Violenza sessuale fra coniugi

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Nel giorno dell’otto marzo è doveroso ricordare i grandi progressi che la società ha compiuto nei tempi recenti sul piano dei diritti delle donne. Mi concentro in questo post su alcuni dettagli che riguardano uno degli aspetti più delicati: la violenza sessuale, con particolare riferimento alla violenza endofamiliare che, come ci dicono le statistiche, costituisce un universo sommerso di violazioni di legge e che, a giudicare dai contatti al blog, riscuote un certo interesse.

Tutti sappiamo che la riforma della normativa penale in materia di violenza sessuale è relativamente recente, essendosi realizzata con la Legge 66 del 15 febbraio 1996. Con essa venne soppresso l’intero Capo I (dei delitti contro la libertà sessuale) previsto dal Titolo IX (dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume) che si componeva degli articoli da 519 a 526 del vecchio codice penale del 1930 (violenza carnale, atti di libidine violenti, ratto a fine di matrimonio, ratto a fine di libidine, eccetera). Vennero introdotti contestualmente dieci nuovi articoli (609 bis-decies) nel Capo III (dei delitti contro la libertà individuale) previsto dal Titolo XII (dei delitti contro la persona).

Vale la pena di raffrontare il testo degli articoli principali.

Art. 519 c .p. (abrogato) Violenza carnale.
Chiunque, con violenza o minaccia, costringe taluno a congiunzione carnale è punito con la reclusione da tre a dieci anni.
Alla stessa pena soggiace chi si congiunge carnalmente con persona la quale al momento del fatto:
1. non ha compiuto gli anni quattordici;
2. non ha compiuto gli anni sedici, quando il colpevole ne è l’ascendente o il tutore, ovvero è un’altra persona a cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia;
3. è malata di mente, ovvero non è in grado di resistergli a cagione delle proprie condizioni d’inferiorità psichica o fisica, anche se questa è indipendente dal fatto del colpevole;
4. è stata tratta in inganno, per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.

Art. 521.c.p. (abrogato) Atti di libidine violenti.
Chiunque, usando dei mezzi o valendosi delle condizioni indicate nei due articoli precedenti, commette su taluno atti di libidine diversi dalla congiunzione carnale soggiace alle pene stabilite nei detti articoli, ridotte di un terzo.
Alle stesse pene soggiace chi, usando dei mezzi o valendosi delle condizioni indicate nei due articoli precedenti, costringe o induce taluno a commettere gli atti di libidine su se stesso, sulla persona del colpevole o su altri.

Art. 609-bis. (in vigore) Violenza sessuale.
Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:
1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;
2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi.

Art. 609-quater. (in vigore) Atti sessuali con minorenne.
Soggiace alla pena stabilita dall’articolo 609-bis chiunque, al di fuori delle ipotesi previste in detto articolo, compie atti sessuali con persona che, al momento del fatto:
1) non ha compiuto gli anni quattordici;
2) non ha compiuto gli anni sedici, quando il colpevole sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia, con quest’ultimo, una relazione di convivenza.
Al di fuori delle ipotesi previste dall’articolo 609-bis, l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, o il tutore che, con l’abuso dei poteri connessi alla sua posizione, compie atti sessuali con persona minore che ha compiuto gli anni sedici, è punito con la reclusione da tre a sei anni .
Non è punibile il minorenne che, al di fuori delle ipotesi previste nell’articolo 609-bis, compie atti sessuali con un minorenne che abbia compiuto gli anni tredici, se la differenza di età tra i soggetti non è superiore a tre anni.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita fino a due terzi.
Si applica la pena di cui all’articolo 609-ter, secondo comma, se la persona offesa non ha compiuto gli anni dieci.

Oltre alla misura della pena, con la riforma cambia la natura della condotta incriminata, svanendo la distinzione fra violenza carnale e atto di libidine violento, ora ricompresi nella figura di atti sessuali imposti alla vittima. Non si tratta di una distinzione formale, poiché ad essere modificata è la natura del bene tutelato dalla norma incriminatrice: non più la morale pubblica ed il buon costume, bensì la libertà personale del singolo, ovvero la libertà di vivere la sfera sessuale della propria personalità.

La cronaca e le statistiche ci informano che la maggior parte delle violenze si consumano all’interno del nucleo familiare o comunque della coppia (fra conviventi, fidanzati o ex tali eccetera ) e mi soffermo su questo tema. Tralascio l’aspetto procedurale che ha tuttavia particolare importanza per via della difficoltà che la vittima incontra nel riferire all’Autorità Giudiziaria episodi tanto intimi e delicati. Mi dedico semplicemente alla punibilità del reato in senso stretto.

