Bor

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Lungo la via Emilia, nell’abitato di San Lazzaro, un paesone che si salda alla periferia est di Bologna, si trova il cimitero che ospita le salme dei circa mille militari polacchi, inquadrati nella coalizione alleata, caduti nella battaglia per la liberazione di Bologna nell’aprile del 1945, mentre i partigiani insorgevano nel centro della città.

Chissà se quei soldati sapevano che pochi mesi prima la loro capitale era stata completamente rasa al suolo.

Il primo agosto del 1944 le sorti della guerra erano segnate. L’Armata Rossa sovietica controllava gran parte della Polonia, era giunta alle porte di Varsavia e stazionava sulla riva destra della Vistola; dai tetti della capitale era possibile vedere la distesa di accampamenti di quel poderoso esercito. I militari tedeschi sapevano che la capitolazione del Terzo Reich era questione di mesi.

Dal punto di vista strategico Varsavia non aveva alcuna importanza, ed infatti i tedeschi non vi avevano concentrato che una modesta guarnigione. Ma per i polacchi la liberazione della loro capitale assumeva un valore simbolico enorme. A differenza della Francia, la Polonia non si era mai arresa a Hitler: il governo era esiliato a Londra, da dove dirigeva quello che era rimasto del suo esercito. Parte di esso era impegnato sui fronti occidentali (Italia, Olanda, Belgio), e parte si era riorganizzato in patria, pianificando in clandestinità la resistenza e l’insurrezione contro l’odiato occupante. L’avanzata sovietica significava la liberazione dai nazisti, ma anche l’invasione da parte di un alleato di cui si doveva quantomeno diffidare. Non erano lontani nel tempo il patto Molotov-Ribbentrop ed il protocollo segreto ad esso allegato che prevedeva la spartizione fra le due potenze della Polonia. In passato Stalin era stato chiaro, dicendo che per lui “la Polonia non esiste” e a dimostrarlo c’erano i fatti di Katyn, ben stampati nella memoria della nazione.

Nella capitale l’Esercito Nazionale Polacco disponeva di circa cinquantamila uomini, armati di sole armi leggere e di pochi cannoni controcarro, agli ordini del generale Tadeusz Komorowski, detto Bor. I tedeschi contavano poche migliaia di effettivi, e sicuramente non dei migliori. Come sarebbe accaduto altrove, l’imminenza dell’attacco degli alleati indusse i comandi della resistenza a valutare l’ipotesi di una insurrezione per liberare la città. Sia per vendicare cinque anni di feroce oppressione (il ricordo della brutale repressione della rivolta del ghetto dell’anno precedente era ancora vivo), sia per dimostrare al mondo che la Polonia era viva, in grado di combattere, e meritevole di un posto da vincitrice al tavolo della pace.

E pertanto, alle ore diciassette di quel primo agosto 1944, d’accordo con il primo ministro in esilio, Bor diede l’ordine di attaccare i presidi tedeschi. La rivolta di Varsavia, uno dei più spaventosi bagni di sangue del secondo conflitto, era cominciata. Bor contava che i sovietici sarebbero intervenuti immediatamente in suo supporto e che i tedeschi non avrebbero fatto in tempo a far confluire rinforzi prima dell’ingresso in città dell’Armata Rossa. Ma i piani di Stalin erano diversi: per il dittatore sovietico la Polonia doveva essere liberata (ed occupata) unicamente dalle sue tuppe, senza lasciare spazio alcuno all’iniziativa degli insorti, da lui dipinti come ottusi nazionalisti che mettevano inutilmente a repentaglio la vita dei civili. Ed infatti le truppe del generale Rokossovski rimasero immote sulle loro posizioni, sebbene solo una Vistola in secca e facilmente guadabile le separasse dall’inferno di fuoco e di sangue nel quale si trasformò il centro di Varsavia.

Himmler, comandante supremo delle SS e responsabile della germanizzazione dei territori occupati dalla Wehrmacht, inviò nella capitale polacca circa ventimila uomini, fra waffen SS e militari del Reichswehr, affidandone il comando al generale delle SS Erich von dem Bach. In base al principio per cui gli slavi andavano considerati come untermeschen, ordinò di reprimere la rivolta senza avere riguardo per i civili, fossero anche donne, bambini, medici o religiosi.

Bor, dopo gli iniziali rovesci dovuti allo scarso addestramento dei suoi ed alla pochezza dei loro armamenti, ripiegò su tattiche di guerriglia urbana che misero a dura prova le truppe tedesche. Ciò inasprì la ferocia delle SS che distrussero e uccisero senza pietà, sterminando circa 250.000 civili. Nel frattempo il governo in esilio protestava violentemente per l’inerzia dell’Armata Rossa, sia con i sovietici che con il governo di Londra. Churchill si fece portavoce di tali istanze presso il Cremino, ma Stalin fu irremovibile: la distruzione fisica e morale della Polonia da parte dei tedeschi era perfettamente funzionale al suo piano espansionistico.

