Berlusconi ed il falso in bilancio

gennaio 31, 2008

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Il recente proscioglimento di Silvio Berlusconi dalle imputazioni di falso in bilancio nel cosiddetto processo SME riportano all’attenzione il tema delle “leggi ad personam” votate nella quattordicesima legislatura con il non celato intento di risolvere le questioni giudiziarie che vedevano imputato il presidente del consiglio all’epoca in carica. La stampa ha infatti riferito che la Corte ha prosciolto Berlusconi poiché le norme del codice civile novellate dalla sua maggioranza non prevedono più come reato i fatti a lui ascritti.

Vale forse la pena di comparare alcune delle norme vecchie e nuove; la materia è complessa e seleziono solo gli articoli principali.

Art. 2621 (Vecchio ordinamento) False comunicazioni ed illegale ripartizione di utili o di acconti sui dividendi.
Salvo che il fatto costituisca reato più grave, sono puniti con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da L. 2 milioni a L. 20 milioni (2640):
1) i promotori, i soci fondatori, gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori, i quali nelle relazioni, nei bilanci o in altre comunicazioni sociali, fraudolentemente espongono fatti non rispondenti al vero sulla costituzione o sulle condizioni. economiche della società o nascondono in tutto o in parte fatti concernenti le condizioni medesime;
2) gli amministratori e i direttori generali che, in mancanza di bilancio approvato o in difformità da esso o in base ad un bilancio falso, sotto qualunque forma, riscuotono o pagano utili fittizi o che non possono essere distribuiti (2433, 2632);
3) gli amministratori e i direttori generali che distribuiscono acconti sui dividendi:
a) in violazione dell’art. 2433 bis, 1° comma;
b) ovvero in misura superiore all’importo degli utili conseguiti dalla chiusura dell’esercizio precedente, diminuito delle quote che devono essere destinate a riserva per obbligo legale o statutario e delle perdite degli esercizi precedenti e aumentato delle riserve disponibili;
c) ovvero in mancanza di approvazione del bilancio dell’esercizio precedente o del prospetto contabile previsto nell’art. 2433 bis, 5° comma, oppure in difformità da essi, ovvero sulla base di un bilancio o di un prospetto contabile falsi.

Art. 2621 (nuovo ordinamento) False comunicazioni sociali.
Salvo quanto previsto dall’articolo 2622, gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per se’ o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, espongono fatti materiali non rispondenti al vero ancorche’ oggetto di valutazioni ovvero omettono informazioni la cui comunicazione e’ imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale, o finanziaria della societa’ o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, sono puniti con l’arresto fino ad un anno e sei mesi.
La punibilita’ e’ estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti od amministrati dalla societa’ per conto di terzi.
La punibilita’ e’ esclusa se le falsita’ o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della societa’ o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilita’ e’ comunque esclusa se le falsita’ o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5% o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.
In ogni caso il fatto non e’ punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

Art. 2622 (vecchio ordinamento) Divulgazione di notizie sociali riservate.
Gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i loro dipendenti, i liquidatori, che, senza giustificato motivo, si servono a profitto proprio od altrui di notizie avute a causa del loro ufficio, o ne danno comunicazione, sono puniti, se dal fatto può derivare pregiudizio alla società, con la reclusione fino ad un anno e con la multa da L. 200.000 a L. 2 milioni. Il delitto è punibile su querela della società.

Art. 2622 (nuovo ordinamento) False comunicazioni sociali in danno dei soci o dei creditori.
Gli amministratori, i direttori generali, i sindaci e i liquidatori, i quali, con l’intenzione di ingannare i soci o il pubblico e al fine di conseguire per se’ o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, esponendo fatti materiali non rispondenti al vero ancorche’ oggetto di valutazioni, ovvero omettendo informazioni la cui comunicazione e’ imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della societa’ o del gruppo al quale essa appartiene, in modo idoneo ad indurre in errore i destinatari sulla predetta situazione, cagionano un danno patrimoniale ai soci o ai creditori sono puniti, a querela della persona offesa, con la reclusione da sei mesi a tre anni.
Si procede a querela anche se il fatto integra altro delitto, ancorche’ aggravato a danno del patrimonio di soggetti diversi dai soci e dai creditori, salvo che sia commesso in danno dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunita’ europee.
Nel caso di societa’ soggette alle disposizioni della parte IV, titolo III, capo II, del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, la pena per i fatti previsti al primo comma e’ da uno a quattro anni e il delitto e’ procedibile d’ufficio.
La punibilita’ per i fatti previsti dal primo e terzo comma e’ estesa anche al caso in cui le informazioni riguardino beni posseduti o amministrati dalla societa’ per conto di terzi.
La punibilita’ per i fatti previsti dal primo e terzo comma e’ esclusa se le falsita’ o le omissioni non alterano in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della societa’ o del gruppo al quale essa appartiene. La punibilita’ e’ comunque esclusa se le falsita’ o le omissioni determinano una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al 5 per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all’1 per cento.
In ogni caso il fatto non e’ punibile se conseguenza di valutazioni estimative che, singolarmente considerate, differiscono in misura non superiore al 10 per cento da quella corretta.

Art. 2623 (vecchio ordinamento) Violazione di obblighi incombenti agli amministratori.
Sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da L. 400.000 a L. 2.000.000 gli amministratori che:
l) eseguono una riduzione di capitale o la fusione con altra società o una scissione in violazione degli artt. 2306, 2445 e 2503;
2) restituiscono ai soci palesemente o sotto forme simulate i conferimenti o li liberano dall’obbligo di eseguirli, fuori del caso di riduzione del capitale sociale;
3) impediscono il controllo della gestione sociale da parte del collegio sindacale o, nei casi previsti dalla legge, da parte dei soci.

Art. 2623 (nuovo ordinamento) Falso in prospetto.
Chiunque, allo scopo di conseguire per se’ o per altri un ingiusto profitto, nei prospetti richiesti ai fini della sollecitazione all’investimento o dell’ammissione alla quotazione nei mercati regolamentati, ovvero nei documenti da pubblicare in occasione delle offerte pubbliche di acquisto o di scambio, con la consapevolezza della falsita’ e l’intenzione di ingannare i destinatari del prospetto, espone false informazioni od occulta dati o notizie in modo idoneo ad indurre in errore i suddetti destinatari e’ punito, se la condotta non ha loro cagionato un danno patrimoniale, con l’arresto fino ad un anno.
Se la condotta di cui al primo comma ha cagionato un danno patrimoniale ai destinatari del prospetto, la pena e’ dalla reclusione da uno a tre anni.

* * *

Il merito della sentenza SME non può essere discusso, non essendo essa disponibile, e non è di ciò che vorrei parlare. Il punto è che se la riforma è stata pensata per un singolo soggetto (ahinoi) essa è valida per tutti, e forse un paio di riflessioni vale la pena di farle. Infatti, a dispetto dei girotondi e degli strepiti su tale materia, in pochi hanno analizzato e criticato le norme in dettaglio e, nonostante i proclami in campagna elettorale, la maggioranza di centrosinistra non ha provveduto ad abolire o a rettificare le norme introdotte dal centrodestra.

Mi limito a due punti.

Le nuovo norme introducono un limite di procedibilità basato sull’incidenza percentuale della somma associata alla falsità sul bilancio o sul patrimonio della società. Sappiamo bene che le indagini su Berlusconi sono nate perché era ipotizzato il falso in bilancio per costituire fondi neri finalizzati alla corruzione politica. Ne consegue che, con le nuove regole, il grande imprenditore, a capo di un gruppo di enormi dimensioni, può disporre di grandi somme (in proporzione al suo bilancio) da destinare ad usi estranei alle finalità dell’azienda (per esempio tangenti), senza incorrere nel falso in bilancio. Viceversa il piccolo imprenditore incappa ancora nel reato, se la somma interessata dal fatto ha una certa consistenza. Non può non sovvenirmi l’argomento utilizzato dall’Avv. Chiusano, difensore di Cesare Romiti, che tentò di scagionare il suo assistito dall’accusa di corruzione dicendo appunto che le somme da lui versate ai politici costituivano una frazione infinitesima del bilancio FIAT.

La modifica radicale dell’art. 2623 c.c., terzo comma, mi lascia interdetto. Perché non esistono solamente le grandi imprese quotate in borsa, con migliaia di soci e grandi capitali. Esistono anche le piccole società a modesta capitalizzazione operanti nella piccola impresa. Società familiari, costituite fra amici (che magari a un certo punto della vita sociale cessano di esserlo) o comunque fra poche persone che talvolta, oltre a essere soci, prestano la loro attività nell’impresa. Intendo società a responsabilità limitata, società in nome collettivo, società in accomandita semplice con capitale sociale valutabile in poche decine di migliaia di euro. In tali casi, così par di capire, se l’amministratore impedisce il controllo di gestione al socio (magari impiegato nella stessa azienda) interessato a tutelare il proprio investimento, la vita dell’impresa ove lavora e quindi il suo posto di lavoro, non commette reato penale. O quantomeno è necessario provare che tale comportamento fa parte di un ben preciso piano fraudolento. Ma come fa il socio a sapere se l’amministratore sta frodando la società se questi gli impedisce addirittura di consultare i libri sociali?

Molto si potrebbe dire sulla procedibilità a querela (che espone il querelante al rischio di un processo per calunnia) e soprattutto sull’onere probatorio, in capo all’accusa, relativo al dolo del reo. E’ già difficile provare che un bilancio è falso, ancor più arduo è provare che le falsità sono finalizzate a ben precisi ingiusti profitti. Insomma: i processi per falso in bilancio di fatto sono diventati quasi impossibili, ma questa è la nostra legge.


I delusi e gli smarriti

gennaio 27, 2008

smarrito

Quando nell’aprile 1996 l’Ulivo vinse le elezioni politiche, l’Italia fu percorsa da un fremito di entusiasmo. Intere generazioni di italiani erano cresciute nella convinzione che i mali del loro paese risiedessero nel “malgoverno dei democristiani” e che la fine di quell’epoca avrebbe lasciato il posto ad un futuro migliore. Il primo governo Berlusconi era visto come un incidente di percorso e l’approdo al governo degli ex comunisti e dei loro alleati era visto (dai tanti che li avevano seguiti dal dopoguerra a quel giorno) come il coronamento di un sogno decennale. Il film “Aprile”, di e con Nanni Moretti, descrive magistralmente quello stato d’animo, quel desiderio di lasciare alle spalle le formule che ci avevano afflitto per decenni (centrosinistra, centrismo, solidarietà nazionale, non sfiducia, monocolore, governo balneare, unità dei cattolici, e si potrebbe continuare all’infinito), per costruire una politica ed un paese nuovi.

