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	<title>Sentieri e Pensieri</title>
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		<title>Sentieri e Pensieri</title>
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		<title>Bignamino per i fenomeni del pd.</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Dec 2009 22:29:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<category><![CDATA[Massimo Ciancimino]]></category>
		<category><![CDATA[Spatuzza]]></category>

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		<description><![CDATA[Accendo la tv e vedo questi microcefali del centrosinistra (Marino, Rutelli ed altri) farsi intordare dalla  Brambilla, da Bechis e da La Russa sui rapporti di Berlusconi con Cosa Nostra. E allora inizio qui un bignamino veloce ad uso dei testadiminchia eletti da noi che si trovano a parlare di Spatuzza e di mafia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1183&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Accendo la tv e vedo questi microcefali del centrosinistra (Marino, Rutelli ed altri) farsi intordare dalla  Brambilla, da Bechis e da La Russa sui rapporti di Berlusconi con Cosa Nostra. E allora inizio qui un bignamino veloce ad uso dei testadiminchia eletti da noi che si trovano a parlare di Spatuzza e di mafia in TV con quella gente là. </p>
<p>1.	Le organizzazioni mafiose hanno sempre – dico sempre – cercato e trovato accordi con il potere politico, sia in Italia che negli Stati Uniti. Per tacere di altri paesi come la Colombia, la Russia, la Bulgaria o il Kossovo. Senza protezioni politiche le organizzazione mafiose come le conosciamo non esisterebbero. Conseguentemente, compito della magistratura non è stabilire SE esistono uomini politici collusi con la mafia, ma QUALI uomini politici lo sono. Negli anni settanta e ottanta chi diceva e scriveva che Lima, Gioia, Ciancimino, i Salvo erano mafiosi veniva descritto come pazzo e visionario, al pari di chi fa oggi la stessa cosa con i nomi dei vertici di Forza Italia siciliana e nazionale. Adesso che ci sono sentenze definitive a dar loro ragione non mi sembra che si chieda loro scusa. Anche perchè molti sono morti ammazzati (per esempio Giuseppe Fava, Peppino Impastato e tanti altri).</p>
<p>2.	Spatuzza non è il primo mafioso che fa il nome di Berlusconi come referente politico di Cosa Nostra. Prima di lui un superboss come Cancemi e molti altri hanno fatto analoghe dichiarazioni. Da tali informazioni sono nate indagini svolte dalla Procura di Caltanissetta (pm Tescaroli, trasferito a Roma e nemmeno applicato alla DdA; Boccassini, rispedita a Milano), Firenze (Chelazzi, morto d’infarto) e Palermo (Caselli, rispedito a Torino e sostituito alla procura di Palermo con Grasso, che ha disintegrato il suo pool e che poi gli è stato preferito al vertice della DNA grazie ad una leggina ad hoc poi dichiarata incostituzionale). </p>
<p>3.      Se non vi è prova del fatto che Berlusconi e Dell’Utri ordinarono le stragi del 1992 e del 1993, è provato giudizialmente con sentenze passate in giudicato &#8211; nel senso che è scritto in modo chiaro nelle motivazioni &#8211;  che le famiglie mafiose siciliane appoggiarono Forza Italia nelle elezioni del 1994 (e in quelle successive), adottandola come nuovo referente politico dopo il declino ed il “tradimento” della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista. Ed è parimenti provato che le stragi furono concepite da Cosa Nostra al fine di indurre il potere politico a scendere a patti con la cupola.</p>
<p>4.	Berlusconi, interrogato nel 2002 a Palazzo Chigi come testimone nel processo Dell’Utri, si avvalse della facoltà di non rispondere (facoltà generosamente concessa dalla Corte) alle domande sul finanziamento delle holding (ventidue? trentasette?) che detennero per lungo tempo la maggioranza della Fininvest negli anni 80-90 e che consentirono il travaso di decine di miliardi di provenienza mai chiarita nelle casse del Biscione. Ed oltre a Spatuzza, ad alludere al Cavaliere come connesso a Cosa Nostra, è in questi tempi Massimo Ciancimino, che va ripetendo come sia ingiusto che ad essere condannato per il riciclaggio del tesoro del padre Vito sia solo lui, quando altri, che “con leggi ad personam lodi od altro” (sue parole testuali a Rainews 24) si sottraggono ai processi, dovrebbero rispondere degli stessi fatti.</p>
<p>5.	Non risulta che Berlusconi abbia mai smentito quanto finora emerso nel processo Dell’Utri circa un summit tenutosi negli anni settanta (non ricordo a memoria la data esatta) a Cologno Monzese ed al quale parteciparono il Cavaliere, Marcello Dell’Utri, Stefano Bontate (all’epoca capo della cupola), Mimmo Teresi (vice di Bontate) ed altri uomini d’onore. Vertice nel quale fu deciso di inviare Mangano ad Arcore come “garante” degli interessi dei boss presso la Edilnord (la società immobiliare dell&#8217;allora trentenne Cavaliere) e nel quale Berlusconi e Cosa Nostra si misero a disposizione l&#8217;uno dell&#8217;altra per la tutela degli interessi reciproci: investimenti dei palermitani a Milano e protezione totale per il Cavaliere.</p>
<p>Cinque punti buttati lì a caso, ad esempio; giusto per dar loro l’idea che magari dovrebbero studiare, ogni tanto.</p>
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		<title>Chi l&#8217;avrebbe mai detto..</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 00:22:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Amenità varie]]></category>
		<category><![CDATA[noBday]]></category>

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		<description><![CDATA[.. che avrei puntato la sveglia alle 4 per partire alla volta di Roma in un freddo sabato di dicembre. Silvio è riuscito anche in questo, altro che coppe dei campioni.
       <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1181&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>.. che avrei puntato la sveglia alle 4 per partire alla volta di Roma in un freddo sabato di dicembre. Silvio è riuscito anche in questo, altro che coppe dei campioni.</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/sentieriepensieri.wordpress.com/1181/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/sentieriepensieri.wordpress.com/1181/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/sentieriepensieri.wordpress.com/1181/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/sentieriepensieri.wordpress.com/1181/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/sentieriepensieri.wordpress.com/1181/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/sentieriepensieri.wordpress.com/1181/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/sentieriepensieri.wordpress.com/1181/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/sentieriepensieri.wordpress.com/1181/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/sentieriepensieri.wordpress.com/1181/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/sentieriepensieri.wordpress.com/1181/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1181&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Verrà il giorno in cui ci direte..</title>
		<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2009/11/21/verra-il-giorno-in-cui-ci-direte/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 22:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Amenità varie]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>

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		<description><![CDATA[Che Berlusconi non vi è mai piaciuto.
Che ad allearvi siete stati costretti.
Che in quel momento era l’unica cosa da fare.
Che voi eravate contrari ma in minoranza.
Che non sospettavate chi fosse in realtà.
Che non avete mai condiviso le sue idee.
Che non avete mai condiviso i suoi metodi.
Che l’avete fatto per limitare i danni.
Che senza di voi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1173&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Che Berlusconi non vi è mai piaciuto.</p>
<p>Che ad allearvi siete stati costretti.</p>
<p>Che in quel momento era l’unica cosa da fare.</p>
<p>Che voi eravate contrari ma in minoranza.</p>
<p>Che non sospettavate chi fosse in realtà.</p>
<p>Che non avete mai condiviso le sue idee.</p>
<p>Che non avete mai condiviso i suoi metodi.</p>
<p>Che l’avete fatto per limitare i danni.</p>
<p>Che senza di voi al suo fianco avrebbe fatto di molto peggio.</p>
<p>Che vi vergognavate per lui.</p>
<p>Che ogni colloquio era un calvario, ogni abbraccio un supplizio, ogni sorriso una menzogna.</p>
<p>Che sapevate benissimo che quelle leggi erano porcate, ma non c’era alternativa.</p>
<p>Che ad ogni riunione eravate sul punto di voltargli le spalle.</p>
<p>Che difendere le sue leggi vi dava il voltastomaco.</p>
<p>Che prima di parlarne in pubblico vi era necessario qualche “additivo”.</p>
<p>Che tutto il mondo che lo circondava vi faceva schifo.</p>
<p>Che non potevate immaginare cosa avrebbe scoperto la magistratura.</p>
<p>Che in fondo anche lui vi faceva schifo.</p>
<p>Che aveva ragione chi lo descriveva come una rovina per il Paese.</p>
<p>Ma non preoccupatevi, non agitatevi; non cercate giustificazioni, non affannatevi a trovare spiegazioni.</p>
<p>Vi sputeremo in faccia comunque.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Incostituzionalità del processo breve.</title>
		<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2009/11/20/incostituzionalita-del-processo-breve/</link>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 15:29:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Legalità]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[processo breve]]></category>

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		<description><![CDATA[Il disegno di legge sul cosiddetto processo breve è reperibile a questo indirizzo URL:
http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00444659.pdf 
E’ comunque preferibile attingere alle sintesi, per esempio questa:
http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_7615.asp  
Si tratta di una legge a mio parere incostituzionale in quanto vìola il principio di uguaglianza davanti alla legge.
Art. 3
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1164&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Il disegno di legge sul cosiddetto processo breve è reperibile a questo indirizzo URL:</p>
<p><a href="http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00444659.pdf">http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00444659.pdf</a> </p>
<p>E’ comunque preferibile attingere alle sintesi, per esempio questa:</p>
<p><a href="http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_7615.asp">http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_7615.asp</a>  </p>
<p>Si tratta di una legge a mio parere incostituzionale in quanto vìola il principio di uguaglianza davanti alla legge.</p>
<h5>Art. 3</h5>
<p><em>Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.<br />
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l&#8217;eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l&#8217;effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all&#8217;organizzazione politica, economica e sociale del Paese.</em></p>
<p>A solo titolo di esempio sottolineo solamente qualche punto. E’ evidente che laddove la legge prevede l’applicazione dell’estinzione del processo in base ai precedenti penali del reo, essa discrimina il trattamento penale dell’imputato <strong>e della persona offesa</strong> in ragione della condizione personale del primo: se esso è incensurato si applica la legge sul processo breve (e quindi si disapplica di fatto la legge penale), se invece è pregiudicato no. Se una persona resta vittima di una truffa, come si può ragionevolmente spiegare &#8211; senza violare la logica ed il naturale senso di equità che sottende all’articolo 3 &#8211; che il suo diritto ad avere riparazione del danno dipende dall’essere il truffatore incensurato o meno?</p>
<p>Anche l’applicazione differenziale per tipologia di reato viola l’articolo 3. Nel nostro ordinamento (come in quasi tutti quelli avanzati, peraltro) la procedura penale è la stessa (salvo rarissime eccezioni) per qualsiasi tipo di reato. La ragione è semplice. Il processo penale (e quindi il codice di procedura che lo regolamenta) ha una funzione primaria: impedire che venga condannato un innocente, ovvero che una persona venga condannata per un delitto più grave di quello effettivamente commesso. Soggettivamente, dal punto di vista dell’imputato innocente, poco rileva la gravità del fatto contestato, poiché accusare e condannare un innocente è un sopruso intollerabile anche se il reato e la pena sono lievi. Per tale ragione le garanzie processuali sono le medesime per tutti, e non esiste una loro gradazione in base alla gravità del fatto contestato; quindi ogni norma procedurale che discrimina fra reato e reato è tendenzialmente iniqua e incostituzionale. La maggiore gravità deve riflettersi unicamente sull’entità della pena e non già sulla forma processuale, poiché essa deve rimanere neutra rispetto alle caratteristiche dell’imputato e dei capi di imputazione.</p>
<p>Per rendere evidente la fondatezza di questo argomento, si pensi ad un processo per estorsione a carico di un incensurato. Poiché la pena massima edittale è di dieci anni, il progetto di legge non trova applicazione e pertanto è legittimo attendersi sentenza di primo grado anche ecceduti i due anni previsti dal ddl. Ma supponiamo che, nel corso del dibattimento, emerga che il fatto commesso sia di fattispecie meno grave &#8211; per esempio esercizio arbitrario delle proprie ragioni &#8211; alla quale si applica il principio del processo breve. Si arriverebbe quindi ad una sentenza di proscioglimento per eccessiva durata anche molto dopo il secondo e ci troveremmo di fronte ad una somma di ingiustizie. Il processo è durato oltre il limite di legge previsto per il reato, con danno per l’imputato che aveva diritto ad essere prosciolto dopo due anni; ma la parte civile è rimasta ugualmente in giudizio (a proprie spese ed in attesa di una riparazione) senza ottenere alcun riscontro poiché si è giunti a proscioglimento.</p>
<p>Per confermare il giudizio di iniquità ed irrazionalità, si pensi ad un reato commesso in concorso da due soggetti di cui solamente uno incensurato. Per esso diverrebbe possibile l’estinzione del reato per eccessiva durata del processo, mentre per il concorrente pregiudicato si andrebbe avanti fino a condanna. Un’ingiustizia, un’assurdità, <strong>una boiata pazzesca.</strong></p>
<p>Siamo evidentemente nel terreno (irrazionalità ed irragionevolezza) nel quale si cade inevitabilmente quando si definiscono norme che derogano al principio di generalità e di astrattezza, e l’irrazionalità e l’irragionevolezza delle norme sono state più volte adottate dalla Corte Costituzionale come elementi di incostituzionalità.</p>
<p>A mio modo di vedere il ddl viola anche il proncipio di legalità previsto dai seguenti articoli.</p>
<h5>Art. 24</h5>
<p><em>Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.<br />
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.<br />
Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.<br />
La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.</em></p>
<h5>Art. 25</h5>
<p><em>Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge.<br />
Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso.<br />
Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge.</em></p>
<p>Scusatemi se sono brutale.</p>
<p>L’articolo 24 dice che <em>Tutti possono agire in giudizio <strong>per la tutela dei propri diritti soggettivi e interessi legittimi.</strong></em> Non dice<strong><em> </em></strong><em>tutti possono agire in giudizio per <strong>farsi menare per il naso e ridere in faccia per tutta la vita.</strong></em> Perché questo accadrebbe in decine di migliaia di processi che andrebbero in fumo per impossibilità di concludere il dibattimento in tempo utile, con sommo scorno (e spesa inutile) della parte civile (che quasi sempre coincide con la persona offesa o vittima del reato) e massimo giubilo del colpevole. Il principio che si vuole introdurre avrà il solo effetto di moltiplicare gli artifici dilatori delle difese al fine di protrarre il dibattimento, con esito estintivo certo in tutti i processi che presentano una qualche articolazione per via del numero degli imputati, dei testimoni, dei periti, delle parti civili o dei capi di imputazione ovvero per la complessità tecnica per l’accertamento degli stessi. Si pensi ai processi per disastro colposo (e omicidio e/o lesioni colposi) da celebrarsi a L’Aquila per i crolli del terremoto. Le responsabilità penali sono individuabili a mezzo di complesse e vastissime perizie tecniche che devono essere esperite nel corso del dibattimento, poiché gli atti dell’indagine preliminare compiuti dalla procura sono utilizzabili come <strong>mezzo di prova</strong> e non già come <strong>prova</strong>.<em> </em>E’ quest’ultimo uno dei possibili strumenti dilatori inaggirabili introdotti nel processo penale come conseguenza dell’inserimento in Costituzione del cosiddetto “giusto processo” (l’ennesimo slogan berlusconiano che nasconde una trappola per la magistratura ed una frode per tutti noi) avvenuto con il colpevole concorso del centrosinistra.</p>
<p>E non posso non ribadire quanto da me già scritto più volte. Al momento di riformare l’art. 111 Cost: (ora detto appunto “giusto processo”) non costava molto aggiungere un semplice comma di questo tenore: “il processo assicura un equo risarcimento alla persona offesa dal reato”. Ma ai sommi giureconsulti che albergano nel nostro Parlamento non è passato nemmeno per la testa. Abituati come sono a frequentare od essere imputati, per loro il processo è una questione privata fra l’indagato/imputato e la magistratura.</p>
<p>I succitati articoli della Costituzione hanno chiara ispirazione garantista, ma, come ben si vede, possono e devono essere interpretati non come vantaggi unilaterali per i colpevoli (così come le leggi volute dal centrodestra berlusconiano) ma anche come obblighi per lo Stato di esercitare la legge penale. Nello spirito dei costituenti il significato del primo comma dell’art. 25 era il seguente. <em>Nessuno può essere sottratto al suo giudice naturale precostituito per legge <strong>ed affidato ad altro giudice deciso dal governo</strong>.</em><strong> </strong>Il pensiero andava ai tribunali speciali voluti per processare gli antifascisti. Ma è evidente che così può rileggersi: <em>nessuno può essere sottratto al suo giudice naturale precostituito per legge <strong>e lasciato libero di fare quel c. che gli pare</strong>.</em> Perché va detto che questo avverrebbe per quasi tutti gli incensurati imputati di reati per i quali vale il processo breve.</p>
<p>I costituenti, che pure ne avevano viste di tutti i colori, non potevano certo immaginare che una banda di mafiosi e di camorristi si sarebbe impadronita della maggioranza parlamentare, ma tuttavia hanno fissato principi comunque applicabili.</p>
<p>Queste considerazioni si integrano con l’evidente irrazionalità ed irragionevolezza che pervadono il ddl e che, come detto, sono criteri ripetutamente assunti a base del giudizio di incostituzionalità.</p>
<p>Di certo i giudici costituzionali, qualora chiamati a giudicare questa legge (nella sciagurata ipotesi della sua entrata in vigore), non potranno usare gli argomenti ed i termini che ho usato io. <strong>Ma sono sicuro che pensano le stesse cose che ho scritto </strong>e troveranno il modo per esprimerlo in forma acconcia. D’altronde su questo blog scrissi più volte di essere certo della bocciatura del lodo Alfano e così è stato.</p>
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		<title>Cronache da Lobotlandia &#8211; 1.</title>
		<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2009/11/19/cronache-da-lobotlandia-1-2/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 18:39:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[persona offesa]]></category>
		<category><![CDATA[processo breve]]></category>
		<category><![CDATA[vittima del reato]]></category>

