Art. 649 c.p.

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Da tempo medito di scrivere un post sulla violenza in famiglia, ma mi rendo conto che non è possibile: il tema è talmente complesso che non si può che rimandare ai trattati disponibili in libreria.

Alcune cose però vorrei sottolinearle, in un periodo in cui di violenza familiare si parla spesso sotto l’incalzare delle notizie di cronaca nera. La violenza familiare assume svariate forme che possiamo suddividere in quattro gruppi: fisica, sessuale, psicologica ed economica. Le violenze fisiche (che comprendono ovviamente l’omicidio) e sessuali sono quelle che maggiormente ci colpiscono e che finiscono sui giornali. E’ infatti difficile immaginare qualcosa di più aberrante di un assassinio o di uno stupro commesso in danno di un proprio congiunto; ma il verificarsi di simili fatti rientra comunque nel quadro della devianza. Appartengono invece alla sfera della “quotidianità” i fenomeni di violenza psicologica ed economica, nel senso che esse si verificano anche in famiglie apparentemente normali. Ma non va per questo sottovalutata la loro gravità.

La denigrazione, l’ingiuria, la diffamazione reiterate all’interno di un nucleo familiare (questi alcuni fra gli strumenti con cui si esplica la violenza psicologica) possono diventare vere e proprie armi di tortura, tali da danneggiare il soggetto che li subisce sotto il profilo relazionale, professionale ed affettivo, fino a comprometterne la qualità dell’esistenza in maniera anche irrimediabile. Il padre che irride e denigra il figlio, il marito sprezzante ed offensivo verso la moglie, sono esempi di comportamenti che, se reiterati nel tempo, abbinati o no ad episodi di violenza fisica, hanno il potere, come sappiamo, di annientare la personalità di chi le subisce, condannandolo ad una vita più o meno infelice.

Ma, a mio modo di vedere, la “madre” di tutte le violenze domestiche resta la violenza economica, intesa estensivamente, come strumento di potere utilizzato da un membro della famiglia contro gli altri. E’ evidente che il soggetto che dispone di una propria forza economica può sottrarsi a tutti gli altri tipi di violenza, mentre chi si trova a dover dipendere per la propria sussistenza dall’autore delle violenze non ha tale facoltà. Il reato di maltrattamenti in famiglia si verifica sovente in tali casi, quando il dominus economico del nucleo, abusando del potere che ha sugli altri, infligge ad essi vessazioni di vario tipo, nella consapevolezza che le vittime non possono emanciparsi, non avendone la possibilità materiale. Se tal fatto assume un rilievo autonomo nei casi in cui la situazione familiare è stabile sotto il profilo patrimoniale (per esempio un marito facoltoso unito ad una moglie che non lo è), esiste un problema ulteriore quando membri del nucleo familiare competono per conquistare una posizione di potere economico rispetto agli altri. Ciò può apparire erroneamente anomalo, ma non lo è, se si pensa che fra coniugi, fratelli, genitori e figli, zii e nipoti, possono intercorrere conflitti di carattere economico di ogni genere. Per esempio nella gestione dei beni familiari costituiti da proprietà immobiliari, da partecipazioni azionarie, da società familiari e così via. E’ plausibile ed accade che tali dissidi sfocino in fatti costituenti reato, sì da interessare l’autorità giudiziaria.

Se per l’omicidio (per esempio) la relazione di parentela fra vittima ed autore costituisce un’aggravante, per i reati di carattere economico accade un fenomeno opposto. Il codice penale in vigore nel nostro paese prevede limitazioni alla punibilità del reo per i delitti contro il patrimonio, specificate nell’articolo che riporto.

