Fabrizio Bresadola

gennaio 10, 2008

In questo blog evito ed eviterò di parlare di questioni personali, ma oggi mi concedo una piccolissima deroga. La stampa di questi giorni riporta la notizia di un avvicendamento al vertice della sanità udinese: altro dirigente subentra al professor Bresadola. Non ho alcunché da dire sul fatto in sé, e sono noti a tutti, senza che io li sottolinei, gli indiscutibili meriti scientifici del direttore sanitario uscente. Ma mi è capitato di aver avuto indirettamente a che fare con Fabrizio Bresadola e tengo a dire, anche se egli ignora chi io sia, che si è dimostrato un uomo straordinario, di una umanità assolutamente fuori del comune. Il fatto che ritorni alla professione di chirurgo a tempo pieno è un’ottima notizia. Averne, di persone come lui.


Art. 649 c.p.

gennaio 10, 2008

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Da tempo medito di scrivere un post sulla violenza in famiglia, ma mi rendo conto che non è possibile: il tema è talmente complesso che non si può che rimandare ai trattati disponibili in libreria.

Alcune cose però vorrei sottolinearle, in un periodo in cui di violenza familiare si parla spesso sotto l’incalzare delle notizie di cronaca nera. La violenza familiare assume svariate forme che possiamo suddividere in quattro gruppi: fisica, sessuale, psicologica ed economica. Le violenze fisiche (che comprendono ovviamente l’omicidio) e sessuali sono quelle che maggiormente ci colpiscono e che finiscono sui giornali. E’ infatti difficile immaginare qualcosa di più aberrante di un assassinio o di uno stupro commesso in danno di un proprio congiunto; ma il verificarsi di simili fatti rientra comunque nel quadro della devianza. Appartengono invece alla sfera della “quotidianità” i fenomeni di violenza psicologica ed economica, nel senso che esse si verificano anche in famiglie apparentemente normali. Ma non va per questo sottovalutata la loro gravità.

La denigrazione, l’ingiuria, la diffamazione reiterate all’interno di un nucleo familiare (questi alcuni fra gli strumenti con cui si esplica la violenza psicologica) possono diventare vere e proprie armi di tortura, tali da danneggiare il soggetto che li subisce sotto il profilo relazionale, professionale ed affettivo, fino a comprometterne la qualità dell’esistenza in maniera anche irrimediabile. Il padre che irride e denigra il figlio, il marito sprezzante ed offensivo verso la moglie, sono esempi di comportamenti che, se reiterati nel tempo, abbinati o no ad episodi di violenza fisica, hanno il potere, come sappiamo, di annientare la personalità di chi le subisce, condannandolo ad una vita più o meno infelice.

Ma, a mio modo di vedere, la “madre” di tutte le violenze domestiche resta la violenza economica, intesa estensivamente, come strumento di potere utilizzato da un membro della famiglia contro gli altri. E’ evidente che il soggetto che dispone di una propria forza economica può sottrarsi a tutti gli altri tipi di violenza, mentre chi si trova a dover dipendere per la propria sussistenza dall’autore delle violenze non ha tale facoltà. Il reato di maltrattamenti in famiglia si verifica sovente in tali casi, quando il dominus economico del nucleo, abusando del potere che ha sugli altri, infligge ad essi vessazioni di vario tipo, nella consapevolezza che le vittime non possono emanciparsi, non avendone la possibilità materiale. Se tal fatto assume un rilievo autonomo nei casi in cui la situazione familiare è stabile sotto il profilo patrimoniale (per esempio un marito facoltoso unito ad una moglie che non lo è), esiste un problema ulteriore quando membri del nucleo familiare competono per conquistare una posizione di potere economico rispetto agli altri. Ciò può apparire erroneamente anomalo, ma non lo è, se si pensa che fra coniugi, fratelli, genitori e figli, zii e nipoti, possono intercorrere conflitti di carattere economico di ogni genere. Per esempio nella gestione dei beni familiari costituiti da proprietà immobiliari, da partecipazioni azionarie, da società familiari e così via. E’ plausibile ed accade che tali dissidi sfocino in fatti costituenti reato, sì da interessare l’autorità giudiziaria.

Se per l’omicidio (per esempio) la relazione di parentela fra vittima ed autore costituisce un’aggravante, per i reati di carattere economico accade un fenomeno opposto. Il codice penale in vigore nel nostro paese prevede limitazioni alla punibilità del reo per i delitti contro il patrimonio, specificate nell’articolo che riporto.

Art. 649 c.p.
– Non punibilità a querela della persona offesa, per fatti commessi a danno di congiunti –
Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dallo stesso titolo (art. 624 e seguenti) in danno:
1) del coniuge non legalmente separato;
2) di un ascendente o discendente o di un affine in linea retta, ovvero dell’adottante, o dell’adottato;
3) di un fratello o di una sorella che con lui convivano.
I fatti preveduti da questo titolo sono punibili a querela della persona offesa, se commessi a danno del coniuge legalmente separato, ovvero del fratello o della sorella che non convivano coll’autore del fatto, ovvero dello zio o del nipote o dell’affine in secondo grado con lui conviventi.
Le disposizioni di questo articolo non si applicano ai delitti preveduti dagli articoli 628, 629 e 630 e ad ogni altro delitto contro il patrimonio che sia commesso con violenza alle persone.

Per capirci, rientrano nel novero dei reati contemplati dall’art. 649 c.p. il furto, la truffa, l’appropriazione indebita, l’usura, la circonvenzione di incapace, il danneggiamento, la ricettazione ed in generale tutti i reati contro il patrimonio non commessi con violenza sulle persone. Restano escluse fattispecie come l’estorsione, la rapina ed il sequestro di persona a fine di estorsione.

Avete capito bene: non è punibile il marito che deruba la moglie, il padre che truffa il figlio, il nonno che presta denaro a strozzo al nipote, il fratello convivente che danneggia i beni della sorella. Beninteso (si veda il commento al post di Fulvio), i fatti in sè sono comunque illeciti e quindi il danneggiato ha diritto a chiedere la riparazione del danno in sede civile, ma l’autore non può essere penalmente perseguito. Ma non è tutto. Oltre alle esimenti totali previste dai punti 1, 2, 3, l’articolo 649 c.p. prevede limiti di procedibilità anche per i delitti commessi da fratelli (sorelle) e zii (zie) non conviventi, richiedendo la querela per tutti i reati di cui parliamo. Questo fatto può apparire marginale ma non lo è: a differenza di ciò che avviene con la denuncia, chi propone querela per un reato da lui patito si espone ad un procedimento per calunnia qualora il fatto non risulti provato (e l’indagato prosciolto). Conseguentemente, oltre alle remore che naturalmente frenano la vittima nel denunciare un congiunto, oltre alle difficoltà nel reperire le prove quando i reati sono commessi in ambito familiare, oltre ai limiti temporali per la proposizione della querela (va depositata entro novanta giorni dalla commissione del fatto), la persona offesa dal reato è scoraggiata dal rivolgersi all’autorità giudiziaria per il timore di subire conseguenze penali (e quindi anche civili e patrimoniali) in caso di esito infelice della sua querela. Oltre al danno la beffa.

Ma al di là di tali aspetti, che sono solo tracce di un esame della complessa questione, l’articolo 649 c.p. è una spia di quanto sia antiquato il nostro ordinamento. Infatti esso risale al 1889 (codice Zanardelli) con le modifiche apportate da Rocco nel 1930. Da allora è stato solo minimamente emendato, e si vedono le conseguenze. A quale società mai può appartenere una famiglia nel quale lo zio convive con il nipote? Forse ciò poteva accadere nelle famiglie patriarcali del secolo diciannovesimo, o forse nelle famiglie di immigrati clandestini che vivono ammassate negli scantinati affittati abusivamente. Ma di mezzo c’è stata un’evoluzione della società con la quale l’idea di una convivenza fra zio e nipote è diventata impensabile. E d’altronde l’articolo 649 c.p. stabilisce la non punibilità da parte dei tribunali, ma certo non autorizza i reati all’interno della famiglia. Intendo dire che rimette la questione ai rapporti familiari stessi, ovvero invita implicitamente i soggetti coinvolti (autore e vittima) a regolare la questione da sé. A legnate. In questo senso si può ben dire che è una norma giuridica che genera violenza, anzichè prevenirla o reprimerla. Essa propone un modello comportamentale adatto ad una società contadina, dove il denaro ed i beni mobili ed immateriali non esistono, basata sul baratto, sull’autorità maschile del più forte, dove il lavoro produce a malapena i mezzi essenziali di sostentamento (e quindi in famiglia non c’è alcunché da rubare). Un modello comportamentale inconciliabile con la moderna funzione del denaro e con l’attuale nozione di patrimonio e di ricchezza. Eppure l’articolo 649 c.p., questo rudere del passato, viene applicato nei nostri tribunali. Ed il giudice che, volente o nolente, pronunzia sentenze basate su di esso, assomiglia ad un tecnico radio che ripara un apparecchio sostituendo le valvole, o ad un ferroviere addetto al vagone del carbone per alimentare la caldaia del locomotore.