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		<description><![CDATA[Ascolto il leghista Cota al tg3 e non riesco a non cambiare canale. A domanda sul “processo breve”, il sottosegretario, al fine di riaffermare la bontà della legge, sostiene che “un cittadino ha diritto ad essere processato e condannato o assolto in un tempo ragionevole”.
La naturalezza con la quale questo argomento viene reiterato mostra come [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1156&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Ascolto il leghista Cota al tg3 e non riesco a non cambiare canale. A domanda sul “processo breve”, il sottosegretario, al fine di riaffermare la bontà della legge, sostiene che “un cittadino ha diritto ad essere processato e condannato o assolto in un tempo ragionevole”.</p>
<p>La naturalezza con la quale questo argomento viene reiterato mostra come la nostra classe politica, nel momento in cui affronta il tema della giustizia, applica ormai automaticamente l’equazione “cittadino=imputato”. La compenetrazione fra politici e delinquenti è ormai talmente irrisolvibile che per i nostri rappresentanti i diritti del soggetto processuale denominato “persona offesa” (più comunemente vittima) che quasi sempre coincide con la parte civile nel processo, non esistono.</p>
<p>L’eccessiva durata del processo danneggia  l’imputato (forse, perchè io non ho mai sentito dire di un colpevole frettoloso di sentirsi condannare), ma non certo quando le lungaggini dipendono dalla strategie difensive da lui adottato. Al contrario danneggia sempre e sicuramente la vittima, sia che essa dipenda dalle carenze strutturali del Tribunale, dalle strategie della difesa o dalla neghittosità dei magistrati e del personale giudiziario ausiliario.</p>
<p>Ma di ciò nessuno si cura e si arriva ad accettare l’idea che un cittadino danneggiato da un reato debba subire, oltre all’offesa di una durata eccessiva del procedimento (ben superiore ai sei anni anche quando sarà in vigore la legge in oggetto per via dei tempi morti fra i diversi gradi di giudizio), la beffa di una sentenza di proscioglimento per eccessiva durata di una singola fase processuale, con grande gioia del colpevole che può deriderlo per tutta la vita, godendosi i vantaggi del reato commesso.</p>
<p>Ma nemmeno i membri della cosiddetta opposizione sembrano rendersene conto, né i giornalisti non allineati. Ci si concentra solo su Berlusconi e sul fatto che si tratterebbe di una legge ad personam. In realtà è una legge contro tutti noi, ma soprattutto contro le vittime dei reati. Cittadini ormai di serie B, anzi C, anzi Z.</p>
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		<title>Riforma della Giustizia.</title>
		<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2009/11/16/riforma-della-giustizia/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 13:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[processo breve]]></category>

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		<description><![CDATA[Il processo breve è solamente uno dei punti di una più ampia riforma della giustizia che governo e maggioranza intendono varare e che, al momento, non è ancora stata resa pubblica pur essendone stati individuati con precisione alcuni punti la cui definizione è in stato di avanzata elaborazione da parte dei tecnici. Sentieri e Pensieri [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1151&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Il processo breve è solamente uno dei punti di una più ampia riforma della giustizia che governo e maggioranza intendono varare e che, al momento, non è ancora stata resa pubblica pur essendone stati individuati con precisione alcuni punti la cui definizione è in stato di avanzata elaborazione da parte dei tecnici. Sentieri e Pensieri è in grado di fornire in esclusiva alcune anticipazioni sui principi cardine della legge di riforma che fra poche settimane approderà alle commissioni giustizia delle due camere, alcuni dei quali hanno forma di articoli già sottoponibili al voto dell’aula.</p>
<p><em>E’ ovvio che fissare un limite temporale al processo non ha senso se, parallelamente, non si sveltiscono le singole fasi processuali. Gli articoli da 1  a 5 vanno  in tale direzione, accelerando le fasi processuali.</em></p>
<p>Art. 1 (Udienza breve)</p>
<p>I) Fuori dei casi di mafia, terrorismo, immigrazione clandestina e introduzione sul territorio nazionale di generi alimentari adulterati, le udienze dibattimentali in ciascun grado di giudizio, ivi comprese quelle dell’udienza preliminare o per l’incidente probatorio in fase di indagine preliminare, devono avere durata non eccedente i 30 minuti.</p>
<p>II) Esaurito il lasso temporale previsto dal comma I, il giudice dichiara conclusa l’udienza e ammette le prove del Pubblico Ministero e ne valuta le istanze solamente se prodotte e formulate entro il suddetto termine; quindi rigetta ogni altra richiesta dell’accusa. Le istanze rigettate non possono essere reiterate in udienze successive.</p>
<p>III) Al fine di non ledere i diritti della difesa, il giudice ammette come prova, senza eccezioni e senza contraddittorio, tutti i documenti ed i reperti prodotti dalla difesa.</p>
<p>IV- 1) Qualora la difesa abbia indicato un testimone o un perito di parte che non è stato sentito nel lasso temporale stabilito dal comma I, il giudice ammette come prova il testo scritto della testimonianza/perizia assunta privatamente dal difensore dell’imputato in forma dettagliata o sintetico-riassuntiva.</p>
<p>IV-2) Qualora non sia possibile fornire il testo scritto previsto dal n. 1, il giudice ammette come prova il giudizio testimoniale/peritale difensivo in forma dicotomica, sotto una delle seguenti formulazioni: “l’imputato è innocente” ovvero “l’imputato è colpevole”.</p>
<p><em>La pesantezza dei fascicoli processuali è un altro elemento che ostacola lo svolgimento dei processi. Enormi faldoni cartacei composti da atti inutili che gravano sulle cancellerie e rendono fisicamente oneroso lo smaltimento dei processi. I seguenti articoli vanno nella giusta direzione.</em></p>
<p>Art. 2 (Verbale breve)</p>
<p>I) Fuori dei casi di mafia, terrorismo, immigrazione clandestina e abbandono su ciglio di strada vicinale di taniche non sigillate contenenti materiale chimico tossico-nocivo, ogni verbale redatto da personale di polizia giudiziaria o di cancelleria avente valore di prova o di elemento di prova deve essere redatto, a pena di nullità, su un unico foglio di formato A4.</p>
<p>II) Per gli operatori afflitti da calligrafia ampia è previsto un canale di assunzione privilegiato in altri settori della Pubblica Amministrazione.</p>
<p>Art. 3. (Sentenza breve)</p>
<p>I) Fuori dei casi di mafia, terrorismo, immigrazione clandestina ed impianto abusivo di vigna in area sottoposta a vincolo ambientale, i decreti, le ordinanze e le sentenze emessi dal giudice di ogni ordine e grado devono essere redatti, a pena di nullità, su un unico foglio di formato A4. Nei casi di particolare complessità tecnica o di elevato numero degli imputati o dei capi di imputazione, è ammesso il ricorso al fronte/retro.</p>
<p>II) Qualora uno degli atti prodotti secondo le modalità previste dal comma II venga riformato in un grado di giudizio superiore per difetto di motivazione su richiesta della difesa dell’imputato, il giudice estensore è punito con l’estromissione dall’ordine giudiziario.</p>
<p>Art. 4. (Arringa breve)</p>
<p>I) Fuori dei casi di mafia, terrorismo, immigrazione clandestina ed asciugatura in pubblico di bucato non ammorbidito, l’arringa del Pubblico Ministero non può avere durata superiore a minuti dieci.</p>
<p>II) Le parti civili non hanno diritto a pronunciare arringa.</p>
<p>III) Qualora il Pubblico Ministero ecceda il limite temporale previsto dal comma I, il giudice dichiara estinti tutti i reati contestati all’imputato e chiude il procedimento con sentenza orale immediata e assoluzione dell’imputato.</p>
<p>IV) Avverso la sentenza orale prevista dal comma III non è ammessa alcuna forma di impugnazione.</p>
<p>Art. 5.  (Reato breve)</p>
<p><em>Il presente articolo si propone di sanare la degenerazione giudiziaria consistente nell’attribuzione a cittadini retti e probi condotte criminose articolate nel corso di periodi temporali di spropositata lunghezza. Si dà il caso di un procedimento istruito a Palermo da alcuni magistrati iperpoliticizzati i quali, a meri fini persecutori nei confronti di un cittadino la cui unica colpa è l’impegno politico per la libertà e per la democrazia, hanno scandagliato la di lui esistenza nel corso di trent’ anni, espungendo da alcune occasionali frequentazioni dell’imputato, con spericolate congetture scaturite dalle loro menti deviate, l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Essendo evidente che, nell’arco di una intera esistenza, un soggetto libero di muoversi finisce inevitabilmente per imbattersi in qualche mafioso, tale persecuzione giudiziaria non può trovare accoglimento in un ordinamento garantista.</em></p>
<p>I) Fuori dei casi di <span style="text-decoration:line-through;">mafia</span>, terrorismo, immigrazione clandestina ed apparizione pubblica con abbigliamento in contrasto con costumi e tradizioni locali, la condotta incriminata integrante gli estremi del reato contestato deve estrinsecarsi in un arco temporale non superiore a mesi sei.</p>
<p>II) In qualsiasi fase e grado del procedimento il giudice verifica la durata della condotta incriminata così come rappresentata dal Pubblico Ministero e, se risulta ecceduto il limite previsto dal comma I, assolve l’imputato perché il fatto non costituisce reato e chiude il procedimento con sentenza orale immediata.</p>
<p>III) Avverso la sentenza orale prevista dal comma II non è ammessa alcuna impugnazione.</p>
<p><em> </em></p>
<p>Art. 5 bis. (Carcerazione breve)</p>
<p><em>Questo articolo è stato fortemente voluto dal Ministro Alfano per decongestionare le carceri. Consiste in una trovata geniale che consente di dimezzare i tempi di reclusione lasciandoli invariati. Infatti, come deducibile da una attenta valutazione del testo, i detenuti percepiranno la loro pena come effettivamente espiata per intero, in ottemperanza del principio della certezza della pena e della sua afflittività, ma al tempo stesso si avrà una consistente mole di scarcerazioni che alleggerirà il peso che grava sulle prigioni italiane.</em></p>
<p>I) E’ introdotto il “tempo carcerario” ottenuto dimezzando il tempo naturale.</p>
<p>II) La giornata carceraria dura 12 ore ed è scandita secondo i ritmi naturali dimezzati.</p>
<p>III) Le pene detentive sono misurate in tempo carcerario.</p>
<p style="text-align:center;">* * *</p>
<p><em>Non è sufficiente ridurre tempi e volumi cartacei. Servono anche formule processuali rapide e garantiste. In parole povere, processi brevi ma non sommari. Le proposte della maggioranza contengono elementi di genialità che risolveranno molti problemi.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Art. 6. (Prova certa e vera)</p>
<p><em>Il presente articolo è finalizzato ad avvicinare la giustizia al sentimento popolare. Troppo spesso le sentenze di condanna sono il frutto di astruse valutazioni da parte di magistrati che, per formazione e deviazione professionale, sono inclini a vedere il marcio ovunque ed a considerare prove a carico di onesti cittadini anche dei fatti che nel senso comune sono comportamenti perfettamente naturali. La Costituzione prescrive che la giustizia è amministrata in nome del popolo e pertanto la prova deve essere valutabile dal popolo secondo i propri genuini sentimenti e con gli strumenti intellettuali della gente comune. Il principio della prova certa e vera va in questa sacrosanta direzione.</em></p>
<p>I) Fuori dei casi di mafia, terrorismo, immigrazione clandestina e matrimonio misto con soggetto appartenente al regno animale, la prova prodotta dal Pubblico Ministero a carico dell’imputato deve essere sottoposta al vaglio popolare secondo le modalità descritte nei seguenti commi.</p>
<p>II) In apertura di dibattimento il giudice estrae dall’elenco degli ammessi al ruolo di giudice popolare i nominativi di tre cittadini che assistono alle udienze dibattimentali in qualità di “valutatori di prova certa e vera”.</p>
<p>III) Terminata l’esposizione degli elementi di prova a carico da parte del Pubblico Ministero, il difensore dell’imputato illustra ai valutatori di prova certa e vera la tesi del Pubblico Ministero, utilizzando un linguaggio scevro da tecnicismi giuridici ed appercepibile da soggetti di media cultura.</p>
<p>IV) Terminata l’esposizione di cui al comma III, il giudice rende edotti i valutatori che saranno chiamati a stabilire verità e certezza della prova in base al loro genuino buon senso popolare, avvisandoli sulle sanzioni previste in caso di pronuncia in malafede (comma VII).</p>
<p>V) Terminata la fase prevista dal comma IV il giudice sottopone formalmente ai valutatori di prova certa e vera la seguente domanda: “consapevoli della responsabilità morale e giuridica che vi assumete con la vostra risposta e che da essa può dipendere la condanna di un cittadino a molti anni di carcere, siete voi genuinamente ed autenticamente certi, oltre ogni ragionevole dubbio, che la prova prodotta dal Pubblico Ministero è Certa e Vera?”</p>
<p>VI) Se tutti i valutatori rispondono affermativamente il giudice ammette la prova. Se almeno uno di essi fornisce una risposta negativa o dubitativa il giudice non ammette la prova che non potrà quindi essere utilizzata in giudizio.</p>
<p>VII) I valutatori di prova certa e vera che forniscono risposta affermativa alla domanda di cui al comma V sulla base di convincimenti politici o ideologici, e non per autentico e genuino sentimento popolare, sono privati dei diritti civili e politici e, se lavoratori dipendenti, assoggettati ad ammenda pari ad un quinto dello stipendio per una durata non inferiore ad anni sei. Nei casi più gravi sono privati della potestà di genitori.</p>
<p>VIII) Se l’imputato è una delle quattro alte cariche dello Stato (Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio dei Ministri, Presidente del Senato e Presidente della Camera) ovvero soggetto che abbia ricoperto una delle suddette cariche per almeno due mandati non consecutivi, il numero dei valutatori di prova certa e vera è portato da tre a trenta.</p>
<p>Art. 7. (Patteggiamento assolutorio)</p>
<p><em>I magistrati sono mentalmente dei deviati, si sa. Essi si sono assunti un ruolo di supplenza morale rispetto alla politica e si ritengono investiti del diritto/dovere di giudicare i cittadini anche al di là dei limiti previsti dai codici. Ecco allora che si deve ristabilire che la moralità dei comportamenti non riguarda il giudizio penale.</em></p>
<p>I) Fuori dei casi di mafia, terrorismo, immigrazione clandestina e permanenza abusiva in fondo agricolo con abbigliamento succinto, l’imputato può richiedere il patteggiamento assolutorio secondo le modalità e le finalità dei commi successivi.</p>
<p>II) Se la difesa dell’imputato ritiene che la condotta incriminata presenti elementi censurabili dal punto di vista morale ma sia penalmente irrilevante, può chiedere il patteggiamento assolutorio, con il quale il giudice emette una sentenza di assoluzione perché il fatto non costituisce reato e, contestualmente, ammonisce l’imputato a non reiterare la condotta.</p>
<p>III) L’istanza per il patteggiamento assolutorio è depositata dalla difesa dell’imputato venti giorni prima dell’udienza, ovvero formulata in aula, e può essere reiterata fino a tre volte per ciascun grado di giudizio.Se il giudice ritiene l’istanza non manifestamente infondata, fissa udienza per il patteggiamento assolutorio entro 15 giorni. Il Pubblico Ministero ed le parti civili non possono opporsi.</p>
<p>IV) Se il procedimento si trova in primo grado ed il giudice rigetta l’istanza, l’imputato ha facoltà di inoltrarla alla competente Corte d’Appello. Se vi è fondato motivo che a carico dell’imputato sia in atto una persecuzione politica, l’istanza può essere inoltrata a diversa Corte d’Appello a scelta dell’imputato.</p>
<p>V) Nel pronunciare la sentenza di patteggiamento assolutorio il giudice ha facoltà di far oscillare l’indice destro puntato verso l’alto.</p>
<p>Art. 8. (Patteggiamento assolutorio “per saltum”)</p>
<p>I) Fuori dei casi di mafia, terrorismo, immigrazione clandestina e pavimentazione di tavernetta con ammattonato trattato con olio di lino cotto di provenienza extra-UE, se l’imputato è uno dei soggetti indicati al comma VIII dell’art. 6 (Alte Cariche dello Stato e assimilato), la richiesta di patteggiamento assolutorio può essere formulata, in qualsiasi stato e grado del procedimento, al Presidente della Corte Suprema di Cassazione.</p>
<p>II) Il Presidente della Corte di Cassazione non può rigettare l’istanza e fissa udienza per il patteggiamento assolutorio entro 15 giorni dal deposito dell’istanza in cancelleria.</p>
<p>III) Sulla richiesta di patteggiamento assolutorio presentata ai sensi del comma I si pronuncia la Corte di Cassazione a Sezioni Unite.</p>
<p>IV) L’imputato – se soggetto diverso dal Presidente della Repubblica &#8211; partecipa personalmente all’udienza ed ha facoltà di farsi accompagnare, in qualità di patrocinatore aggiunto, dal Capo dello Stato.</p>
<p>Art. 9. (Supertestimone)</p>
<p><em>Ci sono processi che si trascinano per anni ed anni a dispetto di prove inconfutabili a favore dell’imputato. E’ venuto il momento di dire basta.</em></p>
<p>I) Fuori dei casi di mafia, terrorismo, immigrazione clandestina e cambio di destinazione d’uso di biancheria intima femminile, la difesa dell’imputato può ricorrere a supertestimone, ovvero giocare il jolly su uno dei testi indicati ai sensi dell’art. 468 c.p.p.</p>
<p>II) La richiesta di supertestimonianza è presentata in aula dalla difesa alzando una paletta raffigurante la lettera “J” contornata da stelline color oro ed è reiterabile tre volte per ciascun grado di giudizio.</p>
<p>III) Il Pubblico Ministero e le parti civili non possono opporsi alla supertestimonianza ed il giudice la ammette senza ritardo. Il cancelliere appone sulla testa del supertestimone un copricapo da Joker ed il giudice, dopo la pronuncia del giuramento di rito, dà il via alla supertestimonianza con la frase “truà, dé, an, prt!”</p>
<p>IV) Il contenuto della supertestimonianza ha valore decisorio assoluto. Se da essa emerge l’innocenza dell’imputato relativamente ad uno o più dei reati contestati, il giudice li dichiara immediatamente estinti. Se da essa emerge l’innocenza dell’imputato per tutti i capi di imputazione, il giudice pronuncia immediatamente sentenza orale di assoluzione per non aver commesso il fatto e dichiara chiuso il procedimento.</p>
<p>V) Avverso la sentenza orale di cui al comma IV non è ammessa alcuna impugnazione.</p>
<p>VI) Se l’imputato è uno dei soggetti previsti dal comma VIII dell’art. 6 (Alte Cariche dello Stato e assimilato) può essere ammesso a supertestimonianza l’imputato stesso.</p>
<p>&nbsp;</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/sentieriepensieri.wordpress.com/1151/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/sentieriepensieri.wordpress.com/1151/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/sentieriepensieri.wordpress.com/1151/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/sentieriepensieri.wordpress.com/1151/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/sentieriepensieri.wordpress.com/1151/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/sentieriepensieri.wordpress.com/1151/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/sentieriepensieri.wordpress.com/1151/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/sentieriepensieri.wordpress.com/1151/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/sentieriepensieri.wordpress.com/1151/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/sentieriepensieri.wordpress.com/1151/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1151&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Processi brevi.</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 20:36:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[processo breve]]></category>

