Il mio partito democratico.

 Piero_della_Francesca_-_Ideal_City

Nella mia vita, pur essendo sempre stato per quanto possibile attento a quello che mi accadeva attorno, mi sono sempre tenuto lontano dai partiti. Ma avendo visto un po’ di mondo mi sono reso conto che il nostro paese ha bisogno di politica. Quindi, quando ho saputo che sarebbe nato il Partito Democratico, ho deciso di interessarmene. Nel luglio scorso andai alla sezione provinciale dei DS e chiesi all’impiegata che mi aveva gentilmente accolto se erano previste iniziative di qualche tipo. Mi suggerì di inviare una email al segretario provinciale per avere le informazioni che cercavo. Seguii il consiglio, ed il 22 settembre ricevetti questo messaggio:

clicca su http://www.zvech.it e lascia il tuo commento.

E io lo feci. Se il compagno segretario questo mi dice, obbedisco. Mi collegai al sito indicato e scrissi quello che mi passava per la testa. In pratica era il mio manifesto per il partito democratico. Quindi lo ricopio qui, anche se è un po’ sgrammaticato e confuso.

Non ho alcun trascorso in politica e quello che mi chiedo nell’interessarmi al costituendo partito democratico è: “perchè un nuovo partito”?

La domanda non è oziosa, visto che di partiti in Italia ve ne sono fin troppi, e la risposta non può essere banale. Nei paesi a noi vicini, e che sul piano economico-sociale si trovano ad affrontare gli stessi temi di noi italiani, i partiti di derivazione popolare, socialista, conservatrice o liberale, si dimostrano sufficienti per raccogliere il consenso. Se da noi si avverte un’esigenza nuova, a meno di non voler dar credito a chi sostiene che siamo di fronte ad una operazione di facciata concepita per dare veste nuova a contenuti vecchi (se non addirittura per ibridare valori antinomici), dobbiamo ammettere che esiste un’anomalia italiana. E allora domandiamoci se esiste.

La repubblica italiana è nata e cresciuta nel mondo occidentale, in interazione con i paesi di miglior tradizione economica e politica. Ha affrontato e superato i problemi della guerra fredda e le sfide dell’economia mondiale della seconda metà del secolo scorso, dotandosi di strumenti analoghi a quelli delle principali nazioni europee. Si trova di fronte le medesime sfide della Francia, della Germania, del Regno Unito, della Spagna e degli Stati Uniti; paesi con i quali si confronta non sempre ad armi pari, ma a pieno titolo. E noi italiani vogliamo pensare e pensiamo di essere cittadini di un paese dove democrazia, libertà economica, tutela ed equità sociali, garanzia dei diritti soggettivi sono un patrimonio culturale e politico acquisito e dove lo sviluppo economico e culturale dipende dalle nostre capacità. Ma ci sono dei “ma”; parecchi “ma”.

Perché l’Italia è il paese dove alberga e prospera il fenomeno della mafia, e dove è stato possibile per il capo di Cosa Nostra vivere da latitante per ben quarantatre anni. L’economia di intere regioni è ostaggio di organizzazioni criminali che lucrano profitti colossali da attività illecite. L’Italia è il paese dove si è consumato il più gigantesco crack finanziario d’Europa (la bancarotta Parmalat) senza che i responsabili siano stati (ad oggi) perseguiti. L’Italia è il paese dove il Governatore della Banca Centrale ha sentito il dovere di segnalare al Parlamento l’inadeguatezza dei mezzi di contrasto al riciclaggio. L’Italia è un paese afflitto da una burocrazia opprimente che vincola ciascuno di noi ad adempimenti onerosi e vessatori, resi necessari da una diffusa e cronica propensione all’elusione, all’aggiramento delle normative. L’Italia è il paese dell’evasione fiscale, un fenomeno che sottrae immense risorse finanziarie alla collettività. E’ il paese che, solo a voler fare alcuni esempi, ha visto moltiplicarsi a dismisura i costi dell’Alta Velocità Ferroviaria, il paese dell’indebellabile assenteismo nella Pubblica Amministrazione e, infine, è il paese che ha visto nascere, crescere ed affermarsi l’aberrante anomalia costituita dalle imprese di comunicazione riconducibili alla famiglia Berlusconi.

La cronaca ci offre quotidianamente spunti di amara riflessione. Si estende il fenomeno degli infortuni sul lavoro; cresce un generico e diffuso desiderio di sicurezza e di legalità. Le cosiddette stragi del sabato sera, il bullismo nelle scuole, la vastità dell’uso di stupefacenti sono, a mio parere, sintomi di una propensione generale a misconoscere la disciplina come valore di coesione e di benessere sociale.

Nello stesso quadro, a mio avviso, va vista l’indignazione crescente verso i privilegi delle cosiddette caste. A fianco di quella degli uomini politici, genericamente intesi, non vanno infatti dimenticate tutte le altre che, innegabilmente, esistono. Ad esempio quella di alcune professioni, quella dei magistrati, quella dei docenti universitari, quella dei grandi imprenditori o quella dei giornalisti. Al di là del fastidio per tutto ciò che, a torto o a ragione, viene visto come privilegio ingiustificato, ognuno di noi, credo e temo, percepisce lo sgradevole fenomeno per cui, al crescere del livello di responsabilità giuridica e sociale, corrisponde un decremento del senso di responsabilità morale in riferimento alla propria funzione pubblica.

