Auguri.

dicembre 25, 2007

Ora che il giorno di Natale volge al termine, sono lieto di farvi gli auguri.

Buon Santo Stefano a tutti.


Alitalia

dicembre 25, 2007

farfalle

Impegnati a farci gli auguri di Natale, assistiamo distratti alle convulsioni politiche che ruotano attorno alla vendita di Alitalia.

Come si sa, due sono le ipotesi sul tappeto, e radicalmente diverse l’una dall’altra. Una possibilità è il mantenimento in mani italiane della compagnia, l’altra prevede il suo assorbimento da parte di Air France. Sfido chiunque, fra comuni mortali, ad avere un’idea precisa su quale sia la soluzione migliore. Ma siamo sicuri che chi prenderà la decisione ne sia all’altezza?

Al di là delle questioni di bottega, da un lato vige il principio dell’italianità, che dopo gli scandali sulle scalate bancarie del 2005 ha un suono alquanto sinistro, mentre dall’altro pesa l’argomento in base al quale solo l’intervento di un grande gruppo straniero può scongiurare la marginalizzazione della compagnia. Ma andrebbe anche ricordato che la Francia è il nostro principale competitore sul mercato turistico internazionale (ed in questo ci ha già sorpassato, pur potendo contare su un’offerta sulla carta ben più povera): il tradizionale sciovinismo d’oltralpe non rischia forse di sottrarci grandi fette di traffico, fra le quali le enormi potenzialità del turismo asiatico?

La realtà è che in questa vicenda si riassumono tutte le nostre debolezze politiche ed istituzionali ed emerge nettamente un tema che a me pare evidente. Lo sviluppo industriale italiano (che trasformò un paese agricolo e distrutto dalla guerra in una potenza economica) ha un nome ed un cognome: industria di Stato, cioè partecipazioni statali. Ed è un fatto che da quando l’IRI è stato messo in liquidazione l’Italia ha imboccato la strada della recessione industriale. Agroalimentare, siderurgia, manifatturiero, telecomunicazioni, quasi tutto è finito in mani straniere. Perfino le autostrade hanno rischiato di essere acquistate dagli spagnoli, per tacere delle molte industrie semplicemente chiuse. Lo smantellamento dell’industria di Stato e delle partecipazioni statali sembrava una scelta obbligata, e forse lo era. Ma fino a che punto?

Non ho certo gli strumenti per dire se era possibile fare scelte diverse, ma ho l’impressione che il processo sia stato gestito in maniera in parte ideologica, in parte improvvisata, assecondando slogan (meno Stato più mercato) o appetiti privati, senza riguardo per il bene collettivo. Certo è, tanto per fare un esempio, che l’Italia aveva una poderosa industria siderurgica ed ora non più, col risultato che mentre chiudono le acciaierie ex Terni di Torino (la città della Fiat!) a Trieste resta attiva la vetusta Ferriera di Servola, ed a me sembra un gigantesco paradosso.

Ricordo bene gli anni delle privatizzazioni e delle chiusure: gli economisti ci dicevano che l’industria pesante era finita, che i grandi impianti industriali non avevano futuro. Affermavano che erano retaggi di un’economia statalista e che tenerli in vita era un controsenso. La realtà, sempre per fare esempi, è che l’Italia resta il secondo mercato europeo dell’acciaio, ma le nostre imprese, anche per via della grande crescita dei paesi asiatici, devono andare a comperarlo all’estero mentre il paese è disseminato di impianti dismessi.

Ciò detto, mi cresce il dubbio che decisioni importantissime per la nostra vita siano state prese in maniera superficiale, da persone che non avevano le qualità, la lungimiranza e la cultura per assumerle, e che le cose non siano molto cambiate. Quale che sia il destino della ex compagnia di bandiera, so che sarà il triste epilogo di una catena di scelte sbagliate e di decisioni improvvisate.

La riprova della nostra pochezza sta nel comportamento dell’opposizione che, invece di partecipare alla discussione, aspetta la scelta del governo per criticarla, a prescindere. Infatti, non appena è filtrata la notizia di un possibile successo dell’offerta francese, sono partite le critiche. Prima nemmeno una parola, perché l’interesse della politica non sta nella scelta in sé, ma nella polemica propagandistica. A questi signori, che si preoccupano solo di dire che gli altri sbagliano, andrebbe ricordato che hanno avuto cinque anni di tempo per decidere su Alitalia, ma non hanno fatto altro che contribuire alla crescita del suo indebitamento. L’unico giudizio di Silvio Berlusconi su una possibile cessione fu il seguente “se anche volessimo venderla, nessuno la comprerebbe”. Questa è la gente che pretende di decidere del nostro futuro.