È sempre colpa degli altri

giugno 18, 2017

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Senza distinzione di colore o di categoria, l’Italia è popolata di maestri di pensiero che eccellono nel puntare il dito contro i soggetti responsabili dei mali nazionali.

Per qualcuno sono i sindacati, per altri i magistrati, oppure gli evasori fiscali, per moltissimi sono i partiti, per tacere della burocrazia. Pochi, davvero pochi, indicano i malfattori (mafiosi, corrotti, truffatori…), ma l’elenco può continuare. Con i fannulloni, ovviamente con gli immigrati, con i meridionali (categoria in ribasso ma sempre in agguato), con i dipendenti statali, eccetera. Un ceto mette tutti d’accordo: i politici. Quasi nessuno, nemmeno i politici stessi, li salva e li esclude dal proprio novero personale delle classi nocive alla collettività, e fra i principali accusatori del mondo politico vi è l’insieme degli intellettuali, o definiti tali, che il sistema mediatico ha eletto a censori permanenti del costume nazionale, grazie a posizioni fisse su quotidiani e settimanali e soprattutto nei programmi televisivi.

Personalità come Massimo Cacciari, Michele Serra, Ernesto Galli della Loggia (e mi fermo per esigenza di sintesi), da decenni fustigano, spesso con valide ragioni, va riconosciuto, la classe politica nazionale, la quale, va detto pure questo, è lì perché scelta dagli elettori e non per le proprie doti culturali.

Raramente però qualcuno ha osato criticare proprio il mondo intellettuale che, appunto perché tale, avrebbe forse potuto fare qualcosa di più e di meglio, anziché correre a schierarsi con questa o quella fazione, come di fatto è avvenuto, mettendo a disposizione delle parti politiche e non della collettività le proprie competenze e capacità.

Scendendo nello specifico vorrei tornare al triennio 1991-1994, che segna una svolta cruciale nel percorso storico nazionale.

Il dissolvimento dell’Unione sovietica e la fine della tutela statunitense sulla politica nazionale, che aveva fatto dell’Italia una repubblica a sovranità limitata, comportò la deflagrazione dei partiti tradizionali e la transizione al nuovo sistema cosiddetto bipolare – che di fatto bipolare non fu mai – incardinato su due non-ideologie contrapposte: berlusconismo ed anti-berlusconismo. Due non-ideologie che hanno prodotto l’alternanza fra schieramenti depositari di non-politiche e di non-programmi, con il risultato che ora assistiamo al dissolvimento della politica tout-court ed al dilagare del “populismo”. Ma chissà come mai.

Mi domando: non erano forse gli intellettuali a doverci mettere in guardia da questa deriva? Mentre i politici, come è logico che sia, andavano in cerca di consensi, non toccava forse agli intellettuali avvisarci del gigantesco inganno che si stava consumando ai danni degli italiani?

Ed invece gli intellettuali, gli stessi che tuttora pontificano in tv, erano anch’essi schierati, se non direttamente impegnati in politica, su questo o quel versante, intenti a baloccarsi in disquisizioni su bipolarismi, liberalismi, grandi riforme e superamenti (di questo o di quello, c’era sempre qualcosa da superare) e su altre questioni che mai hanno realmente trovato attuazione o concreto riscontro nella realtà.

In verità, in quegli anni di svolta, una era la cosa fondamentale da dire, e toccava agli intellettuali raccontarla, imporla all’attenzione di tutti. Con la fine della Guerra fredda cessava l’epoca della tutela americana sull’Italia, finiva il nostro dopoguerra di Paese sconfitto nella seconda guerra mondiale divenuto avamposto USA nella susseguente guerra all’URSS. E bisognava dire a noi stessi che era venuto il momento in cui l’Italia doveva cominciare a camminare con le proprie gambe, senza la tutela della maggior superpotenza mondiale, che ci teneva sì sotto controllo, ma ci lasciava anche grande libertà interna. Infatti, in cambio dell’esclusione del Pci dal governo e della presenza militare sul nostro territorio, alla politica italiana era consentito quasi tutto: gestione para-socialista dell’economia, debito pubblico e deficit quanto si voleva (tripla A di rating pur in presenza di un grave disavanzo primario), energia, credito e servizi interamente nazionalizzati, scuola e sanità come meglio ci piaceva.

