A tutti un grande 2008.

dicembre 30, 2007

Vi saluto caramente, miei pochi lettori, e, nel darvi appuntamento all’anno prossimo, vi lascio un augurio storico-sportivo.

Nel corso dell’anno che ci aspetta cadrà il decennale del 31 maggio 1998, quando si giocò gara5 della finale scudetto fra la Virtus e la Fortitudo, le due squadre di pallacanestro di Bologna. Non ve la faccio lunga; dico solo che quella partita era decisiva per l’assegnazione del titolo fra due squadre che nel corso della stagione si erano già incontrate, fra campionato, coppa Italia ed eurolega, dieci volte, con 5 vittorie a testa, segnando esattamente lo stesso numero di punti.

Nelle quattro precedenti partite della serie scudetto aveva sempre prevalso la squadra ospite, ed anche nella quinta la Fortitudo condusse fin dal primo minuto. A 27 secondi dalla fine (nella pallacanestro non esiste il recupero) i biancoblù erano avanti di quattro punti ed il pubblico virtussino, sebbene ai bianconeri restasse tempo per un attacco, non credeva più nella vittoria. Abbio portò palla oltre la metà campo e consegnò a Danilovic che, da circa sette metri, si alzò per un tiro da tre punti. In seguito lui stesso raccontò di aver tirato con più speranza che convinzione. Ma la palla entrò (una sbusonata, come si dice a Bologna) ed in più l’arbitro Zancanella (col pungno destro alzato nella foto) fischiò un fallo commesso sul tiratore da Dominique Wilkins, che gli aveva appena sfiorato il braccio destro. Ne seguì un tiro libero aggiuntivo (in quanto il fallo era stato commesso mentre l’attaccante era in fase di tiro) che Danilovic realizzò, portando la Virtus in pareggio. Per questa ragione l’episodio viene ricordato come “il tiro da quattro”, immortalato dalla fotografia. Restavano sedici secondi di gioco, ma il playmaker della Fortitudo, l’esperto David Rivers, si avventurò in un insensato coast-to-coast, finendo per perdere palla. Terminati in parità i tempi regolamentari si giocò un supplementare nel quale Danilovic, che nel corso della partita era stato alquanto opaco, realizzò nove punti, trascinando le Vu Nere al successo per 86-77. Fu quello il quattordicesimo scudetto della Virtus Bologna.

Bene. Auguro a tutti i lettori del mio blog (ed a me stesso) di mettere a segno in questo 2008 il proprio tiro da quattro.

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Dini e i sette punti

dicembre 30, 2007

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E’ stato un falco nel primo governo Berlusconi ed un campione del centrosinistra, avendo guidato il governo nato dall’alleanza D’Alema-Bossi. Ma ora che il Corriere della Sera ha pubblicato i 7 punti programmatici che intende imporre al governo, pena il suo voto contrario, abbiamo una categoria in più da aggiungere. E’ anche un grande umorista.

Una decisa azione per la riduzione della spesa pubblica. A partire dall’uscita anticipata di almeno il 5% dei lavoratori pubblici. Il forte aumento registrato dagli investimenti nella information tecnology è in grado di generare un incremento della produttività di questa dimensione. Occorre poi prevedere una parziale sostituzione di quanti usciranno dal lavoro per limiti di età negli anni successivi. Ed aumenti delle retribuzioni legati solo al merito di ciascuno.

2. Il ridimensionamento delle persone che vivono di politica. A partire dall’abolizione delle Province; le Regioni che volessero mantenerle in vita dovranno finanziarle con le proprie tasse. È vero che serve una revisione costituzionale, ma per adottarla bastano sei mesi.

3. Una riduzione del carico fiscale per i contribuenti, secondo un percorso graduale ma annunciato in partenza. Utilizzando l’intero risultato della lotta all’evasione fiscale, e non disperdendolo per mille rivoli come si è fatto nella prima parte di legislatura. Ed utilizzando quella parte della riduzione di spesa non destinata ad anticipare l’obiettivo di pareggio del bilancio. Il tutto senza innalzare il grado di progressività del nostro sistema tributario, già oggi a livelli che ostacolano la crescita.

4. La rinuncia alle centinaia di programmi inconcludenti nei quali vengono disperse le risorse europee dei fondi strutturali, che lasciano il Meridione nella penosa situazione in cui si trova. Drastica revisione dei programmi per il periodo 2007-2013, concentrando le risorse su strade, ferrovie, porti e aeroporti. Con un unico obiettivo operativo: portare il Sud nel 2013 a una qualità dei trasporti pari alla media europea.

5. La realizzazione del sistema nazionale di valutazione dei risultati scolastici, per legare ogni incremento reale delle retribuzioni degli insegnanti a livello e dinamica della preparazione scolastica degli allievi. Altrimenti i ritardi nella formazione scolastica dei nostri giovani, sempre più evidenti nel confronto internazionale, pregiudicheranno la capacità di sviluppo dell’Italia per il prossimo mezzo secolo.

6. La riduzione da 45 a 15 giorni della sospensione feriale dei termini processuali. I ritardi della giustizia sono un elemento non trascurabile del degrado economico e civile della nostra società. Molto può e deve essere fatto. Ma di per sé la sola riduzione del periodo feriale, e il prevedere che i giudici facciano come tutti gli altri lavoratori le loro vacanze a turno, può aumentare di quasi il 10% la produttività del servizio giustizia.