La delusione era dietro l’angolo e non stava solo nella debolezza del patto di desistenza stipulato fra Ulivo ed il partito di Rifondazione Comunista, ma nella stessa linea del governo. Il continuismo debolmente riformatore di Romano Prodi si palesò immediatamente e, al di là della quotidiana polemica politica, per molti fu l’inizio di una lenta, lunga, inesorabile disillusione. I passaggi successivi, dal pessimo accordo della bicamerale al governo D’Alema (sia nella sua genesi che nella sua azione) e l’epilogo della legislatura, con degenerazioni da basso impero, non fecero che confermare quel sentimento.

In tanti furono progressivamente presi dalla consapevolezza che l’inefficienza della macchina dello Stato, il clientelismo meridionale, la propensione a compromessi al ribasso, la presenza endemica della mafia, l’immoralità della vita pubblica si sarebbero propagati dal prima al dopo. E che la speranza di una nuova stagione era solo un’illusione. Anche gli italiani che di quella illusione non erano partecipi ma avevano guardato con curiosità all’esperienza degli ex comunisti alla guida del paese, videro confermate le peggiori previsioni degli scettici: l’Italia sarebbe rimasto lo stesso paese di cui vergognarsi. Dramatic but not serious, come dicono gli inglesi; un pauvre pays, pas un pays pauvre, come disse De Gaulle.

Tutto quello che è accaduto in seguito, nell’animo di quelle persone, è stato il tentativo di rianimare quella vana speranza. E sembra che tutto sia stato pensato per soffocare tale tentativo. La riproposizione nel 2006 di Romano Prodi come leader della stessa coalizione ne è l’aspetto più macroscopico.

Ora i piloti di quelli che furono i partiti della rinascita postbellica si guardano intorno smarriti, consapevoli di vivere solamente grazie ad un’eredità fatta di vergogne da nascondere e di speranze tradite. Stupisce che non sappiano da che parte volgere lo sguardo?

Perdonate la sintesi: avrei dovuto riassumere mezzo secolo di storia, e questo è solo un blog.


L’Italia che ci aspetta

gennaio 26, 2008

crimine

Da corriere.it

A proposito di intercettazioni, Berlusconi spiega che secondo il disegno di legge che proporrà «si potranno ordinare da parte della magistratura solo per indagini su terrorismo, mafia, camorra. Per il resto, a chi le ordinasse 5 anni prigione, a chi le eseguisse 5 anni di prigione, a chi le pubblicasse 2 milioni di multa all’editore». «Noi – ha spiegato il leader di Forza Italia – abbiamo cento motivi per dire no a questa invasione della vita privata».

Spaccio di droga, usura, estorsioni, riciclaggio, truffe informatiche, sfruttamento della prostituzione e dell’immigrazione clandestina, eccetera eccetera. Tutto diverrà lecito. Senza intercettazioni, lo sappiamo bene, la polizia giudiziaria è cieca. Questa è l’Italia che ci aspetta, dove le procure si occuperanno solo di insulti fra condomini e di risse fuori dalle discoteche.

Ancora una volta la politica interviene sulla giustizia penale pensando a se stessa e non all’interesse generale. E il crimine ringrazia.


L’esordio del partito democratico

gennaio 25, 2008

e-così-fù-ingr.1

Alcune considerazioni al volo sulla giornata di ieri.

Ci dicono che il governo è caduto per colpa dei centristi e non della sinistra. Però poco tempo fa era stato Bertinotti a dire che Prodi era finito. In aula un senatore di rifondazione (mi pare, o forse del pdci) ha detto più o meno: “ci chiedono di sostenere il governo settori che fino a pochi giorni fa ci chiedevano di uscirne”. Tanto per capire che aria tirava.

Ma il punto centrale, per me, è un altro. Fra camera e senato almeno 7 oratori della ex maggioranza hanno accusato il PD in generale e Veltroni in particolare di aver causato la rottura dell’alleanza, la fine dell’unione e, implicitamente, del progetto ulivista nato nel 95-96. Cesare Salvi è stato durissimo, ha parlato quasi solo contro il PD e contro Veltroni, e non a caso il ministro Mussi era seduto al suo fianco e non sui banchi del governo. Accuse strumentali, si potrebbe dire. Ma nessuno li ha smentiti, nessuno ha replicato. La Finocchiaro, capogruppo del PD al Senato, che ha parlato per meno della metà del tempo che aveva a disposizione non ha speso neppure mezza parola per difendere Veltroni e le scelte del PD.

A me sembra che i dirigenti del nuovo partito non possano far finta di niente. E’ caduto malamente e rovinosamente il governo guidato dal presidente ed ispiratore del partito democratico, a causa, per opinione non contraddetta degli alleati, delle iniziative del segretario del partito democratico. E’ il progetto stesso del nuovo partito a subire un duro colpo, secondo me. Prodi, che è stato l’anima del progetto ulivista e del PD, esce distrutto dalla giornata di ieri e consegna alla storia l’immagine di un centrosinistra che chiede sacrifici alla gente per consentire alla destra di beneficiarne. Un ruolo di cui non essere tanto fieri. Prima di stabilire le strategie (ahahah) del futuro, il centrosinistra dovrà fare una riflessione seria su tutta la politica di questi anni, e sul valore della sua classe dirigente.