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		<description><![CDATA[Leggo che il &#8220;lodo Fini-Ghedini&#8221; sul processo breve prevederebbe dei limiti di tempo per la celebrazione dei diversi gradi di giudizio: tre anni per il processo di primo grado, due anni per quello di appello, uno per il giudizio di Cassazione. Rifletto: ma cosa è il processo di primo grado? Quella parte di procedimento che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1149&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Leggo che il &#8220;lodo Fini-Ghedini&#8221; sul processo breve prevederebbe dei limiti di tempo per la celebrazione dei diversi gradi di giudizio: tre anni per il processo di primo grado, due anni per quello di appello, uno per il giudizio di Cassazione. Rifletto: ma cosa è il processo di primo grado? Quella parte di procedimento che va dall&#8217;udienza preliminare (o dalla prima udienza di apertura del dibattimento) fino alla sentenza del Truibunale.  Analogamente il processo di appello è la parte di procedimento che va dalla prima udienza in corte di appello alla sentenza di secondo grado. Però va detta una cosa: il procedimento penale comincia con l&#8217;iscrizione del reato nell&#8217;apposito registro (registro delle notizie di reato) e prosegue con l&#8217;indagine preliminare, che può durare fino a due anni, salvo proroghe. Ma il processo di primo grado non inizia automaticamente al momento della chiusura dell&#8217;indagine preliminare, poichè gli atti vanno notificati alle parti provate (imputati e persone offese) e perchè  il Tribunale, avendo da smaltire enormi arretrati, mette in coda il fascicolo finchè non si trova un buco. In realtà fra la fine delle indagini e l&#8217;inizio del primo grado passano uno, due o anche tre anni. Lo stesso accade fra la fine del primo grado e l&#8217;inizio dell&#8217;appello e fra la sentenza d&#8217;appello e giudizio di cassazione. Quindi limitare la durata dei singoli &#8220;tranci&#8221; processuali non garantisce affatto la speditezza del procedimento complessivo. Insomma stiamo parlando di vaccate belle e buone. Vaccate, solo vaccate!</p>
<p>&nbsp;</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/sentieriepensieri.wordpress.com/1149/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/sentieriepensieri.wordpress.com/1149/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/sentieriepensieri.wordpress.com/1149/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/sentieriepensieri.wordpress.com/1149/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/sentieriepensieri.wordpress.com/1149/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/sentieriepensieri.wordpress.com/1149/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/sentieriepensieri.wordpress.com/1149/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/sentieriepensieri.wordpress.com/1149/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/sentieriepensieri.wordpress.com/1149/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/sentieriepensieri.wordpress.com/1149/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1149&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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		<title>Ma quali sentieri? Ma quali pensieri?</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 19:39:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[processo breve]]></category>

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		<description><![CDATA[Da diversi giorni non scrivo sul blog. Ogni tanto ripeto a me stesso di commentare almeno le ultime novità in materia di giustizia. Ovvero le proposte di legge sul &#8220;processo breve&#8221; e sul ritorno all&#8217;immunità parlamentare. Ma cosa volete mai che scriva? Cosa volete mai che pensi? Come è già stato scritto da autorevoli commentatori, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1146&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Da diversi giorni non scrivo sul blog. Ogni tanto ripeto a me stesso di commentare almeno le ultime novità in materia di giustizia. Ovvero le proposte di legge sul &#8220;processo breve&#8221; e sul ritorno all&#8217;immunità parlamentare. Ma cosa volete mai che scriva? Cosa volete mai che pensi? Come è già stato scritto da autorevoli commentatori, le proposte sono degli insulti al buone senso, prima ancora che delle vittime dei reati, soggetti della cui esistenza i nostri politici si sono improvvisamente accorti.</p>
<p>Non sto nemmeno a ripetermi: non ci sono nè sentieri nè pensieri da riferire. Solo insulti e bestemmie.  Ecco, forse dovrei aprire un nuovo blog &#8220;Insulti e Bestemmie&#8221; più idoneo alla temperie politica e culturale che stiamo vivendo.</p>
<p>A presto.</p>
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		<title>Ho deciso.</title>
		<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2009/10/23/ho-deciso/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 18:08:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[primarie del pd]]></category>

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		<description><![CDATA[Domenica prossima andrò al gazebo del pd, verserò i due euro, e deporrò scheda bianca nell’urna per l’elezione del segretario nazionale.
Non voglio tediarvi, dico solo due parole per spiegare le ragioni di questa scelta.
E’ fuori discussione che nel momento in cui viviamo è necessario dare un segnale chiaro alla maggioranza di governo, ma soprattutto a [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1143&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Domenica prossima andrò al gazebo del pd, verserò i due euro, e deporrò scheda bianca nell’urna per l’elezione del segretario nazionale.</p>
<p>Non voglio tediarvi, dico solo due parole per spiegare le ragioni di questa scelta.</p>
<p>E’ fuori discussione che nel momento in cui viviamo è necessario dare un segnale chiaro alla maggioranza di governo, ma soprattutto a noi stessi, che non tolleriamo lo scempio della Repubblica che si sta facendo da Palazzo Chigi-Palazzo Grazioli. Manifestare il nostro sostegno al principale partito di opposizione è doveroso.</p>
<p>Cionondimeno non mi sento di manifestare, simultaneamente, adesione ad un partito che ha gravissime responsabilità per la situazione che vive l’Italia. A chi obietta che il pd esiste da soli due anni rispondo che il punto sta proprio qui: nominalmente è così, ma i dirigenti sono al potere (partitico e politico) da svariati lustri.</p>
<p>Il vizio di fondo del partito democratico sta proprio alla sua origine: è l’unico partito che ha scelto i propri dirigenti prima di nascere, e ciò determina la sua cronica incapacità di attrarre consenso. Non a caso nelle parole dei candidati segretari sento solo parlare di “recupero” degli elettori delusi, e non già di conquista di nuovi sostenitori.</p>
<p>Aggiungo che la presentazione di liste bloccate per l’elezione delle convenzioni nazionali e regionali accresce la mia rabbia (si strepita contro la legge Calderoli perché non prevede le preferenze ma non si ha il coraggio di introdurle nemmeno nelle primarie) così come la buffonata delle quote rosa. Due risvolti che, di per sé, mi indurrebbero a non votare affatto.</p>
<p>L’unico modo per manifestare il mio disagio per un partito nel quale ripongo aspettative ma che ritengo del tutto inadeguato al suo compito storico è di votare scheda bianca, e così farò.</p>
<p>In molti sostengono che Ignazio Marino dovrebbe rappresentare il cambiamento ai ceti dirigenti dei partiti cofondatori, e che pertanto va preferito a Franceschini ed a Bersani. Un discorso che ho sentito fare anche in favore  dei “piombini” come Civati o per l’astro nascente Serracchiani, campioni del rinnovamento del partito contrapposti all’apparato, appunto. Sarà, ma non posso fare a meno di osservare che questo terribile apparato stritolatore non ha impedito a Marino di diventare (giovanissimo) senatore della repubblica, a Serracchiani e a Civati di diventare parlamentare europea e consigliere regionale. In altre parole la presunta cesura mi pare più proclamata che reale, e va sottolineato che la capacità di costoro di conquistare consensi al di fuori del recinto del pd è tutta da dimostrare.</p>
<p>In attesa quindi che il pd capisca che la vera rifondazione passa per un vero dibattito nel paese e per una vera apertura alla società civile (formula abusata, ma tutt’altro che vuota), e non nelle stanze e nelle stanzette dove i dirigenti ed i sottodirigenti discutono di poltrone e di poltroncine, porterò i miei due euro per deporre la scheda bianca. Amen.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Le primarie del pd.</title>
		<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2009/10/23/le-primarie-del-pd/</link>
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		<pubDate>Fri, 23 Oct 2009 14:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Votate! E ricordate di cliccare più volte l&#8217;opzione voluta per avere certezza della registrazione del vostro voto.
Nei commenti è aperto il dibattito fra i sostenitori delle varie scelte e dei diversi candidati.
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><a name="pd_a_2158727"></a><div class="PDS_Poll" id="PDI_container2158727" style="display:inline-block;"></div><script type="text/javascript" language="javascript" charset="utf-8" src="http://static.polldaddy.com/p/2158727.js"></script>
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		</noscript>
<p>Votate! E ricordate di cliccare più volte l&#8217;opzione voluta per avere certezza della registrazione del vostro voto.</p>
<p>Nei commenti è aperto il dibattito fra i sostenitori delle varie scelte e dei diversi candidati.</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/sentieriepensieri.wordpress.com/1140/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/sentieriepensieri.wordpress.com/1140/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/sentieriepensieri.wordpress.com/1140/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/sentieriepensieri.wordpress.com/1140/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/sentieriepensieri.wordpress.com/1140/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/sentieriepensieri.wordpress.com/1140/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/sentieriepensieri.wordpress.com/1140/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/sentieriepensieri.wordpress.com/1140/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/sentieriepensieri.wordpress.com/1140/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/sentieriepensieri.wordpress.com/1140/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1140&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>Ci salveranno le teste di minchia?</title>
		<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2009/10/10/ci-salveranno-le-teste-di-minchia/</link>
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		<pubDate>Sat, 10 Oct 2009 09:30:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA["testa di minchia"]]></category>
		<category><![CDATA[Annozero]]></category>
		<category><![CDATA[Ciancimino]]></category>
		<category><![CDATA[Cosa Nostra]]></category>