Finita questa epoca, avremmo dovuto per la prima volta fare delle scelte autonome, affrontare la realtà con la consapevolezza di poter contare solo su noi stessi. Ed invece, complice il ceto intellettuale, ci siamo imbarcati in una grottesca guerra interna su inutili riforme costituzionali (fortunatamente mai fatte), su leggi elettorali sempre più strane (cominciammo con Mario Segni e siamo ancora qui, in un dibattito che sembra non finire mai), su berlusconismo ed antiberlusconismo, su federalismo sì o no, su comunismo, anticomunismo e post-comunismo, su fascismo, antifascismo e post-fascismo.

E mentre ci si accecava con queste vuote discussioni, l’apparato industriale quasi miracolosamente creato dagli oggi rimpianti democristiani è andato disperso. E soprattutto, orfani della tutela americana ed incapaci di assumerci le nostre responsabilità storiche e politiche, ci siamo consegnati ad altri soggetti extra o sovra nazionali (siano essi organismi ONU, europei, o Stati esteri), i quali, a differenza degli Stati Uniti che furono, ci dettano le politiche da attuare. Ci dicono cosa produrre e come produrlo, che tasse imporre e che pensioni pagare, come gestire i servizi, la sanità e la scuola. Ci impongono, senza neppure usare eufemismi, i “compiti a casa”.

Se c’era qualcuno che poteva e doveva dire allora: “guardate che finirà così”, credo che fossero proprio gli storici, gli economisti, i politologi, i sociologi. I quali, invece, erano in prima fila a battibeccare nel pollaio nazionale, allora come ora.

 


Per una volta che l’avevano indovinata..

giugno 8, 2017

 

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E’ venuto il momento di dire che il modello di legge elettorale attualmente all’esame della Camera è forse il migliore possibile nella fase attuale. E mi azzardo a dire che è il migliore fra tutti i modelli di leggi elettorali che la Repubblica abbia avuto.

Finalmente si è arrivati alla conclusione che il principio della proporzionalità è connaturato alla geografia politica nazionale ed all’impostazione generale della nostra Costituzione. E’ vero che il sistema proporzionale puro e senza sbarramenti con il quale votammo nel quarantennio democristiano incentivava le degenerazioni tipiche dei parlamenti eccessivamente frammentati, e proprio per questo la soglia del 5% mi pare un elemento decisamente apprezzabile. Magari lo avessimo avuto negli anni 50-90: avremmo avuto una politica meno balcanizzata, più lineare, più efficiente, più leggibile.

Non c’è dubbio che questa versione italica della legge elettorale tedesca sia di gran lunga migliore della legge Calderoli e della sua versione successiva definita “italicum”. Erano, queste ultime, autentici obbrobri sia sul piano logico che su quello politico.

Ma quello che mi sento di dire è che la bozza uscita dall’accordo a quattro (Pd, Fi, Lega e M5S) era e sarebbe largamente preferibile alla legge Mattarella che governò le tornate elettorali degli anni ’94, ’96 e 2001. La lettura di quelle campagne elettorali e delle vicende parlamentari che ne seguirono mostra che il sistema uninominale secco su cui era incardinata la legge Mattarella era del tutto inadatto al paese Italia.

Per fare breve memoria, ricordo che nel 1994 il sistema uninominale premiò un’alleanza duplice (Fi-Lega al nord, Fi-An al centrosud) che si lacerò dopo soli sette mesi, lasciando il campo ad una maggioranza “anomala” su cui si resse il governo tecnico Dini fino al 1996. Anno nel quale prevalse sì l’Ulivo, ma solamente grazie alla formula ambigua della desistenza con Rifondazione comunista. Ed i risultati si ebbero nel 1998, con la caduta del Prodi 1.