7. Il ridimensionamento del ruolo della politica nella gestione della sanità pubblica. La politica fornisca regole e risorse; scelga ministro, sottosegretari e assessori. Ma non direttori generali e primari. Si è voluto chiamare le unità sanitarie «aziende». Ma quale azienda potrebbe mai funzionare se i capi stabilimento venissero scelti a seconda che siano più vicini a questo o quel partito? Quanto enunciato è un programma minimo che consideriamo imprescindibile e che contiene proposte realizzabili in non più di sei mesi. Tanto altro sarebbe necessario; lo abbiamo indicato nel manifesto politico con il quale abbiano lanciato la nostra iniziativa liberaldemocratica. Ma se non si comincia non si arriva mai alla fine. E se non si inizia subito non si riuscirà a sollevare gli italiani da quella sfiducia nelle istituzioni e nel futuro che ne frena lo slancio. Siamo pronti a sostenere un governo che si impegni a realizzare questo programma minimo. Se sarà espressione dell’attuale maggioranza, bene. Ma chiediamo una risposta chiara, senza ambiguità, al più tardi al momento della verifica prevista per metà gennaio. Non rinnoveremmo la nostra fiducia a un governo che non volesse impegnarsi a realizzare questo programma per il rilancio del Paese. In tal caso, non ci rassegneremo al fatto che la legislatura debba andar persa. Ci adopereremo dunque, con le nostre modeste forze, affinché un governo che realizzi queste proposte nasca in questo Parlamento. Senza dimenticare che nel frattempo occorrerà comunque cambiare la legge elettorale, per via parlamentare ovvero per via referendaria.

Lamberto Dini
Natale D’Amico

30 dicembre 2007


Bertone e il PD

dicembre 30, 2007
Vassily Kandinsky

Vassily Kandinsky

La stampa odierna ci informa dell’intervista rilasciata a Famiglia Cristiana dal Cardinal Bertone, segretario di Stato del Vaticano. Non avendo letto il testo dell’intervista ma soltanto i resoconti de La Repubblica e de Il Corriere della Sera, sarei tentato di astenermi da ogni commento e vorrei tanto credere che i giornalisti abbiano fatto confusione, ma so che non è così e non riesco a tacere.

Bertone parla come se fosse ormai universalmente assodato che la morale, il saper distinguere il bene dal male, è una prerogativa ideale del cristiano, se non addirittura del cattolico, e, raffrontando i politici attuali a Togliatti ed a Berlinguer (i quali, essendo morti, non possono difendersi) distribuisce patenti di moralità in ragione del grado di “rispetto” dei valori cattolici.

Insomma, a questo mondo si è buoni o cattivi in proporzione a quanto si aderisce alle prediche della Chiesa, come se l’esistenza di una morale laica fosse una assurdità. Ed infatti il cardinale ci informa di aver parlato con Veltroni di “valori non negoziabili” ispirati dal “diritto naturale”. Fatico ad esprimere quanta arrogante grossolanità leggo in simili parole. Considerato che il “diritto naturale” (un concetto primitivo che già gli antichi romani avevano superato), quand’anche invocabile, dovrebbe preesistere alla cristianità e quindi non si capisce perché mai la Chiesa dovrebbe esserne interprete privilegiata, c’è da domandarsi se fra i “valori non negoziabili” rientra anche l’attuale meccanismo di calcolo dell’otto per mille: una frode fiscale che obbliga tutti noi a finanziare uno Stato estero, una organizzazione confessionale internazionale ed una poderosa macchina di raccolta del consenso politico-elettorale. Davanti all’affermazione secondo la quale la Chiesa è una risorsa per la politica italiana, mi verrebbe da dire che a me sembra l’esatto contrario. Chi si autoinveste del primato universale della morale non dovrebbe per prima cosa invocare un meccanismo di finanziamento contributivo “giusto”? Ma figuriamoci.

Non vado oltre ad interrogarmi su cosa possa sortire dall’interazione di questi signori con i vertici del partito democratico per non rovinarmi i festeggiamenti di fine d’anno.

Scusate tanto, ma non se può più. Non del fatto che i vertici ecclesiastici facciano sentire la loro voce: sono il primo a dire che essi hanno il diritto di parlare e di esprimersi quanto vogliono, come è giusto che sia in un paese libero. Non se può più di sentire queste corbellerie, questa continua offesa ipocrita all’intelligenza, dietro la quale, peraltro, si celano (non solo, ma anche) meschini interessi di bottega.

Va detto però che ai nostri politici Bertone ha lasciato un barlume di speranza di autonomia, additando come esempio Sarkozy, che avrebbe riconosciuto la Chiesa come una risorsa per la Francia (dubito infatti che i contribuenti d’oltralpe siano soggetti all’otto per mille come noi). Ed infatti una certa preoccupazione comincia a serpeggiare fra le consorti dei nostri amati leader: da Linda Giuva a Barbara Palombelli, le mogli dei vertici del centrosinistra si scambiano testi sul diritto di famiglia ed i nomi dei migliori avvocati divorzisti. Per converso il sito paginebianche.it ha registrato dai computer di Montecitorio e dei vari ministeri un boom di contatti alla voce “Bruni, Carla”.


Beslan

dicembre 29, 2007

Le festività di Natale sono tradizionalmente dedicate ai bambini. E ci sono immagini che rimangono nella nostra memoria, descrivendo episodi, momenti, impressioni meglio di qualsiasi altra cosa. Al ricordo di ciò che accadde in Ossezia nel settembre del 2004 dedico questa fotografia.

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Auguri.

dicembre 25, 2007

Ora che il giorno di Natale volge al termine, sono lieto di farvi gli auguri.

Buon Santo Stefano a tutti.


Alitalia

dicembre 25, 2007

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Impegnati a farci gli auguri di Natale, assistiamo distratti alle convulsioni politiche che ruotano attorno alla vendita di Alitalia.

