Politica e antipolitica.

Sulla campagna elettorale in corso e sulla vita politica nazionale incombe, ospite indesiderata, quella che viene comunemente chiamata “antipolitica”. Termine improprio con il quale si designa un sentimento popolare di ostilità e risentimento nei confronti della classe politica in generale e, per traslato, verso le istituzioni. Esempio più lampante è il movimento di Beppe Grillo. Il fenomeno, si sa, non è nuovo. Dal movimento dell’Uomo Qualunque agli esordi di Liga Veneta e di Lega Lombarda, passando per il Partito Radicale e per i movimenti della sinistra all’epoca detta “extraparlamentare”, ricorrentemente il paese è stato percorso da sentimenti di tale matrice. Che, in quanto tali, andrebbero definiti “prepolitici” e non “antipolitici”, dal momento che essi hanno quasi sempre trovato, dopo un periodo di incubazione, uno sviluppo politico ordinario, assimilandosi ai partiti già esistenti e che essi intendevano contestare in radice.

La reazione abituale dei poteri costituiti, di fronte all’insorgere di simili sentimenti ed organizzazioni è, quasi sempre, di disapprovazione aprioristica, di fastidio e sostanzialmente tesa a negare dignità al fenomeno al fine di soffocarne la crescita. Operazione che, in genere, riesce solo in parte. Il risultato è invece la produzione di una specie di mostriciattolo politico: un soggetto perennemente animato da velleitarismi antisistema ma intruso nelle istituzioni, col risultato di non sortire né l’effetto di un radicale cambiamento né quello di un buon funzionamento della macchina dello Stato.

Si prenda ad esempio la Lega Nord, un partito che si è affermato lanciando slogan finalizzati niente meno che alla distruzione della Nazione (parola d’ordine di tanto in tanto rievocata) e, al tempo stesso, solidamente incardinato in una coalizione già di governo e candidata a tornare ad esserlo.

A mio modo di vedere la cosiddetta antipolitica andrebbe affrontata con realismo e pragmatismo, prendendo atto che alla sua base stanno ragioni solide, negando le quali, reprimendo sentimenti autentici, ancorché espressi in forma discutibile, si alimenta il fenomeno stesso. Di fronte a masse di cittadini che gridano la loro indignazione, rifiutarsi di riconoscerne le ragioni ha il solo effetto di rafforzarli nelle loro convinzioni.

E’ legittimo chiedere ai partiti una risposta seria al fenomeno, ispirata a principi chiari e non a slogan o a vuoti schematismi ideologici. Provo nel seguito ad elencarne qualcuno. Scrivendo forse banalità, evidenze chiare a tutti. O forse no.