Dopo i traccheggi susseguenti (D’Alema e Amato), ci fu l’ordalia del 2001, anno dalla quale nacque la maggioranza elettorale numericamente più ampia di tutta la storia della Repubblica (Fi-An-Lega-Ccd-Cdu) ed il governo più longevo di sempre. Primati del tutto inutili perché quella legislatura fu caratterizzata dal più totale immobilismo: nessun risanamento dei conti pubblici (e la crisi del 2007 era di là da venire), nessuna riforma dello Stato o dell’economia. E non fu per caso. Perché quella legge forzava la nascita di grandi coalizioni eterogenee fra forze divergenti, ontologicamente impossibilitate a governare.

Pur premettendo che la legge elettorale perfetta non esiste, bisogna riconoscere che dall’inedita intesa Pd-Fi-Lega-M5S era nata una buona legge (pur se perfettibile con il voto disgiunto). Apprendo però che sembra tutto naufragato e di ciò non posso che dolermi.

 

 


Il Pd visto da Trieste

dicembre 11, 2016

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Mentre Matteo Renzi, convinto che il 40% di Sì al Referendum sia consenso personale, si prepara a ri-scalare il partito di cui è segretario, vale la pena tentare di leggere il futuro del Pd dall’osservatorio di Trieste e del Friuli Venezia Giulia.

Trieste è capoluogo della Regione governata dalla vicesegretaria Pd Serracchiani (già europarlamentare e segretaria regionale), è la città del capogruppo alla Camera Ettore Rosato (già candidato alla provincia nel 2001, al Comune nel 2006, e due volte sconfitto dai candidati di centrodestra) ed è la città di Gianni Cuperlo, esponente della sinistra dem talmente considerato che per poter comparire in tv ha dovuto farsi un selfie con il ministro Boschi e dichiararsi favorevole al Sì.

Verrebbe da chiedersi perché mai un partito che prende i voti in Emilia Romagna va a scegliersi i dirigenti a Trieste, ma è più interessante rileggere alcuni risultati elettorali del 2016.

In primavera il Pd ha perso Trieste e Pordenone, completando l’opera, in autunno, con la sconfitta di Monfalcone ad opera della candidata leghista. Oltre a questi centri maggiori, ha perso comuni minori come Codroipo, Cordenons, Ronchi dei Legionari, Grado ed altri ancora.

I candidati del Pd hanno perso praticamente ovunque, sia che fossero renziani o (ex) bersaniani, giovani o anziani, uomini o donne. Ma non hanno perso contro i candidati del Movimento cinque stelle, come accaduto a Roma ed a Torino, evento che avrebbe potuto essere letto come voglia di cambiamento dell’elettorato: hanno perso contro i candidati di un centrodestra che, in questa regione, è malandato quanto (se non di più di) quello nazionale.

Per finire, nella Trieste di Rosato e di Cuperlo, ma anche del presidente di Ixé Roberto Weber, che il 26 novembre annunciava su Facebook la grande rimonta del Sì, la bocciatura della riforma Renzi-Boschi ha totalizzato il 63,5%.

Tutto ciò nella regione governata da tre anni dalla vicesegretaria del Pd, Serracchiani, che ha voluto essere più renziana di Renzi, forzando l’abolizione delle province, con legge regionale, prima ancora dell’entrata in vigore della riforma Boschi. Ha miscelato le apparizioni televisive con un’attività amministrativa che ha scontentato tutti, provocando la crisi di rigetto manifestatasi nelle elezioni comunali.

Nonostante i rovesci elettorali, nonostante le molteplici richieste di cambiamenti di linea, i vertici locali del Pd restano inchiodati al loro posto, a partire dalla segretaria regionale Antonella Grim, che Serracchiani impose per la sua successione.

Senza voler in alcun modo riabilitare le vecchie gerarchie, emerge di che pasta sia fatta la nuova classe dirigente del partito democratico, composta da soggetti che, molto più dei predecessori, paiono “imbullonati alle poltrone”, sordi alle critiche, incapaci di analisi e di sguardo verso il futuro.

Fatti che dovrebbero essere tenuti in considerazione dalle teste d’uovo del Pd e da chi con esso medita di ricostruire un centrosinistra ulivista e vincente. Perché, se i risultati elettorali di questa regione vengono letti come anticipazioni di quel che sarà a livello nazionale, il voto del 4 dicembre, al confronto, sembrerà un successo.


