Il maschilismo di ritorno

aprile 19, 2008

spiaggia

E’ inutile nasconderselo: comunque si affronti la questione femminile (dalle quote rosa all’aborto, dalle discriminazioni sul lavoro alle violenze domestiche) emerge che la cultura del nostro paese è venata da un persistente maschilismo o, per meglio dire, da una forma di resistenza all’idea di un’autentica emancipazione femminile.

Sono passati ormai quarant’anni dall’esplosione del femminismo e dalla nascita dello speculare fenomeno del maschilismo, e tali espressioni e nozioni, a mio modo di vedere, non sono più sufficienti a descrivere la complessità del fenomeno. Basti dire che sono tantissime le donne che, pur rivendicando la propria emancipazione a tutti gli effetti, non esitano a dire di non essere e di non essere mai state femministe. E nessuno osa definirsi maschilista, né alcuno accetta che tale appellativo gli venga rivolto.

Innanzitutto è legittimo chiedersi cosa significa “femminismo” e, simmetricamente, cosa significa “maschilismo”. Sono certo che su tali interrogativi sono stati versati fiumi di inchiostro e distillati pensieri assai profondi. Non potendo e volendo attingere a ciò, tento una riflessione a livello più modesto.

Ricordiamoci quale era lo slogan portante del femminismo degli anni settanta: “io sono mia”. Intendendosi con ciò che si affermava in primis il totale governo di ogni donna sul proprio corpo. Pertanto è già possibile trovare, per negazione, una definizione del maschilismo come il principio, storicamente radicato, secondo il quale esiste una “autorità di governo” sul corpo della donna diversa dalla donna stessa. Poiché il corpo femminile ha un duplice insostituibile valore sociale (oggetto di piacere e “strumento” di procreazione), nel corso della storia la società si è organizzata in modo da impedire che un “suo” elemento tanto importante sia “autogestito” da chi ne è portatore. Quindi è necessario porre su di esso una tutela esterna, esercitata prima dalla famiglia, poi dal coniuge e, in assenza di entrambi, da altri istituti (la badessa, il protettore..).

Ma perché ciò sia effettivamente possibile è indispensabile che la donna sia impedita a sottrarsi a questa tutela, e siccome ciò può avvenire solo con l’indipendenza economica, la sottomissione della donna al “patrimonio” (del padre prima e del marito poi) diviene strumento di controllo personale e sociale. In questo quadro la donna vive la propria esistenza come ancorata alla funzione del proprio corpo inteso come “mezzo” per la sua funzione e promozione sociale.

Il femminismo propose la rottura di questo schema millenario: il corpo di ciascuna donna appartiene ad essa e ad essa sola; e ogni donna provvede alla sua affermazione sociale e personale esclusivamente con le proprie qualità, esattamente come fa l’uomo. La maternità e la possibilità di dare piacere non sono più oggettivamente elementi governati dalla società (attraverso diverse autorità) e soggettivamente “mezzi” di promozione per la donna, ma esclusive espressioni della di lei personalità. La società perde quindi ogni strumento di controllo sulla singola personalità femminile poiché ciascuna donna riesce a governare se stessa con il proprio lavoro.

Si trattava di una rivoluzione epocale che, sebbene tutti la diano per acquisita, a me sembra non venga colta nella sua interezza e profondità. Perché innanzitutto l’organizzazione sociale pre-femminista, pur nei contenuti a che riteniamo giustamente retrivi, aveva un suo equilibrio la cui rottura avrebbe potuto generare (ed ha generato) scompensi.

Osserviamo intanto che sarebbe sbagliato affermare che l’impostazione tradizionale era solamente punitiva nei confronti della donna. Sotto certi aspetti il maschilismo aveva degli elementi di tutela proprio nei suoi confronti. Se infatti la vita di una persona di sesso femminile è organizzata sulla sua possibilità di procreare e/o di dare piacere, cosa è di lei quando il suo corpo non è più in grado di soddisfare a ciò? Cosa impedisce che il suo posto in seno al matrimonio venga insidiato da altre donne più giovani? Semplice: la proibizione per esse di vivere liberamente la sessualità con altri, ivi compreso il marito di lei. L’ordine sociale basato sulla fedeltà e sulla repressione sessuale era quindi organico ad un sistema che tutelava anche le mogli e madri. In una società contadina (come è stata la nostra per millenni), dove il patrimonio era costituito da un bene materiale come la terra, la possibilità che il capofamiglia, rincorrendo altre donne al di fuori del matrimonio, magari dilapidando un bene irrecuperabile, provocando in tal modo il disastro suo, della moglie e della discendenza, era una prospettiva talmente tragica che lo strumento ostativo della sottomissione femminile risultava indispensabile. Ed infatti, anche in tempi recenti, la rigidità maschilista delle comunità contadine era ben superiore a quella del mondo borghese, nel quale la ricchezza è fondata sul lavoro e non sulla proprietà, e dove pertanto era tollerabile e tollerata una maggiore libertà.

A riprova di ciò vale la pena di sottolineare che il maschilismo non è mai stato un sentimento esclusivamente maschile. Anzi: è sempre esistito ed esiste un maschilismo delle donne, spesso più crudo, intransigente e severo di quello degli uomini.

In altre parole il maschilismo aveva la funzione di prevenire l’insidia sociale insita nella libertà sessuale delle donne. Laddove esse fossero state libere di gestire il duplice potere di cui il proprio corpo è portatore, ne sarebbe derivato un pericolo per l’ordine sociale. Più crudamente, potendo il corpo femminile divenire mezzo di corruzione, la libertà sessuale avrebbe causato un dilagare della corruzione a tutti i livelli.