Art. 649 c.p.
– Non punibilità a querela della persona offesa, per fatti commessi a danno di congiunti –
Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dallo stesso titolo (art. 624 e seguenti) in danno:
1) del coniuge non legalmente separato;
2) di un ascendente o discendente o di un affine in linea retta, ovvero dell’adottante, o dell’adottato;
3) di un fratello o di una sorella che con lui convivano.
I fatti preveduti da questo titolo sono punibili a querela della persona offesa, se commessi a danno del coniuge legalmente separato, ovvero del fratello o della sorella che non convivano coll’autore del fatto, ovvero dello zio o del nipote o dell’affine in secondo grado con lui conviventi.
Le disposizioni di questo articolo non si applicano ai delitti preveduti dagli articoli 628, 629 e 630 e ad ogni altro delitto contro il patrimonio che sia commesso con violenza alle persone.

Per capirci, rientrano nel novero dei reati contemplati dall’art. 649 c.p. il furto, la truffa, l’appropriazione indebita, l’usura, la circonvenzione di incapace, il danneggiamento, la ricettazione ed in generale tutti i reati contro il patrimonio non commessi con violenza sulle persone. Restano escluse fattispecie come l’estorsione, la rapina ed il sequestro di persona a fine di estorsione.

Avete capito bene: non è punibile il marito che deruba la moglie, il padre che truffa il figlio, il nonno che presta denaro a strozzo al nipote, il fratello convivente che danneggia i beni della sorella. Beninteso (si veda il commento al post di Fulvio), i fatti in sè sono comunque illeciti e quindi il danneggiato ha diritto a chiedere la riparazione del danno in sede civile, ma l’autore non può essere penalmente perseguito. Ma non è tutto. Oltre alle esimenti totali previste dai punti 1, 2, 3, l’articolo 649 c.p. prevede limiti di procedibilità anche per i delitti commessi da fratelli (sorelle) e zii (zie) non conviventi, richiedendo la querela per tutti i reati di cui parliamo. Questo fatto può apparire marginale ma non lo è: a differenza di ciò che avviene con la denuncia, chi propone querela per un reato da lui patito si espone ad un procedimento per calunnia qualora il fatto non risulti provato (e l’indagato prosciolto). Conseguentemente, oltre alle remore che naturalmente frenano la vittima nel denunciare un congiunto, oltre alle difficoltà nel reperire le prove quando i reati sono commessi in ambito familiare, oltre ai limiti temporali per la proposizione della querela (va depositata entro novanta giorni dalla commissione del fatto), la persona offesa dal reato è scoraggiata dal rivolgersi all’autorità giudiziaria per il timore di subire conseguenze penali (e quindi anche civili e patrimoniali) in caso di esito infelice della sua querela. Oltre al danno la beffa.

Ma al di là di tali aspetti, che sono solo tracce di un esame della complessa questione, l’articolo 649 c.p. è una spia di quanto sia antiquato il nostro ordinamento. Infatti esso risale al 1889 (codice Zanardelli) con le modifiche apportate da Rocco nel 1930. Da allora è stato solo minimamente emendato, e si vedono le conseguenze. A quale società mai può appartenere una famiglia nel quale lo zio convive con il nipote? Forse ciò poteva accadere nelle famiglie patriarcali del secolo diciannovesimo, o forse nelle famiglie di immigrati clandestini che vivono ammassate negli scantinati affittati abusivamente. Ma di mezzo c’è stata un’evoluzione della società con la quale l’idea di una convivenza fra zio e nipote è diventata impensabile. E d’altronde l’articolo 649 c.p. stabilisce la non punibilità da parte dei tribunali, ma certo non autorizza i reati all’interno della famiglia. Intendo dire che rimette la questione ai rapporti familiari stessi, ovvero invita implicitamente i soggetti coinvolti (autore e vittima) a regolare la questione da sé. A legnate. In questo senso si può ben dire che è una norma giuridica che genera violenza, anzichè prevenirla o reprimerla. Essa propone un modello comportamentale adatto ad una società contadina, dove il denaro ed i beni mobili ed immateriali non esistono, basata sul baratto, sull’autorità maschile del più forte, dove il lavoro produce a malapena i mezzi essenziali di sostentamento (e quindi in famiglia non c’è alcunché da rubare). Un modello comportamentale inconciliabile con la moderna funzione del denaro e con l’attuale nozione di patrimonio e di ricchezza. Eppure l’articolo 649 c.p., questo rudere del passato, viene applicato nei nostri tribunali. Ed il giudice che, volente o nolente, pronunzia sentenze basate su di esso, assomiglia ad un tecnico radio che ripara un apparecchio sostituendo le valvole, o ad un ferroviere addetto al vagone del carbone per alimentare la caldaia del locomotore.

