Cuffaro e Falcone.

La condanna di Salvatore Cuffaro e le sue successive dichiarazioni suscitano profonde e cupe riflessioni sull’evoluzione del fenomeno mafioso e del sistema giudiziario italiano. E giova fare un po’ di storia. Purtroppo non ho conservato documenti originali e, come molti, devo ricorrere alle risorse della rete per ripescare commenti e fatti.

In tempi recenti la lotta alla criminalità mafiosa ha segnato alcuni successi indiscutibili; gli arresti di Provenzano e di Lo Piccolo sono solo alcuni esempi, e non possiamo non osservare che attacchi allo Stato quali le stragi di Capaci e di via D’Amelio non si sono ripetute. Tuttavia la vicenda Cuffaro ci dice che la criminalità mafiosa sia ancora pervasiva, forte e ricca. E viene allora da chiedersi se il basso profilo da essa assunta nei confronti delle istituzioni non sia la prova che essa ha trovato gli strumenti per convivere con esse, mantenendo forte la presa sui propri affari. In parole povere, non serve più uccidere i magistrati impegnati nella lotta alla mafia perché le conseguenze del loro operato possono essere controllate, contenute, eluse, aggirate. La formula adottata da Cuffaro per legittimare la propria permanenza alla presidenza della Regione Sicilia sembra confermarlo. Egli, in sostanza, dichiara: “E’ provato che ho favorito dei mafiosi, ma non la mafia. Quindi il mio operato è politicamente corretto”. Mettiamo da parte per un momento il disgusto per simili affermazioni, ed analizziamo il criterio che viene adottato. Esso è riproducibile in tutti i casi simili e quindi quello di Cuffaro può essere assunto come paradigma del comportamento del politico colluso con la mafia. La sentenza di condanna viene frazionata, confutata nelle sue singole parti, in ogni riga, ed infine trasformata in un giudizio tecnico oppugnabile, opinabile e quindi privo di pregnanza sotto il profilo morale e politico. In tal modo un’intervista televisiva di pochi minuti, sapientemente studiata con abili legali, è in grado di annullare il risultato di anni di investigazioni e di un processo penale celebrato secondo un rito rigoroso e garantista. Il processo stesso viene svuotato del suo significato etico: l’esercizio della legalità offusca la giustizia fino a negarla.

In tal modo elementi fondamentali dello Stato democratico diventano strumenti nelle mani della criminalità, anche quella che, per il suo stesso essere uno Stato nello Stato, ne mina le fondamenta. In altre parole, la frase dell’allora ministro Lunardi secondo il quale “con la mafia bisogna imparare a convivere”, più che un proposito sembra essere una presa d’atto dello stato delle cose.

Qui si potrebbe incardinare il dibattito sul nostro codice di procedura penale e sulla sua efficacia nel contrasto alla criminalità organizzata. Sappiamo che esso è duramente criticato da molti dei magistrati più impegnati (ultimo in ordine di tempo Gherardo Colombo) e che esso entrò in vigore all’inizio degli anni novanta, periodo cruciale nel contrasto alla mafia come testimoniano le stragi che ho citate.

Dal sito “avvenimenti italiani” ricopio una frase di Giovanni Falcone relativa al suo giudizio (contrastato) sul predetto codice:

“Tutto dovrebbe cambiare a seguito della entrata in vigore, nel 1989, del nuovo Codice di procedura penale di tipo accusatorio. Non si potrà ancora a lungo. A mio parere, continuare a punire il vecchio delitto associativo in quanto tale, ma bisognerà orientarsi verso la ricerca della prova dei reati specifici. Con la nuova procedura, infatti, la prova, come nei processi dei paesi anglosassoni, deve essere formata nel corso del pubblico dibattimento. Il che rende estremamente difficile, in mancanza di concreti elementi di colpevolezza per delitti specifici, la dimostrazione dell’appartenenza di un soggetto a un’organizzazione criminosa; appartenenza che si desume generalmente da elementi indiretti e indiziari di difficile acquisizione dibattimentale. C’è il rischio che non si riesca a provare, col nuovo rito, nemmeno l’esistenza di Cosa Nostra!”

Alla luce delle dichiarazioni di Cuffaro, mi sembrano frasi profetiche.

Chiudo riportando il link di un video che vede protagonisti gli stessi Falcone e Cuffaro.

Come sono andate le cose lo sappiamo.

capaci2.jpg

Annunci

4 Responses to Cuffaro e Falcone.

  1. Fulvio ha detto:

    La situazione globale del rapporto tra politica e giustizia è tale da suscitare profonda tristezza ed anche sconforto.
    Non ho commentato il post su Mastella, perché si commentava da sé, ed ora abbiamo Cuffaro…
    La mafia si è fatta furba e penso che anche gli stessi Provenzano e Lo Piccolo fossero esponenti di una mafia del passato, quasi che la loro cattura sia il segno della fine di un’epoca (non certo da rimpiangere), quando “cosa nostra” uccideva e non “convinceva”.
    Quella più pericolosa e difficile da scovare e sconfiggere è la mafia radicata negli affari illeciti che si mescola e si confonde con l’imprenditoria, quella dei grandi movimenti economici e finanziari.
    La mafia, aveva ragione Falcone, ora “non esiste più”, nel senso che è tale e tanta la commistione con la vita civile e politica, da diventare indecifrabile la sua presenza.

  2. sandrozagatti ha detto:

    Ormai la mafia ci mangia dal di dentro e chi pensa che la sua attività sia confinata nel meridione si sbaglia di grosso. Come si fa a parlare di sviluppo economico, di meritocrazia, se istituzioni della repubblica sono controllate dalla mafia, se intere fette di economia nazionale sono in mano alla malavita che, se ne ha l’interesse, può perfino impedirci di raccogliere i rifiuti?

  3. maria ha detto:

    Il video è sconvolgente: non ho l’audio, che però non occorre per valutare l’arroganza di Totò. Ma non voglio teorizzare sui rapporti tra giustizia-mafia-politica e vi racconto un po’ di vita vissuta.
    Negli anni ’90, prima e dopo gli attentati a Falcone e Borsellino, andavo ogni anno al convegno su Pirandello ad Agrigento, dove ho dei buoni amici al circolo Pasolini e ho collaborato ad un’ottima rivista di cultura sociale-letteraria.
    Totò era già là…e tutti sapevano tutto.
    Gli indomiti e intelligenti alternativi con cui mi accompagnavo, nel giro di poco tempo sono stati zittiti, la rivista chiusa per asfissia, il circolo Pasolini degradato a ritrovo per giocare a carte, salvato il convegno di Pirandello come vetrina di patroni e sindaci abusivisti e mafiosi, purchè non si parlasse di altri scomodi personaggi della letteratura siciliana (chi si ricorda più di Stefano D’Arrigo con il suo capolavoro Orcynus Orca?).
    Alcuni dei miei amici se ne sono andati via per lo sconforto.
    Quelli che sono rimasti là (insegnanti, magistrati, impiegati, geometri,ragionieri) si vanno a prendere l’acqua con le tanike, perchè Totò controlla anche l’erogazione dell’acqua potabile…viaggiano sulle autolinee Cuffaro, perchè è meglio non viaggiare sulla concorrenza che tanto ormai non c’è più…votano come gli pare, però assicurano pubblicamente di votare così come fan tutti. La metastasi è già avvenuta.

  4. freesud ha detto:

    Cuffaro è un angioletto. Condannato a soli 5 anni di carcere. Tutta l’UDC è in festa.

    staff freesud

    http://www.riberaonline.blogspot.com

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: