Legge elettorale e Costituzione; D.P.R. 361/57 ed artt. 3 e 49 Cost.

Sappiamo che la discussione che ruota attorno all’eventuale nascita del governo Marini riguarda le modifiche da apportare alla legge elettorale, emendando il testo voluto dal centrodestra negli ultimi mesi della scorsa legislatura. In molti sostengono che non essendosi verificato alcun accordo su tali modifiche prima della crisi di governo neppure fra le forse della ex maggioranza, non è chiaro che tipo di testo dovrebbe essere approvato.

Recentemente è emerso un nuovo argomento: richiamando brani della sentenza della Corte Costituzionale sull’ammissibilità del referendum, Finocchiaro ha individuato tratti di dubbia costituzionalità nell’attuale legge ed in quella che risulterebbe da un’eventuale vittoria del sì alla consultazione popolare.

Traggo dalla sentenza della Consulta gli argomenti relativi ai profili di incostituzionalità, il testo completo lo trovate qui.

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In secondo luogo, i presunti profili di incostituzionalità – consistenti nell’irragionevolezza della normativa di risulta e nella lesione dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale, entrambi derivanti dall’attribuzione di un premio di maggioranza alla sola lista che abbia raggiunto la maggioranza relativa senza che sia prevista una soglia minima per ottenere tale premio – potrebbero essere esclusi sulla base della stessa giurisprudenza della Corte costituzionale (sono richiamate, in proposito, le sentenze numeri 10 e 429 del 1995). Inoltre, osservano i presentatori, «l’argomento del premio “eccessivo” alla lista che dovesse ricevere anche il 15-20% dei voti – al di là del carattere assolutamente teorico di una simile argomentazione – non coglierebbe nel segno: il sistema del Senato assegna, infatti, il premio su base regionale, di modo che il sistema elettorale di risulta di tutto potrebbe essere accusato, ma certo non di assicurare un premio eccessivo al vincitore, giacché si avrebbero venti diversi vincitori a livello regionale».
Infine, i presunti elementi di contrasto con la Costituzione, «se riscontrabili», sarebbero «già tutti contenuti nella legge vigente» e dunque non deriverebbero dall’eventuale approvazione del quesito referendario. Al riguardo, i presentatori ricordano che, nella legislazione vigente, la formazione di coalizioni è soltanto eventuale, per cui ben potrebbe una singola lista ottenere il premio di maggioranza, e il detto premio può essere attribuito anche «a coalizioni di liste (oltre che a liste) minoritarie (20% al Senato)».

L’impossibilità di dare, in questa sede, un giudizio anticipato di legittimità costituzionale non esime tuttavia questa Corte dal dovere di segnalare al Parlamento l’esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione che non subordina l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento, sia pure a livello regionale, di una soglia minima di voti e/o di seggi.

6.2. – Si deve escludere altresì che il quesito sia in contrasto con il principio costituzionale dell’eguaglianza del voto. Senza entrare nel merito della normativa di risulta, che, come detto sopra, non può essere sindacata in questa sede, bisogna dire che un referendum abrogativo che tenda ad influire sulla tecnica di attribuzione dei seggi, in modo da favorire la formazione di maggioranze coese e di diminuire, allo stesso tempo, la frammentazione del sistema politico non è, in sé e per sé, in contrasto né con l’art. 48 né con l’art. 49 Cost.
In ordine al primo dubbio prospettato, si deve ricordare che questa Corte ha precisato che il principio di eguaglianza del voto non si estende al risultato delle elezioni, giacché esso opera esclusivamente nella fase in cui viene espresso, con conseguente esclusione del voto multiplo e del voto plurimo (sentenza n. 429 del 1995). Qualsiasi sistema elettorale implica un grado più o meno consistente di distorsione nella fase conclusiva della distribuzione dei seggi. Nella sede presente è sufficiente tale osservazione per ritenere che il fine intrinseco del referendum, oggi all’esame di questa Corte, non può essere causa di inammissibilità dello stesso. Altro problema è quello, cui si è accennato nel paragrafo precedente, del grado di distorsione in concreto prodotto. Ciò richiederebbe tuttavia una analisi della normativa di risulta ed, ancor prima, della legge vigente, estranea alla natura del giudizio di ammissibilità.
A proposito della presunta lesione, da parte del quesito referendario, dell’art. 49 Cost., in quanto lo stesso tenderebbe a costringere i partiti politici a confluire in liste uniche – perdendo così la propria identità tutelata dalla Costituzione, che garantisce agli stessi uguale diritto di partecipare alla determinazione della politica nazionale –, si deve rammentare come questa Corte, nella sentenza n. 429 del 1995, abbia affermato che «la libertà di associarsi in partiti politici, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, trova nel momento elettorale, con il quale si costituiscono gli organi di rappresentanza politica, un efficace strumento di partecipazione al governo della cosa pubblica. Ma ammesso il rapporto, che il legislatore può stabilire, tra partiti e liste elettorali, dando alle formazioni politiche la facoltà di presentare proprie liste di candidati, non ne segue l’identificazione tra liste elettorali e partiti».
Le scelte che i partiti ritengono di dover fare, allo scopo di sfruttare al massimo in proprio favore le potenzialità del sistema elettorale vigente, non influiscono sulla loro libertà e sulla loro possibilità di partecipare alla competizione. Il fine del referendum oggetto del presente giudizio non è quello di impedire o porre ostacoli alla presentazione di liste di partito, ma di predisporre meccanismi premiali per favorire un più stringente processo di integrazione. Tale finalità può essere valutata in modo positivo o negativo da diversi punti di vista, ma non lede alcun principio costituzionale.