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22 Responses to Art. 649 c.p.

  1. Fulvio ha detto:

    Mi compiaccio per questo blog. Bravo Sandro.
    Non posso non lasciare un commento a questo post.
    Premetto che concordo pienamente con te sulla inadeguatezza della nostra legislazione codicistica (e non solo di quella) e dell’anacronismo della disposizione normativa da te esaminata.
    Solo una puntualizzazione. Il fatto che i comportamenti della esimente dell’art. 649 c.p. non costituiscano reato non significa che essi siano leciti.
    Voglio dire: se il figlio ruba al padre non va in galera, ma deve restituire quello che ha illegittimamente sottratto. Rimane, cioè, l’illecito civile.
    Ciò non toglie che è vero ciò che dici sulla arretratezza del nostro ordinamento giudiziario, ma questo è ancora più vero per quanto riguarda le norme procedurali, che sono il vero cancro del sistema.
    I processi civili, che sono quelli che più conosco, non possono avere una durata che sostanzialmente sottrae il diritto di chi lo sta esercitando e ciò è dovuto alla assoluta inutuilità del 98% del lavoro di avvocati, giudici e cancellieri. Per cui abbiamo la stragrande maggioranza delle udienza, che costringono il giudice a presiederle, l’avvocato a spostarsi da studio per andare in Tribunale, il cancelliere a portare i facicoli nella stanza del giudice e poi registrarne l’esito, le quali sono assolutamente inutili !!
    Questo costringe il sistema, per reggere l’impatto di questa mole di lavoro improduttivo, a dilatare i tempi dei giudizi, con nocumento per l’intera collettività.

  2. sandrozagatti ha detto:

    Caro Fulvio, grazie per la visita e per il contributo. Sull’esimente la tua precisazione e’ giustissima: il danneggiato ha comunque il diritto alla riparazione del danno patito, ma puo’ disporre degli strumenti investigativi e preventivi previsti dai codici penale e di procedura penale? Senza contare che l’azione risarcitoria in sede civile ha di per se’ un costo oltre che una durata che la rende di fatto vana.

    In questo blog ho scritto piu’ di un post sull’arretratezza del sistema codicistico, ma sembra che i politici abbiano un’idea vaghissima della loro esistenza, sottovalutando l’importanza che ha nella nostra vita quotidiana e nell’economia nazionale. Non e’ un segreto che l’inefficacia della macchina giudiziaria scoraggia gli investimenti stranieri.

    Sono lietissimo che il blog si arricchisca del tuo prezioso contributo, spero di leggerti spesso.

  3. maria ha detto:

    Come hai ragione, Sandro!
    Offri un’analisi articolata che non è possibile non condividere. Tutti potrebbero aggiungere elementi di vissuto personale o di osservazioni fatte su persone e famiglie più o meno vicine.
    Ti suggerisco di esaminare però una forma di violenza,più sottile e strisciante, ma altrettanto devastante: la violenza della vittima (che si crede tale) che ricatta emotivamente il “carnefice”, con l’esibizione forte e indiscutibile delle proprie debolezze.
    Risultati: sensi di colpa mostruosi, scarsamente presi in considerazione dalla psicoanalisi.
    Esempi pratici di succubi a questo tipo di violenza : i figli di genitori depressi o ipocondriaci. Nessuno aiuterà mai questi figli a liberarsi dal ricatto a cui hanno contribuito essi stessi.
    La retorica della famiglia lasciamola al Vaticano: penso di essere diventata una persona, dopo che ho mandato la famiglia (non i figli) a quel paese!