Gli alleati inviarono soccorsi aerei agli insorti. Velivoli britannici partivano da Brindisi per paracadutare armi, viveri e medicinali su Varsavia, pur nella consapevolezza che gran parte del carico sarebbe finito in mano tedesca. Conscio che la rivolta era destinata a fallire, Bor comprese che arrendendosi avrebbe consegnato i suoi uomini alla rappresaglia nazista, quindi tentò di resistere. Solo quando si trovò schiacciato nella periferia est e gli fu chiaro che non aveva alternative, si decise ad intessere una trattativa. Residuandogli una certa forza militare, egli tentò di barattare la propria resa con il riconoscimento per suoi soldati dello status di militari combattenti (e non di ribelli) con applicazione delle convenzioni dell’Aia e di Ginevra sui prigionieri di guerra. In effetti, nel corso della rivolta, i soldati dell’ Esercito Nazionale avevano combattuto con una fascia bianca al braccio, in segno di riconoscimento, e ciò poteva escludere la qualifica di civili rivoltosi (che avrebbe comportato la fucilazione).

Bor trovò in von dem Bach un interlocutore pragmatico, desideroso anch’egli di evitare inutili spargimenti di sangue fra i suoi soldati. Ed il caso volle che della delegazione tedesca incaricata delle trattative facesse parte un ufficiale che aveva stretto amicizia con lo stesso Bor nel corso delle olimpiadi di Berlino del 1936, avendolo avuto come avversario nelle gare di scherma. Il generale polacco gli confessò che se avesse saputo di trovarselo di fronte, si sarebbe arreso prima.

La resa fu siglata il due ottobre: Bor ottenne discrete condizioni per i suoi uomini, non per i civili e per la città. I soldati, sfilando orgogliosamente per le vie della città in una atmosfera surreale, si consegnarono a nemici consapevoli che, di lì a poco, sarebbero stati a loro volta sopraffatti da un nemico enormemente più forte accampato poco lontano. I polacchi furono trattati come prigionieri di guerra e, a conflitto concluso, quasi tutti tornarono a casa. Per ironia della sorte, fra di essi vi erano anche alcuni ebrei. La linea morbida di von dem Bach non fu particolarmente apprezzata dai suoi sottoposti, che avrebbero voluto una punizione ben più severa per i ribelli che li avevano tenuti sotto scacco per oltre un mese, esponendoli allo scherno degli ufficiali impegnati in prima linea.

Su Varsavia e sui suoi abitanti cadde la smisurata, assurda vendetta di Hitler, che ordinò la deportazione di tutta la cittadinanza e la totale distruzione della città: mentre centinaia di migliaia di profughi marciavano per le campagne, in direzione della Germania, reparti delle SS insensatamente sottratti al combattimento contro l’Armata Rossa, fecero saltare, casa per casa, tutti i quartieri della capitale, sotto gli occhi degli inerti soldati sovietici e con la compiaciuta inattività del Cremlino.

Per questi motivi, per decenni, la rivolta di Varsavia è stata descritta come uno sciocco ed inutile sacrificio voluto da velleitari nazionalisti che, anziché attendere la liberazione da parte degli eserciti alleati, esposero la popolazione civile ad una sanguinosissima rappresaglia. Ed in fondo qualcosa di vero c’è. Ma Bor ed i suoi uomini presero la stessa decisione dei loro omologhi in tutto il resto d’Europa all’avvicinarsi degli alleati alle loro città: insorgere contro i nazisti per rivendicare l’orgoglio della lotta per la propria liberazione. Proprio come fecero i partigiani di Bologna all’avvicinarsi delle truppe polacche al centro della città.

Il comunicato rilasciato dal Primo Ministro polacco all’esito del dramma di Varsavia lascia pochi dubbi sui suoi sentimenti:

« Non abbiamo ricevuto alcun sostegno effettivo… Siamo stati trattati peggio degli alleati di Hitler in Romania, in Italia e in Finlandia. La nostra rivolta avviene in un momento in cui i nostri soldati all’estero stanno contribuendo alla liberazione di Francia, Belgio e Olanda. Ci riserviamo di non esprimere giudizi su questa tragedia, ma possa la giustizia di Dio pronunciare un verdetto sull’errore terribile col quale la nazione polacca si è scontrata e possa Egli punirne gli artefici. »

La Storia non è stata quindi generosa con Bor, che volle solo ribellarsi agli occupanti per liberare il proprio paese. E non è stata generosa neppure con la Polonia, che pur avendo combattuto ininterrottamente contro la Germania dal 1939 al 1945, e pur avendo subito una feroce occupazione, non si è vista riconoscere il ruolo di nazione vincitrice, finendo per essere fagocitata dall’Unione Sovietica. Un rango riconosciuto invece alla Francia, che alla Germania si arrese e che con essa collaborò, quanto attivamente non lo sappiamo ancora con esattezza.

La foto della resa di Bor (a capo chino e con la fascia bianca al braccio) ad un sorridente von dem Bach, sullo sfondo dello sguardo severo degli ufficiali tedeschi, è l’immagine plastica della crudeltà della Storia.

La resa di Bor.

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