Come si sa, due sono le ipotesi sul tappeto, e radicalmente diverse l’una dall’altra. Una possibilità è il mantenimento in mani italiane della compagnia, l’altra prevede il suo assorbimento da parte di Air France. Sfido chiunque, fra comuni mortali, ad avere un’idea precisa su quale sia la soluzione migliore. Ma siamo sicuri che chi prenderà la decisione ne sia all’altezza?

Al di là delle questioni di bottega, da un lato vige il principio dell’italianità, che dopo gli scandali sulle scalate bancarie del 2005 ha un suono alquanto sinistro, mentre dall’altro pesa l’argomento in base al quale solo l’intervento di un grande gruppo straniero può scongiurare la marginalizzazione della compagnia. Ma andrebbe anche ricordato che la Francia è il nostro principale competitore sul mercato turistico internazionale (ed in questo ci ha già sorpassato, pur potendo contare su un’offerta sulla carta ben più povera): il tradizionale sciovinismo d’oltralpe non rischia forse di sottrarci grandi fette di traffico, fra le quali le enormi potenzialità del turismo asiatico?

La realtà è che in questa vicenda si riassumono tutte le nostre debolezze politiche ed istituzionali ed emerge nettamente un tema che a me pare evidente. Lo sviluppo industriale italiano (che trasformò un paese agricolo e distrutto dalla guerra in una potenza economica) ha un nome ed un cognome: industria di Stato, cioè partecipazioni statali. Ed è un fatto che da quando l’IRI è stato messo in liquidazione l’Italia ha imboccato la strada della recessione industriale. Agroalimentare, siderurgia, manifatturiero, telecomunicazioni, quasi tutto è finito in mani straniere. Perfino le autostrade hanno rischiato di essere acquistate dagli spagnoli, per tacere delle molte industrie semplicemente chiuse. Lo smantellamento dell’industria di Stato e delle partecipazioni statali sembrava una scelta obbligata, e forse lo era. Ma fino a che punto?

Non ho certo gli strumenti per dire se era possibile fare scelte diverse, ma ho l’impressione che il processo sia stato gestito in maniera in parte ideologica, in parte improvvisata, assecondando slogan (meno Stato più mercato) o appetiti privati, senza riguardo per il bene collettivo. Certo è, tanto per fare un esempio, che l’Italia aveva una poderosa industria siderurgica ed ora non più, col risultato che mentre chiudono le acciaierie ex Terni di Torino (la città della Fiat!) a Trieste resta attiva la vetusta Ferriera di Servola, ed a me sembra un gigantesco paradosso.

Ricordo bene gli anni delle privatizzazioni e delle chiusure: gli economisti ci dicevano che l’industria pesante era finita, che i grandi impianti industriali non avevano futuro. Affermavano che erano retaggi di un’economia statalista e che tenerli in vita era un controsenso. La realtà, sempre per fare esempi, è che l’Italia resta il secondo mercato europeo dell’acciaio, ma le nostre imprese, anche per via della grande crescita dei paesi asiatici, devono andare a comperarlo all’estero mentre il paese è disseminato di impianti dismessi.

Ciò detto, mi cresce il dubbio che decisioni importantissime per la nostra vita siano state prese in maniera superficiale, da persone che non avevano le qualità, la lungimiranza e la cultura per assumerle, e che le cose non siano molto cambiate. Quale che sia il destino della ex compagnia di bandiera, so che sarà il triste epilogo di una catena di scelte sbagliate e di decisioni improvvisate.

La riprova della nostra pochezza sta nel comportamento dell’opposizione che, invece di partecipare alla discussione, aspetta la scelta del governo per criticarla, a prescindere. Infatti, non appena è filtrata la notizia di un possibile successo dell’offerta francese, sono partite le critiche. Prima nemmeno una parola, perché l’interesse della politica non sta nella scelta in sé, ma nella polemica propagandistica. A questi signori, che si preoccupano solo di dire che gli altri sbagliano, andrebbe ricordato che hanno avuto cinque anni di tempo per decidere su Alitalia, ma non hanno fatto altro che contribuire alla crescita del suo indebitamento. L’unico giudizio di Silvio Berlusconi su una possibile cessione fu il seguente “se anche volessimo venderla, nessuno la comprerebbe”. Questa è la gente che pretende di decidere del nostro futuro.


Laicità, religione e legge di Hume

dicembre 20, 2007

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La rivista Micromega dedica un numero speciale, intitolato “per una riscossa laica”, ad un tema di grande attualità: la reazione del mondo laico di fronte all’offensiva teocon in atto in tutto il mondo occidentale ed in particolare nel nostro paese, soggetto alla pesante influenza ideale, politica ed elettorale del Vaticano. E’ fuor di dubbio che la sinistra, e più in generale l’universo non confessionale, deve fare i conti con la pervasività del pensiero di ispirazione religiosa nella politica, nell’informazione e nella cultura.

Su questo argomento ascoltare le personalità politiche è frustrante. La preoccupazione di perdere qualche fetta di consenso le induce a pronunziare solo mezze proposizioni, per tacere dell’epifania di vocazioni cristiane esibita da numerosi ed autorevoli esponenti della sinistra, i quali, pur di non urtare il potere ecclesiastico, scoprono di aver sempre nutrito una qualche forma di fede. E dei rari casi nei quali vengono pronunciate parole nette non c’è di che essere entusiasti. Gli esponenti della Rosa nel Pugno (ammesso che tale formazione esista ancora) sono gli unici che innalzano senza esitare la bandiera della laicità dello Stato; ma lo fanno, appunto, come si esibisce uno stemma, e quindi come un dogma. Ma il prerequisito essenziale della laicità è, appunto, il rifiuto di ogni dogma, ed assumere essa stessa come tale non è forse una contraddizione in sé?