Perché No

novembre 25, 2016

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Della riforma costituzionale abbiamo letto a sufficienza, e le ragioni del No, espresse per esempio da Zagrebelsky, da Onida e da Carlassare, sono molto più convincenti di quelle a favore del Sì, formulate, ad esempio, da Cacciari (è una “puttanata”, “fa schifo”, ma la voterò), da Ceccanti e da Fusaro, le quali sono riassumibili in due soli argomenti:

  • attualmente le cose non vanno, quindi bisogna cambiare la Costituzione;
  • dimostrino i contrari alla riforma che essa è peggiorativa.

Affermazioni del tutto inidonee a convincermi a votare Sì. Innanzitutto i difetti e le degenerazioni della vita politica nazionale non dipendono affatto dal testo costituzionale; in secondo luogo, dovrebbero essere i suoi sostenitori a dimostrare che la riforma è migliorativa. Impresa ardua se non impossibile, poiché nessuno è in grado di prevedere come evolverà la vita politica nazionale nell’eventualità che la modifica vada in porto.

Ciò premesso, il quattro dicembre voterò No per i seguenti motivi, i quali racchiudono implicitamente le ragioni del No già lucidamente ed autorevolmente enunciate da altri, meglio di come potrei fare io.

Le Costituzioni e le loro modifiche hanno e devono avere contenuti e motivazioni di carattere politico, storico e giuridico.

Sul piano politico le norme costituzionali devono essere dettate da alte ispirazione ideali. Ogni Carta fondamentale è nata su tali basi, e non certo al fine di velocizzare il processo legislativo o di risparmiare sui conti dello Stato. La Costituzione americana, nata dalla guerra di indipendenza, o quella francese, ispirata dalla Rivoluzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ne sono esempi preclari. Ma anche in tempi attuali, una modifica della Legge fondamentale dello Stato, la quale ha supremazia su tutte le altre leggi, deve conformarsi a principi ideali superiori che nel caso presente neppure intravedo.

Sul piano storico, la nascita e le modifiche della Costituzioni sono sempre state dettate dalla necessità: le Costituzioni vennero scritte perché bisognava scriverle. Esempio è la nostra Carta del 1948, che fu pensata e promulgata perché era necessario farlo, dal momento che lo Statuto albertino era stato ridotto a vuoto scheletro dal fascismo e dalle occupazioni militari. Non a caso esistono paesi evoluti che una Carta costituzionale non ce l’hanno: il Regno Unito non ha una Costituzione, semplicemente perché quel popolo non ne ha mai sentita la necessità. Oggi, in Italia, una tale necessità non la percepisco.

Sul piano giuridico una Costituzione, come ogni corpo normativo, deve soddisfare requisiti di logicità e di chiarezza. Ed il testo che uscirebbe dalla riforma che ci sottopongono tutto è tranne che logico e chiaro. Mi limito ad osservare che nessuno è in grado di prevedere o di spiegare quali saranno gli effettivi poteri del nuovo Senato. Se essi saranno reali, con facoltà di intervento sulle leggi di bilancio, ci troveremo in un pantano peggiore dell’attuale. Se saranno virtuali o fittizi, ci verrà consegnata una istituzione inutile e dannosa. Quanto alla manifesta illogicità, è sufficiente rilevare che la riforma pretende di rafforzare le istituzioni territoriali con la creazione del Senato a designazione regionale, ed al contempo ridimensiona grandemente le competenze amministrative decentrate, riportando allo Stato una vasta area di prerogative. E si potrebbe continuare con l’inspiegabile mantenimento delle regioni a statuto speciale e con l’incomprensibile istituzione dei senatori di nomina presidenziale settennale.

In sintesi, trovo questa riforma politicamente ingiustificata ed inconsistente, storicamente immotivata, giuridicamente illogica e confusa. Direi che basta per dire No.


Elezioni e memoria

giugno 22, 2016

 

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Nel lessico corrente la parola Memoria viene utilizzata in riferimento ai fatti del secolo scorso. Ma, leggendo le analisi sulle elezioni amministrative del giugno 2016, viene spontaneo invocarla per gli eventi di questo secolo, che pesano sulle nostre vite e che politica e giornalismo paiono aver rimosso.