Scusate se non uso mezzi termini.


Una domanda a Bruxelles.

gennaio 24, 2008

Copio ed incollo da Repubblica.it

09:54 Almunia: difficoltà pesano sul risanamento

“Ho le preoccupazioni che avrebbe chiunque quando un Paese ha difficoltà politiche”, ha detto Almunia. “E in questi giorni l’Italia ha difficoltà per l’instabilità del governo in Parlamento”, ha aggiunto. A una domanda su quanto peseranno le difficoltà del governo nel percorso per il risanamento dei conti pubblici, dopo i buoni risultati che lo stesso Almunia ha sottolineato nei giorni scorsi, il commissario europeo ha ricordato che “in Italia il risanamento dei conti pubblici è meno avanzato che in altri Paesi”, e che nel 2008, comunque, sui conti pubblici dell’Italia, “come degli altri Paesi”, peseranno gli effetti del rallentamento dell’Economia.

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Critiche a Veltroni.

gennaio 23, 2008

Il dibattito parlamentare sulla fiducia al governo non ha avuto contenuti particolarmente interessanti. Un aspetto però non è stato sottolineato dai telegiornali: gli attacchi di Villetti e di Diliberto a Veltroni. Entrambi hanno accusato il segretario del PD di aver “seppellito” l’alleanza di centrosinistra annunciando che il suo partito si sarebbe presentato da solo alle prossime elezioni. Gli oratori del centrodestra hanno avuto gioco facile nel dire che se anche il leader in pectore della (ex?) maggioranza non crede nella validità dello schieramento, significa che esso non ha futuro.

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Crisi?

gennaio 22, 2008

Le convulsioni politiche, giudiziarie e parlamentari di queste ore richiedono quantomeno alcune riflessioni. Come frequentatore della rete sono abbastanza pigro, ma nei siti riconducibili al partito democratico non ho trovato commenti sulla situazione politica. Capisco che è buona norma evitare uscite estemporanee, ma se si vuole dare alla comunicazione sul web l’importanza che è giusto abbia, sarebbe una forma di rispetto verso gli elettori (potenziali) esprimere le proprie opinioni senza dare l’impressione di attendere le direttive dai vertici.

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La Virtus esonera Pillastrini.

gennaio 21, 2008

Mi rendo conto che con il resto del blog non c’entra moltissimo. Ma comunico che oggi, all’indomani della sconfitta interna con Avellino, la Virtus ha esonerato il capoallenatore Stefano Pillastrini. Nessuna notizia sul nome del successore.


Cuffaro e Falcone.

gennaio 21, 2008

La condanna di Salvatore Cuffaro e le sue successive dichiarazioni suscitano profonde e cupe riflessioni sull’evoluzione del fenomeno mafioso e del sistema giudiziario italiano. E giova fare un po’ di storia. Purtroppo non ho conservato documenti originali e, come molti, devo ricorrere alle risorse della rete per ripescare commenti e fatti.

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Italia solidale.

gennaio 19, 2008

Il parlamento, con applauso bipartisan, esprime solidarietà all’indagato Clemente Mastella. L’UDC, compatta, si schiera con il presidente della regione Sicilia Cuffaro, condannato a cinque anni di reclusione. Il centrodestra si stringe attorno al leader Berlusconi, raggiunto dal milionesimo avviso di garanzia.

Certo che metodo migliore per farsi degli amici non lo conosco. Quasi quasi mi stampo un avviso di garanzia farlocco indirizzato a me stesso e lo rendo pubblico.


Il giudice e Mastella.

gennaio 17, 2008

Non è possibile non commentare le notizie di stampa sull’indagine a carico del ministro Mastella, anche se, come sempre accade, l’immagine fornita dagli articoli non può riflettere correttamente la realtà giudiziaria. Al riguardo ho sentito ripetutamente proporre la seguente dicotomia: o siamo di fronte ad una persecuzione giudiziaria ordita da pubblici ministeri e giudici in malafede, animati da intenti persecutori di ispirazione politica, oppure l’UDEUR, un partito di governo che esprime(va) nientemeno che il ministro guardasigilli, è, di fatto, un’associazione a delinquere. Va da sé che quest’ultima interpretazione chiama in causa tutti i partiti di governo ed il governo stesso, avendo esso fra i suoi sostenitori dei banditi.

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Il Papa e la Sapienza.

gennaio 16, 2008

Ricordo che ai tempi del liceo, nel corso della prima settimana di lezione, si teneva una messa per tutti gli studenti. Chi non voleva andarci non ci andava. Punto.


Legge 241/2006: indulto

gennaio 15, 2008

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Il più impopolare dei provvedimenti votati dal Parlamento in carica è stato la legge 241 del 31 luglio 2006: l’indulto. Ecco il testo.

Art. 1.

1. È concesso indulto, per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive. Non si applicano le esclusioni di cui all’ultimo comma dell’articolo 151 del codice penale.

