Donne che fischiano.

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Apprendo dai giornali che a Roma si è tenuta una manifestazione di piazza “contro la violenza alle donne”, iniziativa da tutti lodata per il nobile fine ma macchiata da alcuni deplorevoli episodi di intolleranza. Alcune manifestanti, infatti, hanno obbligato con la violenza ad allontanarsi dal corteo due deputate del centrodestra (Prestigiacomo e Carfagna) e perfino le ministre Pollastrini e Melandri hanno subito una dura contestazione. I mezzi di informazione hanno unanimemente condannato tali episodi pur celebrando il successo di tanto commendevole iniziativa.

Io sono del parere del tutto opposto. Non amo le manifestazioni di piazza, non vi partecipo, e le trovo quasi sempre inutili. In particolare quando danno voce ad una istanza universalmente condivisa. Tutti sono contro la violenza alle donne. Mi sapete dire se c’è qualcuno favorevole alla violenza sulle donne? E’ come per le marce per la pace: siamo tutti per la pace. Mi sapete dire se c’è qualcuno favorevole alla guerra? Anche il più agguerrito dei militaristi vi dirà che armarsi serve per tutelare la pace, e può ben dirsi in diritto di partecipare ad una marcia per la pace. Nel film “La Rosa Purpurea del Cairo” il marito di Mia Farrow così la apostrofa (vado a memoria): “E’ vero che ogni tanto ti meno, ma solo per il tuo bene, per farti rigare diritto”.

Poteva essere quindi la più inutile delle sfilate, se non fosse che quelle intemperanze tanto vituperate dalla stampa hanno rivelato l’unico risvolto autentico della giornata: la ribellione verso l’uso del problema femminile in politica e nella società. Le manifestazioni hanno un senso (nei rari casi in cui l’hanno) proprio quando ci dicono qualcosa che nessuno osa affermare; ed è ciò che avvenuto quando sono state contestate le “politiche” che intendevano partecipare. Perché alle Prestigiacomo ed alle Pollastrini è stato detto più o meno questo: “Voi vi fate portatrici dei problemi delle donne solo per potervi sedere al tavolo degli uomini. Ma delle donne, in realtà, non vi importa alcunché”. Ma siamo alle solite, le donne sono apprezzate solo quando dicono quello che tutti vogliono sentire, guai se risultano scomode.

A mio modesto parere, nel nostro paese esiste tuttora una questione femminile, relativa ad una condizione generale insoddisfacente. Ma le ragioni sono culturali e profonde e la politica si illude di poterle affrontare, finendo per occuparsi di questioni marginali, come le carriere riservate o fumosi progetti di legge sulla violenza domestica. Alle madri che non possono contare su un asilo nido a prezzi accettabili, può interessare una legge che fissa il massimo numero di sms che un uomo può inviare all’ex moglie senza incorrere in un reato penale? Alle donne vittime di una legge sul divorzio che le inchioda a un procedimento giudiziario decennale per stabilire l’entità dell’assegno di mantenimento, può interessare la discussione sulle quote riservate alle primarie del partito democratico?

Sono passati quarant’anni dall’esplosione del femminismo che aveva come nucleo ideale centrale il superamento del principio secondo cui l’affermazione sociale di una donna passa (in un modo o nell’altro) per il suo corpo. Come moglie, come madre, come concubina. Ci guardiamo intorno e scopriamo che le donne che si affermano nei luoghi di potere sono, in massima parte, mogli ed amanti e che l’unico (dico l’unico) modello femminile di massa è la troietta televisiva. Chiedo scusa per il termine ma i possibili sinonimi (valletta, soubrette, velina) sono linguisticamente e concettualmente aberranti. Certo, esiste una èlite sociale dove esistono altri modelli, altri stili, altre prospettive, ma si tratta di minoranze ristrette, sia socialmente che culturalmente. Allora viene da pensare che di passi in avanti ne siano stati fatti pochi, e che il cammino verso una vera emancipazione femminile sia ancora lungo. E non fa ben sperare osservare che il mondo occidentale deve fare i conti con una popolazione migrante dove i valori femministi sono apertamente disconosciuti. A chi dice che chi arriva in Italia finirà con cambiare la propria prospettiva, si potrebbe rispondere che potrebbe anche accadere il contrario, cioè che la nostra società finisca con il recepire valori maschilisti (apparentemente importati ma in realtà allogeni e solamente sopiti).

Poco tempo fa un quotidiano nazionale lanciò un sondaggio online dal titolo “L’Italia è diventata maschilista?”. Perché, aveva smesso di esserlo?

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