Chi ha memoria del dibattito su questi temi ricorda bene quanto sia stato faticoso far penetrare nel senso comune il principio che con il matrimonio non si acquista un diritto reale sul corpo del coniuge, ma solamente un diritto all’assistenza reciproca ed alla condivisione dell’esistenza, ivi compresa la sfera sessuale. Ma ciò non dà diritto ad esigere in maniera violenta la prestazione del corpo del coniuge.

Rammento un’intervista televisiva rilasciata da Indro Montanelli, che si diceva orripilato all’idea che Pubblici Ministeri o Carabinieri potessero entrare nelle camere da letto per perseguire mariti o mogli intenti in rapporti sessuali, paventando uno sconvolgimento epocale della vita privata degli italiani. I fatti non gli hanno dato ragione e le poche nozioni che illustro nel seguito, quantunque possano sembrare ora del tutto naturali, hanno una portata in un certo senso rivoluzionaria.

Le norme che ho riportato – evidentemente – non toccano il tipo di rapporto intercorrente fra attore e vittima e non disciplinano la punibilità della violenza sessuale consumata all’interno della coppia. Tuttavia, contemporaneamente alla riforma, la magistratura ha adeguato i propri riferimenti giurisprudenziali affermando in maniera oggi in equivoca che la violenza sessuale è reato punibile anche se commessa in danno del coniuge. Si tratta di una conquista non da poco che deriva dalla riforma del diritto di famiglia e dalla mutata collocazione del reato all’interno del codice. Non più fattispecie delittuosa contro la moralità pubblica ed il buon costume ma contro la persona (sia essa coniugata o no con l’autore, ovviamente).

In precedenza, infatti, la disciplina del diritto di famiglia e la nozione di debitum coniugale (in base al quale con il matrimonio si acquisisce un generico diritto alla congiunzione sessuale) tendeva a riconoscere il diritto ad esigere un rapporto sessuale, disconoscendo il simmetrico diritto a rifiutarlo. Ciò ingenerava una sorta di esimente (inesistente nel codice) che metteva al riparo dall’accusa di violenza carnale chi la esercitava sulla moglie o sul marito.

Già negli anni settanta, tuttavia, la Cassazione aveva negato la sussistenza di tale esimente con una sentenza del 1978 ove si legge, in particolare che

L’esercizio del diritto di congiungersi carnalmente con il proprio coniuge, quale effetto del matrimonio, non comprende il potere di imporre con la violenza (fisica o morale) il congiungimento al coniuge dissenziente, ma, in caso di dissenso ingiustificato, costituente ingiuria reale e violazione degli obblighi di assistenza coniugale verso il coniuge respinto, questi può ricorrere al giudice civile per ottenere sentenza di separazione personale per colpa dell’altro coniuge. Ma non può mai farsi ragione da sé esercitando il preteso diritto a detta prestazione, di natura incoercibile, in forma minacciosa e violenta. (Cass. Pen. Sent. n. 73, 1978 )

Questo brano rivela innanzitutto una cosa: è la legge sul divorzio (che qualcuno voleva abrogare) che ha reso pianamente perseguibile lo stupro in danno del coniuge. Infatti si stabilisce che il rifiuto a congiungersi col marito (o la moglie) costituisce condotta contraria ai doveri coniugali che dà solamente diritto a chiedere la separazione, ma perché ciò avvenga occorre che tale possibilità sia prevista dalla legge. Altrimenti, per sottrazione, risulterebbe implicitamente riconosciuto il diritto a pretendere la copula in dispregio del rifiuto del coniuge.

Da allora la disciplina è evoluta e la punibilità dello stupro endomatrimoniale, o comunque all’interno della coppia, è divenuta pacifica, anche sulla scorta della riforma del 1996.

Vi sono stati casi in cui il marito accusato di violenza sessuale sulla moglie ha comunque invocato indirettamente come ragione di non punibilità il rapporto matrimoniale. Adducendo la tenuità dell’azione violenta o minatoria utilizzata per costringere la vittima al rapporto, alcuni avvocati hanno sostenuto che nell’ambito del matrimonio, in virtù appunto del principio del dovere coniugale, una particolare condotta che, se adottata da un estraneo, configurerebbe il reato, se estrinsecata dal coniuge non lo integra pienamente. A tal riguardo una pronunzia della Cassazione del 2004 ha dissolto ogni dubbio.

