Codici e date

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Alcuni giorni fa, nel corso di una intervista televisiva, l’ex sostituto procuratore di Milano Gherardo Colombo ha affermato che “il codice di procedura penale va consegnato alla storia e bisogna farne un altro”. Non ha detto “il sistema giudiziario nel suo complesso”, ha detto “il codice di procedura penale”. E non è un’opinione nuova; molti altri autorevoli uomini di legge lo sostengono da tempo. Posta in questi termini sembra una questione da specialisti che poco dovrebbe riguardare i comuni mortali. Ma forse non è così.

Anche se a volte ce lo dimentichiamo (o forse non ce lo hanno mai veramente insegnato), la nostra vita quotidiana riposa su concetti giuridicamente definiti. Parole come famiglia, lavoro, coniuge, domicilio, proprietà, società, possesso, debito, credito, successione, eccetera eccetera, che indicano concetti di senso comune, hanno una definizione legislativa. Lo stesso vale per vocaboli come furto, rapina, arresto, omicidio, minaccia, lesione, ingiuria, fallimento e via dicendo. In altre parole tutto o quasi quello che innerva la nostra vita quotidiana o che, in via ipotetica, la potrebbe insidiare o turbare, trova una collocazione nel codice civile o nel codice penale. E ognuno di noi, più o meno consapevolmente, regola la propria esistenza sapendo che certi comportamenti potrebbero essere soggetti ad un qualche tipo di sanzione, secondo procedure racchiuse in altri due codici: quello di procedura civile e quello di procedura penale.

Quantunque il nostro parlamento legiferi a volte freneticamente, le leggi che effettivamente ci governano sono altre e sono lì, nei codici, immutate da decenni. A ben pensarci quello che il legislatore produce abitualmente ci tocca solo marginalmente.

Sto dicendo ovvietà e banalità, ma, a volte, si ha l’impressione che, per i più, i quattro codici che ho menzionato siano oscuri e polverosi libroni cui solo per gli specialisti ha senso accedere, e con i quali si devono fare i conti solamente nel malaugurato caso di trovarsi costretti ad una causa in tribunale. In realtà non è così: quegli oscuri libroni governano, seppur indirettamente, la nostra esistenza, perché i principi in essi definiti sono l’essenza della vita pubblica e privata. Ed è un po’ strano che il diritto abbia quasi nullo spazio nell’insegnamento scolastico medio-superiore.

Vista la loro importanza, vale la pena chiedersi quando sono stati concepiti e resi efficaci. Sono andato a verificarlo.

Il codice di procedura civile ed il codice civile furono promulgati, rispettivamente, con Regi Decreti del 28 ottobre 1940 e del 16 marzo 1942, firmati da Vittorio Emanuele III e controfirmati dal capo del governo Benito Mussolini e dal ministro di Grazia e Giustizia Dino Grandi.

Ad essi va aggiunta la Legge Fallimentare, un cardine dell’ordinamento economico, promulgata con Regio Decreto anch’esso del 16 marzo 1942.

Il codice penale fu promulgato il 22 ottobre 1930 con Regio Decreto firmato da Re Vittorio Emanuele III, controfirmato dal capo del governo Benito Mussolini e dal ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco.

Il codice di procedura penale fu invece emanato con Decreto del Presidente della Repubblica del 22 settembre 1988, firmato da Francesco Cossiga (Capo dello Stato), da Ciriaco De Mita (Presidente del Consiglio) e da Giuliano Vassalli (ministro di Grazia e Giustizia).

E’ vero che nel dopoguerra sono state apportate alcune importanti modifiche al codice civile (il diritto di famiglia, per esempio) ed anche al codice penale (la legge sulla violenza sessuale), ma l’impianto originale è rimasto immutato. Che corpi di leggi tanto importanti nella vita quotidiana di tutti noi risalgano ad epoca così lontana e che siano stati votati da un parlamento non eletto democraticamente, suscita in me parecchie riflessioni. Ma che fra i quattro codici il più inadeguato si sia rivelato l’ultimo, ovvero l’unico votato da un parlamento democraticamente eletto, induce in me pensieri ancor più profondi.

2 risposte a Codici e date

  1. ex fidanzata di economista scrive:

    leggo sempre con interesse i suoi interventi, anche se non sono in grado di proferire commenti (questioni di QI).

  2. sandrozagatti scrive:

    Cara ex fidanzata di economista. Non si sottovaluti e soprattutto non mi sopravvaluti. E’ vero che da molti sono soprannominato mister QI, ma ho scoperto che il significato è “signor Quell’Idiota”.

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