Berlusconi ed il falso in bilancio

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Il recente proscioglimento di Silvio Berlusconi dalle imputazioni di falso in bilancio nel cosiddetto processo SME riportano all’attenzione il tema delle “leggi ad personam” votate nella quattordicesima legislatura con il non celato intento di risolvere le questioni giudiziarie che vedevano imputato il presidente del consiglio all’epoca in carica. La stampa ha infatti riferito che la Corte ha prosciolto Berlusconi poiché le norme del codice civile novellate dalla sua maggioranza non prevedono più come reato i fatti a lui ascritti.

Vale forse la pena di comparare alcune delle norme vecchie e nuove; la materia è complessa e seleziono solo gli articoli principali.

Art. 2621 (Vecchio ordinamento) False comunicazioni ed illegale ripartizione di utili o di acconti sui dividendi.
Salvo che il fatto costituisca reato più grave, sono puniti con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da L. 2 milioni a L. 20 milioni (2640):
1) i promotori, i soci fondatori, gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori, i quali nelle relazioni, nei bilanci o in altre comunicazioni sociali, fraudolentemente espongono fatti non rispondenti al vero sulla costituzione o sulle condizioni. economiche della società o nascondono in tutto o in parte fatti concernenti le condizioni medesime;
2) gli amministratori e i direttori generali che, in mancanza di bilancio approvato o in difformità da esso o in base ad un bilancio falso, sotto qualunque forma, riscuotono o pagano utili fittizi o che non possono essere distribuiti (2433, 2632);
3) gli amministratori e i direttori generali che distribuiscono acconti sui dividendi:
a) in violazione dell’art. 2433 bis, 1° comma;
b) ovvero in misura superiore all’importo degli utili conseguiti dalla chiusura dell’esercizio precedente, diminuito delle quote che devono essere destinate a riserva per obbligo legale o statutario e delle perdite degli esercizi precedenti e aumentato delle riserve disponibili;
c) ovvero in mancanza di approvazione del bilancio dell’esercizio precedente o del prospetto contabile previsto nell’art. 2433 bis, 5° comma, oppure in difformità da essi, ovvero sulla base di un bilancio o di un prospetto contabile falsi.

Art. 2621 (nuovo ordinamento) False comunicazioni sociali.
Salvo quanto previsto dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per se’ o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero ancorche’ oggetto di valutazioni ovvero omettono informazioni la cui comunicazione e’ imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale, o finanziaria della societa’ o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, sono puniti con l’arresto fino ad un anno e sei mesi.
La punibilita’ e’ estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti od amministrati dalla societa’ per conto di terzi.
La punibilita’ e’ esclusa se le falsita’ o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della societa’ o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilita’ e’ comunque esclusa se le falsita’ o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5% o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.
In ogni caso il fatto non e’ punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

Art. 2622 (vecchio ordinamento) Divulgazione di notizie sociali riservate.
Gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i loro dipendenti, i liquidatori, che, senza giustificato motivo, si servono a profitto proprio od altrui di notizie avute a causa del loro ufficio, o ne danno comunicazione, sono puniti, se dal fatto può derivare pregiudizio alla società, con la reclusione fino ad un anno e con la multa da L. 200.000 a L. 2 milioni. Il delitto è punibile su querela della società.

Art. 2622 (nuovo ordinamento) False comunicazioni sociali in danno dei soci o dei creditori.
Gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per se’ o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, esponendo fatti materiali non rispondenti al vero ancorche’ oggetto di valutazioni, ovvero omettendo informazioni la cui comunicazione e’ imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della societa’ o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, cagionano un danno patrimoniale ai soci o ai creditori sono puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni.
Si procede a querela anche se il fatto integra altro delitto, ancorche’ aggravato a danno del patrimonio di soggetti diversi dai soci e dai creditori, salvo che sia commesso in danno dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunita’ europee.
Nel caso di societa’ soggette alle disposizioni della parte IV, titolo III, capo II, del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, la pena per i fatti previsti al primo comma e’ da uno a quattro anni e il delitto e’ procedibile d’ufficio.
La punibilita’ per i fatti previsti dal primo e terzo comma e’ estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla societa’ per conto di terzi.
La punibilita’ per i fatti previsti dal primo e terzo comma e’ esclusa se le falsita’ o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della societa’ o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilita’ e’ comunque esclusa se le falsita’ o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.
In ogni caso il fatto non e’ punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

