Alitalia e il fallimento/bis.


Ho scritto il 18 marzo che qualcuno avrebbe potuto avere interesse al fallimento della compagnia. Alitalia e’ del tutto inappetibile dal punto di vista economico non avendo patrimonio materiale (perfino gli aerei sono gravati da ipoteca) ma soltanto oneri e debiti. Pero’ dispone di un patrimonio “immateriale” consistente dato dalle rotte che occupa attualmente e dalla potenziale e vasta clientela che puo’ servire. Logico che vi siano appetiti in chi vede nel crack della compagnia la possibilita’ di occupare quegli spazi. Ora che l’eventualita’ del fallimento si fa sempre piu’ probabile mi sono chiari anche gli interventi di chi ha fatto di tutto per ostacolare, con chiacchiere senza senso, la trattativa con Air France. Che poi tale trattativa fosse un bene per Alitalia e per l’Italia non mi sento di dirlo.

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7 Responses to Alitalia e il fallimento/bis.

  1. Alessandra D. ha detto:

    I maggiori quotidiani nazionali di oggi già parlano di un comissariamento di Alitalia, dove verrà fatto un concordato extragiudiziale con tutti i creditori della compagnia nazionale di volo al 20%. Quindi dopo questa operazione Berlusconi e Benetton potranno rilevare l’ Alitalia ad un prezzo ridicolo con la motivazione dell’ Expo appena assegnato a Milano e naturlmente per ” il bene dell’ Italia” a cui rimane la compagnia nazionale di volo.
    Ci saranno anche dei licenziamenti… ma questo passerà in secondo piano, il cavalo di battaglia per questa “sporca” operazione sarà: noi abbiamo salvato l’ Alitalia per il bene e l’ onore del nostro paese!!
    Nella realtà, non voglio pensare a quali interessi e accordi ci siano dietro, la politica italiana mi fa schifo gia ora.

  2. LG ha detto:

    L’Alitalia rappresenta un caso classico di “welfare all’italiana”.
    Dal 1946 in poi (a Trieste dal 1954), nel nostro Paese si è sviluppata una logica di assistenzialismo sbagliato, fondata su una mutualità perversa, basata sull’impreparazione della classe politica a stimare gli effetti nel lungo termine.
    C’era il boom economico, all’interno del quale il patto più o meno esplicito tra politica e imprenditoria era il seguente: voi crescete e accumulate ricchezza anche pagando tasse modeste, ma fate avere a noi quello che serve per disegnare il nostro piano regolatore dell’assistenzialismo.
    Poi, dopo la prima crisi energetica del 1973 (chi se le ricorda le domeniche senza automobili?) il mantenimento di tale modello ha implicato un aumento consistente dell’indebitamento pubblico, che negli anni di Craxi – il più miope e menefreghista di tutti, in quanto a previsione degli effetti a termine – è esploso raggiungendo la situazione di oggi.

    Qual’era il problema? Fare avere a tutti, anche agli “ultimi” di che vivere. La ricetta doveva essere quella di costruire uno stato sociale efficace, con VERI AIUTI da dare a VERI BISOGNOSI. Invece si è generato un deteriore sistema fondato sul clientelismo (con il presupposto di ovvi tornaconti elettorali) che ha garantito un posto di lavoro “qualunque” a “chiunque” (anche agli ebeti e ai fannulloni) in cambio di una paga modestamente bastevole, ma che incorporava la sottintesa richiesta di un impegno, in termini di produttività, vicino allo zero.

    Qual’è stato il risultato? Sono state corrotte ab origo fondamentali Istituzioni primarie del vivere d’assieme (si pensi alla sanità e alla scuola, solo per citare quelle che sublimano il “senso” di ogni società mutualisticamente organizzata), dove il termine “corruzione” va inteso in senso etimologico, legato cioè al concetto di distacco dalla propria funzione originaria, per cui esse non “funzionano” (o “funzionano male”).
    Per di più con addetti oggi assai male pagati, pure rivestendo in tanti casi funzioni delicatissime (se pensate stando dalla parte di chi ne riceve l’erogazione).
    Il problema, oggi, è quindi quello di dare di più a meno persone, riabituandole a considerare la funzione propria di “public servant”, di servitore pubblico (e non di buorocrate), e di aumentare comunque la produttività complessiva con modifiche organizzative e di processo.

    Come negare dunque che anche Alitalia abbia “volato” (in quanto ad assunzioni facili e immeritate) dentro a questa scìa disegnata dalla politica italiana e oggi tenuta in vita dal richiamo alla “bandiera”?

    Che ora ci sia il rischio palesato da Alessandra D. è fuori di dubbio.
    Ma fate attenzione: il fallimento, o un concordato preventivo extragiudiziale (che sarebbe in questo caso assai simile perché comunque si conosce la volontà dello Stato di dismettere) produrrà la dismissione dell’attivo a prezzi di liquidazione, a fronte di una massa di debiti rappresentata da banche e altri creditori. La vendita a Air France è, su questo piano, molto simile in quanto l’esborso ipotizzato è simile (1,7 m.di + il subentro nei debiti, a fronte di una forte riduzione dei dipendenti).

    Conclusione: non ci saranno comunque i 20.000 licenziamenti, perché chiunque acquisti i cespiti di Alitalia (da una liquidazione), come pure l’intera azienda, nel caso di un’acquisto, poi abbisogna di un numero di dipendenti che oscilla tra 9 e 14 mila a seconda del progetto industriale che verrà seguito.
    Gli aerei non volano (ancora) senza piloti e personale di terra.
    D’altro canto lo Stato sarà chiamato a garantire il riutilizzo di circa 6-11 mila persone con CIG o altro.
    Facendosi carico, con buona pace di tutti, anche di questennesimo atto di effetto perverso del noto welfare all’italiana.