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		<description><![CDATA[La puntata di Annozero di giovedì scorso ha avuto molti pregi, primo fra tutti quello di rivelare agli italiani (i quali, ne sono sicuro, lo ignoravano) l’esistenza di una trattativa fra Cosa Nostra e lo Stato italiano (impersonato da soggetti istituzionali al momento imprecisati) per restaurare la pax mafiosa dopo la sentenza definitiva del maxiprocesso [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1133&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>La puntata di Annozero di giovedì scorso ha avuto molti pregi, primo fra tutti quello di rivelare agli italiani (i quali, ne sono sicuro, lo ignoravano) l’esistenza di una trattativa fra Cosa Nostra e lo Stato italiano (impersonato da soggetti istituzionali al momento imprecisati) per restaurare la pax mafiosa dopo la sentenza definitiva del maxiprocesso di Palermo (gennaio 1992). Trattativa cui lo Stato fu indotto dalla cupola con le stragi del 1992 (Capaci e via d’Amelio) e del 1993 (Roma, Milano, Firenze).</p>
<p>Ma personalmente ho trovato di enorme interesse ascoltare le parole vive di Massimo Ciancimino (di cui conoscevo solo il volto ed il contenuto riassunto di alcune deposizioni) che, seppur distillate, descrivono nitidamente il clima mafioso della politica palermitana. Lo si è visto rappresentare il proprio terrore nel solo nominare “l’ingegner Lo Verde” (cioè Bernardo Provenzano), ospite abituale del padre, anche nella di lui casa romana, fino a pochi giorni prima della morte, avvenuta nel 2002. “Queste sono cose dalle quali non ti posso difendere nemmeno io” avrebbe confidato al giovane quartogenito don Vito, parlando dei suoi rapporti con il capo dei corleonesi. E poi le visite dei grandi andreottiani siciliani, i Salvo, Lima e Gioia, già negli anni settanta e ottanta, quando Ciancimino padre era un intoccabile e chi osava indicarlo come un mafioso (Pino Arlacchi su tutti) veniva descritto e deriso come visionario.</p>
<p>Ma la frase più illuminante è stata per me quella che Massimo Ciancimino ha attribuito al padre allorquando questi si trovò per le prima volta fra le mani il “papello”, ovvero l’elenco in dodici punti che Salvatore Riina stilò come richieste allo Stato per far cessare le stragi che stavano insanguinando il paese: “la <span style="text-decoration:underline;">solita</span> testa di minchia!”.</p>
<p>Così Ciancimino considerava il capo della Cupola, e non deve meravigliare. Se gli italiani, anche i più distratti, hanno dovuto prendere atto dell’esistenza di Cosa Nostra e della sua pericolosità  e se la magistratura ha potuto affondare alcuni colpi contro di essa, infatti, lo si deve proprio, indirettamente, alla “solita testa di minchia”. Fu lui ha volere ed a condurre la sanguinosissima guerra di mafia degli anni ottanta che, con lo sterminio delle famiglie palermitane, consentì ai periferici corleonesi di spodestare Stefano Bontate ed assumere la guida di Cosa Nostra. Ma in conseguenza di ciò Buscetta (unico sopravvissuto della sua famiglia) decise di raccontare la struttura della mafia siciliana a Giovanni Falcone cosicché, da allora, un fenomeno giudiziariamente pressocché sconosciuto ed impenetrabile divenne intelligibile agli investigatori. Ne seguì, appunto, il maxiprocesso di Palermo che sancì storicamente l’esistenza di una potentissima organizzazione criminale con sede a Palermo, denominata Cosa Nostra, attiva su scala internazionale.</p>
<p>Senza la “testa di minchia”, probabilmente, la mafia siciliana sarebbe rimasta quella struttura sommersa che cerca in tutti i modi di tornare ad essere, invisibile o semi-invisibile agli italiani, alla polizia ed ai magistrati. Ora che Riina è ristretto, Cosa Nostra si guarda bene dall’usare la violenza contro poliziotti o magistrati, consapevole che un atto di tal genere azzererebbe tutti gli sforzi di mimetizzazione condotti fino ad oggi per riallacciare gli indispensabili legami con il mondo politico nazionale e locale.</p>
<p>Legami che però vengono in parte svelati proprio da Massimo Ciancimino, il quale ci racconta che gli ufficiali dei Carabinieri che incontravano il padre (inteso come interfaccia di Riina e di Provenzano) vantavano coperture politiche nelle persone, presumibilmente, di Nicola Mancino e di Virginio Rognoni,  forse di Luciano Violante e di chissà chi altri. Che Massimo Ciancimino non sia un mafioso lo si deduce proprio da questo: i veri mafiosi non parlano mai, e se lo fanno (come collaboratori, per alleviare le conseguenze delle proprie condanne) riferiscono solamente dei fatti di sangue, della struttura “militare”, non certo dei rapporti con la politica senza i quali Cosa Nostra muore. Per cui Massimo Ciancimino, pur fra mille esitazioni, ci sta dando informazioni preziosissime su come decifrare il sistema di potere criminale che ci affligge. Ci offre una speranza &#8211; piccola, ma non nulla &#8211; di comprendere la natura profonda della mafia e di finalmente sconfiggerla.</p>
<p>E allora mi chiedo cosa penserebbe don Vito di questi racconti del suo quartogenito. Probabilmente una cosa sola: “che figlio testa di minchia!”.</p>
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		<title>Incostituzionalità del lodo Alfano/2.</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 19:29:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Costituzione]]></category>
		<category><![CDATA[lodo Alfano]]></category>
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		<description><![CDATA[Fra le tante sciocchezze che circolano in queste ore (Di Pietro e Berlusconi avanti a tutti di svariate lunghezze) ho sentito anche una cosa con qualche elemento di verità: la Corte ha smentito se stessa.
E ciò perchè, secondo gli estensori, il lodo Alfano sarebbe stato scritto apportando al suo antesignano lodo Schifani le modifiche indicate [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1128&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Fra le tante sciocchezze che circolano in queste ore (Di Pietro e Berlusconi avanti a tutti di svariate lunghezze) ho sentito anche una cosa con qualche elemento di verità: la Corte ha smentito se stessa.</p>
<p>E ciò perchè, secondo gli estensori, il lodo Alfano sarebbe stato scritto apportando al suo antesignano lodo Schifani le modifiche indicate dalla sentenza della Corte che lo dichiarò incostituzionale. Scrissi <a href="http://sentieriepensieri.wordpress.com/2008/08/06/incostituzionalita-del-lodo-alfano/"> qui </a> che la Corte usò con il lodo Schifani la mano di velluto, apprezzandone lo spirito ispiratore ma bocciandolo per questioni, per così dire, secondarie. Probabilmente i giudici dell&#8217;epoca non potevano immaginare che una maggioranza parlamentare potesse essere così sfrontata da ripresentare in fotocopia una legge già bocciata. Per tale motivo i giuristi del Cavaliere trovarono gli spiragli per riproporre l&#8217;immunità per le alte cariche. E allora (faccio un&#8217;ipotesi, perchè si dovranno attendere le motivazioni) la Corte ha voluto probabilmente stabilire senza esitazioni due cose: 1) l&#8217;articolo 3 della Costituzione stabilisce un principio fondamentale, non è stato scritto per ragioni estetiche; 2) riproporre una legge già giudicata incostituzionale non è cosa gradita ai giudici supremi. Insomma, ci avete rotto le scatole con i vostri intrighi e col vostro diritto infantile, improvvisato e farlocco.</p>
<p>Per inciso, a difendere questo lodo Alfano c&#8217;era l&#8217;immancabile avvocato Pecorella, già autore della incostituzionale &#8220;legge Pecorella&#8221; sull&#8217;inappellabilità delle sentenze da parte del Procuratore Generale e già candidato a far parte della stessa Corte.  Complimenti.</p>
<p>E comunque una cosa si può dire: Napolitano avrebbe dovuto rifiutarsi di firmare in prima istanza la legge Alfano. Essendo la copia di un testo già bocciato, poteva permetterselo e obbligare la maggioranza a riproporlo forzosamente. Tante delle critiche che si fanno al Capo dello Stato sono immotivate, infondate ed inopportune. Ma su questo punto fu troppo filogovernativo, anche perchè, forse, si era ad inizio legislatura, in piena &#8220;luna di miele&#8221; fra premier ed elettorato. </p>
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		<title>La piazza contro un giudice.</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 10:17:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Legalità]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[lodo Mondadori]]></category>

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		<description><![CDATA[La pellicola “Il caimano” si chiudeva con le immagini allusive di una rivolta di piazza dei seguaci del presidente del consiglio in carica contro il tribunale che aveva appena emesso una sentenza di condanna nei suoi confronti. Una scena lugubre ed inquietante, che tutti noi abbiamo tentato di esorcizzare.
Ma in questo autunno 2009 la premonizione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1124&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>La pellicola “Il caimano” si chiudeva con le immagini allusive di una rivolta di piazza dei seguaci del presidente del consiglio in carica contro il tribunale che aveva appena emesso una sentenza di condanna nei suoi confronti. Una scena lugubre ed inquietante, che tutti noi abbiamo tentato di esorcizzare.</p>
<p>Ma in questo autunno 2009 la premonizione morettiana sembra materializzarsi sotto forma di una evocata manifestazione di piazza contro la sentenza del tribunale di Milano (sezione civile) che ha condannato la Fininvest a risarcire con 750 milioni di euro il danno patito dalla Cir di De Benedetti in conseguenza della corruzione giudiziaria che fruttò al Cavaliere il controllo della Mondadori.</p>
<p>E qui una prima riflessione si impone. La causa civile appena conclusa (in primo grado) non ha stabilito le responsabilità delle persone coinvolte, ma ha solamente quantificato il danno. Le responsabilità furono accertate dal tribunale penale che condannò Previti come corruttore ed il giudice Metta come corrotto. Silvio Berlusconi fu prosciolto per intervenuta prescrizione dalla Corte d’Appello di Milano e per questo cantò vittoria: “assolto”; “dimostrata la persecuzione giudiziaria della procura…”, “finalmente provata la mia innocenza!..” e via di questo passo. Ora: è una ben strana razza di innocente quello che viene condannato a pagare alla vittima millecinquecento miliardi di lire.  Basterebbe questo a sbugiardare il Cavaliere su quella che è stata la sua linea in materia giudiziaria. Neppure le bugie sulle frequentazioni femminili superano il livello di menzogna raggiunto da Berlusconi sui suoi processi al tribunale di Milano. Dovrebbe ora essere evidente a tutti che il suo impero economico riposa sul crimine, in questo caso la corruzione giudiziaria.</p>
<p>E capisco anche il suo nervosismo, perché millecinquecento miliardi di lire liquidi, sull’unghia, non sono una bazzecola, e possono mettere in difficoltà anche un gruppo come il suo, senza contare che si tratta dei soli danni patrimoniali. La quantificazione dei danni non patrimoniali è stata rimessa ad altra causa che dovrà iniziare ora.</p>
<p>Senza dubbio Fininvest chiederà la sospensiva e leggo che “presumibilmente, vista l’entità dell’importo, la corte d’appello la concederà” (Il Fatto). Sarà, ma un simile argomento potrebbe anche essere ribaltato: considerato che De Benedetti fu scippato illegalmente della Mondadori nel 1991, ed avendo dovuto sottostare ad un calvario giudiziario durato quasi dieci anni per vedere riconosciuta (almeno in parte) la verità, la corresponsione del risarcimento dovrebbe essere disposta senza indugio.</p>
<p>Ma il punto non è qui: la spregiudicatezza di Berlusconi e dei suoi non si fa scrupoli di chiamare in piazza il Popolo delle Libertà contro una sentenza (per di più di natura civile), un episodio mai accaduto. Mai si sono viste manifestazioni di piazza contro decisioni dei giudici. Pure in un paese come il nostro, insofferente alla giurisdizione, dove il concetto di “legalità” viene largamente evocato ma scarsamente praticato, non si era mai arrivati a tanto. Processi in televisione ne abbiamo visti, in piazza mai.</p>
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		<title>Il fattore di Arcore 2.</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Oct 2009 17:13:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[Segue, sempre dal Fatto.