Politicamente parlando, il ventunesimo secolo italiano si è aperto con le elezioni del 2001, che videro il centrodestra al completo (Forza Italia, lega Nord ed Alleanza nazionale) sbaragliare un centrosinistra indebolito dalle liti interne e dalla rottura con Rifondazione comunista. Nella legislatura che seguì il centrodestra, forte di una maggioranza parlamentare amplissima, produsse importanti interventi legislativi, fra i quali voglio ricordare:
– la legislazione sulla precarizzazione del lavoro;
– l’impostazione aziendalista della della Scuola voluta da Letizia Moratti;
– gli innumerevoli interventi in materia di giustizia penale, passati alla storia come “leggi vergogna”;
– la legge Gasparri sul riordino pro-Mediaset del sistema televisivo;
– la riforma costituzionale imposta dalla Lega nord e definita “devolution”.

Furono altresì gli anni dello spoil system, del dilagare dei talk show televisivi e dell’affermarsi della politica come propaganda permanente, con il ricorso al metodo degli annunci, alla denigrazione degli avversari, alla sistematica mistificazione della realtà.

Gli elettori di centrosinistra vissero quel lustro come un lungo incubo dal quale desideravano risvegliarsi al più presto. Non vedevano l’ora di ribaltare il risultato elettorale per invertire la tendenza: recuperare la dignità del lavoro con la difesa del tempo indeterminato, salvaguardare il tanto di buono che vi era nella scuola pubblica, restituire serenità al dibattito politico, liberare la TV di Stato dal controllo del monopolista privato, scongiurare la deformazione della costituzione e – soprattutto – cancellare le leggi criminogene volute (apparentemente) per salvaguardare il capo del Governo ma in realtà foriere del dilagare dell’illegalità in ampi territori della vita collettiva.

Le elezioni del 2006 dovevano essere il punto di svolta in tale direzione, ma le cose, come sappiamo, andarono diversamente. La debole maggioranza che ne uscì e l’ancor più debole governo Prodi nulla fecero nelle direzioni auspicate e, anzi, si produssero nella più invisa delle leggi vergogna (l’indulto).

Seguirono la nascita del Partito democratico e la politica suicida di Veltroni, che puntò tutto su nuove elezioni nella speranza che ne uscisse un governo di larghe intese. L’incubo dell’elettore di centrosinistra, quindi, continuò, e con esso, sempre più tenue, perdurò la speranza della sua fine.

Il nuovo esecutivo Berlusconi (2008-2011) riprese e consolidò la politica impostata nella legislatura 2001-2006, affidando a Gelmini il compito di aggravare i danni di Moratti (che già aveva trovato il terreno devastato da Luigi Berlinguer) e si produsse un ulteriore imbarbarimento della vita pubblica, sulla quale si abbatté la crisi economica tutt’ora in corso.

Crisi che ci ha imposto il governo Monti e, dopo le elezioni del 2013, il governo Letta e quindi il governo Renzi.

L’elettore di centrosinistra – o quel che ne resta – è ancora lì, nel tunnel imboccato nel 2001, e si ritrova un governo guidato da quel Partito democratico da cui si aspettava la fine dell’incubo. Tuttavia scopre che:
– la precarizzazione del lavoro si accentua sempre più, e l’indebolimento dello statuto del lavoratori, tanto caro alle destre, è divenuto realtà;
– il ministro Giannini si muove in assoluta continuità con il predecessore Gelmini;
– la TV di Stato è sempre più serva del potere;
– la Costituzione è soggetta ad una modifica molto peggiore di quella voluta dal centrodestra e bocciata dal referendum del 2006;
– le leggi vergogna sono ancora tutte in vigore, e continuano a devastare la vita pubblica;
– la politica è sempre più autoreferenziale e sorda ai bisogni delle persone; la menzogna è assurta a categoria obbligatoria della comunicazione politica.

Dopo le amministrative di giugno, leggo esponenti del Partito democratico dire di pagare il prezzo del populismo e dell’invidia sociale, o di non aver rottamato abbastanza; di aver perso le periferie ed il contatto con “la gente”.

Secondo me, invece, il centrosinistra, o quel che ne resta, ha smarrito la memoria della sua ragione di essere, che sta scritta nelle righe che precedono.