Ho quindi cercato nel numero di Micromega un nucleo ideale sul quale fondare una proposizione critica e positiva della laicità, ovvero l’affermazione dell’esistenza di una morale laica. Una morale dinamica e moderna, che sola può legittimare la prevalenza dello spirito collettivo (secolare, antidogmatico e tollerante) sulla pretesa del credente di essere depositario dell’etica pubblica e privata, della verità, della declinazione del bene. Purtroppo non l’ho trovato. Ho letto virulenti attacchi al pontefice ed ai suoi aedi, dotte disquisizioni teologiche e, finalmente, alcune analisi astratte sulla necessità di fondare lo stato moderno a prescindere dal giusnaturalismo dogmatico caro ai pensatori credenti.

Va bene, ma fondarlo su cosa? Perché se rifiutiamo – come dobbiamo rifiutare – l’idea che solo la fede fornisce all’uomo quella base di prescrizioni etiche sulle quali scrivere le regole di convivenza, dovremo pur proporre qualcosa di sostitutivo, che sommato alla ragione (illuministicamente intesa) costituisca le fondamenta dello Stato. La ragione è strumento conoscitivo e la legge di Hume (o della Grande Divisione) ci insegna che non è sufficiente alla costruzione dell’edificio giuridico costituzionale, pena la ricaduta nel giuspositivismo, che, in ultima analisi, consiste nell’affidare la produzione della legge ai meccanismi politico-sociali. Un approccio che, la storia del secolo scorso lo insegna, rischia di esporre l’umanità alle più atroci ingiustizie.

E visto che la mia ricerca è andata a vuoto, l’affermazione la faccio io, qui.

E’ vero che tutti noi (credenti e no) non possiamo non dirci cristiani. Perché, anche se atei, viviamo in una società che eredita due millenni di cristianesimo e siamo permeati della sua storia. Ma è altresì vero che tutti noi (credenti e no) non possiamo non dirci laici. Perché nei problemi quotidiani, grandi e piccoli, ci affidiamo alle strutture della società, che nulla traggono dalla fede. Ci rivolgiamo al medico, allo psicologo, all’avvocato, all’insegnante, al giudice, al commercialista, all’elettricista, all’idraulico, eccetera. Mica al prete. Ed ognuno di noi, nell’affrontare ciò che la vita ci pone davanti ogni giorno, sa distinguere ciò che è “bene” e ciò che è “male”. E lo sa non perché è vergato nelle scritture, in costituzione o in qualche legge o regolamento. Lo sa e basta. Lo sa perché esiste una morale laica: la capacità di distinguere il bene dal male, in virtù della nostra esistenza di uomini fra uomini. In virtù della consapevolezza che il nostro benessere soggettivo non può prescindere dal benessere collettivo.

Nel saper elaborare ed articolare questa consapevolezza, adattandola al trascorrere del tempo ed all’evoluzione della società, sta la superiorità della morale laica su quella religiosa. L’uomo, inteso come membro della collettività, cambia, muta, si evolve, e con esso mutano le sue esigenze. Solo una elaborazione continua dell’etica laica consente di adeguare il corpo normativo e culturale all’evoluzione della società, mentre la morale religiosa, che per sua natura è statica, essendo dogmatica, è costantemente inadeguata.

E’ così difficile? A me sembra di no, ma non lo trovo scritto da alcuna parte.


Sedici anni

dicembre 18, 2007

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Ruggero Jucker, Annamaria Franzoni, Erika De Nardo, Doina Matei. Omicidi completamente differenti, linee difensive opposte, riti processuali diversi. Pena uguale per tutti.


Il generale e il T.A.R.

dicembre 16, 2007

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Il generale Roberto Speciale è un militare, ma il Tribunale Amministrativo Regionale ha stabilito che il Governo non poteva rimuoverlo, ed egli afferma di aver diritto ad essere reintegrato nel suo comando. A prescindere dalle ragioni delle parti, mi domando che paese è mai quello nel quale un governo non sa o non può sostituire un soldato.

Andiamo con la memoria all’ottobre-novembre del 1917 quando, per le gravi responsabilità dello Stato Maggiore ed in particolare del generale Luigi Cadorna, le divisioni austro-ungariche e tedesche sfondarono il fronte italiano sull’Isonzo, fra Tolmino e Caporetto. Di fronte alla rotta delle 41 divisioni italiane, l’otto novembre il re Vittorio Emanuele III sostituì Cadorna con il generale Armando Diaz, che organizzò la linea difensiva di contenimento sul Grappa e sul Piave, arrestando l’avanzata nemica che, altrimenti, avrebbe potuto dilagare in tutta la penisola.

Fortunatamente non esisteva ancora il TAR, perché altrimenti Cadorna avrebbe potuto ricorrere avverso la sua sostituzione e rientrare al comando. Forse adesso parleremmo tedesco.


Bor

dicembre 15, 2007

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Lungo la via Emilia, nell’abitato di San Lazzaro, un paesone che si salda alla periferia est di Bologna, si trova il cimitero che ospita le salme dei circa mille militari polacchi, inquadrati nella coalizione alleata, caduti nella battaglia per la liberazione di Bologna nell’aprile del 1945, mentre i partigiani insorgevano nel centro della città.

Chissà se quei soldati sapevano che pochi mesi prima la loro capitale era stata completamente rasa al suolo.