  4. sandrozagatti ha detto:

    Cara Maria, come ho scritto in esordio qualsiasi trattazione risulta parziale; si possono solo dare esempi, spunti di riflessione ai quali ciascuno può portare il proprio contributo. La materia è sterminata e si presta ad una considerazione amara ma tragicamente vera. La legge, per definizione, è uguale per tutti (nel senso che dovrebbe esserlo nella realtà e comunque lo è nella sua letteralità) e quindi è di per sè iniqua perchè equipara situazioni (talvolta radicalmente) differenti. La cosa assume un rilievo particolare nei reati in famiglia poichè ciascun nucleo è un universo irripetibile ed inconoscibile dall’esterno nelle sue dinamiche profonde. Quindi quando la legge irrompe nella vita familiare (come è giusto che sia) risulta inevitabilmente grossolana, inadeguata, fallace.

  5. sandrozagatti ha detto:

    Lasciare l’abitazione di famiglia appena possibile è il miglior modo (forse l’unico) per diventare adulti. In questo l’italia è indietro anni luce rispetto agli altri paesi europei. Ma finchè il valore di un miniappartamento equivarrà a 200 mensilità di stipendio..

  6. donatella righi ha detto:

    Difficile lasciare tracce sui sentieri se il tempo è tiranno e ti lascia poco spazio per meditare e scrivere.
    E poi questo questo blog merita riflessioni più approfondite di un commento “mordi e fuggi”.
    Questo post, per esempio, potrebbe comportare considerazioni che spaziano in ambiti molto diversi.
    Sul piano giuridico sono decisamente ignorante, quindi non mi addentro, anche se è evidente in molti ambiti l’arretratezza legislativa rispetto alle necessità della vita sociale.
    Mi preme invece confutare la tua affermazione che vuole come “madre” di tutte le violenze domestiche quella economica.
    A mio parere, la più grave, la più distruttiva, quella ingenera reazioni a catena è la violenza psicologica, quella che annienta, rende l’individuo succube, privo di fiducia nella propria personalità da renderlo incapace di immaginarsi altrove, con un altro stile di vita, autonomo nella soddisfazione dei suoi bisogni.
    La dipendenza economica è frutto della mancanza di forza personale nell’affermazione del Sé, di autostima inesistente, di perdita di futuro ed è pertanto conseguenza di una relazione distruttiva anziché formativa e rigenerante.
    I figli possono essere le vittime designate di queste situazioni, perché privi di mezzi e strumenti per difendersi da violenze che iniziano con la loro stessa esistenza, e le donne, che vivono sulla loro pelle il peso degli stereotipi duri a morire.
    Ciao, Sandro!

  7. sandrozagatti ha detto:

    Cara Donatella, sono d’accordo sulla distruttività della violenza psicologica ma ponevo l’accento sulla genesi della violenza endofamiliare, non sulla gravità. Intendo dire (forse sbaglio eh, non so) che la violenza psicologica presuppone un qualche tipo di violenza economica poichè laddove il soggetto passivo dispone dei mezzi materiali per liberarsi, prima o poi si sottrae alle vessazioni. Non sempre, s’intende, vi sono persone che, pur avendone la possibilità, rimangono schiave di situazioni distruttive; è chiaro però che un qualche tipo di indipendenza economica è condizione necessaria (anche se non sufficiente) per l’emancipazione. Comunque sia, è possibile che su quello che ho scritto pesi una mia visione un po’ (troppo?) marxiana della società e dei rapporti umani. boh. Indubbiamente, come giustamente dici, separare teleologicamente i vari tipi di violenza è impresa ardua e forse inutile ed impossibile, poichè esse si compenetrano ed è difficile stabilire quale precede e causa l’altra.
    Vero è, comunque, che nè la violenza psicologica nè quella economica sono adeguatamente considerate dal nostro ordinamento giudiziario.

