. che, chiuso nelle proprie logiche interne, non comprendeva la società che lo circondava.

2. La Lega Nord è la vera vincitrice delle elezioni 2008. I suoi slogan sulla secessione e sul federalismo hanno fatto breccia ed il grande consenso che ha raccolto al nord ne è prova. Viene da dare merito a Bossi di aver capito per primo che quello del decentramento amministrativo era un tema che avrebbe incontrato il favore degli italiani settentrionali. Ma è stato davvero il primo? Il successore di Renato Zangheri alla poltrona di sindaco di Bologna si chiamava Renzo Imbeni, ed io lo ricordo fin da allora – erano gli anni ottanta – battersi su un tema che per l’epoca sembrana fantascienza. Egli non usava il termine federalismo, né altro assimilabile, semplicemente invocava “l’autonomia impositiva degli enti locali”. Il suo ragionamento era semplice: ci sono alcuni (alcuni, non tutti!) enti locali che funzionano meglio dello Stato centrale, ma non possono fare quello di buono che potrebbero perché non hanno né gli strumenti giuridici né, soprattutto, quelli finanziari. Diamoglieli e gli enti locali virtuosi potranno sopperire, almeno in parte, alle lacune dello Stato nazionale. Non fu ascoltato da sindaco e quando, una volta approdato alla direzione nazionale di p.c.i., ribadì questi concetti, fu spedito in esilio a Bruxelles. Dandogli invece ascolto, la sinistra avrebbe potuto fare propria la tesi del decentramento amministrativo che è invece diventata una bandiera, seppur contrastata ed in forme caotiche e discutibili, della destra.

3. La sicurezza. L’elettorato ha percepito la sinistra come la fazione politica dello Stato debole davanti al crimine e la destra come quella in grado di meglio garantire la sicurezza individuale. L’indulto, uno dei primi provvedimenti votati nella quindicesima legislatura, ha cristallizzato questa idea negli italiani e penso che così rimarrà a lungo. Ma dall’interno dello schieramento dell’Unione le voci critiche non erano mancate. Fra i deputati eletti alla Camera vi era l’ex procuratore di Milano, Gherardo D’Ambrosio, che espresse pareri durissimi non già sull’idea di un provvedimento che intervenisse specificamente sul problema delle carceri sovraffollate, ma sul quell’indulto larghissimo (quasi un’amnistia) che si andava approvando. E vista la sua esperienza in materia, forse gli si doveva dare ascolto. Non è una caso che la sua presenza in parlamento in questi due anni non si sia percepita affatto. La sicurezza è infatti un capitolo interno a quello più vasto della Giustizia, e, quando si hanno al proprio interno personalità di spicco in tale ambito sarebbe il caso di sentirne le ragioni. E D’Ambrosio non è certo l’unico caso: i sindaci di Bologna e di Torino (solo per fare due esempi) hanno lavorato molto, nei limiti delle loro competenze, su legalità, sicurezza e controllo del territorio, ma non risulta che siano stati consultati o presi ad esempio nella stesura del programma e nella campagna elettorale.

4. I costi della politica. Un altro tema su cui l’opinione è sensibilissima e che la sinistra ha rinunciato ad affrontare, abbandonadolo ad uno sterile, stanco ed accademico dibattito interno ai partiti o a quella che viene semplicisticamente definita antipolitica. Se il merito di aver reso pubbliche le vergogne degli sprechi e dei privilegi che i partiti si sono ritagliati per sè e per i propri affini viene attribuito alla stampa (prima di tutti i giornalisti del Corriere Stella e Rizzo), va ricordato che il primo a sollevare la questione in forma istituzionale fu Cesare Salvi, eminente e storico dirigente del pci, dei ds ed ora, guarda caso, extraparlamentare. La sua relazione sui conti sballati del sistema politico-amministrativo italiano (dalla quale Stella e Rizzo hanno ampiamente attinto) è stata tacitata proprio dai partiti, ivi compresi quelli del centrosinistra, e la sua denuncia è stata soffocata. Un ennesimo caso di come la sinistra, pur avendo in sè le personalità con capacità di analisi e di indagine, non dia loro ascolto.

Mi fermo qui, anche per ragioni di spazio. Ma queste poche ed episodiche riflessioni mi fanno dire della sinistra che essa ha sempre avuto (e spero abbia ancora) al proprio interno le persone, le capacità, le qualità per capire la società e per elaborare delle risposte. Con un poco più di coraggio da parte del gruppo dirigente nazionale, temi che sono diventati cavalli di battaglia della destra, avrebbero potuto esserlo della sinistra, e ciò non è stato perché il vertice non ascolta il proprio partito, i propri quadri intermedi, preoccupato più degli equilibri interni che della società. O meglio, ascolta solo quello che vuole sentire. Chiuso nelle sue logiche romane cardinalizie e sordo alle analisi che, pure, è in grado di elaborare al proprio interno.

Non posso non osservare che, quantunque siano stati magnificati per decenni i meriti delle amministrazioni rosse emiliane e toscane, adducendole come prova che la sinistra è in grado di ben governare, di politici di tali regioni che abbiano avuto un qualche peso a livello nazionale non ne ricordo neppure uno. E’ un paradosso è che la rossa Bologna abbia dato ad altri partiti figure di primo piano (Prodi, Casini, Fini), ma al pci, pds, ds, mai alcuna.

Se è un caso, è un caso disgraziato.

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3 Responses to Se la sinistra si ascoltasse.

  1. bersani ha detto:

    A me viene in mente lui, l’autoescluso alle primarie.

  2. sandrozagatti ha detto:

    Auto?

    Comunque il mio era un discorso sui tempi lunghi. Bersani è un acquisto recente.

  3. sandrozagatti ha detto:

    PS. Ho aggiunto un punto (4) che mi è venuto in mente nel frattempo.

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