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Il consenso deviato

dicembre 15, 2007

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Proporzionale, uninominale, maggioritario, proporzionale corretto, liste bloccate, preferenze, doppio turno, presidenzialismo, semipresidenzialismo, premi di maggioranza, coalizioni, sbarramenti ed altro ancora.

Da circa tre lustri la politica italiana si interroga e discute freneticamente di meccanismi elettorali e di formule parlamentari. Ci dicono che ciò è dovuto all’inadeguatezza degli strumenti istituzionali ed è indubbio che l’assetto voluto dai costituenti era modellato su una realtà sociale ben diversa dall’attuale. Ma lo stesso si potrebbe dire della costituzione americana, che è assai più antica della nostra, e, in verità, di molte altre costituzioni in vigore sul pianeta. E che dire dei paesi (per esempio il Regno Unito) che una carta fondamentale non l’hanno?

Sarà un caso che questo dibattito tanto acceso si sia sviluppato in corrispondenza dell’ingresso in politica di Silvio Berlusconi? Anche se lo si è detto alla noia, sembra che si faccia fatica ad ammettere che l’unica vera anomalia italiana resta la presenza nella competizione politica di un attrattore di consenso del tutto anomalo, con una capacità di raccolta formidabile, che devia il potere così acquisito in favore di un soggetto economico, anziché della collettività. Lo sanno i partiti dell’attuale maggioranza di governo e lo sanno gli (ex?) alleati di Forza Italia che, non appena privati della posizione di potere, si accorgono con finto stupore di dover fare i conti con la forza preponderante del loro dominus.

Quali che siano, in astratto, le preferenze di ciascuno per questo o quel modello elettorale, la discussione in atto sulla nuova legge non può prescindere, purtroppo, da queste considerazioni. E credo che serva rigore e coerenza. L’argomento dalemiano secondo il quale “gli italiani hanno votato Berlusconi e quindi con lui bisogna accordarsi” non mi ha mai convinto e mai come oggi mi sembra sbagliato.

Ogni meccanismo elettorale premiale ci espone alla preponderanza mediatico-propagandistica di Mediaset e di tutto ciò che ruota attorno ad essa, costituendo di per sé un rischio. Inoltre, se vogliamo che al Parlamento sia conferita la dignità e la forza riformatrice prevista dalla carta costituzionale, dobbiamo ritornare al proporzionalismo degli albori della Repubblica. Per tal motivo io credo che la formula elettorale preferibile sia quella di un sistema elettorale proporzionale su circoscrizione nazionale, con sbarramento al 5% e voto di preferenza unico.

In tal modo la maggioranza parlamentare dovrà essere conquistata su base ideale e programmatica e non con meccanismi artificiosi ed alleanze strumentali. E chi ambisce ad un seggio dovrà guadagnarselo con le proprie capacità e non grazie ad amicizie altolocate.

Dopodiché, che dio ce la mandi buona.


La casta dei somari

dicembre 12, 2007

Ilya Chasnik

Nel 1993 il deputato democristiano Sergio Mattarella predispose il testo della legge elettorale che ha governato le votazioni del 1994, del 1996 e del 2001. La svolta, rispetto al rigido proporzionalismo che era rimasto inalterato dal 1948 a quell’anno, consisteva nell’introduzione del collegio uninominale. Ma un secondo aspetto riguardava la quota proporzionale (limitata al 25% dei seggi) che veniva eletta con liste bloccate, cioè senza voto di preferenza. Senza ripercorrere le ragioni per le quali fu adottato quel sistema, tutti ricordiamo le polemiche che seguirono, sia per l’idea di ibridare due meccanismi opposti, sia per quella stranezza della lista bloccata: “la lista dei somari”, come qualcuno la definì malevolmente. Dei somari perché in essa confluivano quei candidati che, proposti all’uninominale, non sarebbero mai stati eletti, e che quindi potevano accedere al parlamento solo come marionette del partito.

Ma da allora il principio della lista bloccata ha fatto strada e si è affermato. Tanto che alle ultime elezioni abbiamo votato solo ed esclusivamente liste bloccate.

A dire il vero anche il sistema del collegio uninominale non è che consenta una grande scelta. Per come è composto l’elettorato italiano, che non è politicamente omogeneo sul territorio, è capitato che gli elettori si siano trovati di fronte scelte obbligate o quasi. I sondaggisti sono sempre stati chiari: dei 475 collegi uninominali della Camera, un centinaio circa sono in effetti collegi marginali (tali cioè che il vincitore è incerto); tutti gli altri sono considerati “collegi sicuri”, tali cioè che il vincitore è noto a priori per via della composizione dell’elettorato in quella circoscrizione.

A farla breve, dal punto di vista personale, abbiamo sempre votato parlamenti precostituiti dai partiti. Tanto che, in tempi recenti, si parla insistentemente di casta dei politici, appunto perché essi (anche con questi meccanismi di voto) sono in grado di pilotare il consenso elettorale a favore di personalità preselezionate.

Oggi sono andato a leggermi il testo della proposta di riforma elettorale licenziata dal presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, Enzo Bianco. Mi sarei aspettato una inversione di rotta rispetto al passato, ma sono rimasto deluso.

In pratica la proposta costituisce un ritorno alla legge Mattarella, con la significativa variazione che la quota proporzionale passerebbe dal 25% al 50% dei seggi. L’altro 50% verrebbe eletto con il meccanismo del collegio uninominale e la bozza lascia aperta la scelta se consentire o no il voto disgiunto fra quota uninominale e quota proporzionale. In più viene fissata ad un terzo dei candidati la quota riservata per sesso.