1. Bene collettivo. E’ questo l’unico obiettivo che deve avere a mente l’uomo politico. E’ convinzione diffusa ed ormai universale fra i cittadini che nell’esercizio delle proprie funzioni, egli persegua, parallelamente, i propri interessi. A volte leciti (carriera ed ambizione personale, ma anche potere fine a se stesso) ma contrari allo spirito costituzionale del suo ruolo; a volte illeciti, ed è inutile fare esempi. Parimenti non è accettabile che l’apertura alla società civile, come si usa dire, si trasformi nell’ingresso nelle assemblee elettive di soggetti propensi a tutelare interessi di singole categorie (professionali, regionali, sociali, eccetera). La Costituzione prescrive che i parlamentari esercitino le loro funzioni senza vincolo di mandato e nell’esclusivo interesse della nazione, ma sembra che essi lo abbiano scordato.
2. Compiti della politica. Negli ultimi anni, complice la riforma del titolo quinto della Costituzione, abbiamo assistito alla proliferazione dei centri di spesa pubblica. E parallelamente (proseguendo una tendenza già in atto) sono aumentate anche le voci di spesa. I partiti ed i singoli uomini politici, presi dalla necessità di raccogliere il consenso, tendono a finanziare le iniziative più disparate. Ciò non avviene necessariamente in malafede, ma come risultato del caos amministrativo che si è creato e delle spinte ed istanze provenienti dalla società. Il risultato è che mentre settori pubblici fondamentali (scuola, sanità, giustizia, ordine pubblico, eccetera) soffrono di scarsità di risorse, rivoli di denari pubblici (che collettivamente formerebbero un fiume) vengono dispersi in miriadi di iniziative di scarso rilievo e di nulla importanza pubblica. Un esempio fra mille è quello degli enti locali che sponsorizzano società sportive professionistiche. Per ovviare al fenomeno si devono stabilire i compiti della politica, individuando i campi nei quali lo Stato deve intervenire normativamente e finanziariamente, quelli in cui deve intervenire solo normativamente e quelli in cui non deve intervenire affatto. Successivamente va dato potere all’organo competente (la Corte dei Conti) di vigilare rigorosamente sulla spesa pubblica attribuendole poteri di intervento diretto.
3. Merito. Lo si dice ovunque: un grave problema del paese (per alcuni il principale) è l’incapacità di riconoscere e di valorizzare il merito dei singoli. In tutti i settori: dall’azienda privata alla pubblica amministrazione, dall’università agli ospedali. Se così è, i partiti devono dare l’esempio, promuovendo al proprio interno solo chi veramente vale. L’Italia soffre anche per via di una classe dirigente spesso inadeguata ai propri compiti: il nostro legislatore produce spesso normative incoerenti, confuse e contraddittorie, scritte da rappresentanti che pretendono di disciplinare una materia senza conoscerla adeguatamente. Non occorre essere esperti in diritto costituzionale per verificare che la tripartizione dei poteri di ispirazione illuministica (legislativo, esecutivo e giudiziario) soffre di una profonda crisi. Uno dei sintomi è la perdita di efficacia della funzione legislativa da parte del parlamento a vantaggio dell’iniziativa legislativa del governo, per il quale le assemblee fungono troppo spesso da mero organo di ratifica. Ciò avviene anche perché il singolo deputato/senatore non ha le conoscenze sufficienti per produrre leggi adeguate, mentre un membro del governo, potendo contare sulle competenze delle burocrazie statali, possiede gli strumenti indispensabili. Ciò anche perché l’azione legislativa corrente è sempre meno astratta (nel senso nobile della tradizione liberale) e sempre più regulatoria, consistente cioè in disposizioni attuative che necessitano una conoscenza precisa della realtà sociale cui si applicano. Pertanto, per un uomo politico, merito significa competenza, capacità di analisi e di sintesi e, non va scordato, capacità di raccogliere consenso. Un valido processo di selezione del ceto politico non può basarsi solamente sulla cooptazione per conoscenza o aderenza personale e sulla competizione elettorale, ma richiede un’autentica dialettica interna ai partiti, capace di far emergere chi ha qualità. E’ fin troppo facile portare ad esempio Forza Italia, che in 14 anni di vita non ha mai celebrato un congresso. A tal riguardo non paiono sensati i meccanismi basati su riserve di genere.
4. Coerenza e Concretezza. Siamo in campagna elettorale ed i cittadini vengono sommersi da valanghe di proposte programmatiche. Ma essi (e non solo i più avveduti) sanno bene che si tratta di promesse da marinaio. I programmi elettorali, da sempre, sono elencazioni di buoni propositi che vengono gettati alle ortiche non appena chiusi i seggi elettorali. Per fare solo un esempio, il centrosinistra affermò nella campagna elettorale del 2006 che in tema di giustizia avrebbe garantito “certezza della pena”, e che avrebbe cancellato le “leggi vergogna” volute da Berlusconi. Alla prova dei fatti l’unico provvedimento votato in tale materia è stato un vergognoso indulto, mentre le leggi “ad personam” (che tali non sono in realtà perché ne beneficiano tutti) sono ancora in vigore, salvo quelle cassate dalla Corte Costituzionale. Si devono pretendere programmi credibili e concreti, ma soprattutto coerenza nella loro realizzazione.