E MILANO SI INCHINO’       ALLO “STALLIERE”
Mangano era un uomo di rispetto che all&#8217;ombra della Madonnina nessuno usava contraddire. Nemmeno Marcello Dell&#8217;Utri
di Peter Gomez
SENTI DÌ AL CIAPUN che i soldi se li può andare a ritirare all&#8217;Hotel Duca di York. Deve chiedere di Vittorio, di Vittorio Mangano”. Quando [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1122&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Segue, sempre dal Fatto.</p>
<p><span id="more-1122"></span></p>
<div>E MILANO SI INCHINO’       ALLO “STALLIERE”</div>
<div>Mangano era un uomo di rispetto che all&#8217;ombra della Madonnina nessuno usava contraddire. Nemmeno Marcello Dell&#8217;Utri</div>
<div>di Peter Gomez</div>
<p>SENTI DÌ AL CIAPUN che i soldi se li può andare a ritirare all&#8217;Hotel Duca di York. Deve chiedere di Vittorio, di Vittorio Mangano”. Quando la signora Renata era uscita dalla cucina del ristorante “La Pergola” e, asciugandosi le mani sul grembiule, aveva affrontato con questa frase l&#8217;emissario della banda della Comasina, quello era diventato pallido. “Mi scusi, mi scusi”, aveva balbettato prima di andarsene. Certo, Elio Lanzani, “il Ciapun dal coltello facile”, era un duro: la sua fedina penale era un rosario di condanne per estorsione e rapina. Nella periferia a nord di Milano c’era gente che aveva persino paura a pronunciare il suo nome. Ma Mangano era un’altra cosa. Era la mafia. E i bravi ragazzi della Comasina, in quel febbraio del 1980, lo sapevano bene: i dieci milioni di lire in pizzo sarebbero andati a chiederli a qualcun altro.           Quattro anni. Solo quattro anni. Lasciata la corte di Silvio Berlusconi tanto era bastato a Mangano per diventare quello che era. Un uomo di rispetto che all&#8217;ombra della Madonnina nessuno usava contraddire. Nemmeno Marcello Dell&#8217;Utri. Da quando il fattore palermitano aveva detto addio a villa San Martino, lui e Mangano avevano continuato a vedersi. Il 24 ottobre del 1976 Vittorio lo aveva persino inviato al pranzo di compleanno di Antonino Calderone, il fratello di Giuseppe, ovvero il capo dei capi della Cosa Nostra dell’epoca. Il segretario personale di Silvio Berlusconi si era così trovato seduto a un tavolo de “Le Colline Pistoiesi” accanto a Mangano, Calderone e ai fratelli Grado: due uomini d’onore che stavano inondando Milano di cocaina ed eroina. Ricorda Calderone: “Quando Dell’Utri entrò nel ristorante, indossando un elegante cappotto blu, si diresse subito verso Antonino Grado, salutandolo con cordialità. Grado si alzò e ricambiò il saluto con altrettanta cordialità, mista però ad un atteggiamento di rispetto. Anch’io mi alzai e poiché effettivamente io e Dell’Utri non ci conoscevamo di persona, Mangano fece le presentazioni. Vittorio mi presentò Dell’Utri come il suo ‘principale’. Io invece fui presentato con il mio vero nome”      . Interrogato a Palermo, il senatore di Forza Italia confermerà il racconto del pentito, anche se assicurerà di non aver capito con chi stava pranzando “perché Mangano, come al solito, mi avrà presentato queste persone solo come amici, senza farmene i nomi. Infatti io non conosco né Calderone né alcuno dei fratelli Grado”.      QUEI CAVALLI      CONSEGNATI      IN ALBERGO      Il tentativo di estorsione ai danni del ristorante “La Pergola” non sfugge agli investigatori. I familiari e gli amici della proprietaria sono infatti sotto inchiesta perché sospettati di aver organizzatomoltisequestridipersona.Dall’ascolto delle loro telefonate emergono i rapporti con Mangano, tutti i particolari di una riunione in un locale pubblico di Arcore dove è stato deciso, alla presenza di Vittorio, come affrontare quelli della banda della Comasina e, soprattutto, il suo indirizzo. Così anche gli apparecchi dell’Hotel Duca di York finiscono sotto controllo. Ma nelle chiacchierate di Mangano c’è qualcosa di strano. Molto strano. L’ex fattore di Berlusconi sembra impegnato in un’intensa attività di compravendita di cavalli. E questo per lui è normale. Gli animali però se li fa spesso consegnare in albergo. Non il suo, ma quello ancor più lussuoso di piazza Diaz, l’hotel Plaza, di proprietà di uno dei più ricchi imprenditori diMilano:AntonioVirgilio,55anni,natoadAndria, in provincia di Bari, da tutti conosciuto come il socio di Luigi “Giò” Monti, un ex venditore di aspirapolveri porta a porta, diventato miliardarioimportandodalGiapponetelevisori e stereo, ma legato a Joe Adonis, il primo capomafia immigrato a Milano dagli Usa nell’ormai lontano 1956. Al telefono con uno degli Inzerillo, la grande famiglia di trafficanti di droga palermitani vicinissima al boss Stefano Bontade      , Mangano chiede: “Dimmi, per quei due cavalli di Milano, cosa faccio?. Poi, dopo una conversazione a frasi smozzicate, propone: “Gli dici (al trasportatore, ndr) di farmeli avere inquellapiazzalì,inquell’albergogrande(l’hotel Plaza ndr)”. Per il giudice Giovanni Falcone, allora impegnato nella sua prima grande indagine       sul traffico di droga tra Italia e Stati Uniti, non ci sono dubbi: Mangano e gli Inzerillo parlano di eroina. Lo confermano i sequestri di sostanze stupefacenti, le indagini bancarie, le confessioni di alcuni corrieri. Il giro vale decine e decine di miliardi di lire e, anche se si è tra uomini d’onore, qualche volta esplodono le discussioni. Tanto che Mangano, piuttosto indispettito, un giorno protesta al telefono reclamando“almeno25milionicomefettadellatorta”.      È il 20 marzo del 1980. Solo un mese prima, il 14 febbraio, Mangano s’intratteneva cordialmente con Dell’Utri: “Pronto?”. Mangano: “Buonasera, il dottor Del Lupi?!”. Dell’Utri: “Oh, caro Mister!”. “Minchia! Sempre occupato stò telefono!”. “Si, e per forza. Perché senza ufficio, questa è diventata casa, ufficio, tutte cose”.           Comincia così un’ormai celebre conversazione in cui il boss di Porta Nuova chiede al futuro senatore di Forza Italia se ha sentito Tony Tarantino (un personaggio non identificato) e se sia riuscito a far da tramite per un incontro con lui: “Oggi doveva telefonarle per darci l’appuntamento per me” dice il mafioso. Poi propone a due affari. “Eh, beh, questi sono bei discorsi”, lo interrompe Marcello. Quale sia il business però non lo si capirà mai. Nessuno dei due interlocutori infatti vorrà mai chiarire l’esatto contenuto del colloquio. Ascoltandolo si sente solo Mangano che spiega: “Il secondo affare che ho trovato per il suo cavallo …”, mentre Dell’Utri sembra voler tagliare corto dicendo: “Davvero? ma i piccioli (i soldi) chi ce li ha?)”.           MA SILVIO      NON “SGANCIA”      I SOLDI      Mangano però, come annota la Criminalpol in un rapporto del 13 febbraio 1981, “non gli crede&#8230; e con tono scherzoso dice di farseli dare dal suo amico Silvio. Dell’Utri risponde che “quello lì ‘n’sura” (“non suda”, cioè non sgancia, ndr)&#8230; Mangano chiede quindi se ha sentito “Tonino”. Dell’Utri risponde affermativamente. La conversazione poi si chiude e i due interlocutori fissano un appuntamento, cui parteciperà anche il “Tonino”, in albergo da Mangano e cercheranno di sbrogliare una situazione.      Negli anni Ottanta, l’ambigua e compromettente chiacchierata finisce sui giornali. Per       questo nel 1996 quando verrà interrogato a Palermo Dell’Utri, prima ancora che gliela contestino, la rievoca e la descrive come come un colloquio assolutamente innocente. A suo dire, Mangano si era fatto vivo per tentare di vendergli un purosangue di nome Epoca lasciato fin dal 1974 nella scuderia di villa San Martino. Ma lui, di fronte all’offerta, rivolta anche a Berlusconi, aveva chiuso la discussione con una frase in dialetto siciliano: “Berlusconi non è un santo che suda”, ovvero lascialo perdere. “In un certo periodo che non riesco a precisare”, spiega Dell’Utri, “il cavallo di Mangano fu trasferito dalla scuderia di Arcore a un maneggio vicino gestito da un certo Pepito Garcia”. Il mantenimento del purosangue però costava, e quindi il boss avrebbe tentato in qualche modo di sbarazzarsene. I pm sono perplessi. “Questa spiegazione, dottor Dell’Utri, non è convincente”, gli dice il Procuratore aggiunto Guido Lo Forte. Il magistrato infatti ha visto una lunga intervista rilasciata, prima di morire, da Pepito Garcia alla tv francese, in cui l’allevatore di cavalli ricorda i suoi rapporti con Mangano ma non fa cenno al cavallo Epoca. “Pur avendogli       chiesto di Mangano”, ha spiegato ai pm l’autore dell’intervista, “Pepito Garcia non mi disse assolutamente che aveva lavorato con lui o per lui. Ci disse invece che lo conosceva bene e che lo aveva visto spesso nella villa di Berlusconi”.           I RAPPORTI      CONTINUATIVI      CON MANGANO      Lo Forte ha molti dubbi. Con tono fermo, ma gentile, dice a Dell’Utri non solo che l’intercettazione lascia aperta la porta al sospetto di traffico di droga, ma anche che “dimostra con assoluta chiarezza come i rapporti con Mangano non fossero sporadici, ma continuativi”. Dell’Utri però non può più cambiare versione: “Mangano”, ripete, “voleva vendere il cavallo a Berlusconi, non voleva venderlo a me, anche perchéinquelperiodoerosostanzialmentesenza lavoro. Mangano si rivolgeva a me perché facessi da intermediario con Berlusconi&#8230; Se nella telefonata usavo un tono amichevole”, si giustifica,“erasoloperchéManganofacevapaura,ero cosciente della sua personalità criminale”.      “Mangano mi faceva paura”. Ruota tutta intorno a questa frase, e a una lunga serie di provvidenziali vuoti di memoria, la difesa di Marcello Dell’Utri. Il timore suscitato in lui dal boss serve per giustificare qualsiasi incontro, anche quelli recentissimi che – come vedremo – sono avvenuti nel 1993, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio e le bombe dell’estate di Milano, Firenze e Roma. Ma il braccio destro di Berlusconi scherza col fuoco. La sua presa di distanze dall’uomo d’onore rischia infatti di risuonare alle orecchie di Mangano, in quel momento di nuovo detenuto nel’isola di Pianosa per mafia ed omicidio, come un tentativo di scaricarlo. E infatti, il 26       giugno 1996, quando i magistrati spiegano al vecchio boss che Dell’Utri ha dichiarato di averlo frequentato solo per paura, lui quasi con le lacrime agli occhi si dichiara “amareggiato per questa affermazione&#8230; Se avesse avuto timore di me avrebbe dovuto dirmelo”. Quattrogiornidopo,il1°luglio,Dell’Utrimuta completamente registro: i verbali di Mangano sono chiusi in cassaforte, ma il manager siciliano ne sembra a conoscenza. E così davanti alle telecamere Rai rilascia un’intervista dalsaporediunmessaggio:“Nonvedoniente di strano nel fatto che io abbia frequentato il signor Mangano. Lo frequenterei ancora adesso&#8230;”.L’attestatodistimaarriva,viaetere, fino alla prigione dove Mangano è detenuto. Nonostante l’isolamento imposto dal 41-bis, nonostante il carcere duro che gli impedisce, in teoria, qualsiasi contatto con l’esterno, il boss adesso sa che non è solo: fuori può ancora contare su vecchi amici importanti. Forse ricorda quell’antico proverbio di mafia: “Calati junco ca’ passa la china”, piegati giunco che passa la piena.      Leindaginieleintercettazionideiprimissimianni Ottanta portano però anche al altre scoperte. Prima che Mangano venga arrestato, gli investigatori      , ascoltando le sue chiacchierate, capiscono che a Milano esiste un ufficio di Cosa Nostra. È in via Larga, a due passi dal Duomo, dove al numero 13 si riuniscono uomini d’onore, imprenditori, finanzieri. A guardarla con gli occhi di adesso sembra una storia da favola. Anzi è una favola, perchè buona parte delle condanne inflitte ai colletti bianchi dell’onorata società &#8211; dal proprietario dell’Holtel Plaza, Antonio Virgilio, fino al suo socio Giò Monti &#8211; saranno cancellate dal prima sezione della Corte di Cassazione, quella presieduta dal giudice Corrado Carnevale.Cosìinarcodollari,raccoltiamilioninegliUsa dentro profumate scatole da pizza e poi finiti nel circuito della borsa americana o trasmessi via telex in Svizzera, sono divenuti, almeno a Milano, una trama penalmente irrilevante. Una favola appunto, anche se nera. Restano però le coincidenze. Le parole dei pentiti che, molti anni dopo quelle assoluzioni in Cassazione, diranno: sì, è vero, il grande riciclaggio passava da lì. Da quegli uffici dove, come falene intorno al fuoco, ruotavano tante srl, inafferrabili società a responsabilità limitata specializzate nella commercializzazione di latte: Citam, Datra, Maprial, Prodalit. E dove con Mangano si ritrovavano tutti i cristiani di Milano: l’inafferrabile Ugo Martello, il re delle bische Alfredo Bono, e poi i Carollo,iFidanzati,iGrado,GerlandoAlbertiepersino, prima del suo pentimento, Tommaso Buscetta      .      Vittorio però ha anche un altro ufficio, in viale Monterosa. Un ufficio personale e discreto. In quellestanzeduesuoiuominisioccupanodiimport-export . La loro società si chiama Promotion Team Due e con l’aiuto dei boss di Cosa Nostra americana sta cercando di sbarcare negli Usa. “Lo zio”, dicono al telefono, sta tentando di far ottenere loro l’esclusiva per le forniture di merci italiane nei supermercati “Penny” e “Sears, Roebunk &amp; co”, ma per concludere l’affare bisogna prima battere la concorrenza di un’azienda di Pavia. In viale Monte Rosa si pensa così di ricorrere alle cattive. Del resto, con un uomo come Vittorio Mangano al fianco, nulla sembra impossibile. Per questo le linee telefoniche della Promotion Team ribollono quando su un settimanale viene pubblicato un articolo dedicato a Silvio Berlusconi. “Hai letto?”, dice uno dei due collaboratori di Mangano all’altro, “Porca puttana è il massimo”. “E infatti è la nostra prossima pedina, perché ti vergogni di dirlo”. Ma se davvero l’ex fattore di villa San Martino stava pensando di coinvolgere nei suoi affari il Cavaliere &#8211; dal quale secondo la sentenza di primo grado contro Dell’Utri continua periodicamente a ricevere decine di milioni di lire in regalo- non ne ha il tempo. Il 6 maggio del 1980 viene arrestato ad Arcore, il paese dove aveva vissuto per due anni e dove ancora gravitava.       Verrà condannato a 13 anni, ne sconterà quasi undici. Fuori intanto scoppia la guerra di mafia. Uno dopo l’altro gli amici di una vita vengono uccisi dai corleonesi di Totò Riina: muore Stefano Bontade, muore Mimmo Teresi. Tutti, o quasi, i ragazzi di Milano finiscono in galera.      Qando Vittorio Mangano esce di prigione, nel 1990,tuttoècambiato.Aspiegargliesattamente che cosa è successo è Salvatore Cancemi, il boss che adesso guida la sua famiglia di Porta Nuova. PerVittoriotiraunabruttaaria.Riinachenelfrattempo, come hanno raccontato i pentiti, si è messo la Fininvest “nelle mani” &#8211; cioè ha stabilito colgruppoBerlusconiunlegamediretto-nonlo       ama.El’exfattoredivillaSanMartinohamododi accorgersene quasi subito. Tra i suoi progetti c’è quello di ripresentarsi a Milano e vedere Dell’Utri. In fondo i soldi, versati a Natale e Pasqua a Cosa Nostra dalle società del Cavaliere, una volta li ritirava lui. Per Mangano è logico che l’antica consuetudine riprenda come prima, anche se la “quota Fininvest” è salita dai 50 milioni l’anno di fine anni Settanta, ai 200 di adesso. Ma il boss non sa ce ora c’è una nuova trafila. Il denaro, spiegheranno i magistrati, viene ritirato da Gaetano Cinà, l’ex dirigente della società calcistica palermitana Bacigalupo di cui Dell’Utri era un tempo allenatore, che lo consegna a Pierino Di Napoli, il capo della famiglia mafiosa di Malaspina. Da qui la somma passa nelle mani di Raffaele Ganci, il boss della Noce che ne trattiene una parte per i suoi uomini e dà il resto a Riina e al suo braccio destro palermitano, Salvatore Biondino, reggente della cosca di San Lorenzo.       Ogni famiglia di mafia può così godere di una piccola parte del regalo di Berlusconi.      Per questo di quei soldi si trova persino una traccia precisa nella contabilità degli uomini d’onore di San Lorenzo. Nascoste alla Casine Ferreri, di proprietà di Biondino, vengono scoperte due agende. Una riporta dei nomi in codice affiancati da numeri di riferimento, l’altra contiene gli stessi numeri di riferimento e delle cifre. In pratica è il libro mastro in cui la mafia del quartiere failcontodeldenaroricevutodalleimpreseamiche e da quelle taglieggiate. In uno di questi appunti si legge: «Can 5 N. 8», e nella fila corrispondente «Regalo 990 5.000». Giovanbattista Ferrante, il collaboratore di giustizia che con le sue parolehaindicatoagliinvestigatoriilluogodove era celata la documentazione, spiega: «Si tratta di una somma di denaro di cinque milioni che venivano regalati spontaneamente dall’emittente televisiva Canale 5 di Silvio Berlusconi, ogniseimesi.Ilnumero990,siriferisceall’anno, potrebbe trattarsi del 1990. I cinque milioni venivano percepiti da Salvatore Biondino».           Riina a quel dono ci tiene molto. E non tanto per l’entitàdellasomma,un’ineziarispettoaibilanci Fininvest e di Cosa Nostra, ma per quello che c’è dietro. Spiegherà, tra gli altri, Francesco Paolo Anzelmo, il nipote del boss della Noce, Raffaele Ganci,il6febbraio1997:“Mah,inrealtà,piùche i soldi, a Riina interessavano i contatti con quelle persone, Berlusconi e Dell’Utri, gente importante che poteva portare a Bettino Craxi; e ‘da cosa nasce cosa’”.      LA PISTOLA      REGALATA      A BONTADE      Ma tutto questo Vittorio Mangano lo ignora. Secondo lui i piccioli di Berlusconi sono suoi. Così cominciaadagitarsi.Contuttaprobabilitàsipresenta a Milano per reclamare il dovuto. Riina la prendemalissimo.ConvocaTotòCancemi,ilcapo di Vittorio, e gli dice a muso duro: “Mangano non mi piace. Non deve intromettersi. Questo rapporto non è cosa sua. Era di Mimmo Teresi. E poi posso sempre ricordarmi che una volta regalò una pistola a Stefano Bontade”.      Cancemi e Mangano si conoscono da una vita. Il primo anzi è diventato uomo d’onore proprio grazie all’ex fattore di Arcore. Vittorio con lui si sente perciò in diritto di protestare. “Guarda”, dice all’amico, “che, prima di essere arrestato, il rapporto con Dell’Utri l’ho sempre tenuto io. NonèveroquellochediceRiina.Nonèveroche il rapporto ce l’aveva Mimmo Teresi”. Cancemi si arrabbia: “O ce l’avevi tu, o ce l’aveva Teresi, però togliti di mezzo, perché ora c’è Riina. Quello ha detto che se lo ricorda della pistola che hai regalato a Stefano”. Vittorio si blocca. Quasi impallidisce: nel gergo di Cosa Nostra rammentare quel regalo vuol dire fare riferimento alla sua amiciziaconBontade.Eicorleonesigliamicidel principe di Villagrazia, li hanno sterminati tutti. Non ci vuole molto a capire che da quel giorno in poi la sua vita è in pericolo.           Ma quelli sono mesi concitati. La mafia si sta preparando a far guerra allo Stato. Già nel 1991, quando diventa chiaro che in Cassazione la sentenza del maxi-processo istruito da Falcone verrà confermata, Riina e i suoi cominciano a discutere nuove possibili alleanze politiche. Ce l’hanno con la Democrazia Cristiana che, secondo loro, non ha saputo garantire le assoluzioni come promesso. Ce l’hanno con il socialista Claudio Martelli che, una volta diventato ministro della Giustizia,hasceltoFalconecomedirettoredegli Affari penali del ministero. Vengono messi in programma i primi omicidi eccellenti. Si comincia a pensare alle stragi. Non c’è tempo per occuparsi di Vittorio. Ci sono cose più importanti da fare. Mangano è libero di tornare a dividersi traPalermoeMilano,doveungruppodiamicidi Messina gestisce delle cooperative di pulizie che hanno tra i loro clienti Publitalia. Una costellazioni di società dove lavora come segretaria una signora anziana di nome Gabriella. La stessa segretaria che 10 anni prima rispondeva al telefono negli uffici della mafia di via Larga 13. Ma questa, più che una coincidenza, è una storia tutta da raccontare.</p>
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		<title>Seicentomila miliardi di lire.</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Oct 2009 11:13:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ l’equivalente nella nostra vecchia valuta dei capitali detenuti all’estero da italiani, secondo le stime del governo e che esso intende far rientrare con lo scudo fiscale appena approvato dal Parlamento. Un patrimonio pari ad un quinto del debito pubblico nazionale.