  8. Lixor ha detto:

    Il post è molto interessante e istruttivo. Il legislatore intende di lasciare i reati economici in famiglia a rimedi extra-penali. I politici non sono intervenuti sull’antiquato art. 649 c.p. e le cause civili sono peggiori per la persona offesa. La concezione fascista della famiglia, che ispira l’art. 649, preferisce salvaguardare l’unità familiare evitando le lacerazioni di un processo penale. Nei casi possibili si potrà applicare l’art. 570 c.p., che riguarda la mancata somministrazione dei mezzi di assistenza e di mantenimento, ma non è una disposizione che va contro la dipendenza economica, anzi! Secondo me occorre svecchiare il codice eliminando le disposizioni antiquate.
    Anche il codice spagnolo del 1995 (fatto dai socialisti) ha una disposizione simile al 649 e questo dimostra come i Paesi mediterranei sono indietro rispetto all resto d’Europa.

  9. sandrozagatti ha detto:

    Grazie Lixor per l’intervento. Sono d’accordo sull’osservazione concernente l’art. 570 c.p. che considera intrinsecamente la vittima come un debole che tale è destinato a rimanere anche qualora venga riconosciuto il reato. I reati patrimoniali commessi in danno di persona più debole sono particolarmente odiosi ma questo risvolto non è recepito dal codice. Sull’arretratezza del nostro codice penale hai già detto tutto tu.

  10. Giuseppe ha detto:

    Ho trovato questo post molto interessante, anche perchè mi riguarda da molto vicino! Mio padre ha 90 anni ed è invalido al 100%, nonchè affetto da ictus cerebrale. Mio fratello, che vive con lui, gestisce interamente il suo cospicuo patrimonio (riscuote la pensione, ritira i canoni di locazione, ecc.) e recentemente si è fatto donare la casa dove vive mio padre. Inoltre compie regolarmente atti di disposizione sul di lui patrimonio che lo hanno molto indebitato…!Il tutto accompagnato da una continua “violenza psicologica” (esercitata da mio fratello) tale da ingenerargli un odio nei miei confronti! Il mio avvocato, sulla base delle considerazioni che ha anche lei fatto sopra, ha ritenuto di non poter procedere per circonvenzione di incapace.
    Il problema è che neanche in sede civile, purtroppo, c’è molto da fare, in quanto, al di là dell’annullamento degli atti pregiudizievoli ex art. 428, non c’è possibilità di ottenere che mio fratello risarcisca mio padre di tutto il patrimonio che in questi anni ha dissipato. Infatti, chi può agire per il risarcimento del danno è solo mio padre o un tutore. Pertanto mi occorrerà attendere qualche anno per la nomina di un tutore che potrà agire contro mio fratello e poi recuperare…chissà!

    • isabella ha detto:

      Io sto vivendo la stessa situazione con mio fratello,, ho ottenuto in questi giorni la nomina dell’amministratore di sostegno per mia madre, pero’ l’amministratore non va a controllare la situazione patrimoniale passata. Diciamo che parte ad amministrare dal giorno della nomina. Cosi’ io mi sono ritrovata a dover pagare il procedimento per la nomina per tutelare mia madre e per fermare lo sperpero di mio fratello. Questo mi lascia una grande delusione dentro …

      • sandro zagatti ha detto:

        Grazie per l’intervento. Purtroppo nel blog non mi appare il tuo commento che invece vedo qui. La tua testimonianza è importante e spero che presto sia visibile a tutti. Ciao.

  11. sandrozagatti ha detto:

    Un caso che Lei ha descritto bene ed al quale non potrei aggiungere commenti. Perlomeno Lei è nelle condizioni di comprendere la realtà delle cose e di pensare a qualche possibile iniziativa. Immagini quante altre situazioni analoghe esistono senza che chi ne risulta coinvolto se ne renda conto. Un sommerso di soprusi ed ingiustizie del tutto invisibili ed inattaccabili dal sistema.