Non sta a me discutere qui ed in astratto la qualità di questa legge elettorale. Quello però che emerge è che il principio della lista bloccata e del candidato imposto si consolida. Del voto di preferenza proprio non se ne parla. I malevoli direbbero che è il trionfo della casta dei somari.


La delega all’Oceania

dicembre 12, 2007

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I commenti dei quotidiani odierni sulla serrata dei camionisti fanno ampio ricorso a questo concetto: manca il senso del limite. Lo scrive, per esempio, Beppe Severgnini sul Corriere della Sera; e se lo dice lui che da anni ci seppellisce con le sue cretinate, c’è da crederci.

Ma nelle prime pagine odierne c’è anche altro. Scopriamo che Silvio Berlusconi è indagato per corruzione, e che dalle indagini emergono i suoi tentativi di rovesciare la maggioranza e di tornare al governo lusingando i senatori del centrosinistra eletti nella circoscrizione estero. A uno di loro, Randazzo, in cambio del voto in proprio favore, avrebbe offerto un posto da sottosegretario con delega all’Oceania. Ma questi avrebbe rifiutato; qui si fermano i resoconti di cronaca, i quali non ci raccontano quale sia stata la reazione del capo di Forza Italia di fronte a tale diniego.

“Ma cribbio!” immagino avrà esclamato l’onorevole Berlusconi, “Che diavolo vuole ancora? Gli offro l’intera Oceania e non gli basta? Qui si è perso ogni senso del limite!”


Pene più severe

dicembre 9, 2007

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A parole tutti le invocano, per un motivo o per un altro. Adesso le vogliono per gli incidenti sul lavoro. Poco tempo fa per i tifosi violenti e l’estate scorsa per i piromani. Ma anche per la violenza sulle donne o per gli immigrati che delinquono; e ancora per i recidivi, per i pedofili, per i bancarottieri e chi più ne ha più ne metta. Però tutti, più o meno, hanno votato l’indulto. E prima dell’indulto la legge Boato-Simeone.


Fervida tv

dicembre 8, 2007

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Dicono che la programmazione televisiva è appiattita, monotona, senza fantasia. In realtà, guardando alcuni programmi, trovo che sia vero il contrario.

Una trasmissione assolutamente pregevole, in tal senso, è Voyager, da apprezzarsi soprattutto per la tenacia con la quale tenta di migliorarsi di settimana in settimana. E con successo, poiché ogni puntata batte il primato mondiale di minchiate stabilito da quella precedente.

Ogniqualvolta vedo apparire sul video la faccia di Giacobbo, cerco di immaginare cosa ci racconterà. Che so: i Templari, dopo aver costruito le piramidi con l’aiuto degli alieni, rubano il sacro Graal dalla torre di Babele e lo nascondono nel lago di Loch Ness. Oppure: nei fondali del triangolo delle Bermude vive un dinosauro originario dell’Isola di Pasqua. E Stonehenge è stata costruita dai Maya. Ma il conduttore mi stupisce ogni volta, e mi piazza qualcosa che non sarei mai riuscito ad immaginare. Tipo uno scritto di Platone che predice la nascita di Gesù Cristo. O un Vangelo apocrifo che contiene le prove dell’esistenza di Atlantide.

Ma gli Dei dei palinsesti sono generosi, ed oltre a Voyager di Giacobbo ci regalano anche Pianeta 3 di Tozzi. E sono certo che la sfida fra i due ci regalerà grandi soddisfazioni. Già nella puntata odierna siamo passati in pochi minuti dalle settecento possibili ubicazioni di Atlantide – ovviamente costruita dagli alieni così come i nuraghi sardi – alla leggenda di Re Artù. Come non l’ho capito, perché faccio fatica a stargli dietro.

Ora che Tozzi e Giacobbo competono per strapparsi il primato degli ascolti, sono certo che la pregnanza fantasmagorica delle loro teorie ascenderà a vertici mai visti. Testimoni attendibilissimi (in genere drogati, alcolisti o psicopatici) ci racconteranno di mostri marini emersi dal golfo di San Francisco per raccontare, in una lingua molto simile al dialetto catalano, che i rotoli del mar Morto furono scritti da Mosè in persona. E poi draghi, yeti, serpenti mammiferi, allineamenti intercontinentali fra templi, megaliti volanti, cerchi nel grano, avvistamenti ufologici, città fantasma nei crateri vulcanici, corrispondenze astrali, suggestioni hitleriane, miti nordici e gioco del calcio. Gioco del calcio che, ovviamente, fu inventato dai Templari. Un caleidoscopio di corbellerie apocalittiche di fronte delle quali anche l’intelletto più saldo rischia di soccombere.

Però bisogna riconoscere che ogni tanto il senso del limite sembra prevalere. Andiamo alla scoperta di un animale misterioso, avvistato dagli abitanti di uno sperduto villaggio siberiano. Sconosciuto agli etologi, agli zoologi, ai naturalisti. Un animale mezzo rettile e mezzo mammifero, volante ma senza ali, carnivoro ma forse erbivoro, notturno ma avvistato di giorno, capace di proferire versi che ricordano la voce umana (con inflessione catalana). Ma dopo lunga ed approfondita indagine (lunga quanto basta a far sette minuti di trasmissione) da parte di un pool di qualificatissimi esperti, il velo del mistero si squarcia: l’animale misterioso è un cane.

Ma colpo di scena: è il cane di Re Artù.