La Corte ritiene di dovere con fermezza ribadire che ogni forma di costringimento fisio-psichico, idonea in qualche modo ad incidere sull’altrui libertà di autodeterminazione, se finalizzata al compimento di un atto sessuale costituisce – anche all’interno del rapporto di coppia, coniugale o paraconiugale che sia – condotta punibile ai sensi della norma incriminatrice in epigrafe. Sul tema va scandito che il concetto di violenza sessuale, nella oggettiva tutela apprestata dalla previsione normativa, ha una sua sostanziale ed immodificabile unitarietà, che non consente di distinguere fra violenza sessuale consumata fra estranei e violenza sessuale consumata all’interno del rapporto coniugale. … Nel paradigma della fattispecie incriminatrice in esame (art. 609-bis c.p.) la qualità di coniuge è del tutto sterile ai fini dell’apprezzamento della condotta vietata. Non esiste una “quantità” di violenza sessuale tollerabile fra coniugi e non pure fra estranei. (Cass. Pen. III sent. n. 14789, 26 marzo 2004)

Fonti.
A. Ancheschi, Reati in famiglia e risarcimento del danno, Giuffrè,
F.M. Zanasi, Violenza in famiglia e stalking, Giuffrè,
http://www.altalex.com.

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8 Responses to Violenza sessuale fra coniugi

  1. Alessandra D. ha detto:

    I temi trattati in questo blog, a parere di chi scrive, dovrebbero essere presi in seria considerazione dai nostri politici ed essere inseriti nel programma elettorale.
    Perchè questa è la realta in cui ognuno di noi si imbatte ogni giorno.

  2. Lidia Andreotti ha detto:

    Mi chiedo quante donne siano effettivamente a conoscenza del fatto che il proprio partner (marito o convivente che sia) non ha diritti sul loro corpo e non può pretendere nè con la forza nè con la sottomissione psicologica delle prestazioni sessuali.
    Purtroppo le donne che in famiglia vivono quotidianamente una condizione violenta, si trovano in una sottomissione psicologica tale da non essere in grado nemmeno di riconoscere che su di esse viene compiuto un abuso; gli uomini violenti sanno, con la minaccia ma soprattutto con l’umiliazione profonda, insinuare il senso di colpa nella loro compagna tanto da farla sentire responsabile degli atti violenti su di lei compiuti e meritevole di questi ultimi. Ciò porta anche la vittima a vergognarsi di essere stata percossa, abusata, umiliata, minacciata e per questo a nascondere e in qualche modo proteggere lo stesso carnefice.

    Per far sì che non si inneschino, da adulti, simili meccanismi, è a mio parere necessario educare le giovani (e i giovani) all’autostima e al riconoscimento dei propri diritti e dei propri valori.
    Solo attraverso la conoscenza di sè di giunge alla conoscenza dell’altro.

    Ringrazio l’autore del blog per il tema sollevato.

    Lidia Andreotti

  3. sandrozagatti ha detto:

    Grazie Lidia per l’intervento. Non ho toccato l’argomento della procedibilità che in questo caso, come giustamente sottolinei, ha un’importanza enorme.
    Le statistiche dicono che se lo stupro da parte di estranei è denuciato abbastanza raramente (15% dei casi) per quello interno alla coppia si scende al 4% (se le informazioni che ho sono esatte, ma sono comunque dati che vanno presi con beneficio di inventario perchè secondo me esiste un enorme sommerso sconosciuto alle rilevazioni).

    Non a caso la disciplina per la procedibilità dei reati sessuali è diversa da qualunque altro:

    Art. 609-septies.
    Querela di parte.

    I delitti previsti dagli articoli 609-bis, 609-ter e 609-quater sono punibili a querela della persona offesa.

    Salvo quanto previsto dall’articolo 597, terzo comma, il termine per la proposizione della querela è di sei mesi.

    La querela proposta è irrevocabile.

    Si procede tuttavia d’ufficio:

    1) se il fatto di cui all’articolo 609-bis è commesso nei confronti di persona che al momento del fatto non ha compiuto gli anni diciotto;

    2) se il fatto è commesso dall’ascendente, dal genitore, anche adottivo, o dal di lui convivente, dal tutore ovvero da altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia o che abbia con esso una relazione di convivenza;

    3) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio nell’esercizio delle proprie funzioni;

    4) se il fatto è connesso con un altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio;

    5) se il fatto è commesso nell’ipotesi di cui all’articolo 609-quater, ultimo comma.