Certo, il 5-19 giugno non si votava per gli assetti politici nazionali ma per i sindaci, per i governi delle città e dei paesi, per la vita quotidiana di milioni di cittadini. Ma la vita quotidiana dei cittadini è regolata prima di tutto dalla legislazione nazionale, non dai consigli comunali. E la ribellione degli elettori del fu centrosinistra è rivolta contro il tradimento di quelle promesse, contro la rimozione di quella memoria, contro la menzogna di chi, per interi lustri, ha chiesto voti contro politiche che, ora, sostiene e consolida.

Cari esponenti del fu centrosinistra, ritrovate la memoria di quello che dovevate essere e che dicevate di voler essere, se ne siete capaci, prima di disquisire sugli elettori che non avete più.


Renzi, Berlinguer e la “democrazia decidente”

maggio 23, 2016
Enrico Berlinguer al 43° Congresso del PSI

11 Maggio 1984, Verona, 43° Congresso Partito Socialista Italiano durante il quale si sancì la rottura con il PCI. Enrico Brlinguer segretario del Partito Comunista Italiano accolto con ostilità dai delegati socialisti con una selva di fischi.

Per dare l’avvio alla campagna del Sì al referendum di ottobre, Matteo Renzi ha temerariamente evocato la memoria di Enrico Berlinguer, iscrivendolo postumo ai sostenitori della deformazione del Senato (non so come altrimenti chiamarla) prevista dalla riforma appena approvata dal Parlamento. Riforma che il premier pone a base di quella che ha testualmente definito “democrazia decidente”, opposta ad un presunto “paradiso degli inciuci” che sopravvivrebbe in caso di vittoria dei No.

Vale allora rammentare alcuni fatti storici, così da poter misurare la cultura politica del nostro Presidente del Consiglio.

L’undici maggio 1984, un mese prima di morire, Berlinguer fece il suo ingresso nel Palasport di Verona, dove era in corso il congresso del Psi del segretario Craxi, il quale era da nove mesi a capo di quel governo che, in un colpo solo, sancì il tramonto definitivo della fase della solidarietà nazionale, l’eclissi definitiva della prospettiva del compromesso storico e la fine della speranza di un governo delle sinistre, consolidando la stagione del governi di pentapartito che si infrangerà nel 1993 sotto il peso della crisi del debito, della fine della guerra fredda e delle inchieste di Mani pulite.

La delegazione del Pci fu sommersa dai fischi dei delegati, incuranti dei richiami della presidenza, e subì a lungo la (preordinata?) ostilità del congresso, per udire infine il segretario Craxi criticare i fischi se rivolti “alla persona” del segretario del Pci, ma approvandoli se rivolti “alla politica” del Pci.

Fu la plastica rappresentazione della rottura consumatasi con il decreto di San Valentino sulla scala mobile (14 febbraio 1984) e, prima ancora, con il patto di governo fra il Psi e la Dc di Ciriaco De Mita.

Il titolo di quel congresso, spettacolarmente esaltato dai neon pansechiani appesi al palasport scaligero, era “Una democrazia governante”, slogan bislaccamente plagiato dal nostro Renzi con la formula della “democrazia decidente”.

Quel governo e quello slogan segnarono l’ingresso nella politica nazionale dell’idea del Capo al comando, delle riforme imposte da un partito minoritario, delle “decisioni impopolari ma necessarie”.

Se vi è stato un uomo in Italia abissalmente distante da tali principi, quello è stato Enrico Berlinguer, e la gogna che subì quel giorno ne è la rappresentazione più viva. Egli si adoperò per anni per l’alleanza con la Dc e poi, con minor vigore e speranza, per l’alleanza con il Psi (l’alternativa di sinistra). Formule politiche che ora non potrebbero che essere definite “inciuci”, nel più nitido significato corrente di questo deplorevole termine, purtroppo acquisito al linguaggio politico. Berlinguer era quindi, seguendo la vuota retorica renziana, un autentico teorico dell’inciucio, un sacerdote del compromesso e dell’accordo.

A sostegno di una riforma votata alla “democrazia decidente”, Berlinguer è quindi l’ultimo dei nomi da utilizzare.