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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>E’ l’equivalente nella nostra vecchia valuta dei capitali detenuti all’estero da italiani, secondo le stime del governo e che esso intende far rientrare con lo scudo fiscale appena approvato dal Parlamento. Un patrimonio pari ad un quinto del debito pubblico nazionale.</p>
<p><span id="more-1113"></span></p>
<p>In questi giorni abbiamo appreso quindi due cose: esistono italiani che hanno accumulato all’estero un patrimonio complessivo pari ad un quinto del debito pubblico, sul quale, come si sa, grava una spesa per interessi che zavorra la nostra economia in misura doppia rispetto agli altri paesi UE. In secondo luogo il governo è a conoscenza di tale realtà, cioè sa che questo patrimonio esiste e pure dove si trova collocato. Sarò malevolo, ma mi domando se non sa anche nomi e cognomi di chi ne è titolare.</p>
<p>Garantendo l’anonimato ai fruitori dello scudo, il governo alimenta il sospetto (ed uso un eufemismo) che si tratti di soggetti che operano nell’illegalità.</p>
<p>Ovviamente io posso solo fare ipotesi, derivate dalle poche informazioni che riesco a trarre dalla letteratura disponibile nelle librerie.</p>
<p>Non pare ragionevole pensare che tale enorme massa liquida sia stata prodotta in Italia e portata clandestinamente all’estero. La sua mole è tale che non può essere sfuggita alla nostra polizia tributaria. No: è legittimo ipotizzare (altro eufemismo) che quei capitali sono stati costituiti all’estero. Non è un segreto che le mafie nostrane (prima di tutte la ‘ndrangheta calabrese, che è la più ramificata ed attiva fuori dei confini nazionali, ma che soggiace ai voleri della più strutturata ed antica mafia siciliana) gestiscono a livello europeo il traffico di droga, di armi e di esseri umani nonchè il mercato della contraffazione in maniera pressocchè monopolistica. Le mafie estere (albanese, bulgara, russa, giapponese..) sono costrette a sottostare alle volontà delle ben più antiche, radicate e forti organizzazioni italiane, la più potente delle quali, come noto, è Cosa Nostra.</p>
<p>Quindi non è corretto parlare di scudo fiscale per il <span style="text-decoration:underline;">ri</span>entro in Italia di capitali detenuti all’estero; si tratta piuttosto di liquidità costituita all’estero che il governo italiano fa di tutto per attirare nel nostro paese. Sotto questo profilo siamo  quindi di front e ad un “furto” alle altre nazioni. Per fissare le idee: la mafia esporta droga in Germania, essa viene venduta ai tedeschi ed il ricavato (senza che vengano pagate tasse né in Germania né in Italia) rientra nella disponibilità dei mafiosi italiani in depositi esteri; infine il governo lo legalizza nella forma di capitale “rientrato” sotto la protezione dello scudo. In questo modo soldi tedeschi, creati senza pagare tasse al governo di Berlino, finiscono in Italia anonimamente e con una modestissima imposizione fiscale (5%).</p>
<p>In questo modo l’Italia finisce per qualificarsi come una sorta di stato-canaglia che si serve della criminalità per frodare i partner europei, trasferendo sul proprio territorio denari altrui.</p>
<p>E’ chiaro che sto facendo solo ipotesi, ma questo spiegherebbe agevolmente perché il governo si accontenta di un’imposizione tanto bassa sul rientro dei capitali: il 5%. Se essi fossero stati effettivamente creati in Italia, sarebbero assoggettati ad imposta vicina al 50%. Come si spiega questa spropositata generosità? Uno sconto del 90%, una cosa mai vista nemmeno nei condoni più generosi? Semplice. In realtà su quei soldi l’Italia non avrebbe alcun diritto, perché sono stranieri. E siccome li rubiamo ad altri ci accontentiamo di pochi spiccioli di imposta.</p>
<p>Ed ecco che il Belpaese, noto per essere il membro dell’Unione Europea con il minor tasso di attrazione di capitali esteri (quale multinazionale investe in un paese dove i reati finanziari sono stati di fatto depenalizzati e dove il mercato azionario è da sempre il meno regolamentato d’Europa?), diviene il paradiso delle mafie, autorizzate a reinvestire in esso i proventi dei traffici illegali.</p>
<p>Vorrei ricordare che questo non è il primo scudo fiscale approvato da un governo Berlusconi. Ve ne fu uno anche nel 2001, e, chi ha memoria, rammenta quali conseguenze ebbe. I capitali, in effetti, rientrarono, e nel giro di un paio di anni si sviluppò una delle più odiose bolle speculative della storia: quella sugli immobili, sulle abitazioni, agevolata dal contemporaneo crollo dei tassi di interesse (reso possibile dall’adozione dell’Euro) e quindi dall’immissione sul mercato di mutui prima-casa vantaggiosissimi rispetto al passato. I prezzi delle case si impennarono, rendendo milioni di italiani schiavi di prestiti pluridecennali per vivere in abitazioni piccole, vecchie, inadeguate, antiecologiche. Un fenomeno rappresentato plasticamente dall’esempio preclaro degli immobiliaristi Ricucci, Statuto e Coppola, che crearono dal nulla fortune finanziarie impensabili.</p>
<p>Questa è l’Italia disegnata dal governo (con l’ipocrita concorso del PD): un immenso mercato del riciclaggio, nel quale gli italiani sono un parco buoi da spremere e tenuto a bastone dalle organizzazioni criminali.</p>
<p>Il Pm antimafia di Firenze Gabriele Chelazzi lo ha detto chiaro e tondo: “Cosa Nostra è sovrana”. E noi siamo i suoi sudditi.</p>
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		<title>Il fattore di Arcore.</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Oct 2009 12:54:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[mafia]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[Salvo da &#8220;Il Fatto&#8221; di oggi.

