La marcia su Berlino.

DA09080066-23

Il fascismo nacque in Italia e da qui si propagò all’Europa in varie forme, ivi compresa quella estrema, costituita dal nazismo. Questa è, più o meno, una convinzione diffusa ed in effetti fondata. Mussolini fu quindi l’ispiratore di Hitler, anche se le vie adottate dai due dittatori per conquistare il potere furono diverse. Il primo violò la legalità con la marcia su Roma e, grazie alla complicità del Re, ottenne l’incarico di Primo Ministro. Il secondo, invece, ascese alla carica di cancelliere in maniera (più o meno) legittima e solo successivamente annientò la costituzione repubblicana. Un suo tentativo di abbattere il potere costituzionale con una insurrezione vi fu, il putsch di Monaco, ma fallì miseramente.

Ma sarebbe sbagliato credere che la marcia su Roma sia stata una invenzione italiana, perché anche quella iniziativa non fu originale. Vi fu infatti, nel marzo del 1920, una marcia su Berlino. A condurla non fu Hitler, che a quei tempi non si occupava ancora di politica, ma Wolfgang Kapp, un funzionario del ministero dell’agricoltura che mai aveva accettato la costituzione di Weimar e che godeva di molte amicizie in ambienti militari.

La repubblica di Weimar aveva pochi mesi di vita, e non godeva certo delle simpatie dei militari, per i quali i vocaboli sconfitta, tradimento e repubblica erano praticamente sinonimi. Analogo sentimento era diffuso fra i dipendenti pubblici, la maggioranza dei quali, in base alla tradizione prussiana ereditata dal Secondo Reich, proveniva dall’esercito. In questi ambienti si auspicava l’instaurazione di un potere autoritario che tenesse lontano dal potere i partiti di sinistra (socialdemocratici e comunisti) sia per ostilità ideologica alle dottrine marxiste, sia per timore di una invasione da parte dell’Unione Sovietica. L’idea di un colpo di stato militare ad impronta reazionaria era quindi molto diffusa nell’esercito e nei Freicorps (i corpi franchi), formazioni paramilitari costituite a seguito della clausola del trattato di pace che imponeva alla Germania un esercito di soli centomila uomini.

Kapp, il generale Walther Von Luttwitz, comandante delle truppe di Berlino ed un certo Ehrhardt, comandante dell’omonima brigata (un corpo franco) intessero trattative con le gerarchie militari al fine di organizzare un colpo di Stato senza darsi troppa pena per mantenerle segrete.

Quando il governo in carica, avuta notizia della cospirazione, ordinò l’arresto di Kapp e lo scioglimento della brigata Ehrhardt, i fatti precipitarono. Il 13 marzo 1919 Kapp ordinò di passare all’azione: Ehrhardt guidò i propri uomini ed altri corpi franchi in una marcia sulla capitale, fidando sul fatto che le truppe agli ordini di Luttwitz non avrebbero opposto resistenza. Il governo e le gerarchie militari superiori non ebbero la forza di opporsi: l’idea che soldati tedeschi potessero spararsi reciprocamente nelle strade di Berlino atterriva i ministri e lo stato maggiore, e l’ordine di fermare le truppe in marcia non fu impartito: gli uomini di Kapp entrarono a Berlino cantando inni patriottici e salutando come salvatori della patria i cospiratori trionfanti, accolti festosamente dalla popolazione. Il Presidente della Repubblica Ebert, il cancelliere Totse ed i ministri fuggirono prima a Dresda e poi a Stoccarda, mentre Kapp, Luttwitz ed Ehrhardt si impadronivano della capitale. Il primo si proclamò cancelliere del Reich ed il secondo prese possesso del ministero della difesa.

Ma il consenso reale per i golpisti era meno solido di quanto loro apparisse. Se la repubblica non era amata, nell’animo dei tedeschi e di molti militari l’idea di abbatterla illegalmente era vista con sospetto. Ed a far naufragare il progetto degli autori del putsch fu la mancata collaborazione di quegli stessi organismi statali che, pur disdegnando lo spirito di Weimar e l’ascesa al potere di operai e di sindacalisti, si attennero alle prescrizioni costituzionali. Emblematico fu il comportamento di Havenstein, presidente della Reichsbank.

All’atto di insediarsi come cancelliere, Kapp emanò un vago programma restauratore che, fra l’altro, prevedeva una riduzione delle tasse sul latifondo ed un aumento generalizzato del compenso per i soldati e per i reduci (cioè i componenti dei corpi franchi che avevano reso possibile il colpo di stato). Per attuarlo necessitava di liquidità immediata ed inviò un proprio fiduciario alla banca centrale per farsi consegnare dieci milioni di marchi. Havenstein ed il suo vicepresidente lo accolsero cordialmente, ma gli dissero che a loro non risultava da alcun atto ufficiale che questo signor Kapp fosse il cancelliere del Reich. La richiesta di denaro, così come formulata, appariva loro molto simile ad una rapina. Kapp non si perse d’animo ed inviò il suo ministro della difesa in persona. Questi si presentò ad Havenstein con due assegni da cinque milioni di marchi intestati al “ministro della difesa del Reich, generale Von Luttwitz”, emessi dalla tesoreria del ministero che aveva occupato. Presidente e vicepresidente della Banca centrale furono altrettanto fermi: a loro risultava che il ministro della difesa fosse un altro. Kapp ordinò a Luttwitz di tornare alla tesoreria e di farsi rilasciare due assegni di pari importo intestati “al portatore”. Ma questa volta furono i funzionari ministeriali ad opporre diniego, obiettando che emettere assegni al portatore per un tale gigantesco importo era del tutto irrituale (e se Luttwitz li avesse smarriti?). Kapp convocò Ehrhardt e gli ordinò di condurre con sé un manipolo di uomini armati, di entrare alla Reichsbank e di farsi consegnare la somma richiesta. Ehrhardt gli rispose che lo aveva seguito per salvare la Germania, non per rapinare banche.

L’esempio di Havenstein fu seguito dalla maggior parte dei funzionari statali, e dopo sole cento ore dal loro ingresso trionfale a Berlino, i tre golpisti lasciarono la città, trattando con Ebert l’impunità per se stessi e per tutti i partecipanti al putsch, nonché il mantenimento della propria pensione.

Il colpo di Stato quindi fallì, e la repubblica di Weimar sopravvisse, così come sarebbe sopravvissuta al farsesco putsch di Monaco del 1923. A provocarne la morte, dieci anni dopo, fu l’avanzata elettorale del partito NSDAP di Adolf Hitler, sotto l’abile regia di Joseph Goebbels, il quale ispirava il suo operato al seguente principio: “la democrazia contiene in sé gli elementi per la sua distruzione”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: