Il dopoguerra.

Lo storico Hobsbawn sostiene che nel secolo ventesimo non sono state combattute due guerre mondiali, ma una sola, articolata in due fasi separate da una tregua ventennale. Rappresentazione ardita, ma in fondo più che sensata. A chi obietta che mai, nella storia, si erano viste tregue di tale durata, si potrebbe rispondere che mai si erano viste battaglie coinvolgenti milioni di soldati per settimane o addirittura mesi. Dalla notte dei tempi a Napoleone, dai Campi Catalunici ad Austerlitz, le battaglie avevano coperto la durata di un giorno e riguardato al massimo migliaia di effettivi.

La Repubblica di oggi (qui) ci riferisce di documenti del Foreign Office britannico, recentemente desecretati, relativi a piani dei paesi della NATO per predisporre un colpo di stato militare in Italia, in caso di vittoria elettorale del partito comunista. Interessanti anche i giudizi stranieri sui nostri politici, in particolare sui democristiani.

Il contenuto dei documenti è una novità, ma non la sostanza. Sappiamo bene che i nostri alleati atlantici ci tenevano d’occhio con preoccupazione. Quello che però non mi sembra altrettanto chiaro nell’opinione pubblica nazionale è l’evidenza che il nostro paese è uscito dal dopoguerra all’inizio degli anni novanta. La transizione politica che abbiamo visto esplicarsi negli ultimi tre lustri non è l’effetto di cambiamenti endogeni, di crisi del nostro sistema: è il risultato della fine di una fase postbellica che, per svariate ragioni che tutti più o meno conosciamo, si è protratta per quasi mezzo secolo (se una tregua può durare vent’anni, un dopoguerra ne può durare cinquanta).

Sicuramente dico banalità, ma a me sembra che non sia chiaro a tutti che a partire dal 1991-1992, per la prima volta, la nostra repubblica è chiamata a camminare con le proprie gambe, senza tutele o malleverie estere. Quando sento parlare (a sproposito) di prima e di seconda repubblica, quando sento evocare la sopravvivenza della Democrazia Cristiana, quando sento paragonare l’Italia di adesso a quella di trent’anni fa, non percepisco la consapevolezza di questa cesura: la guerra mondiale, con tutto quello che si porta dietro, in Italia è finita all’inizio degli anni novanta. Prova ne sia che da quel momento sono riemersi dal passato perfino i fascisti. Voglio dire che nel progettare il futuro dovremmo ragionare come se la nostra repubblica avesse cinquant’anni di meno, guardando al nostro recente passato con la consapevolezza che la cosiddetta prima repubblica era una sorta di regime emergenziale pensato per regolamentare un paese uscito da una guerra persa.

Non sto parlando in astratto di curiosità storiche. Faccio un piccolo rilievo economico: il debito pubblico italiano (che pesa enormemente sulle nostre spalle, essendo, in percentuale sul PIL, più che doppio rispetto alla media UE) è maturato in gran parte negli anni ottanta. Eppure in quel periodo le agenzie internazionali di rating, controllate dal potere internazionale degli Stati Uniti, ci assegnavano il massimo voto di affidabilità, incuranti della sventatezza con la quale il paese si andava indebitando. Da quando abbiamo iniziato una politica di rigore (1992, primo governo Amato), è iniziato il declassamento. Segno che quel giudizio aveva ragioni politiche, non economiche.

4 Responses to Il dopoguerra.

  1. maria ha detto:

    La formula del secolo breve dello storico H. ha il pregio di offrire un quadro sintetico e sistematico. Ma noi italiani, crediamo sempre di sottrarci, o di rientrare parzialmente nei quadri.
    Le nostre priorità sono: scarsa comprensione dei grandi eventi e delle conseguenze, gestione delle emergenze, gestione del consenso utilitario.
    Chi ha capito, anche ben dopo la fine della guerra, il senso del discorso all’Unione di Roosvelt con le 4 libertà?, chi ha capito i 3 criteri della Carta Atlantica?, chi ha compreso la nuova forma di colonialismo (esportazione della democrazia, riforma e liberalizzazione del commercio mondiale, superamento dell’isolazionismo degli USA rispetto ai mercati Europei) che ci ha travolto e aiutato?.
    I non inquinati dal pragmatismo americano, che aderivano ad altro sistema di valori, non hanno saputo resistere ai vantaggi promessi e realizzati; sono rimasti triturati nella forbice costituita da ideologia marxista e sviluppo possibile. I documenti che ora emergono dagli archivi non procurano alcun compiacimento: ci dicono che i burattinai erano (sono?) altrove. Ci dicono che quando abbiamo cominciato a camminare con le nostre gambe, non abbiamo saputo mettere a frutto il benessere, il boom economico, per crescere in capacità di lungimiranza e di programmazione. Siamo rimasti litigiosi, pronti a scaricare le responsabilità su tutte le altre parti politiche, con una magistratura ingessata, con una paralisi istituzionale grave, e con un Concordato che pesa molto più di un macigno.
    Pensa alla fatica di difendere d’ufficio la Costituzione, quando ormai molti dovrebbero essere i cambiamenti da praticare…ma è meglio stare zitti, perché nessuno sarebbe in grado di occuparsene seriamente…ci sono le ecoballe da smaltire.
    Ecco, e adesso non mi ricordo più che cosa volevo dire, e non so neanche se ho risposto alle tue riflessioni. ciao maria

  2. maria ha detto:

    Quello che ho scritto sopra: affermazioni compulsive, in parte rispondenti a verità, prive di supporto logistico.
    Tuttavia dopo sono riuscita a dormire…e senza benzodiazepine.
    Un giorno ti spiegherò una mia vecchia teoria sullo “svuotatoio qualificato”, adesso non posso. maria

  3. sandrozagatti ha detto:

    Commentero’ con calma quando avro’ tempo. Per adesso tengo a dire che rispondere alle mie riflessioni non ha importanza alcuna, anzi, meglio se ci metti dell’altro. Il pensiero si incammina sul sentiero, ma dove porti il sentiero non si sa e non lo vogliamo sapere.

  4. sandrozagatti ha detto:

    Cara Maria, mi accontenterei di meno. Mi basterebbe che si conoscessero i fatti, con un minimo di capacità di analisi scevra da pregiudizi ideologici (adesso che sono passati più di sessant’anni dalla fine del conflitto) e di ipocrisie patriottiche, partitiche, sentimentali o d’altro tipo. Tutti celebrano De Filippo, ma del suo “Napoli milionaria” sembra che nessuno abbia capito il senso. Fra una celebrazione rituale ed inutile (nella migliore delle ipotesi) ed una qualche giornata della memoria, l’Italia non ha mai riflettuto e non riflette sull’eredità del ventennio e della guerra. Un grande trauma rimosso i cui segni non abbiamo cmai avuto il coraggio di guardare.

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