Art. 2623 (vecchio ordinamento) Violazione di obblighi incombenti agli amministratori.
Sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da L. 400.000 a L. 2.000.000 gli amministratori che:
l) eseguono una riduzione di capitale o la fusione con altra società o una scissione in violazione degli artt. 2306, 2445 e 2503;
2) restituiscono ai soci palesemente o sotto forme simulate i conferimenti o li liberano dall’obbligo di eseguirli, fuori del caso di riduzione del capitale sociale;
3) impediscono il controllo della gestione sociale da parte del collegio sindacale o, nei casi previsti dalla legge, da parte dei soci.

Art. 2623 (nuovo ordinamento) Falso in prospetto.
Chiunque, allo scopo di conseguire per se’ o per altri un ingiusto profitto, nei prospetti richiesti ai fini della sollecitazione all’investimento o dell’ammissione alla quotazione nei mercati regolamentati, ovvero nei documenti da pubblicare in occasione delle offerte pubbliche di acquisto o di scambio, con la consapevolezza della falsita’ e l’intenzione di ingannare i destinatari del prospetto, espone false informazioni od occulta dati o notizie in modo idoneo ad indurre in errore i suddetti destinatari e’ punito, se la condotta non ha loro cagionato un danno patrimoniale, con l’arresto fino ad un anno.
Se la condotta di cui al primo comma ha cagionato un danno patrimoniale ai destinatari del prospetto, la pena e’ dalla reclusione da uno a tre anni.

* * *

Il merito della sentenza SME non può essere discusso, non essendo essa disponibile, e non è di ciò che vorrei parlare. Il punto è che se la riforma è stata pensata per un singolo soggetto (ahinoi) essa è valida per tutti, e forse un paio di riflessioni vale la pena di farle. Infatti, a dispetto dei girotondi e degli strepiti su tale materia, in pochi hanno analizzato e criticato le norme in dettaglio e, nonostante i proclami in campagna elettorale, la maggioranza di centrosinistra non ha provveduto ad abolire o a rettificare le norme introdotte dal centrodestra.

Mi limito a due punti.

Le nuovo norme introducono un limite di procedibilità basato sull’incidenza percentuale della somma associata alla falsità sul bilancio o sul patrimonio della società. Sappiamo bene che le indagini su Berlusconi sono nate perché era ipotizzato il falso in bilancio per costituire fondi neri finalizzati alla corruzione politica. Ne consegue che, con le nuove regole, il grande imprenditore, a capo di un gruppo di enormi dimensioni, può disporre di grandi somme (in proporzione al suo bilancio) da destinare ad usi estranei alle finalità dell’azienda (per esempio tangenti), senza incorrere nel falso in bilancio. Viceversa il piccolo imprenditore incappa ancora nel reato, se la somma interessata dal fatto ha una certa consistenza. Non può non sovvenirmi l’argomento utilizzato dall’Avv. Chiusano, difensore di Cesare Romiti, che tentò di scagionare il suo assistito dall’accusa di corruzione dicendo appunto che le somme da lui versate ai politici costituivano una frazione infinitesima del bilancio FIAT.