Omicidio colposo

dicembre 8, 2007

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Dal sito del Corriere della Sera di oggi:

«Una vera emergenza nazionale» dice Prodi. E Ferrero incalza il governo: «Subito un Consiglio dei ministri straordinario». «Se Ferrero indicherà qualche aspetto specifico della nostra legislazione da correggere, sarò il primo a chiedere che questo venga fatto», risponde Prodi. «Non credo che mancassero le leggi, credo sia mancato il loro rispetto. Il problema non sono le norme, le abbiamo serie e severe. Abbiamo buone leggi, il problema è farle rispettare, avere la necessaria sorveglianza, avere gli ispettori che obblighino all’obbedienza alle leggi: questi sono i provvedimenti importanti».

Per il governo quindi le norme ci sono e si capisce dal testo – laddove parla di sorveglianza – che ci si riferisce alle norme preventive, cioè regolamenti di sicurezza cui devono attenersi le imprese e che, se violati, comportano sanzioni amministrative.

Ma il fenomeno delle morti sul lavoro non è regolato solamente in via amministrativa, giacchè l’imprenditore che provoca un incidente sul lavoro commette un reato penale (lesioni personali colpose ovvero omicidio colposo in caso di morte). Chiediamoci allora se le norme penali sono adeguatamente severe.

Nel nostro codice il responsabile di una morte sul lavoro è punito ai sensi del seguente articolo

Art. 589 – Omicidio colposo
Chiunque cagiona per colpa la morte di una persona è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.
Se il fatto è commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale o di quelle per la prevenzione degli infortuni sul lavoro la pena è della reclusione da uno a cinque anni.
Nel caso di morte di più persone, ovvero di morte di una o più persone e di lesioni di una o più persone, si applica la pena che dovrebbe infliggersi per la più grave delle violazioni commesse aumentata fino al triplo, ma la pena non può superare gli anni dodici.

Per interpretarne le conseguenze sul piano pratico occorre ricordare che abitualmente viene irrogata la pena minima e che i riti alternativi (patteggiamento o rito abbreviato) consentono l’abbattimento della pena di un terzo, oltre allo sconto di pena per le circostanze attenuanti che vengono quasi sempre riconosciute. Sull’efficacia della pena, una volta sentenziata (sempre che il reato non vada prescritto, cosa molto frequente), incide la norma sull’esecuzione della pena prevista dal codice di procedura penale, e precisamente:

Art. 656. (Esecuzione delle pene detentive). 1. Quando deve essere eseguita una sentenza di condanna a pena detentiva, il pubblico ministero emette ordine di esecuzione con il quale, se il condannato non è detenuto, ne dispone la carcerazione. Copia dell’ordine è consegnata all’interessato.
2. omissis.
3. omissis.
4. omissis.
5. Se la pena detentiva, anche se costituente residuo di maggiore pena, non è superiore a tre anni o sei anni nei casi in cui agli articoli 90 e 94 del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, il pubblico ministero, salvo quanto previsto dai commi 7 e 9, ne sospende l’esecuzione.

Avete capito bene. Se la pena detentiva è inferiore a tre anni non viene eseguita sotto forma di reclusione ma di qualcos’altro. Se inferiore a sei mesi viene commutata in multa (con rapporto di conversione data da 38 euro per ogni giorno di reclusione) ovvero con altre forme come la sospensione condizionale, la detenzione domiciliare o l’affidamento ai servizi sociali.

A questo dobbiamo aggiungere che per tutti i reati commessi anteriormente al 2 maggio 2006 gli imputati beneficiano dell’indulto, che concede in maniera generalizzata e praticamente incondizionata uno sconto di tre anni, e sono comprese anche le multe, che vengono condonate.

Mi sono chiesto come viene trattato lo stesso fenomeno all’estero e, per ragioni di lingua e di somiglianza dell’ordinamento giudiziario, ho letto come è disciplinato l’omicidio involontario (così essi lo chiamano) in Francia:

Le fait de causer, dans les conditions et selon les distinctions prévues à l’article 121-3, par maladresse, imprudence, inattention, négligence ou manquement à une obligation de sécurité ou de prudence imposée par la loi ou le règlement, la mort d’autrui constitue un homicide involontaire puni de trois ans d’emprisonnement et de 45000 euros d’amende.
En cas de violation manifestement délibérée d’une obligation particulière de sécurité ou de prudence imposée par la loi ou le règlement, les peines encourues sont portées à cinq ans d’emprisonnement et à 75000 euros d’amende.

Vi sono poi una serie di aggravanti specifiche che portano la pena minima (in Francia non esiste il concetto di pena massima, il giudice può, in linea di principio, irrogare pene arbitrariamente elevate) a sette anni.

La comparazione delle pene lascia poco spazio ai dubbi: la pena massima italiana coincide con la pena minima francese. Sarà un caso che nel nostro paese il fenomeno degli “omicidi bianchi” è più grave che altrove? Ma da noi si parla di inasprimento solo quando a delinquere sono gli immigrati. In verità si dovrebbe ragionare di un adeguamento delle sanzioni penali al resto d’Europa. Se persone e capitali possono circolare liberamente all’interno del continente, forse si dovrebbe richiedere che analoghi comportamenti delittuosi vengano puniti in maniera quantomeno paragonabile.

Ho già scritto fin troppo, ma ora capite perché tengo tanto alla “questione delle questioni”.


Friuli Venezia Giulia über alles

dicembre 7, 2007

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La notizia del giorno, per chi vive in Friuli Venezia Giulia, è l’esito del primo esame della proposta di statuto regionale presentata dal consiglio regionale alla commissione affari costituzionali della Camera dei Deputati. La mole di contestazioni mosse al testo dal presidente Luciano Violante e da altri membri della commissione, nonché la rilevanza degli articoli da esse investiti, si traduce in una bocciatura del testo ed anche in un giudizio di ignoranza nei confronti di chi lo ha concepito e scritto.