Chi fa politica non può eludere le domande che da queste considerazioni emergono ed una qualche risposta possiamo tentare di darla, se vogliamo proporre soluzioni razionali al senso di precarietà e di sfiducia che affligge gli italiani. Credo che sia inutile usare mezzi termini: il punto, secondo me, è che la nostra società, nelle sue varie articolazioni, pubbliche e private, ha perso la capacità di correggere, di punire, di reprimere e, in conseguenza, di prevenire i comportamenti socialmente dannosi e/o pericolosi.

L’emblema ed il paradigma di questa inefficacia strutturale è, ovviamente a mio modestissimo parere, il funzionamento della giustizia penale, il cui rilievo è peraltro assoluto poiché esso, storicamente, sta alla base del concetto di Stato. Non occorre che ripercorra i preclari esempi di inefficienza dei nostri Tribunali; è sufficiente rammentare le parole del Presidente Ciampi all’atto di lasciare l’ufficio di Capo dello Stato e le ricorrenti denunce dei Procuratori Generali ad ogni inaugurazione di anno giudiziario.

Se non siamo in grado di punire il dolo, il dolo grave (e così purtroppo è), non possiamo pretendere di prevenire la colpa, la neghittosità, l’irresponsabilità, la “furbizia”. Non possiamo pretendere di avere servizi efficienti, città e paesi sicuri e funzionanti e, in sostanza, una società migliore.

Esistono, a mio parere, ragioni storiche (e non oscure patologie culturali intrinsecamente italiche) che hanno prodotto questo stato di cose. Dal fascismo in poi, dal fallimento delle “commissioni per l’illecito arricchimento” (unico elemento che accomunava il regno sabaudo brindisino alla repubblica sociale italiana) all’amnistia togliattiana, dalla rinuncia a celebrare i processi ai criminali di guerra al silenzio sugli oscuri legami fra mafia italoamericana, servizi segreti, militari fascisti ed esercito alleato, per finire alle recenti legislazioni perdoniste (la legge Boato-Simeone, l’indulto votato dal Parlamento nel 2006 e molte altre) esiste un filo rosso che lega una catena di culture (auto)assolutorie che hanno di fatto privato vocabolo Giustizia del suo significato etico intrinseco e l’esercizio dell’azione penale della sua irrinunciabile efficacia. Ogni professionista del settore può confermare che negli ultimi venti anni almeno la legislazione in tema di giustizia è stata caotica, contraddittoria, irresponsabile e foriera di un sistema giudiziario ingovernabile ed inefficiente. Conseguentemente fra gli italiani è ormai diffusa e radicata la convinzione che la politica voglia un sistema giudiziario inefficace (e ciò non stupisce in un sistema istituzionale come il nostro che si sforza di garantire la massima indipendenza della magistratura), avendo timore di vedere insidiato il proprio potere.

Da qui, a mio modo di vedere, discendono tanti mali che consentono a pochi di inquinare la vita di tanti, peggiorando la vita di tutti. Basti pensare alle enormi risorse economiche che la malavita organizzata sottrae alla collettività e che potrebbero essere investite in sanità, formazione, ricerca, assistenza, sviluppo. Non può essere taciuto il cancro della corruzione politica che emerse negli anni novanta e che non possiamo illuderci di aver debellato.

Pur avendo ben chiaro che esistono molti altri temi (che ora tralascio per ragioni di tempo) su cui la politica deve interrogarsi e dare risposte, credo che quello della giustizia (nel suo significato eticamente pregnante) sia centrale. Non quello riduttivo della sicurezza (che i partiti di destra cavalcano strumentalmente) e neppure quello della legalità (termine che può racchiudere anche significati negativi). Credo che i temi dello sviluppo economico, della tutela dell’ambiente e del patrimonio artistico, del progresso culturale, scientifico e tecnologico, di uno stato sociale più efficiente, dell’equilibrio fra diritti individuali e sicurezza, della garanzia integrata di maggiori opportunità e di tutela sociale non siano efficacemente affrontabili se i meccanismi preventivi/sanzionatorii/deterrenti sono inadeguati.

Concludo quindi affermando che quello della Giustizia, a partire da quella penale ma in senso generale, non è, a mio parere, una questione, ma è la questione che la politica si deve porre.

Tornando alla domanda iniziale, dico quindi a me stesso che un nuovo partito, una nuova politica, hanno un senso se si pongono l’obiettivo di restituire allo Stato, inteso come espressione della collettività e come strumento per il conseguimento del bene comune, le sue prerogative naturali che sembra aver smarrito. Prima fra tutte quella di stabilire delle regole e di farle rispettare, con equilibrio e misura, ma con fermezza, rapidità ed efficacia. Su questo tema credo che le linee usualmente riferibili alle culture di sinistra, di destra o cattolica debbano essere superate e proprio per questo la nascita di un nuovo partito costituisce un’opportunità da non perdere.

Ho riportato solo stralci del mio pensiero, augurandomi che possano suscitare la vostra riflessione. Anche di altro vorrei scrivere ma credo di aver già abusato della vostra attenzione. Un saluto.

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