2. L’indulto non si applica: a) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 270 (associazioni sovversive), primo comma;

2) 270-bis (associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico);

3) 270-quater (arruolamento con finaità di terrorismo anche internazionale);

4) 270-quinquies (addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale);

5) 280 (attentato per finalità terroristiche o di eversione);

6) 280-bis (atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi);

7) 285 (devastazione, saccheggio e strage);

8 ) 289-bis (sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione);

9) 306 (banda armata);

10) 416, sesto comma (associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602 del codice penale);

11) 416-bis (associazione di tipo mafioso);

12) 422 (strage);

13) 600 (riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitu);

14) 600-bis (prostituzione minorile);

15) 600-ter (pornografia minorile), anche nell’ipotesi prevista dall’articolo 600-quater.1 del codice penale;

16) 600-quater (detenzione di materiale pornografico), anche nell’ipotesi prevista dall’articolo 600-quater.1 del codice penale, sempre che il delitto sia aggravato ai sensi del secondo comma del medesimo articolo 600-quater;

17) 600-quinquies (iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile);

18) 601 (tratta di persone);

19) 602 (acquisto e alienazione di schiavi);

20) 609-bis (violenza sessuale);

21) 609-quater (atti sessuali con minorenne);

22) 609-quinquies (corruzione di minorenne);

23) 609-octies (violenza sessuale di gruppo);

24) 630 (sequestro di persona a scopo di estorsione), commi primo, secondo e terzo;

25) 644 (usura);

26) 648-bis (riciclaggio), limitatamente all’ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione o dai delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope;

b) per i delitti riguardanti la produzione, il traffico e la detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope, di cui all’articolo 73 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, aggravati ai sensi dell’articolo 80, comma 1, lettera a), e comma 2, del medesimo testo unico, nonchè per il delitto di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope di cui all’articolo 74 del citato testo unico, in tutte le ipotesi previste dai commi 1, 4 e 5 del medesimo articolo 74;

c) per i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all’articolo 1 del decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625, convertito, con modificazioni, da1la legge 6 febbraio 1980, n. 15, e successive modificazioni;

d) per i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all’articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni;

e) per i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all’articolo 3 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205». «3. Il beneficio dell’indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.

4. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato».

La legge ha la firma del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è controfirmata dal Presidente del Consiglio, Romano Prodi, ed ha il visto del Guardasigilli, Clemente Mastella.

* * *

Tale provvedimento è stato presentato all’opinione pubblica come indispensabile per affrontare l’emergenza del sovraffollamento delle carceri. Una spiegazione che non ha mai convinto, ed infatti recenti notizie di stampa riferiscono che, ad un anno di distanza dall’emanazione della legge, i suoi effetti sul numero dei detenuti è praticamente esaurito. Ma non è esaurito, e non si esaurirà per i prossimi anni, il suo effetto sui procedimenti penali in corso, continuando a premiare tutti gli imputati, indiscriminatamente.

Va sottolineato che, se si voleva semplicemente ridurre la popolazione dei detenuti, sarebbe stato sufficiente limitare gli effetti dell’indulto ai condannati in via definitiva. Per equità si sarebbe dovuto applicarlo a chi aveva già scontato almeno una parte della pena. L’effetto sulle carceri sarebbe stato il medesimo. Invece no. L’indulto si applica a tutti i reati (eccetto quelli esplicitamente indicati nella legge) commessi entro il 2 maggio 2006 e quindi alla stragrande maggioranza dei processi attualmente in corso, che si concluderanno nei prossimi anni.

Questo significa (è ovvio ma giova sempre ricordarlo) che tutti gli imputati attualmente sotto processo per reati di limitata gravità (con pena inferiore ai tre anni) sanno che, per male che vada loro, saranno condannati ad una pena simbolica. E anche chi ha commesso delitti più gravi sa di poter contare su un generosissimo sconto.

Ma vi è un altro aspetto che non mi sembra sia stato evidenziato. L’articolo 1 della legge estende l’indulto anche alle pene pecuniarie inferiori a diecimila euro. Ricordo che quando la pena detentiva risulta inferiore a sei mesi è possibile commutarla in pena pecuniaria al tasso di conversione di 38 euro per ogni giorno di reclusione. Prendiamo un reato (quasi) a caso: l’omicidio colposo, che di questi tempi va di moda perché ci si è accorti degli incidenti mortali sul lavoro. La pena base prevista per esso è di sei mesi di reclusione e quindi l’imputato, patteggiando la pena, può ridurre la pena a quattro mesi o anche meno, nel caso vengano riconosciute le attenuanti. Applicando la commutazione la pena si trasforma in una multa di € 4.560. Già così parrebbe un grosso regalo, ma la legge italiana è generosa, e l’indulto azzera anche la multa, cosicché l’imputato esce dal processo senza conseguenze, salvo la sentenza. Un pezzo di carta.

E l’elenco dei reati per cui l’esito è di questo tipo è assai vasto. L’appropriazione indebita e la truffa non aggravate, per esempio, sono punite con una pena base di 15 giorni di reclusione, riducibili a 10 con il patteggiamento. Quindi € 380 di multa, anche queste condonate dall’indulto. Analogo discorso vale per i reati di lesioni personali, di percosse, di ingiuria, di furto, di danneggiamento, di bancarotta semplice eccetera eccetera. A ciò va aggiunto che spesso alla pena detentiva si somma una pena pecuniaria, anch’essa azzerata. Quindi i processi che cadranno sotto la mannaia dell’indulto patrimoniale sono la maggioranza, e parliamo di milioni di procedimenti.