  12. Luciana ha detto:

    Che dire…. mi e’ appena arrivata a casa la notifica della proposta di archiviazione della querela fatta nei confronti di mio marito perche’ , come dice appunto la legge “il reato non sussiste”.

    Mio marito avrebbe potuto anche uccidermi e mi ha lasciato per anni senza soldi… pero’ mi ha dato da mangiare e da dormire.
    Dunque anche se lui si permettevaa di andare in giro con una macchina da 60.000 euro e io ero senza soldi, non importa… la legge lo aiuta.

    “… il non somministrare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore o inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge non legalmente separato per sua colpa. Con il termine “mezzi di sussistenza” non si fa riferimento al solo vitto e alloggio ma a tutti quei mezzi indispensabili a soddisfare le necessità essenziali della vita da valutarsi in relazione alle reali capacità economiche della persona obbligata” dunque l’art 570 Cp dice che se non mi fa morire di fame, non c’è reato, lui puo’ essere nel lusso, io basta che mangi.

    Che leggi dell’eta’ della pietra … purtroppo ci si accorge di cio’ solo quando tocca personalmente.

  13. sandrozagatti ha detto:

    Esatto. Finchè non si viene toccati dall’assurdità di certe leggi non la si percepisce. E di esempi che ne sono a bizzeffe.

  14. Ermanno Zuccarini ha detto:

    Consiglio di fare una ricerca su Google dei termini “ricatto morale”, “ricatto affettivo”, ricatto psicologico”: emerge tutta quella selva di strumenti, ben collaudati spesso nella tradizione dei rapporti familiari, grazie ai quali la violazione dei diritti fondamentali citati sopra diventa sistema. Fortunatamente un numero crescente di autori cerca di esplicitare tutto ciò, fornendo strumenti psicologici e verbali per combattere un disagio altrimenti sommerso.

  15. Ermanno Zuccarini ha detto:

    Quando si dice: “Siamo tutti come una grande famiglia…!”
    Diffidate, gente, diffidate!

  16. marco avondino ha detto:

    E’ ipotizzabile portare di fronte a un giudice un padre violento che per oltre venti anni (in un periodo circoscritto tra il 1970 e il 1990) ha usato violenza sia fisica (percosse ripetute ) e violenze morali di ogi tipo verso i familiari,al punto da lasciare in alcuni di essi problematiche di vita anche a distanza di molti anni?
    Esiste una prescrizione dettata dal trascorso degli anni?
    Cosa si potrebbe fare e ottenere verso una persona che non merita la tranquillità presunta che lui (oggi solitario nella sua villa) si è costruito?
    Grazie dell’eventuale risposta
    Marco

  17. sandro zagatti ha detto:

    Se intendi un giudice penale, la questione è complessa perchè non è chiaro dal tuo post quali reati sono stati commessi, e la prescrizione penale dipende dal reato. A occhio si potrebbe invocare i maltrattamenti in famiglia (art. 572 c.p.), punito con la reclusione da uno a cinque anni che si prescrive in sei anni, aumentabili a sette e sei mesi.

    Se invece intendi un giudice civile (ovvero la richiesta di un risarcimento in denaro per le vittime e non una pena per l’autore) la prescrizione non dovrebbe esistere.

    Il problema grosso in questi casi, comunque, è probatorio. dimostrare in giudizio fatti avvenuti nel passato remoto in genere è difficile.

    Di più sulla base di quel che dici non mi sento di dire.

  18. Lucchi ha detto:

    I miri complimenti per il bell’articolo. Condivido e tristemente concordo sul fatto che tali reati non siano considerati come anticamere di violenze peggiori.

    • sandro zagatti ha detto:

      Ringrazio per i complimenti, l’articolo è vecchio ma le cose non sono cambiate. Il nostro legislatore si arrovella su argomenti che riguardano pochissimi e tralascia aspetti dei nostri codici che toccano un po’ tutti ma la cui formulazione risale a decenni e decenni fa.

  19. Lucchi ha detto:

    Errata corrige…”I MIEI…”

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