Chiuso il breve excursus storico, vale la pena soffermarsi sugli aspetti politici delle logiche pseudo-autoritarie o padronali che hanno percorso la recente storia della Repubblica.

Il giudizio sulla figura di Craxi non può che essere negativo. E’ indubbio che con lui la politica italiana cambiò, ma di certo non in meglio: il paese imboccò la via della terziarizzazione dell’economia, della de – industrializzazione, dell’esplosione del debito, della spregiudicatezza parlamentare e del dilagare della corruzione.

Ancor peggiore è il bilancio del miglior interprete moderno del craxismo, quel Silvio Berlusconi che, proprio grazie ai decreti d’urgenza imposti dal segretario Psi, poté invadere l’etere nazionale in violazione delle leggi in vigore, così ponendo le basi per la nascita del suo impero mediatico, economico e politico.

Più di ogni altro premier, Silvio Berlusconi ha goduto di maggioranze ampie e sottomesse, di stabilità politica e di potere personale. Eppure i suoi governi sono stati i più sterili della storia della Repubblica. Per stessa ammissione dei suoi più accesi sostenitori, Berlusconi ha mancato tutte le sue promesse ed ha tradito tutti i suoi programmi.

Inoltre Craxi e Berlusconi, capi indiscussi delle rispettive formazioni politiche, prima ancora che dei governi da loro presieduti, sono accomunati da un altro non invidiabile lascito: la distruzione del loro territorio politico.

Se il Psi finì per sempre con la fuga di Craxi ad Hammamet (l’Italia è l’unico paese europeo privo di un partito socialista), quel centrodestra che per un ventennio ha dominato il paese si dibatte ora fra misere macerie, ove si aggirano tristemente pochi aspiranti leader senza futuro. E ciò per esclusiva responsabilità dell’indiscusso (ex?) leader Berlusconi, che non ha mai voluto costruire una politica ed una classe dirigente, nella convinzione, appunto, che il potere politico deve essere incarnato dall’uomo solo al comando.

In questa epoca corrente, ove il vero potere risiede nei governi delle superpotenze, nelle istituzioni internazionali e sovranazionali e nei centri di potere economico-finanziario, la figura dell’uomo e del governo forte risulta comicamente anacronistica e fuori della storia. Retaggio di un secolo, il ventesimo, che ha visto gli ultimi esempi, tragici e fortunatamente irripetibili anche in tono minore, di interi paesi guidati da uomini soli al comando.

Con questo voglio semplicemente dedurre che le formule pseudo-autoritarie o padronali non si addicono al paese Italia, il quale, invece, per la sua intrinseca e marcata articolazione sociale, ideologica e territoriale, può essere governata solamente con formule largamente partecipative.

Modeste e parziali considerazioni che, unite a molti altri elementi, inducono a rigettare sia la deformazione del Senato voluta da Renzi, sia la legge elettorale pomposamente chiamata Italicum, la quale è ispirata al nefasto principio del governo di una minoranza. Principio che ha dato prova ben peggiore della tanto deprecata “prima repubblica” dei compromessi e delle coalizioni, che di certo aveva mille difetti, ma che, nel bilancio storico, esce rivalutata dal confronto con la presente e triste epoca.


Prescrizione e persona offesa

maggio 22, 2016

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Il progetto della maggioranza per la riforma della prescrizione penale, attualmente in discussione, non contempla la modifica da più parti invocata: interromperne definitivamente il decorso all’atto del rinvio a giudizio, in modo che il processo termini sempre con una pronunzia di assoluzione o di condanna, e mai con una declaratoria di estinzione del reato per decorrenza dei termini.

La profonda ingiustizia dell’attuale sistema, per cui la prescrizione può scattare a processo in corso, emerge se si osserva la questione dalla posizione, sempre negletta, della persona offesa dal reato.