La cosa che non posso tacere è che questo governo fa del rigore fiscale una sua sacrosanta bandiera, in ché significa che i debiti con il fisco non solo non sono “indultati”, ma nemmeno condonati, condonabili o riducibili. Quindi, mentre il cittadino che subisce una multa per una violazione amministrativa o che ha subito un accertamento fiscale viene inseguito dallo Stato finché non paga tutto il debito, il reo che è stato generosamente condannato ad una multa per un fatto previsto dal codice penale, non paga neppure un centesimo. Con questo non voglio criticare la severità fiscale del governo, anzi, ben venga il rigore in tale materia. E’ l’indulto a risultare del tutto incongruo, anomalo, iniquo.

E’ forse il caso di ribadire un paio di cose. L’indulto non è stato un provvedimento a favore dei detenuti, per decongestionare le carceri, per assecondare le preci pontificie. E’ stato voluto per salvare dalla pena persone che con la politica erano ammanicate a dovere. In secondo luogo è evidente che l’indulto, nei suoi effetti patrimoniali, è il più gigantesco ed immorale dei condoni. Perché beneficia soggetti già esageratamente premiati dalla generosità del nostro sistema penale e responsabili di violazioni ben più gravi, insidiose ed antisociali di una contravvenzione al codice della strada o di una svista fiscale.

Non c’è nulla da fare. Il sistema giudiziario resta il buco nero del nostro ordinamento, della nostra politica, del nostro paese.


Berlusconi e la legge elettorale.

gennaio 13, 2008

Non è mai bello citarsi, ma neppure è vietato. Il 15 dicembre scorso, nel post “il consenso deviato”, relativo alla discussione sui modelli elettorali, scrissi queste parole.

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Il dopoguerra.

gennaio 13, 2008

Lo storico Hobsbawn sostiene che nel secolo ventesimo non sono state combattute due guerre mondiali, ma una sola, articolata in due fasi separate da una tregua ventennale. Rappresentazione ardita, ma in fondo più che sensata. A chi obietta che mai, nella storia, si erano viste tregue di tale durata, si potrebbe rispondere che mai si erano viste battaglie coinvolgenti milioni di soldati per settimane o addirittura mesi. Dalla notte dei tempi a Napoleone, dai Campi Catalunici ad Austerlitz, le battaglie avevano coperto la durata di un giorno e riguardato al massimo migliaia di effettivi.

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Fabrizio Bresadola

gennaio 10, 2008

In questo blog evito ed eviterò di parlare di questioni personali, ma oggi mi concedo una piccolissima deroga. La stampa di questi giorni riporta la notizia di un avvicendamento al vertice della sanità udinese: altro dirigente subentra al professor Bresadola. Non ho alcunché da dire sul fatto in sé, e sono noti a tutti, senza che io li sottolinei, gli indiscutibili meriti scientifici del direttore sanitario uscente. Ma mi è capitato di aver avuto indirettamente a che fare con Fabrizio Bresadola e tengo a dire, anche se egli ignora chi io sia, che si è dimostrato un uomo straordinario, di una umanità assolutamente fuori del comune. Il fatto che ritorni alla professione di chirurgo a tempo pieno è un’ottima notizia. Averne, di persone come lui.


Art. 649 c.p.

gennaio 10, 2008

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Da tempo medito di scrivere un post sulla violenza in famiglia, ma mi rendo conto che non è possibile: il tema è talmente complesso che non si può che rimandare ai trattati disponibili in libreria.

Alcune cose però vorrei sottolinearle, in un periodo in cui di violenza familiare si parla spesso sotto l’incalzare delle notizie di cronaca nera. La violenza familiare assume svariate forme che possiamo suddividere in quattro gruppi: fisica, sessuale, psicologica ed economica. Le violenze fisiche (che comprendono ovviamente l’omicidio) e sessuali sono quelle che maggiormente ci colpiscono e che finiscono sui giornali. E’ infatti difficile immaginare qualcosa di più aberrante di un assassinio o di uno stupro commesso in danno di un proprio congiunto; ma il verificarsi di simili fatti rientra comunque nel quadro della devianza. Appartengono invece alla sfera della “quotidianità” i fenomeni di violenza psicologica ed economica, nel senso che esse si verificano anche in famiglie apparentemente normali. Ma non va per questo sottovalutata la loro gravità.

La denigrazione, l’ingiuria, la diffamazione reiterate all’interno di un nucleo familiare (questi alcuni fra gli strumenti con cui si esplica la violenza psicologica) possono diventare vere e proprie armi di tortura, tali da danneggiare il soggetto che li subisce sotto il profilo relazionale, professionale ed affettivo, fino a comprometterne la qualità dell’esistenza in maniera anche irrimediabile. Il padre che irride e denigra il figlio, il marito sprezzante ed offensivo verso la moglie, sono esempi di comportamenti che, se reiterati nel tempo, abbinati o no ad episodi di violenza fisica, hanno il potere, come sappiamo, di annientare la personalità di chi le subisce, condannandolo ad una vita più o meno infelice.