La modifica radicale dell’art. 2623 c.c., terzo comma, mi lascia interdetto. Perché non esistono solamente le grandi imprese quotate in borsa, con migliaia di soci e grandi capitali. Esistono anche le piccole società a modesta capitalizzazione operanti nella piccola impresa. Società familiari, costituite fra amici (che magari a un certo punto della vita sociale cessano di esserlo) o comunque fra poche persone che talvolta, oltre a essere soci, prestano la loro attività nell’impresa. Intendo società a responsabilità limitata, società in nome collettivo, società in accomandita semplice con capitale sociale valutabile in poche decine di migliaia di euro. In tali casi, così par di capire, se l’amministratore impedisce il controllo di gestione al socio (magari impiegato nella stessa azienda) interessato a tutelare il proprio investimento, la vita dell’impresa ove lavora e quindi il suo posto di lavoro, non commette reato penale. O quantomeno è necessario provare che tale comportamento fa parte di un ben preciso piano fraudolento. Ma come fa il socio a sapere se l’amministratore sta frodando la società se questi gli impedisce addirittura di consultare i libri sociali?

Molto si potrebbe dire sulla procedibilità a querela (che espone il querelante al rischio di un processo per calunnia) e soprattutto sull’onere probatorio, in capo all’accusa, relativo al dolo del reo. E’ già difficile provare che un bilancio è falso, ancor più arduo è provare che le falsità sono finalizzate a ben precisi ingiusti profitti. Insomma: i processi per falso in bilancio di fatto sono diventati quasi impossibili, ma questa è la nostra legge.

2 risposte a Berlusconi ed il falso in bilancio

  1. maria scrive:

    Non c’è niente da rispondere, Sandro, niente da chiosare. Ti ringrazio per aver dato forma e motivazioni di riferimenti precisi, a quello che ho sempre pensato, senza potermene mai occupare con la necessaria competenza.
    Questa è veramente una delle pagine più nere della nostra storia. “Depenalizzare il falso in bilancio” è una triste barzelletta già nel titolo, perchè significa che chi falsifica i bilanci, o non li rende trasparenti, o impedisce il controllo societario, oggi non è più perseguibile( così capiscono tutte le brave e le cattive persone)
    Ma ancora di più mi deprime vedere che c’è una categoria di legulei azzeccagarbugli al soldo di poteri forti, che forniscono a comando quello che viene loro richiesto, producendo giocattoli mostruosi di cui non ci si libererà facilmente.
    Ti dirò, sono disposta di più a capire il perchè dell’indulto. Provvedimento direi “primitivo”, che parla alla pancia della società civile. Il falso di bilancio è molto più sottile, e ci fa vergognare anche di fronte a paesi che, con sussiego, diciamo del terzo mondo.

  2. sandrozagatti scrive:

    Mi sono limitato ad alcune osservazioni di superficie, cosi’ come esempi. Approfondendo la materia si sprofonda. Esemplare e’ la modifica (diciamo abolizione) del terzo comma dell’art. 2623 c.c. sul controllo da parte dei soci. La nuova norma e’ riferita ad un mondo fatto di societa’ quotate in borsa, amministrate da supermanager bocconiani. Ma il codice civile disciplina anche le societa’ nate fra amici per gestire un bar, un campeggio, o un’aziendina che vende software. Li’ capita che uno si assuma l’onere dell’amministrazione sulla fiducia degli altri, per fare i conti e distribuire i guadagni. Non per fare prospetti per la consob. Be’, con la vecchia normativa, se costui decideva di fregare gli altri questi avevano uno strumento per fermarlo: se si rifiutava di mostrare i conti lo denunciavano. Adesso non e’ piu’ cosi. Non solo: il combinato disposto con la legge fallimentare faceva si che se dopo tale comportamento la societa’ falliva, l’amministratore era automaticamente colpevole di bancarotta fraudolenta cosiddetta documentale (da tre a dieci anni). Non era necessario provare che l’amministratore aveva rubato (cosa difficilissima in ogni caso), l’infedelta’ verso i soci era sufficiente a qualificare il reato. Ora non piu’. Conquistarsi uno spicchio di potere da’ il potere di perpetrare l’abuso, la prevaricazione: e’ il modello culturale del nostro mondo.

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