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Anche se si tratta solamente di brani, è chiaro il senso della disputa. Alcune formazioni politiche “minori” hanno eccepito, costituendosi in giudizio innanzi alla Corte, che la legge elettorale risultante dal referendum sarebbe incostituzionale in quanto premierebbe con una maggioranza parlamentare il partito uscito vincitore dalle urne, a prescindere dalla consistenza del consenso raccolto, ovvero senza che sia prevista una soglia minima per accedere al premio stesso. Una norma che, secondo alcune interpretazioni, “obbligherebbe” partiti contigui a riunirsi non in coalizioni programmaticamente omogenee, ma a “fondersi” in un unico simbolo a mero scopo elettorale. Si tratterebbe perciò di una forzatura politica che andrebbe a ledere il diritto del cittadino di esprimere il voto in base a ragioni ideali. Ovvero, premiando con la maggiornanza parlamentare un partito uscito dalle urne con il 20% dei voti (per fare un esempio) stravolgerebbe il responso delle urne, conculcando la volontà del corpo elettorale.

La risposta della Corte è sufficientemente chiara e non occorre che la commenti.

Detto questo, l’argomento di Finocchiaro, secondo cui votando senza procedere a riforma parlamentare (si faccia o no il referendum) della legge elettorale si esporrebbe la legislatura a dubbi di legittimità per via delle osservazioni della Corte, mi pare debole. Innanzitutto va detto che di tale presunta incostituzionalità della vigente normativa non si era accorto alcuno fino ad ora. Ma è chiaro che un analogo argomento avrebbe potuto ben essere sostenuto anche per la precedente legge Mattarella. Rammento infatti che con il sistema del collegio uninominale a turno unico, è in linea di principio possibile che un singolo partito vinca la competizione in ogni singolo collegio, conquistando quindi (applicando la legge che era in vigore fino al 2005) il 75% dei seggi in parlamento, e ciò senza che sia prevista alcuna soglia minima.

Ci sono però due punti della legge Calderoli che nessuno ha recentemente considerato e che mi colpirono all’epoca della sua promulgazione. Faccio riferimento all’elezione della Camera dei Deputati, ma la questione investe anche il Senato.

1. Il primo comma dell art. 18/bis del D.P.R. 361/57 (cioè la legge elettorale vigente come risulta dalle modifiche apportate nel corso degli anni) disciplina la presentazione delle liste elettorali in ciascuna circoscrizione richiedendo sottoscrizione di ciascuna lista da parte di un numero di elettori che oscilla fra i 1.500 e 4.500, a seconda delle dimensioni della circoscrizione stessa.

Il secondo comma dello stesso articolo esime da tale incombenza “i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le camere all’inizio della legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi”.

Con la legge in vigore, per fare esempi, il Partito Democratico dovrebbe raccogliere le firme di presentazione, Forza Italia ed Alleanza Nazionale no. Nella scorsa tornata elettorale credo che solo la Rosa nel Pugno abbia dovuto raccogliere le firme.

2. L’art. 83 della stessa legge, ai commi 1, 2, 3 e 4, stabilisce la ripartizione dei seggi distinguendo fra le liste collegate ad una coalizione che abbia superato la soglia del 10% e che abbiano ottenuto singolaarmente almeno il 2% dei voti su base nazionale, e le liste non collegate che abbiano superato la soglia del 4%, sempre su base nazionale.

La soglia per essere ammessi alla ripartizione dei seggi parlamentari è quindi diversa per i partiti coalizzati e per quelli non coalizzati.

Questi due punti, a me, paiono davvero, e macroscopicamente, incostituzionali poiché distinguono fra partiti, e quindi fra relativi elettori, di serie A e di serie B.

Il tema della presentazione delle liste meriterebbe una discussione a parte. Sappiamo bene quante indagini, ricorsi e polemiche sono fiorite in tempi recenti riguardo alle molte (vere o presunte) falsità commesse in tale procedura. Certo è che i partiti vedono (vedevano) tale incombenza come un fastidio. Trovare le firme di presentazione è più difficile di quel che sembri e completare la procedura nei tempi e nelle forme previste dalla legge (con certificazione notarile di ogni singola firma) complica non poco la fase preeelettorale. Resta inoltre un mistero come sia possibile per partiti a fortissima concentrazione regionale o provinciale (un esempio su tutti: l’Udeur) procurarsi liste di sottoscrittori in tutte le circoscrizioni nazionali. La legge Calderoli risolve la questione alla maniera corrente: chi ha il potere di farsi una legge a proprio comodo lo fa. Chi è fuori è fuori, e fuori deve restare.

Lo sbarramento differenziato è un’oscenità logica, ancor prima che costituzionale. I piccoli alleati con i forti sono tutelati; i piccoli che vanno da soli invece possono tranquillamente crepare. Ut supra.

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One Response to Legge elettorale e Costituzione; D.P.R. 361/57 ed artt. 3 e 49 Cost.

  1. Vincenzo Fibadei ha detto:

    Volevo solo segnalare che ci sono in rete molte inziative contro la legge elettorale incostituzionale, un piccolo elenco si trova su http://www.midimetto.com/altreproteste.html insieme con un interessante analisi dei precedenti storici. Ci sono descritte anche altre ragioni per cui il porcellum è certamente incostituzionale, oltre che irrazionale (per gli elettori, ovviamente ai segretari di partito questa riforma piace, visto che sono tutti d’accordo, come dimostra il fatto che la legge elettorale toscana -fatta dal centrosinistra- è la vera ispiratrice del porcellum).

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