Chi subisce un reato non ha altra strada se non quella di rivolgersi alla Procura della Repubblica, chiedendo l’individuazione dei responsabili e la loro condanna, che determina contestualmente la pena e l’obbligo al risarcimento del danno. La vittima, in veste di parte civile, assiste quasi passivamente al processo, attendendo per anni la condanna dell’imputato, finché, allo scattare della prescrizione, si sente dire: “siamo spiacenti, ma, a causa del lungo tempo trascorso, non possiamo pronunciare alcunché sul suo caso”. E quindi addio al risarcimento, perché con la prescrizione del reato si prescrive anche il diritto al risarcimento della persona offesa.
Oltre al danno del reato subito, ecco la beffa del risarcimento negato, gravato dalla lunga e vana attesa e dall’onere di dover comunque saldare il conto dell’avvocato.

L’obiezione secondo cui sarebbe possibile, per la persona offesa, promuovere contestualmente (o alternativamente) una causa in sede civile, ove non operano le norme della prescrizione penale, è inconsistente, perché, salvo rari casi, citare in giudizio il presunto responsabile di un reato prima che sia maturata la condanna penale è una iniziativa temeraria, ed il rischio di soccombenza, con conseguenze economicamente rovinose, è altissimo.

Da queste sintetiche considerazioni emergono due aspetti.

1. Il processo penale è totalmente sbilanciato a favore dell’indagato/imputato, che gode di poteri e tutele enormi, fra cui la prescrizione, se raffrontate a quelli, quasi nulli, della persona offesa.
2. Esiste una evidente disparità fra la disciplina degli illeciti penali e di quelli civili. Infatti chi è vittima di un illecito di natura civilistica matura un diritto risarcitorio esso pure soggetto a prescrizione, che però può essere interrotta illimitatamente e, una volta avviato il giudizio in Tribunale, cessa di decorrere fino alla sentenza definitiva senza alcun limite temporale. Paradossalmente, quindi, il nostro ordinamento favorisce il responsabile di un illecito penale rispetto a quello di un illecito civile e, corrispondentemente, penalizza la vittima di un reato penale rispetto al danneggiato civile.

Se già tali rilievi configurano profili di incostituzionalità (irragionevolezza e disuguaglianza davanti alla legge), ve ne è uno ulteriore. Il reato penale colpisce in genere beni costituzionalmente protetti, come la salute (nei reati contro la persona), il lavoro (dipendenti che perdono l’impiego per la bancarotta commessa dal titolare) o la proprietà (reati contro il patrimonio). Il regime attuale della prescrizione, denegando il risarcimento del danno da reato penale senza che la vittima possa far nulla, non avendo il potere di accelerare il processo, mentre l’imputato ha mille strumenti per rallentarlo, viola il principio della tutela minima, che impone alla Repubblica l’obbligo di garantire – perlomeno “al minimo” – i beni protetti dalla Costituzione.

Se la prescrizione è quindi uno strumento che ha salvato moltitudini di imputati, vista dalla parte delle persone offese appare palesemente incostituzionale, a meno che, come avviene nei paesi evoluti, non si stabilisca che essa cessi definitivamente di decorrere all’avvio del processo.

Contrariamente a quanto da più parti si sostiene, in tal modo non si allungherebbe la durata dei procedimenti, i cui tempi esorbitanti dipendono dalle eccessive garanzie procedurali e non sostanziali del nostro codice, dalla pessima organizzazione dei Tribunali, dall’inerzia di molti magistrati e soprattutto dalle tecniche difensive dilatorie, attuate proprio per conseguire la prescrizione del reato.

Ma con l’attuale maggioranza, che comprende chi votò la legge ex-Cirielli, che ridusse i termini di prescrizione, non ci si possono fare illusioni. Lo stesso linguaggio utilizzato dai sedicenti garantisti tradisce la logica di favore verso l’imputato, a discapito della persona offesa e, più in generale, dell’ordinamento. L’imputato viene descritto come “perseguitato” da quelle lungaggini processuali che spesso dipendono dalla sua stessa linea difensiva e viene identificato come “il cittadino”, come se, nel processo penale, non vi fosse anche un “cittadino persona offesa”, vittima pure lui, oltre che del reato, anche delle lungaggini processuali.

Qualcuno potrebbe obiettare che per molti reati la persona offesa non c’è, ovvero non è una persona fisica. In quel caso ad essere danneggiata è la società, siamo tutti noi. E per avere idea di quanto sia iniquo e devastante l’attuale regime, basta leggere questa notizia.

 

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