5. Onestà. E’ una parola il cui significato va recuperato nella sua interezza. Servono nitore nei comportamenti pubblici ed onestà intellettuale, sia per ragioni di efficienza interna al sistema della politica, sia come esempio per il resto della società. I fenomeni di cosiddetta antipolitica (che tale in realtà non è) originano dalla degenerazione affaristica, clientelare e carrieristica della politica, nonché dai privilegi di casta che si sono accumulati negli anni. Su quest’ultimo punto bisogna avere il coraggio di prendere provvedimenti con valore retroattivo. Va sconfitta l’idea che politica ed affarismo abbiano punti di contatto, che la politica sia una professione, che l’appartenenza ad un partito valga come criterio di nomina. E’ inaccettabile che nei partiti trovino ricetto persone colluse con organizzazioni malavitose o comunque condannate. Tutti i partiti hanno predisposto “codici etici” che escludono (più o meno effettivamente) la candidabilità di persone condannate per “gravi reati”. E’ impossibile non essere d’accordo, ma è stupefacente, paradossale, per non dire grottesco che lo si debba affermare. Una persona condannata per “gravi reati” dovrebbe vergognarsi di uscire di casa, altro che candidatura. E’ questo un sintomo dell’abbassamento del senso di moralità che non può essere ulteriormente svilito. Si devono pretendere misure immediate e sostanziali (non di facciata) in tema di costi della politica. Nel 1970, al varo della legge costituzionale istitutiva delle regioni, Ugo La Malfa disse che andavano contestualmente abolite le province. Lo si dice ancora oggi, ma non lo si fa. E’ vero che la Costituzione ne prevede l’esistenza, ma essa non fissa l’entità dei trasferimenti pubblici ed i compensi dei consiglieri provinciali. Pertanto, parallelamente ad un iter parlamentare che le elimini, è possibile svuotarne la funzione, trasferendone le competenze alle regioni, in modo da abbattere immediatamente i costi relativi.
6. Comunicazione. Negli ultimi anni l’attività della politica si è concentrata sulla comunicazione, trascurando del tutto i contenuti. L’uso massiccio dei media nella competizione politico-elettorale degli ultimi 15 anni ha prodotto una semplificazione esasperata del linguaggio politico, scarnificandolo, snaturandolo, svuotando addirittura di contenuti l’elaborazione politica stessa. Il cittadino elettore si è trasformato, da depositario del potere politico (secondo costituzione), in destinatario di un messaggio propagandistico, al punto che il politico tollera a fatica la critica articolata, pretendendo dal proprio uditore, chiunque esso sia, una mera adesione agli slogan. Senza voler negare l’importanza della comunicazione in se stessa, va restituito rilievo all’elaborazione critica della vita pubblica, recuperando quegli spazi di dibattito nella società e nei partiti che sembrano essere stati smarriti.
7. Giustizia. E’ il più importante dei problemi da affrontare. La politica produce rappresentanti e governanti la cui funzione è di produrre norme (cioè leggi, decreti e regolamenti). Le norme hanno un senso se i cittadini le rispettano e per far ciò è indispensabile (anche se non sufficiente) disporre di un sistema sanzionatorio efficace che punisca i trasgressori. Se il sistema sanzionatorio è debole, le leggi diventano vuote enunciazioni e l’attività politica perde la sua funzione ed il suo stesso significato. E’ quindi indispensabile por mano al sistema giudiziario in modo radicale, al fine di renderlo funzionante. E’ assolutamente intollerabile che un processo (civile, penale o amministrativo) possa durare anni, lustri o addirittura decenni. Su questo punto non sono tollerabili ulteriori ritardi o esitazioni. Non è accettabile che la politica si occupi di giustizia solamente quando essa stessa entra in conflitto con la magistratura. E non è accettabile che nel paese alberghino, prosperino e si espandano organizzazioni criminali che sottraggono risorse immense alla collettività, ramificandosi nel resto d’Europa. Il rispetto della legge deve diventare altresì un cardine della vita economica. Se l’impresa è il motore della ricchezza del paese, essa va depurata dall’inquinamento dei falsi imprenditori, che basano la propria attività sulla frode fiscale e contributiva, se non su reati ancor più gravi come la ricettazione ed il riciclaggio. Nel corso degli anni si è radicata nel paese l’idea che l’affermazione economica del singolo sia necessariamente connessa alla furbizia, alla spregiudicatezza, alla corruzione, al delitto. E’ convinzione diffusa che non possa esistere una via eticamente accettabile all’arricchimento personale ed il termine ambizione si è tinto di colorazioni negative. Non può e non deve essere così.

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