Ma, a mio modo di vedere, la “madre” di tutte le violenze domestiche resta la violenza economica, intesa estensivamente, come strumento di potere utilizzato da un membro della famiglia contro gli altri. E’ evidente che il soggetto che dispone di una propria forza economica può sottrarsi a tutti gli altri tipi di violenza, mentre chi si trova a dover dipendere per la propria sussistenza dall’autore delle violenze non ha tale facoltà. Il reato di maltrattamenti in famiglia si verifica sovente in tali casi, quando il dominus economico del nucleo, abusando del potere che ha sugli altri, infligge ad essi vessazioni di vario tipo, nella consapevolezza che le vittime non possono emanciparsi, non avendone la possibilità materiale. Se tal fatto assume un rilievo autonomo nei casi in cui la situazione familiare è stabile sotto il profilo patrimoniale (per esempio un marito facoltoso unito ad una moglie che non lo è), esiste un problema ulteriore quando membri del nucleo familiare competono per conquistare una posizione di potere economico rispetto agli altri. Ciò può apparire erroneamente anomalo, ma non lo è, se si pensa che fra coniugi, fratelli, genitori e figli, zii e nipoti, possono intercorrere conflitti di carattere economico di ogni genere. Per esempio nella gestione dei beni familiari costituiti da proprietà immobiliari, da partecipazioni azionarie, da società familiari e così via. E’ plausibile ed accade che tali dissidi sfocino in fatti costituenti reato, sì da interessare l’autorità giudiziaria.

Se per l’omicidio (per esempio) la relazione di parentela fra vittima ed autore costituisce un’aggravante, per i reati di carattere economico accade un fenomeno opposto. Il codice penale in vigore nel nostro paese prevede limitazioni alla punibilità del reo per i delitti contro il patrimonio, specificate nell’articolo che riporto.

Art. 649 c.p.
– Non punibilità a querela della persona offesa, per fatti commessi a danno di congiunti –
Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dallo stesso titolo (art. 624 e seguenti) in danno:
1) del coniuge non legalmente separato;
2) di un ascendente o discendente o di un affine in linea retta, ovvero dell’adottante, o dell’adottato;
3) di un fratello o di una sorella che con lui convivano.
I fatti preveduti da questo titolo sono punibili a querela della persona offesa, se commessi a danno del coniuge legalmente separato, ovvero del fratello o della sorella che non convivano coll’autore del fatto, ovvero dello zio o del nipote o dell’affine in secondo grado con lui conviventi.
Le disposizioni di questo articolo non si applicano ai delitti preveduti dagli articoli 628, 629 e 630 e ad ogni altro delitto contro il patrimonio che sia commesso con violenza alle persone.

Per capirci, rientrano nel novero dei reati contemplati dall’art. 649 c.p. il furto, la truffa, l’appropriazione indebita, l’usura, la circonvenzione di incapace, il danneggiamento, la ricettazione ed in generale tutti i reati contro il patrimonio non commessi con violenza sulle persone. Restano escluse fattispecie come l’estorsione, la rapina ed il sequestro di persona a fine di estorsione.

Avete capito bene: non è punibile il marito che deruba la moglie, il padre che truffa il figlio, il nonno che presta denaro a strozzo al nipote, il fratello convivente che danneggia i beni della sorella. Beninteso (si veda il commento al post di Fulvio), i fatti in sè sono comunque illeciti e quindi il danneggiato ha diritto a chiedere la riparazione del danno in sede civile, ma l’autore non può essere penalmente perseguito. Ma non è tutto. Oltre alle esimenti totali previste dai punti 1, 2, 3, l’articolo 649 c.p. prevede limiti di procedibilità anche per i delitti commessi da fratelli (sorelle) e zii (zie) non conviventi, richiedendo la querela per tutti i reati di cui parliamo. Questo fatto può apparire marginale ma non lo è: a differenza di ciò che avviene con la denuncia, chi propone querela per un reato da lui patito si espone ad un procedimento per calunnia qualora il fatto non risulti provato (e l’indagato prosciolto). Conseguentemente, oltre alle remore che naturalmente frenano la vittima nel denunciare un congiunto, oltre alle difficoltà nel reperire le prove quando i reati sono commessi in ambito familiare, oltre ai limiti temporali per la proposizione della querela (va depositata entro novanta giorni dalla commissione del fatto), la persona offesa dal reato è scoraggiata dal rivolgersi all’autorità giudiziaria per il timore di subire conseguenze penali (e quindi anche civili e patrimoniali) in caso di esito infelice della sua querela. Oltre al danno la beffa.