MANGANO, TUTTO CASA E FAMIGLIA. DI SILVIO
La vera storia del boss di Porta Nuova emigrato a Milano e assunto da Berlusconi a Villa San Martino per la propria sicurezza
di Peter Gomez
GLI ALBERI stavano perdendo le foglie. Il lago di Como, visto da lontano, sembrava un lungo specchio di acciaio e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1110&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Salvo da &#8220;Il Fatto&#8221; di oggi.</p>
<p><span id="more-1110"></span></p>
<div>MANGANO, TUTTO CASA E FAMIGLIA. DI SILVIO</div>
<div>La vera storia del boss di Porta Nuova emigrato a Milano e assunto da Berlusconi a Villa San Martino per la propria sicurezza</div>
<div>di Peter Gomez</div>
<p>GLI ALBERI stavano perdendo le foglie. Il lago di Como, visto da lontano, sembrava un lungo specchio di acciaio e mercurio. Era autunno. L’autunno del 1994. Il primo governo Berlusconi aveva già       imboccato la discesa che lo avrebbe portato alla caduta. Ma, mentre i due uomini parlavano, né uno né l&#8217;altro immaginava l&#8217;imminente futuro o sapeva che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro. Vittorio Mangano, che proprio per vedere con più tranquillità l&#8217;amico aveva affittato per quattro milioni di lire l&#8217;anno una stanza in un ufficio di un industriale del posto, aveva molto da chiedere. Marcello Dell&#8217;Utri, secondo l&#8217;accusa, aveva invece molto da dare.      Nell&#8217;aria, in quelle settimane, quasi sentivi ancora l&#8217;eco delle bombe di mafia che per due anni avevano messo a ferro e fuoco il Paese. Ma l&#8217;ideatore di Forza Italia, di fronte al boss del clan palermitano di Porta Nuova, appariva tranquillo. Ammiccava e prometteva nuove leggi: nuove norme che avrebbero dovuto aiutare questa Cosa Nostra tanto in difficoltà. Solo una cosa chiedeva Marcello, una sola: basta tritolo, basta omicidi, basta bordelli. Perché, come dicono in Sicilia, ci vuole silenzio per far volare la quaglia.       Ecco, se si vuole capire quanto conti la partita che si sta giocando a Palermo, dove il sostituto procuratore generale, Nino Gatto, il 9 ottobre proseguirà la sua requisitoria nel processo d&#8217;appello contro il senatore azzurro già condannato a nove anni di reclusione per concorso in associazione mafiosa, bisogna cominciare da qui. Da Vittorio Mangano, l&#8217;uomo d&#8217;onore che ci restava male quando la stampa (sbagliando) lo definiva “lo stalliere di Arcore”. Anche se nel 2000 è morto       per un cancro diagnosticato in ritardo, la sua non è una storia antica. È storia di adesso. Perché nei mesi immediatamente successivi alle stragi uno pezzo importante di una delle trattative tra Stato e mafia è passata attraverso di lui. Prima con gli incontri, nel novembre 1993, rimasti annotati sulle agende di Dell&#8217;Utri, dove si trovano frasi del tipo “Mangano Vittorio era a Milano per parlare di problema personale” o “Mangano verso il 30/11, cinque giorni prima convoca con precisione”. Poi con quelli di dodici mesi dopo.      Le leggi ad mafiam      Racconta Salvatore Cucuzza, il successore di Mangano sullo scranno di reggente della famiglia di Porta Nuova: “Vittorio mi disse che lui e Dell&#8217;Utri si erano visti per due volte, l&#8217;ultima prima di Natale. Dell&#8217;Utri era arrivato a Como in elicottero e promise di presentare in gennaio, parliamo del gennaio ’95, delle proposte molto favorevoli per la giustizia: una modifica del 41 bis, uno sbarramento per gli arresti per quanto riguarda il 416bis”. Una promessa, secondo il pg Gatto, poi mantenuta. O quasi. Il 20 dicembre 1994, dopo quatto mesi di lavoro a tappe forzate, la commissione Giustizia vota un testo di 22 articoli con i quali si riforma la custodia cautelare. L&#8217;arresto per mafia non è più obbligatorio e anche la durata della detenzione preventiva       viene accorciata. Quel giorno l’Ansa annuncia che l’articolato “dovrà essere approvato dall’Aula dopo la pausanatalizia”.Mapoiaccadel’imprevisto. La Lega Nord sfiducia Berlusconi. In gennaio diventa premier Lamberto Dini, appoggiato da Sinistra e Lega Nord. La riforma è rinviata e, con molte modifiche, viene approvata i primi di agosto tra le proteste dei magistrati.      Mangano intanto è di nuovo in carcere. Il 4 aprile 1995 viene arrestato permafiaedopoqualchemeseèaccusato pure di omicidio. Da quel giorno lui e Dell&#8217;Utri non si vedono più. E il loro diventa solo un muto dialogo a distanza, scandito da pubbliche dichiarazioni (“Mangano? Se fosse libero ci prenderei ancora un caffè”);rassicurantivisiteincarcere di esponenti di Forza Italia; misteriosi incontri con una serie di amici comuni che a Milano gestivano delle cooperative di pulizie dal fatturato milionario. Poi il 21 luglio 2000 la morte e le sue ultime parole ai familiari: “Non si baratta la libertà con la dignità”.           Elogio dell’omertà      Vittorio Mangano diventa così “un eroe”. Un boss cui rendere un pubblicotributo,comefannoilpremier Berlusconi e il suo braccio destro Dell&#8217;Utri, durante la campagna elettorale del 2008. “Dice bene Dell&#8217; Utri”, tuona il Cavaliere davanti ai militanti in festa, “Quando Mangano era in carcere malato, i pm gli dicevano che, se avesse detto qualcosa su di me, sarebbe andato a casa. Ma lui eroicamente non inventò       mai nulla su di me. Quando era da noi si comportò benissimo, ma poi ebbe delle disavventure che l’hanno portato nelle mani di un’organizzazione criminale. Ma non mi risulta che ci siano sentenze definitive nei suoi confronti”. Le sentenze però risultano, eccome: Mangano è stato condannato in cassazione per fatti di mafia e di droga. In primo grado addirittura per omicidio. Quella di Berlusconi è insomma una bugia. Una balla che alle orecchie di chi conosce le cose di Cosa Nostra suona come un messaggio: state buoni, state zitti sul passato. E soprattutto non dite una parola sulla stagione delle       bombedimafia.Ancheperchélapresuntatrattativa tra Dell&#8217;Utri e Cosa Nostra è, a ben vedere, soltanto una replica. Un remake in grande stile di ciò che era accaduto ad Arcore esattamente ventotto anni prima dove già gli uomini d&#8217;onore avevano fatto la guerra a Berlusconi, per poi fare la pace.      Due siciliani a Villa San Martino      QuandovarcaperlaprimavoltaicancellidivillaSan Martino, ad Arcore, Vittorio Mangano sta per compiere 34 anni. Da quasi due anni è abituato a far la spola tra Palermo e Milano, dove divide un piccolo appartamento con il cognato: un operaio dell’Ansaldo, impegnato nel movimento sindacale. Tutto il suo parlare di lavoratori, di padroni, di comunisti, a Mangano non piace. Ma almeno fino alla primavera del 1974 – quando si trasferisce con moglie e figlie nella tenuta di Berlusconi – il giovane boss lo sopporta di buon grado: in fondo, più sta lontano dalla Sicilia e meglio è.           Palermo, infatti, gli va stretta. La questura già nel 1967 lo ha diffidato come persona pericolosa, e poliziotti e carabinieri da qualche tempo sembrano avercelaparticolarmenteconlui.Nelgirodicinque anni ha collezionato una lunga serie di denunce, arresti e condanne per reati di ogni tipo. Procedimenti penali per truffa, assegni a vuoto, ricettazione, lesioni volontarie, tentata estorsione, che lo avevano portato in prigione per ben cinque volte (l&#8217;ultima volta proprio a Milano nel 1972). Mangano è insomma una testa calda. Ma ci sa fare. Per questo Cosa Nostra gli ha messo gli occhi addosso. Gli uomini d’onore lo hanno osservato in silenzio e in silenzio lo hanno visto crescere. Hanno apprezzato la sua capacitàdinonparlareconglisbirri,dirispettaregli anziani e le regole del carcere.      Nel 1969, all’Ucciardone, ha anche conosciuto Gaspare Mutolo, boss della famiglia di Partanna Mondello, e da quel giorno ha preso a frequentare assiduamente la gente di rispetto, guadagnandosi la stima e l’amicizia di uno dei tre capi assoluti della mafia dell’epoca: il “principe di Villagrazia” Stefano Bontate. Della sua rapida ascesa alla fine si rendono conto anche gli investigatori della Squadra mobile di Palermo, che il 26 ottobre del 1972 lo fermano su un’auto mentre era in compagnia di Gioacchino Mafara, trafficante di droga e “indiziato mafioso”.       Mangano insomma vuole emergere. Non si considera un semplice criminale. Sente di poter fare e valeremoltodipiù.RicordaFrancescoScrima,ilcugino del capomafia Pippo Calò: “Vittorio aveva un carattere particolare. Un carattere che definirei conviviale. Amava i bei vestiti e i modi raffinati”. Insomma, come dirà il giudice Paolo Borsellino, Vittorioèunodeipochimafiosiingradodi“mantenere i contatti con gli ambienti industriali del nord”. Così l’Onorata società lo promuove. Nel 1975 Mangano è ammesso proprio nel clan di Calò e Tommaso Buscetta, quello di Porta Nuova. Ma anche nella mafia la strada che conduce al successo è lunga e disseminata di ostacoli. E quando Mangano riesce ad approdare alla corte del trentasettenne Silvio Berlusconi, dove rimarrà almeno fino al 1976, si rende conto che la sua vita è a una svolta. Da quel momento niente sarà come prima.      Sei mastini al guinzaglio      LacronacadelsuoarrivoadArcoreedellerealimansioni che è stato chiamato a svolgere è ricca di misteri      ,ambiguitàecontraddizioni.Suunpuntoècerto: Mangano è legato a Dell’Utri, palermitano come lui, ma più giovane di un anno. Il 4 aprile 1995, proprioilbossracconteràaimagistrati:“IoeMarcelloci siamo conosciuti tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, quando lui gestiva la squadra di calcio della Bacigalupo all’Arenella. Dal nostro incontro casuale nacque un rapporto di conoscenza. Dell’Utri venne così a sapere che ero esperto di bestiame e di cavalli. Tre o quattro anni dopo mi telefonò per propormi un lavoro nella villa di Berlusconi”. Ufficialmente Mangano si trova così a dirigere “l’azienda agricola e la società ippica di cui Berlusconi era titolare”. “Mi occupavo un po’ di tutto”, dice, “dalla compravendita alla doma, all’addestramento dei cavalli. Vedevo Berlusconi ogni giorno e avevo con lui gli ordinari rapporti tra titolare e impiegato. Dell’Utri mi veniva a trovare spesso e io gli ho insegnato a montare”.           Ma in villa Mangano ha anche altri incarichi, molto più delicati. Per i coniugi Carla e Silvio Berlusconi avere in casa quell’uomo alto, forte, gentile, dai tratti del viso vagamente mediorientali, rappresenta una sicurezza. L’ombra della sua figura che passeggia nel parco tenendo al guinzaglio sei mastini napoletani sembra essere in grado di scoraggiare qualsiasi malintenzionato. E di malintenzionati in quegli anni ce ne sono davvero tanti. A partire dal 1972, la Lombardia fa i conti con una drammatica escalation di sequestri di persona: in provincia di Milano, dai trerapimentidel1973sièpassatiadiecisoltantonei primi mesi del 1974. Chiunque sia ricco – e Berlusconi lo è – teme per sé e per i propri cari.      “Silvio? Per me non è tranquillo. Ha una fifa da matti”, dirà ai carabinieri un amico del futuro Cavaliere, il principe Luigi D&#8217;Angerio di Sant&#8217;Agata, rimasto vittimadiuntentativodisequestroalterminediuna cena a villa San Martino il 7 dicembre del 1974. “A quell&#8217;epoca lui e il suo autista giravano armati. Berlusconi aveva una pistola che teneva allacciata alla caviglia. Qualche volta alla sera si esercitava al tiro con Mangano nel parco della villa”, racconterà in un’intervista concessa poco prima di morire, Bill Polland, un insegnante privato d’inglese che nel       1974 visse per qualche mese ad Arcore . “Era un uomo di fiducia assoluta”, confermerà proprio Dell&#8217;Utri in aula, “tanto è vero che Berlusconi gli faceva accompagnare i figli solo da lui, neanche dall’autista”.      Tra i ragazzi del proprietario di Milano 2 e le due prime figlie di Mangano – Loredana e Cinzia – nasce cosìunaveraepropriaamicizia.IlpiccoloPiersilvio adora il fattore siciliano che lo chiama con il nomignolo       di Dudù, mentre Marina grazie a Vittorio impara subito ad andare a cavallo. Tanta dedizione viene ricompensata profumatamente: “Berlusconi mi retribuiva con la somma di 500.000 lire al mese”. È un salario da favola. Mangano se ne rende conto benissimo. Visitato da due medici del Tribunale il boss affermerà: «Nel 1972 lo stipendio di un magistrato era di 100 mila lire. Io prendevo cinque volte tanto e a un certo punto le cinquecentomila lire al mese sono diventate un milione!». Fatti i debiti calcoli è facileaccorgersicomeManganoguadagnasse,aivalori odierni, più di 6.000 euro mensili.      Quelle cene in famiglia      Anche per questo Vittorio e sua moglie, Marianna, conserveranno sempre un ricordo bellissimo dei due anni formidabili trascorsi a villa San Martino. E per testimoniare il loro legame con la famiglia del futuro premier nel 1975 battezzeranno la loro terzogenita Marina. Il rapporto tra i Berlusconi e i Mangano in quel periodo è quasi alla pari.           Pure quando in villa ci sono ospiti di riguardo, il fattore e Marianna siedono a tavola con i padroni di casa e i loro amici. Accade, per esempio, nel dicembre del 1974, quando, al termine di una cena, un gruppo di mafiosi legati al boss, rapisce l&#8217;amico di Berlusconi, Luigi D&#8217;Angerio. Nella nebbia il commando blocca l&#8217;auto del principe di Sant&#8217;Agata e lo fa scendere a forza. Poi, dopo qualche chilometro, lamacchinadeirapitorihaunincidenteeD&#8217;Angerio riesce a fuggire. A casa a disperarsi, prima di scoprirecheilsequestratoèlibero,restanoBerlusconi, il suo maestro d&#8217;inglese, e i suoi ospiti: Primo CignolieAttilioCapra.Ilprimoèunimprenditoreche       solo cinque settimane prima, il 27 ottobre 1974, era stato descritto da “L’espresso” come legato a Michele Sindona e controllore occulto di Interfinanza, una finanziaria che “senza alcuna autorizzazione, per cinque anni aveva operato come una banca, dilapidando i depositi raccolti tra gli emigranti siciliani”. Il secondo, Attilio       Capra, è invece un commercialista, poi risultato iscritto, come Berlusconi, alla loggia massonica P2 (tessera1764)chesaràpiùvoltesfioratodaindagini riguardanti il riciclaggio, i sequestri di persona e il contrabbando di sigarette. Assieme a loro quella sera sono seduti a tavola anche Mangano e signora. A ricordarlo sarà proprio Mangano. Domanda il pubblico ministero: “Lei era presente alla cena?”. Mangano: “Certo, io ero nel&#8230; ero sempre lì con loro, con tutti”. Pm: “Cenava insieme allora?”. Mangano: “Sì, sì anche mia moglie cenava insieme”.      Ma come arriva Mangano ad Arcore? E soprattutto perché tra tanti fattori presenti nell&#8217;agricola brianza, alla fine la scelta cade proprio su di lui? Berlusconi e Dell’Utri saranno sempre molto avari di particolarinelrievocarel’assunzione–definita“casuale” – del pregiudicato Mangano. “Assumerlo”, dice nel 1987 il premier, “fu una mia scelta, su una rosa di nomi che mi vennero prospettati”. Dell&#8217;Utri aggiunge poi che a presentargli il boss fu il titolare di una lavanderia e di un negozio di articoli sportivi dirigente della Bacigalupo, definito “l’amico di una vita”.CioèGaetanoCinà,unsignorebassoegentile, considerato dal tribunale uomo d&#8217;onore della famigliamafiosadiMalaspina(unclanmoltocaro       a Bernardo Provenzano), e imparentato attraverso la moglie con tutti i più celebri capimafia dell&#8217;epoca: da Bontade a Mimmo Teresi.      Esistono però delle altre versioni sull&#8217;inizio di quel rapporto di lavoro. A metterle a nero sono i carabinieri e i pentiti. Il 30 dicembre del 1974, i militari della stazione di Villasanta che indagano sul fallito sequestro D&#8217;Angerio, scrivono: “Dell’Utri [...] ha chiamato Mangano pur essendo perfettamente a conoscenza – è risultato dalle informazioni giunte dalNucleoinvestigativodelgruppodiPalermo–del suo poco corretto passato”. Ancora più esplicito è Francesco Di Carlo, dal &#8216;74 a capo della potentissima famiglia di Altofone, e poi emigrato a Londra dove incontrerà Dell&#8217;Utri nel 1980 a una festa per il matrimonio di un suo complice. Di Carlo ricorda: “Incontrai Cinà, Bontade e Teresi a Milano. Erano particolarmente eleganti. Io domandai il perché e loromirisposerochedovevanoandaredaungrosso industriale milanese amico di Cinà e di Dell’Utri. E mi proposero di seguirli”. Di Carlo entra così nella sededell’Edilnord.Inmacchina,Bontateglihaspiegato che chi li attendeva aveva paura dei rapimenti, echeeranecessariogarantirgliprotezione.Maecco che cosa accade, secondo il pentito, durante l’incontro: “Dottore, lei da questo momento può smettere di preoccuparsi. Garantisco io”, dice Bontade. “Vorrei, vorrei&#8230; Ma sa, già qui al nord ci sono tanti siciliani che non mi lasciano tranquillo..”. “La capisco”, risponde il capo dei capi, “ma adesso è tutto       diverso. Lei ha già al suo fianco Marcello e io le manderò qualcuno che le eviterà qualsiasi problema conqueisiciliani”.Berlusconi,ossequioso:“Nonso come sdebitarmi, stia certo però che resto a sua disposizione per qualsiasi cosa”.      Chi erano i siciliani che non lasciavano tranquillo           Berlusconi? A spiegarlo è Salvatore Cucuzza, il successore di Mangano: “Vittorio mi disse di essere arrivato a Milano nel 1972-73 al seguito di Gaetano e Nino Grado e di Totuccio Contorno. Con loro realizzò diversi ‘lavoretti’, tra cui alcune estorsioni, anche ai danni delle proprietà di Berlusconi. Proprio per questo Berlusconi, che intendeva garantirsi da ulterioriattentati,loassunsecomefattoreadArcore tramite Gaetano Cinà”. Mangano però continuava a fareilfurbo:aorganizzaretruffeeaddiritturasequestri di persona. Per questo “Berlusconi si rese conto cheglinecessitavacomunqueunagaranziadaparte di Cosa nostra”. Tramite Cinà venne così intavolata una trattativa direttamente con Bontate e Teresi. “Berlusconi”, spiega Cucuzza, “raggiunse con loro un accordo per il versamento di una tangente di 50 milioni l’anno. La stessa cifra che veniva prima versata a Mangano”.      “Latitanti ad Arcore”      A ben vedere, dunque, la mafia segue uno schema classico. Prima minaccia, taglieggia, ruba (proprio Dell&#8217;Utri ha ricordato che “effettivamente nel 1974 avvennero dei furti di quadri quando Mangano stava già ad Arcore”). Poi offre protezione e alla fine raggiunge un accordo. Lo dimostra, secondo la sentenza di primo grado, ciò che accade dopo il fallito sequestro D’Angerio. Mangano viene arrestato perché gli investigatori si sono accorti che deve ancora scontareunavecchiacondannapertruffa.Nessuno però lo licenzia. Una volta scarcerato, il 22 gennaio       1975, torna in villa dove resta per molti mesi, tanto che ancora nell’ottobre del 1976 fisserà lì la sua residenza. E nella dependance di Villa San Martino, secondo alcuni pentiti, nasconde persino dei latitanti. Dell&#8217;Utri, quando gli contestano la cosa, fa il pesce in barile: “C’erano molte persone che andavano a trovarlo&#8230; Io ebbi il modo di vederne alcune (&#8230;). Mangano a volte mi presentava delle persone dicendo che erano dei suoi amici, ma non mi faceva nessunnome.Nonsifannomainomiquandosipresenta una persona nel modo di Mangano”.      Poi, quando il suo spessore criminale è ormai evidente a tutti, spontaneamente decide di andarsene. Una decisione motivata da ragioni di “sensibilità”. “Un giornale locale”, ricorda Mangano, “pubblicò un articolo in cui venivo descritto come un soggetto       pericoloso collegato con ambienti di mafia. Mi preoccupai molto soprattutto per l’immagine del dottor Berlusconi che rischiava di uscirne offuscata. Ne parlai quindi con il dottor Dell’Utri che mi fissò un appuntamento con il dottor Confalonieri. Nel colloquio con lui io gli espressi la mia intenzione di lasciare la villa per lo stato di disagio che si era creato. Confalonieri mi lasciò libero di decidere e non mi chiese di andarmene”. Il boss si piazza così in albergo del centro di Milano, l&#8217;Hotel Duca di York, da dove dirige un colossale traffico di eroina e organizza oscuri traffici con multinazionali americaneeagenziedipubblicità.Ditantointantopranza conDell&#8217;Utrioglitelefona.ConBerlusconiinvecesi fa vivo facendogli sentire una volta ancora il sapore deltritolo:il26maggiodel1975unabombadistrugge il muro di cinta e a crollare il contro soffitto della casa del Cavaliere in via Rovani a Milano. La polizia ci mette però un po’ prima di capire che Berlusconi è nel mirino. A presentare la denuncia è infatti Walter Donati, uno dei suoi prestanome che, su chi sia il reale proprietario, non dice nemmeno un parola. Ma questa, come vedremo, è un&#8217;altra storia.</p>
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		<title>Sabato 26 settembre.</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2009 18:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Agenda rossa di Paolo Borsellino]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Non serve che vi racconti il corteo, è facile immaginarlo o vederne le immagini su youtube: fra le mille e le duemila persone, con un libretto rosso in mano, che hanno camminato da piazza Bocca della Verità fino a piazza Navona, passando per piazza Venezia e per via delle Botteghe Oscure. Non serve che vi riassuma gli interventi perché trovate anche quelli; né posso discuterli o spiegarli perché sarebbe o lungo o riduttivo ed in alcuni casi inutile o per me impossibile.</p>
<p><span id="more-1098"></span></p>
<p>Voglio riflettere sul perchè quelle persone erano lì. Nel corso di una crisi economica gravissima, con centinaia di migliaia di neodisoccupati, non sono i sindacati a scendere in piazza. Non sono i partiti. Ma è un gruppo eterogeneo di soggetti che sfila con un libretto rosso in mano (!) e che, al culmine della serata, si infiamma alle parole di un vicequestore (!!) sospeso dal servizio per un battibecco su  facebook con un giornalista (!!!), quando questi spiega che nel computer di un magistrato ammazzato diciassette anni fa con mezza tonnellata di tritolo (!!!!), sequestrato presso il Ministero della Giustizia (!!!!!), furono alterati alcuni file .doc ma non i corrispondenti file .bac (!!!!!!).</p>
<p>Se qualcuno avesse ancora dubbi sul fatto che viviamo in un paese dove si è perso il senso delle cose, la serata di sabato scorso lo avrebbe convinto. Non serve più scavare nei segreti oscuri della nostra storia recente per trovare le prove della sconvolgente doppia realtà in cui viviamo. Per cogliere come la nostra vita pubblica abbia una falsa facciata rispettabile e composta che nasconde un osceno verminaio. Una simulazione di stato di diritto in realtà regredito ad una forma premoderna fatta di arbìtri feudali e basata sulla violenza. Una democrazia svuotata, i cui principi sono stati piegati alle pretese di un ceto criminale e truce che depreda le persone e ne devasta le coscienze.</p>
<p>Non serve scavare.</p>
<p>Bastano le occasionali parole di un cameriere di piazza Navona che, ignorando sicuramente la sua storia, dice che nello stabile sopra il bar abita Giuseppe Ayala. Lui, quello che camminava fianco a fianco a Giovanni Falcone, vantandosi della di lui amicizia; che accorse in via d’Amelio pochi minuti dopo l’esplosione del 19 luglio 1992; che grazie alla notorietà di magistrato antimafia divenne deputato, senatore e sottosegretario. Dimenticandosi ben presto la lezione del suo collega.</p>
<p>Bastano le parole di Marco Travaglio contro Luciano Violante, grande amico in passato di quel Giancarlo Caselli che, dopo aver ricostruito la Procura di Palermo, devastata dal CSM prima e dalle bombe poi; dopo aver portato a processo ed al carcere centinaia di boss, ridando un’effimera speranza di riscatto al popolo siciliano, fu scaraventato in un angolo come un pazzo visionario per aver osato alzare gli occhi verso i legami fra la mafia e la politica. La stessa sorte riservata da Mussolini al prefetto Mori e, dopo di lui, a tantissimi altri; magistrati, poliziotti, giornalisti.</p>
<p>I mille dell’agenda rossa non si sono mai illusi di avere al loro fianco Ayala o Violante, o alcun altro come loro. Consapevoli di essere un’esigua minoranza in un paese assuefatto al sopruso delle organizzazioni criminali cui una politica complice consente di dettare legge.</p>
<p>“Questa Italia non mi piace” ha detto nel suo intervento di chiusura Salvatore Borsellino. E come potrebbe essere altrimenti? Come può piacere quest’Italia immorale e criminale, che accetta il ricorso al delitto, anzi lo incoraggia, come strumento per raggiungere il successo economico, unico metro condiviso per misurare la qualità delle persone?</p>
<p>Nel 1860 furono poche centinaia di uomini, con una camicia rossa addosso, a navigare da Quarto a Marsala con l’idea di fare dell’Italia un paese moderno. Nel 1943 furono poche centinaia di uomini, con una fascia rossa al braccio, a salire sulle montagne per spiegare a chi scappava dai nazifascisti che era possibile ricostruire il paese. Nel primo decennio del ventunesimo secolo, in poche centinaia, con un’agenda rossa in mano, si sono trovati a Roma per dirsi che i diritti degli italiani sanciti dalla Costituzione repubblicana vanno difesi dalla violenza mafiosa.</p>
<p>Se sarà, non saranno gli italiani a salvarsi. Senza il sostegno degli inglesi, Garibaldi sarebbe stato ributtato a mare. Senza l’avanzata alleata, i partigiani sarebbero stati spazzati via. Ancora una volta dobbiamo sperare che dall’estero vengano a darci una mano. Più che sventolare agende, noi non sappiamo fare.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1100" title="agendarossa" src="http://sentieriepensieri.files.wordpress.com/2009/09/agendarossa.jpg?w=450&#038;h=299" alt="agendarossa" width="450" height="299" /></p>
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		<title>La sentenza Mills.</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Sep 2009 18:43:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[Mills]]></category>

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		<description><![CDATA[Salvo questo articolo da &#8220;Il Fatto Quotidiano&#8221; di oggi.

