Sedici anni

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Ruggero Jucker, Annamaria Franzoni, Erika De Nardo, Doina Matei. Omicidi completamente differenti, linee difensive opposte, riti processuali diversi. Pena uguale per tutti.

5 risposte a Sedici anni

  1. Chris scrive:

    Evviva la giustizia italiana!!

  2. Paola scrive:

    Siamo già fortunati che sono stati condannati…

  3. sandrozagatti scrive:

    Eh sì, Paola. Ma pensa soltanto quanti milioni di euro ci è costato il processo di Cogne.

  4. carlo scrive:

    Di chi la colpa,dei giudici ,degli avvocati ,dei lagislatori, del sistema in senso astratto?

  5. sandrozagatti scrive:

    Difficile rispondere.

    Innanzitutto ho voluto solo fare una riflessione su un dato numerico: la sostanziale riduzione a sedici anni della pena per omicidio.

    Sulla resposnabilità ho le mie idee, e sono articolate, ma la attribuisco a tutti i soggetti che hai indicato.

    Il sistema giudiziario penale è bacato, profondamente bacato. E la responsabilità è delle tre corporazioni che lo hanno prodotto: magistrati, politici, avvocati. La loro colpa principale è stata, a vole essere supersintetici, di aver svuotato di contenuto etico il funzionamento della giustizia, trasformandolo in un fatto tecnico.

    Nel paese dei veti incrociati, dove perfino i taxisti possono bloccare intere città, se ciò è avvenuto significa che le tre corporazioni (che sono fra le più potenti, anzi, forse le più potenti) lo hanno voluto. E ciò per ragioni egoistiche.

    Il diritto procedurale italiano è strutturato in modo da fare dell’avvocato difensore dell’imputato (e quindi dell’imputato stesso!) il protagonista del processo. E’ lui che decide se il processo si fa, dove si fa, quando si fa, come si fa. La ricchezza di strumenti a disposizione del difensore gli offre un ventaglio enorme di atti con il quale ottiene onorari astronomici, a tutto favore dei clienti abbienti.

    La politica, ed il potere economico cui essa è legata a filo doppio, hanno quindi un mezzo formidabile per sottrarsi alla giustizia. Non con la corruzione giudiziaria (come sarebbe in un sistema giuridicamente snello) ma con l’elusione del processo, con la sua dilazione indefinita.

    C’è da chiedersi perchè i magistrati hanno accettato questo sistema (che è entrato in vigore di recente, con il codice di procedura penale varato nel 1989). Il motivo, per me, è che li deresponsabilizza. Sia dal punto di vista penale, civile, ma soprattutto da quello morale. Se un processo ha un esito abnorme (un colpevole prosciolto, un innocente condannato) il magistrato che vi ha lavoato può sempre dare la colpa ad un collega. Oppure, più semplicemente, all’eccessivo carico di lavoro che gli impedisce di studiare adeguatamente le carte. Infatti il processo è talmente complesso che, salvo casi banali, in esso intervengono svariati magistrati (pm, gip, gup, tribunale del riesame, giudice di primo grado, giudici di appello..), e si può sempre dare la colpa ad un altro. Ed è talmente ricco di documenti di carattere procedurale (notifiche, istanze di rinvio, nomine, incarichi, ecc ecc) che è facile dire di essersi persi nel mare di carte del fascicolo.

    E infatti, leggendo la cronaca, è quello che avviene. Giudici di merito, pubblici ministeri, giudici per l’indagine preliminare eccetera si rimpallano le responsabilità, qualora le cose vadano storto.

    E’ il trionfo dell’irresponsabilità, che è intrinseca nel codice di procedura, pensato proprio per sottrarre alla visione di un singolo giudice la decisione sulla sentenza.

    Purtroppo la politica non si interroga su tali anomalie (troppo presa dalla discussione sui sistemi elettorali) e le cose degenerano. La cosa che emerge con chiarezza, però, è che un sistema modellato per favorire i potenti, in realtà favorisce tutti i delinquenti. E’ infatti sbagliata l’idea che esistano in italia due giustizie, una per i ricchi ed un per i poveracci (come qualcuno sostiene). La giustizia è equanimemente inefficiente. E se è vero che talvolta colpisce ingiustamente un debole, si tratta di casi abbastanza isolati.

    Potrei andare avanti a lungo, mi fermo qui.

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