  3. sandrozagatti ha detto:

    La descrizione articolata di quello che e’ stato il sistema democristiano, che qualcuno addirittura rimpiange. Un sistema che considerava l’economia del paese come una grande mammella cui tutti avevano diritto di attingere, ed il potere democristiano distribuiva. In massima parte agli amici, ma anche agli avversari ed soggetti fuori dal sistema. Perfino la mafia aveva la propria parte. La sentenza andreotti ci ha insegnato proprio questo: qualsiasi soggetto politicamente rilevante aveva diritto ad avanzare le proprie richieste alla politica ed a vederle, in una qualche misura, soddisfatte. L’industria di stato, gli appalti pubblici, il parastato, le grandi imprese private ma assistite dal pubblico in mille modi, il sistema bancario (quasi completamente controllato dallo stato).. Tutto era gestito politicamente e clientelarmente ai fini di controllo sociale ed elettorale. Con la crisi finanziaria prodotta dalla tracotante spregiudicatezza craxiana, ma soprattutto con la fine della tutela (politico-militrare) statunitense sul nostro paese e sulla nostra economia, quel sistema e’ crollato. Il punto e’ che non lo abbiamo sostituito con alcunche’. Non abbiamo piu’ un’economia statalista ma non ci siamo dotati di una economia di mercato degna di tal nome. I risultati sono sotto gli occhi e l’esempio di Alitalia e’ solo il piu’ vicino nel tempo ed uno dei piu’ eclatanti.

  4. LG ha detto:

    Sistema democristiano e/o protodemocristiano che ad esso si accompagnava.

    Oggi sono risorti i velleitari Socialisti, con richiami improbabili al PSE, ma si presenta anche un minuscolo PLI, esiste ancora – sulla carta, ovvero dentro la pancia berlusconiana – il PRI di La Malfa (come i figli fanno rimpiangere i padri).
    Non v’è traccia dello PSDI (sta nel PSI perché si erano già fusi dopo Tanassi e lo scandalo Lockeed pur avendo poi nelMinistro On. Ferri – quello dei 110 km/ora in autostrada – l’ultimo baluardo non da rimpiangere).

    Ma il “sistema” è democristiano o italiano?
    Le mafie sono un problema della politica o di come pensano e agiscono o omettono di agire (omertosamente) gli Italiani?
    Mi resta questo problema.
    Come pure il problema Alitalia.

  5. sandrozagatti ha detto:

    Lo chiamo democristiano perche’ la DC lo incarnava perfettamente. I suoi satelliti erano appunto gli amici che, pur mantenendo un proprio nome ed una parvenza di autonomia, ambivano ai migliori vantaggi dell’essere al governo. Che gli italiani si siano perfettamente adattati a quel sistema non credo che dipenda da qualcosa di genetico, di culturalmente italico. Credo che sia la conseguenza della storia politica nazionale del secolo XX. Mi esprimo con una formula, che ho in parte articolato negli altri post del blog. Il suffragio universale consegno’ il paese al fascismo ed all’inconsapevolezza civica propria del totalitarismo. Le giravolte del 1943-45 consentirono al paese di evitare di fare i conti con le proprie responsabilita’ storiche e di elaborare il significato autentico della democrazia in un paese moderno. Il lungo dopoguerra che ci ha accompagnato fino al 1991 ha stabilizzato tale stato di cose, creando una mentalita’ refrattaria al rispetto delle regole, al senso di responsabilita’, al civismo ed incardinata su una forma immorale di individualismo. Sentimenti che, per fare un esempio fra tanti, hanno permesso a pochi di distruggere Alitalia e che tuttora fanno dire ai piloti “meglio il fallimento che la vendita”.

  6. LG ha detto:

    Concordo con l’interpretazione sociologica solo in parte.
    La genetica si conforma – essa stessa – mediante abitudine (attitudine verso).
    Gli Italiani sono attitudinari e la lunga prassi ha reso il malato moribondo.

    Sono critico con i Campani che non hanno sfruttato nemmeno questa occasione per dimostrare al mondo di essere diversi dallo streotipo che li caratterizza (e con essi tutta l’Italia).
    Avrebbero potuto scendere in strada e iniziare una differenziazione della loro merda, ponendo di qua la plastica e di là il vetro, la carta e così via. E iniziare una svolta che è essa stessa ribellione alla mafia dell’ozio.

    Ma sono critico anche con Veltroni che alla domanda su Bassolino, l’altra sera in TV, non abbia risposto arrossendo, per mero calcolo elettorale e chissà che altro.
    In tempi di “verità” bisogna arrischiarsi e stupire anche quegli stessi commentatori che, dopo il noto “faccia-a-faccia-indiretto”, si sono prodigati nel sostenere l’intelligenza e la realpolitik del nostro Walter nel non rischiare di perdere “un consenso elevato che Bassolino ancora ha in Campania”.
    Bassolino è come De Mita. Ha fatto il suo tempo.

  7. sandrozagatti ha detto:

    Non aveva la pretesa di essere una analisi sociologica, era giusto uno schizzo di idea che andrebbe sviluppata. Sui rifiuti campani non dico alcunche’, sulle critiche a veltroni concordo. Ovunque lo senta ripete l’unica formuletta che e’ riuscito a inventarsi: “finche’ c’e’ un’emergenza chi ha un incarico deve rimanere al suo posto; solo finita l’emergenza si prendono le decisioni” (piu’ o meno dice cosi’.

    Peccato che l’emergenza rifiuti in Campania duri da anni ed anni (decenni?) e che Bassolino l’abbia vissuta tutta da sindaco di napoli, da presidente della campania, da commissario straordinario di governo. Viene anche un po’ da ridere.

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