Dalla stampa quotidiana si apprende che la bozza di statuto prevedeva, fra l’altro, che il presidente della Regione potesse partecipare al consiglio dei ministri dell’Unione Europea con rango di ministro della Repubblica. Una pretesa, oltre che palesemente incostituzionale, evidentemente assurda, giacchè nessuno può autopromuoversi a ranghi superiori per legge da se stesso votata. E’ come se la nella Costituzione italiana si volesse scrivere che l’Italia è membro permanente del consiglio di sicurezza dell’ONU. Lo deciderà l’ONU, semmai, non il parlamento italiano. Su tali premesse non stupisce che intere porzioni della proposta siano state seccamente cassate, e non è difficile immaginare l’ilarità dei componenti la commissione, nel leggere di una regione che pretende di attribuirsi ruoli nazionali e sovranazionali del tutto arbitrari.

Ma io mi domando: come si fa a scrivere cose del genere? E a mandarle pure in parlamento.


La questione delle questioni

dicembre 6, 2007

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Questa sera, ospite del telegionarnale de La7, Paolo Flores d’Arcais ha detto che “la legalità è la questione delle questioni di questo paese”. In realtà io preferisco dire che la giustizia è la questione delle questioni, ma non sottilizziamo troppo. Intanto siamo almeno in due a pensarlo e io segno. Cercherò di tenere aggiornato l’elenco.


Codici e date

dicembre 4, 2007

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Alcuni giorni fa, nel corso di una intervista televisiva, l’ex sostituto procuratore di Milano Gherardo Colombo ha affermato che “il codice di procedura penale va consegnato alla storia e bisogna farne un altro”. Non ha detto “il sistema giudiziario nel suo complesso”, ha detto “il codice di procedura penale”. E non è un’opinione nuova; molti altri autorevoli uomini di legge lo sostengono da tempo. Posta in questi termini sembra una questione da specialisti che poco dovrebbe riguardare i comuni mortali. Ma forse non è così.

Anche se a volte ce lo dimentichiamo (o forse non ce lo hanno mai veramente insegnato), la nostra vita quotidiana riposa su concetti giuridicamente definiti. Parole come famiglia, lavoro, coniuge, domicilio, proprietà, società, possesso, debito, credito, successione, eccetera eccetera, che indicano concetti di senso comune, hanno una definizione legislativa. Lo stesso vale per vocaboli come furto, rapina, arresto, omicidio, minaccia, lesione, ingiuria, fallimento e via dicendo. In altre parole tutto o quasi quello che innerva la nostra vita quotidiana o che, in via ipotetica, la potrebbe insidiare o turbare, trova una collocazione nel codice civile o nel codice penale. E ognuno di noi, più o meno consapevolmente, regola la propria esistenza sapendo che certi comportamenti potrebbero essere soggetti ad un qualche tipo di sanzione, secondo procedure racchiuse in altri due codici: quello di procedura civile e quello di procedura penale.

Quantunque il nostro parlamento legiferi a volte freneticamente, le leggi che effettivamente ci governano sono altre e sono lì, nei codici, immutate da decenni. A ben pensarci quello che il legislatore produce abitualmente ci tocca solo marginalmente.

Sto dicendo ovvietà e banalità, ma, a volte, si ha l’impressione che, per i più, i quattro codici che ho menzionato siano oscuri e polverosi libroni cui solo per gli specialisti ha senso accedere, e con i quali si devono fare i conti solamente nel malaugurato caso di trovarsi costretti ad una causa in tribunale. In realtà non è così: quegli oscuri libroni governano, seppur indirettamente, la nostra esistenza, perché i principi in essi definiti sono l’essenza della vita pubblica e privata. Ed è un po’ strano che il diritto abbia quasi nullo spazio nell’insegnamento scolastico medio-superiore.

Vista la loro importanza, vale la pena chiedersi quando sono stati concepiti e resi efficaci. Sono andato a verificarlo.

Il codice di procedura civile ed il codice civile furono promulgati, rispettivamente, con Regi Decreti del 28 ottobre 1940 e del 16 marzo 1942, firmati da Vittorio Emanuele III e controfirmati dal capo del governo Benito Mussolini e dal ministro di Grazia e Giustizia Dino Grandi.

Ad essi va aggiunta la Legge Fallimentare, un cardine dell’ordinamento economico, promulgata con Regio Decreto anch’esso del 16 marzo 1942.

Il codice penale fu promulgato il 22 ottobre 1930 con Regio Decreto firmato da Re Vittorio Emanuele III, controfirmato dal capo del governo Benito Mussolini e dal ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco.

Il codice di procedura penale fu invece emanato con Decreto del Presidente della Repubblica del 22 settembre 1988, firmato da Francesco Cossiga (Capo dello Stato), da Ciriaco De Mita (Presidente del Consiglio) e da Giuliano Vassalli (ministro di Grazia e Giustizia).

E’ vero che nel dopoguerra sono state apportate alcune importanti modifiche al codice civile (il diritto di famiglia, per esempio) ed anche al codice penale (la legge sulla violenza sessuale), ma l’impianto originale è rimasto immutato. Che corpi di leggi tanto importanti nella vita quotidiana di tutti noi risalgano ad epoca così lontana e che siano stati votati da un parlamento non eletto democraticamente, suscita in me parecchie riflessioni. Ma che fra i quattro codici il più inadeguato si sia rivelato l’ultimo, ovvero l’unico votato da un parlamento democraticamente eletto, induce in me pensieri ancor più profondi.