La risposta del femminismo era (uso il passato perché la mia opinione è che il femminismo come fu concepito non esiste più) al tempo stesso, oltre che rivoluzionaria, semplice ed ambiziosa: la donna si riappropria del proprio corpo e rinuncia al potere sociale che il proprio corpo le conferisce, accettando la sfida dei “pari diritti e pari doveri” con l’uomo.

Ma l’ambizione di tale programma si è scontrata con la realtà nella quale le donne hanno compreso tre cose. In primo luogo rinunciare a quel potere rappresenta un grosso sacrificio ed una grande rinuncia: esso significa sistemarsi con un matrimonio, fare carriera con favori sessuali e tante altre cose. Secondariamente, rinunciando alla tradizione, si perdono le tutele che esso garantiva: un mondo di donne libere è anche un mondo di donne in competizione, senza le garanzie che l’ordine familiare fornisce. La sfida dei “pari diritti e pari doveri” è solo per poche. Per mille ragioni che adesso non serve elencare, per una donna tale sfida con gli uomini è impari, possibile solo per una ristretta minoranza. Come accaduto a tante altre rivoluzione, si è risolto in un fenomeno di elite, che ha escluso la maggioranza delle donne.

La conseguenza di tutto ciò è che la rivoluzione femminista è rimasta a metà, e già negli anni ottanta, perlomeno nel nostro paese, è rifluita verso forme più tenui. Forme che non prevedono la rinuncia al potere sociale del corpo, così come l’ho descritto, lasciando quindi che ogni donna persegua la sua affermazione nella società per mezzo della relazione con l’uomo. Con il matrimonio (più economicamente fortunato che si può), con la vita di coppia con personaggi potenti, o più sbrigativamente, laddove è possibile e serve, con il favore sessuale. Il fenomeno è particolarmente acuto in una società come quella italiana, malata di “familismo amorale”, dove la promozione sociale passa per le conoscenze, per le amicizie, per le relazioni. Con una siffatta organizzazione la relazione sessuale, il rapporto di coppia, il matrimonio, divengono strumenti formidabili di successo. E infatti l’Italia è diventato il paese delle aspiranti “veline” e “vallette” d’ogni risma, intese in senso latissimo. Ricordo un programma televisivo condotto da Marcello Veneziani nel quale le ospiti Alessandra Mussolini e Stefania Prestigiacomo arrivarono alla conclusione che “Sì, si può essere veline anche nella vita”. Non so che significato si possa dare a tale principio. Io ne vedo solo uno.

Prospera quindi quella concezione che in passato il maschilismo era inteso soffocare (perchè non vi era altro mezzo), e che ora è socialmente tollerabile perché la società non è più agricola, è articolata, più ricca e, tutto sommato, in grado di sopportare, in qualche misura, il fenomeno. Ma c’è un “ma”. Perchè se tale è il comportamento delle donne (e degli uomini che lo accettano, incoraggiano, assecondano e spesso impongono) e se esso è “in nuce” la ragione profonda del maschilismo, è naturale che con essa risorga, o sopravviva, una forma di maschilismo. E si tratta, ora, di un maschilismo consapevole, elaborato da chi ha prima compreso le ragioni del femminismo, criticandole, accettandole, rigettandole (non importa) ed ora indotto a (ri)scoprire formule di discriminazione aggiornate e adatte alla società contemporanea.

In parole povere, finchè la società (intesa come comunità di uomini e di donne) continerà a considerare naturale che la promozione sociale della donna avvenga grazie al suo corpo, dovremo aspettarci, in proporzione, forme discriminatorie di stampo maschilista.

La cronaca politica recente ci offre una sintesi cruda e triste di queste mie riflessioni. Le parole di Silvio Berlusconi sulla convenienza che una donna provveda a risolvere i propri problemi economici con un matrimonio economicamente fortunato vanno raffrontate all’immagine femminile proposta della reti televisive da egli possedute. E soprattutto dalla visione antropologicamente maschilista che emerge dalla sua politica. La società che egli, più o meno implicitamente, tratteggia, vede la donna di nuovo subordinata all’uomo ed è quindi implicitamente maschilista, nel senso retrivo del termine, ma in forme moderne e consapevoli, e per questo ben più dure da contrastare.

Ed infatti vediamo emergere, qua e là, forme pittoresche di maschilismo che altro non sono che punta di un iceberg nascosto fatto di sentimenti “reazionari” in materia di emancipazione femminile. E andrebbe anche fatta una riflessione sul fatto che essa non è un valore universalmente riconosciuto come ineludibile ed indiscutibilmente affermato. Anzi. Si tratta di un’ideologia diffusa ed accettata nel mondo occidentale (Europa e Nordamerica) ma non nei paesi abitati dalla maggioranza degli esseri umani, e le migrazioni iniettano nei paesi europei culture ostili alla visione moderna della donna che crediamo di aver affermato. A chi si dice convinto che la concezione occidentale è naturalmente destinata a prevalere anche laddove non e’ attualmente accettata, insinuo il dubbio che non è detto che debba essere necessariamente così, e comunque che la nostra visione della donna è destinata ad ibridarsi con idee molto diverse.

Chiedo scusa per la disorganicità e spero di non aver urtato alcuna suscettibilità.


Vota (sant’) Antonio.

aprile 19, 2008

Martedì sera, 22 aprile, appuntamento in piazza S. Antonio alle 19.30. Gli sconfitti ma indomiti portabandiera della sinistra si ritrovano per dare il via alla riscossa nella prospicente pizzeria. Pare abbia aderito George Clooney.

Si raccolgono altre adesioni.