Ma al di là di tali aspetti, che sono solo tracce di un esame della complessa questione, l’articolo 649 c.p. è una spia di quanto sia antiquato il nostro ordinamento. Infatti esso risale al 1889 (codice Zanardelli) con le modifiche apportate da Rocco nel 1930. Da allora è stato solo minimamente emendato, e si vedono le conseguenze. A quale società mai può appartenere una famiglia nel quale lo zio convive con il nipote? Forse ciò poteva accadere nelle famiglie patriarcali del secolo diciannovesimo, o forse nelle famiglie di immigrati clandestini che vivono ammassate negli scantinati affittati abusivamente. Ma di mezzo c’è stata un’evoluzione della società con la quale l’idea di una convivenza fra zio e nipote è diventata impensabile. E d’altronde l’articolo 649 c.p. stabilisce la non punibilità da parte dei tribunali, ma certo non autorizza i reati all’interno della famiglia. Intendo dire che rimette la questione ai rapporti familiari stessi, ovvero invita implicitamente i soggetti coinvolti (autore e vittima) a regolare la questione da sé. A legnate. In questo senso si può ben dire che è una norma giuridica che genera violenza, anzichè prevenirla o reprimerla. Essa propone un modello comportamentale adatto ad una società contadina, dove il denaro ed i beni mobili ed immateriali non esistono, basata sul baratto, sull’autorità maschile del più forte, dove il lavoro produce a malapena i mezzi essenziali di sostentamento (e quindi in famiglia non c’è alcunché da rubare). Un modello comportamentale inconciliabile con la moderna funzione del denaro e con l’attuale nozione di patrimonio e di ricchezza. Eppure l’articolo 649 c.p., questo rudere del passato, viene applicato nei nostri tribunali. Ed il giudice che, volente o nolente, pronunzia sentenze basate su di esso, assomiglia ad un tecnico radio che ripara un apparecchio sostituendo le valvole, o ad un ferroviere addetto al vagone del carbone per alimentare la caldaia del locomotore.


Avanzo primario

gennaio 8, 2008

Parlare male del governo è un’abitudine inveterata di tutti noi, ed in effetti i nostri ministri sembrano impegnarsi a fondo per assecondarla. Ma nel giudizio del governo Prodi, e di Prodi in generale, andrebbe sempre tenuto a mente che egli ha fatto del risanamento dei conti pubblici il primo dei suoi obiettivi. Non ho gli strumenti per fare analisi in dettaglio, e questo blog sarebbe comunque un luogo inadatto, ma mi permetto di riportare i dati sull’andamento dell’avanzo primario dei conti dello stato, cioè il margine di attivo del bilancio al netto della spesa per interessi.

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Nel 2006 il dato si è assestato allo 0,6% e nel 2007 è balzato al 3,5%.

Basterebbe questo a far riflettere chi definisce quello di Prodi “il peggior governo della repubblica” e invito tutti, guardando il grafico, a domandarsi in che condizione sarebbe il paese se, nel 1998, Prodi non fosse stato disarcionato per fare posto a successori che, in tutta franchezza, non mi risulta siano stati particolarmente rimpianti.

Chiudo con una nota storico-topografica. Tutti (o perlomeno molti) sanno che Romano Prodi abita in via Gerusalemme, un viuzza a due passi da Piazza Santo Stefano, la splendida piazza medioevale ove si fa intervistare quando si trova a Bologna. A poche centinaia di metri in linea d’aria da casa sua si trova Piazza Minghetti, intitolata a uno dei pochi (che io sappia) Primi Ministri italiani cui sia stata dedicata una piazza ed una statua. E tutti sappiamo quale fu il suo principale merito. Odiatissimo dai suoi contemporanei per la severa tassa sul macinato, Marco Minghetti fu artefice del risanamento del bilancio del neonato Regno d’Italia, che era sprofondato nei debiti per finanziare le guerre d’indipendenza. Uno sforzo, quello dell’esponente della destra storica, che causò la sconfitta elettorale della sua fazione, ma che consentì all’Italia di avviare un periodo di sviluppo e di crescita.

Lo vorrei ricordare a chi sbraita ogni santo giorno contro “le tasse di Prodi”.

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Cara democrazia.

gennaio 4, 2008

Chiedo scusa agli amici del blog cara democrazia se prendo a prestito per questo articolo il bel titolo del loro bel sito.

Il dibattito politico di inizio anno è animato dalle proposte sul modello di legge elettorale che il partito democratico intende sostenere. Enzo Bianco aveva proposto un modello cosiddetto tedesco con correzione spagnola (in realtà una versione aggiornata della formula Mattarella con innalzamento della quota proporzionale dal 25 al 50 per cento) che, per ammissione dello stesso proponente, era il frutto di una mediazione fra le parti (destra, sinistra, centristi d’ambo le parti, partiti grandi e piccoli) e non il tentativo di dare al paese una buona legge. Ora Franceschini spiazza tutti evocando (a quel che è dato comprendere) una sorta di presidenzialismo alla francese corretto all’italiana, nel quale il corpo elettorale elegge direttamente il primo ministro, che però non sarebbe Capo dello Stato. La reazione prevalente, ispirata da D’Alema, vuole che tale proposta sia strumentale, finalizzata cioè ad azzerare il dibattito politico sull’argomento per arrivare al referendum. Se così è, trova conferma l’ipotesi che l’idea di scrivere una buona legge elettorale non alberga nella mente dei nostri rappresentanti.

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Buon compleanno.

gennaio 2, 2008

Ancora un po’ intontito dai festeggiamenti e dagli auguri mi accorgo di averne dimenticato uno importante. Ieri la Costituzione della Repubblica Italiana ha compiuto sessant’anni, essendo entrata in vigore il primo gennaio 1948. Lascio volentieri ad altri l’esercizio retorico sui segni che il tempo ha lasciato sul suo impianto: se porta bene la sua età, se ha bisogno di un lifting oppure no, eccetera eccetera. Tanto per cominciare la si dovrebbe leggere dall’inizio alla fine, ed allora mi ripropongo, per quest’anno, di tenerla a portata di mano e, tanto per convincervi che dico sul serio, ricopio qui un articolo preso (quasi) a caso.

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