    ***

    La punibilità del fatto è a querela della persona offesa, cioè si lascia alla vittima la decisione se chiedere la punizione del reo, ma nel concedere un lasso di tempo doppio rispetto a tutti gli altri reati procedibili a richiesta di parte (sei mesi anzichè tre), si impone l’irrevocabilità della querela. Ciò per mettere al riparo la vittima dalle insistenze dell’autore, o dell’universo di persone che circonda parte offesa e/o reo, finalizzate a una remissione basata su compromessi e transazioni che degraderebbero ulteriorimente la vicenda e umilierebbe la vittima, indotta a “ritrattare” l’accusa.

  4. maria ha detto:

    La discussione che viene proposta è ricca e stimolante. Mi sento di aggiungere qualche osservazione meno giuridica, in linea con quanto scrive LIdia, e tenendo presente il libretto della Blixen “Contro il matrimonio moderno”.
    Il matrimonio è un contratto. Un contratto viene stipulato sulla base di Regole(Forma=Sostanza) tra due individui consenzienti che hanno chiari i loro diritti, i loro doveri e, per quanto si possa, i loro obiettivi e le strade per raggiungerli.
    In questo senso verrebbe da dire che il matrimonio combinato, come succede in culture lontane, ma anche molto vicine, è la cosa migliore.
    Ma nella nostra società è diverso il costume: ci si sposa perchè si è innamorati (nebbia fitta del raziocinio), ci si sposa perchè si crede nella famiglia, ci si sposa per convenzionalismo,ci si sposa perchè si crede nell’avventura di creare un microcosmo…
    E poi la vita ci cambia, emergono istinti che credevamo sepolti o che neppure si pensava d’avere: desiderio frustrato di potere, vocazione ad essere carnefici o vittime, mancanza di coraggio e di dignità, perversioni di qualche genere, sintomi di impotenza affettiva…
    Per concludere: prima di intraprendere questo contratto, ognuno dovrebbe fare una seria indagine su se stesso, non tanto per capire se il matrimonio sarà eterno nel tempo, ma per capire se si è in grado di sostenere trasformazioni reciproche.
    Chi non è formato, chi non ha autostima, chi non è individualmente autonomo e autosufficiente, è meglio che incominci a costruire se stesso, senza mettere a rischio per la propria immaturità l’incolumità di altri (coniuge o figli). Meglio iscriversi a qualche corso di sport estremo, meglio la palestra.
    4% denunciati : che ridere! La violenza non è solo quella delle botte da orbi e la Magistratura non ci può fare molto, ma neanche il parroco!

  5. vittorio ha detto:

    va tutto bene quando riferito alle donne; ma quando sono gli uomini che in famiglia sono ingannati, rifiutati con varie scuse, e fatti passare per fessi chi li difende?

  6. sandrozagatti ha detto:

    Giusta osservazione, sulla quale bisognerebbe riflettere. La realtà è che i comportamenti tipicamente “maschili” (la violenza) sono penalmente perseguiti dalla legge. Al contrario i comportamenti tipicamente “femminili” (la menzogna) non hanno rilevanza penale. E’ una delle dissimmetrie del nostro ordinamento che gli sforzi (parzialmente realizzati) di emancipazione femminile mettono in luce.

    In questo post mi sono limitato a considerare il fenomeno della violenza sessuale che, statisticamente, vede come vittima quasi sempre la donna. Le forme più ampie di violenza familiare (soprattutto psicologica) invece colpiscono entrambi i sessi e, per tradizione, si è sempre poco inclini a considerare vittime gli uomini. Senza contare che, in generale, la sofferenza psicologica – anche per l’oggettiva difficoltà nel misurarla – non è adeguatamente apprezzata dall’ordinamento.

  7. Angelo ha detto:

    Chi mi tutela dai capricci di una moglie assente, che ha scaricato la gestione dei figli e tutto ciò che concerne la famiglia sulle mie spalle? Cosa fare davanti ad un costante rifiuto di attività sessuale che perdura ormai da un anno? Cosa fare davanti a continue provocazioni, quando è presente in famiglia? Cosa fare con questo tipo di terrorismo psicologico, quando è sempre lei ad avere il coltello dalla parte del manico. Per amore dei figli evito scontri duri, ma lei non demorde, continua col suo logorio, ma pur minacciando di andarsene non se ne va.Credo di averle tentate tutte, ma non è servito a niente. Cosa fare???

    • sandro zagatti ha detto:

      Purtroppo molto poco. Le cose che racconti possono essere motivo di richiesta di separazione (e successivamente divorzio) per colpa. Ma se si segue la strada giudiziale le cose vanno provate davanti al giudice e spesso è difficile.

      Non è che possa consigliarti, ma da come descrivi le cose sei tu che devi prendere la decisione di lasciarla e di andartene.

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