MILLS E LA BUGIA       CHE CAMBIÒ L’ITALIA
La verità dell’avvocato inglese avrebbero fatto condannare il Cavaliere, precludendogli Palazzo Chigi
QUESTO non dovrebbe esistere. In un paese normale, infatti, non c&#8217;è niente di più pubblico dei dibattimenti e delle sentenze. E invece per un anno [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1095&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Salvo questo articolo da &#8220;Il Fatto Quotidiano&#8221; di oggi.</p>
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<div>MILLS E LA BUGIA       CHE CAMBIÒ L’ITALIA</div>
<div>La verità dell’avvocato inglese avrebbero fatto condannare il Cavaliere, precludendogli Palazzo Chigi</div>
<p>QUESTO non dovrebbe esistere. In un paese normale, infatti, non c&#8217;è niente di più pubblico dei dibattimenti e delle sentenze. E invece per un anno e mezzo sui giornali e soprattutto sulle televisioni la cronaca delle udienze del processo per corruzione giudiziaria in cui, prima dell&#8217;approvazione del Lodo Alfano, il premier Silvio Berlusconi era imputato insieme al suo superconsulente inglese, David Mills, non ha praticamente trovato spazio. Persino il contenuto della sentenza con cui Mills è stato condannato a 4 anni e mezzo di reclusione è stato raccontato per un solo giorno. Così in pochi sanno che, secondo il Tribunale, Berlusconi ha versato tangenti all&#8217;avvocato londinese per “garantirsi l&#8217;impunità” nell&#8217;ormai storico processo per le mazzette versate       nei primi anni 90 dalla Fininvest alla Guardia di Finanza. Se Mills avesse detto il vero, spiegano i giudici, il leader del Pdl non sarebbe stato assolto in cassazione. Sarebbe stato condannato. E oggi (aggiungiamo noi) non sarebbe presidente del Consiglio.Per questo nasce “Il regalo di Berlusconi” (edizioni Chiarelettere), da oggi in libreria, l&#8217;ultimo saggio di Peter Gomez e Antonella Mascali. Un libro in cui, documenti alla mano, si raccontano tutti i retroscena del caso, a partire dai tentativi del governo di bloccare le indagini, per arrivare poi a spiegare che Mills ha ricevuto da Berlusconi ben più dei 600 mila dollari contestati dall&#8217;accusa come tangente. Il Cavaliere nel corso degli anni ha infatti personalmente versato al custode dei segreti delle sue società off shore più di cinque milioni di euro. Ecco dunque alcuni stralci di un saggio da       leggere per capire perché Berlusconi teme la corte costituzionale che discuterà il Lodo il 6 ottobre e il processo d’appello Mills in calendario per il 9.      Dieci miliardi per l&#8217;imbroglio Telepiù      Nell&#8217;aprile e luglio del 1995, come risulta da una cronologia dell&#8217;accaduto redatta da Mills e da una serie di altri documenti depositati agli atti, l&#8217;avvocato inglese vede per due volte Silvio Berlusconi. […] durante gli incontri si parla di soldi, tanti soldi. I pm di Milano se ne rendono conto qualche nel 2004, quando ascoltano una serie di avvocati di Withers Solicitors, lo studio legale presso cui Mills lavorava. Con loro Mills ha sostenuto di essere stato autorizzato dal Cavaliere a trattenere 2 milioni e mezzo di sterline (10 miliardi       di lire dell&#8217;epoca) ancora parcheggiati sui conti della Horizon Ltd., una delle società estere della Fininvest, utilizzata per realizzare l&#8217;operazione Telepiù: la tv criptata che il creatore di Forza Italia controllava, in violazione delle norme antitrust, tramite una serie di off shore. […]      Un giorno di luglio ad Arcore      Quello che accade ad Arcore nel luglio 1995 è insomma chiaro: Berlusconi teme le indagini, perciò vuole separare il più possibile la sua sorte dalle società in cui Mills gli fa da prestanome, e pazienza se, per prendere le distanze, deve regalargli qualche miliardo. Mills considera dunque il denaro di Horizon un “dividendo”, cioé roba sua, e tra l&#8217;agosto e il settembre del &#8216;95 lo deposita su un conto aperto a Jersey. Poi, nel marzo del 1996, lo fa rientrare a Londra e ci paga le tasse per circa un milione di sterline. Forse anche per questo, nel 2006, dagli schermi di Telelombardia      , il Cavaliere si affretterà ad assicurare: “Io Mills non lo conoscevo neppure. Hanno detto che è venuto ad Arcore: può essere che gli abbia stretto la mano, ma non ho avuto rapporti di lavoro”.      Il problema però è che delle sue discussioni con il Cavaliere sul “dividendo” miliardario di Horizon, Mills ne parla anche in una sede per certi versi istituzionale: gli uffici delle tasse. L&#8217;intera operazione finisce infatti per attirare le attenzioni del fisco inglese. Il 15 marzo del &#8216;96 Mills viene così convocato da due ufficiali dello Special Compliance Office di Inland Revenue. A loro l&#8217;avvocato, dopo aver ricevuto garanzia che le informazioni rivelate sarebbero state considerate confidenziali, svela molti retroscena dei       suoi rapporti con il Cavaliere. Durante l&#8217;incontro viene anche redatto un verbale che però arriverà in Italia solo dieci anni dopo. Agli agenti delle tasse Mills spiega di aver fondato in Lussemburgo una società quotata a cui erano state intestate       le azioni di Telepiù. E di averlo fatto perché il Parlamento aveva approvato la legge Mammì che impediva il possesso da parte di un solo editore di più di tre reti televisive. L&#8217;operazione però si era rivelata molto costosa ed era stata effettuata tramite la Horizon Development Ltd. Certo, anche lui concordava con le osservazioni dei due ufficiali delle tasse che si dicevano stupiti perché “le azioni di Berlusconi a questo riguardo violavano lo spirito della legge italiana”. Ma non lo facevano “alla lettera” e proprio per questo le transazioni erano state oggetto di “un notevole grado di cura”. Poi, quando gli erano state chieste precisazioni sul “dividendo” Horizon, Mills aveva sostenuto di non avere in mano nessuna documentazione scritta e di sapere solo quello che gli era stato detto da Vanoni (Giorgio, direttore finanziario Finivest ndr). Dalle parole del manager Fininvest l&#8217;avvocato aveva “approssimativamente dedotto” che c&#8217;erano stati profitti per circa 10 miliardi di lire italiane      . Così aveva trasferito 10.175.000.000 di lire su un conto bancario a sua firma esclusiva, in una banca di Jersey, su cui si erano accumulati circa 304 milioni di lire di interessi. E questa era la somma che Mills avrebbe riportato in Inghilterra e sottoposto a tassazione. Nel verbale della riunione si legge: “Mills ha detto che comprendeva come tali procedure potessero sembrare strane, tuttavia gli era stata data fiducia per essere titolare e mandare avanti queste compagnie [le offshore collegate a Horizon e utilizzate per l'operazione Telepiù, nda] su basi scritte molto ridotte ed egli era ansioso sulle potenziali implicazioni per lui a causa della sua azione di trasferimento di fondi dalla Horizon a un conto con il suo solo nome, sebbene sapesse di avere l&#8217;approvazione di Berlusconi in persona. A tale scopo, aveva avuto un incontro in aprile 1995 con Berlusconi per approvare con lui i dividendi proposti”.           I verbali del fisco inglese      I due ispettori continuavano però a essere perplessi: “Condie [l'agente delle tasse, nda] ha detto che riconsiderando il tutto sia lui che Maxwell [l'altro agente, nda] erano rimasti stupiti, chiedendosi come mai tale struttura fosse necessaria in primo luogo, se tutti i fondi erano già sotto controllo all&#8217;interno dell&#8217;impero di Berlusconi. Era anche curioso di sapere perché era ora divenuto importante per Mills avere il riconoscimento delle ditte come aventi sede nel Regno Unito. Mills ha risposto che non era un segreto che ciò andasse largamente a beneficio di Berlusconi. Era importante per Berlusconi essere in grado di mostrare che queste ditte non erano sue e che se ciò significava un notevole introito per Mr. Mills, egli era pronto ad accettare tale posizione. Da parte sua Mills avrebbe chiesto alle Imposte di fornire una lettera che asseriva che la tassa era stata pagata con i profitti della sua ditta nel Regno Unito e che tutte le ditte correlate venivano adesso considerate come aventi sede nel Regno Unito”. Insomma è Mills ad ammettere che Berlusconi gli ha regalato 10 miliardi per mettersi al riparo dalle indagini dei pm e del garante per le tv. Un investimento molto costoso che, però, per gli otto anni a venire si       rivelerà quantomai azzeccato.      Le off shore sono di Silvio Berlusconi      La bugia principale che Mills, negli anni &#8216;90, rifila ai giudici italiani durante il processo per la mazzetta da 21 miliardi di lire versati all’estero segretario del Psi, Bettino Craxi, è però un&#8217;altra. Mills dice di non sapere chi sia il proprietario delle off shore Fininvest.      Ma di chi siano le società che negli schedari della CMM ( una fiduciaria di Mills ndr) venivano indicate come “Fininvest group B, very discrete”, l&#8217;avvocato inglese, in realtà, lo sa benissimo. E non solo perché è stato lui a crearle. I pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo, infatti, nella loro caccia riescono a recuperare una serie di carte che provano documentalmente come Mills, fosse al corrente di tutto. Si tratta       della corrispondenza tra i manager di due società, la Edsaco e la banca Cantrade, di proprietà dell&#8217;istituto di credito svizzero UBS, che nel 1994 rilevano la CMM.      Risale a quell&#8217;anno l&#8217;incorporazione della CMM in Edsaco e, come accade sempre in questi casi, gli acquirenti dispongono una due diligence per capire esattamente che cosa si stanno mettendo in pancia. Per questo esaminano gli archivi della società di Mills, chiedono informazioni all&#8217;avvocato, al suo braccio destro, la direttrice di CMM, Tanya Maynard e ai loro collaboratori.      In una “comunicazione riservatissima”, redatta il 15 giugno del 1994 da un consulente UBS dopo essere stato a Londra per la due diligence, alla voce “ulteriori informazioni” si legge: “La CMM cura direttamente i rapporti relativi a tutte le Società Fininvest con Giorgio Vanoni, Amministratore Finanziario della Fininvest e della Silvio Berlusconi Entertainment Ltd. Secondo Tanya Maynard, le Società Fininvest «B» non sono necessariamente Società appartenenti direttamente alla Silvio Berlusconi Financiaria [rectius: Finanziaria] o al Gruppo Fininvest. Tali Società appartengono       a Berlusconi, Bernasconi &#8211; al quale Mills, a detta di Alì Sarikhani [un manager della Edsaco nda], è legato da uno stretto rapporto di amicizia &#8211; ed a Silvio [rectius Livio      ] Gironi. L&#8217;avente diritto economico di queste Società sarebbe spesso l&#8217;uno o l&#8217;altro di questi signori. Mills ne sa certamente di più , ma è legato al segreto professionale di avvocato. Tuttavia, gli interessi di queste Società vengono curati anche da Vanoni. Tanya mi ha assicurato &#8211; dimostrandolo in mia presenza &#8211; che Vanoni è disponibile &#8211; su Sua richiesta &#8211; a fornire ulteriori informazioni sulle attività delle Società.      “Gli uomini di paglia di Silvio”      Un internal audit di Cantrade, nella pagina intitolata “commenti” è poi particolarmente esplicito sulle precauzioni adottate da Berlusconi nel condurre i suoi affari riservati all&#8217;estero: “Il principale rischio potenziale, da noi rilevato,       è un rischio di reputazione per Edsaco, nell&#8217;ambito degli affari Fininvest, nel caso in cui la personalità dell&#8217;uomo d&#8217;affari a capo di questa società venga intaccata a causa di eventuali ‘affari impropri’. Rileviamo che quest&#8217;ultimo non firma mai nessun documento, ma opera per mezzo di ‘uomini di paglia (teste di legno)’”. Insomma il proprietario finale della rete di società offshore Fininvest non dichiarate al fisco è Berlusconi. O personalmente, o attraverso due suoi stretti collaboratori: Livio Gironi e Carlo Bernasconi. Mills però ascoltato in aula sul punto non dice niente. E il suo silenzio finisce per avere delle conseguenze significative. Una in particolare. Proprio in virtù di quella bugia Berlusconi viene assolto nel processo per la corruzione della Guardia di Finanza da parte della Fininvest. Il dibattimento nato dall&#8217;inchiesta per cui ricevette un celebre invito a comparire nel novembre del 1994.           Una bugia davanti al fisco      Nell’estate del 2004 i magistrati scoprono l’ormai celebre lettera in cui Mills spiega a uno dei suoi fiscalisti di aver ricevuto nel 2000 un regalo da Berlusconi: 600mila dollari versati da Carlo Bernasconi, il dirigente Fininvest responsabile dell’acquisto dei diritti televisivi. Soldi che gli erano stati dati per gratitudine anche perché con le sue testimonianze Mills aveva “tenuto fuori Mister B da un mare di guai”. Il 18 luglio, interrogato dai pm, Mills confessa: davvero quel denaro arriva per volontà leader del Pdl: a dirglielo è stato proprio Bernasconi. Molti mesi dopo, però, l’avvocato ritratta: in novembre consegna una memoria in cui dice che la somma gli era stata invece versato da un armatore, Diego Attanasio. Prima della ritrattazione, però, accade pure dell’altro. Mills e una delle sue commercialiste affrontano l’intera vicenda con gli ufficiali delle imposte inglesi. Per loro infatti, qualunque sia l’origine dei soldi, le tasse vanno pagate.      Che fare? Mills ci pensa per mesi, scrive a banche e fiduciari esteri chiedendo carte e vecchi estratti conto. E intanto porta avanti la sua trattativa con il fisco. Quattro giorni dopo il suo interrogatorio milanese incontra in Inghilterra gli ispettori dello Special Compliance Office che già dal 4 maggio hanno in mano una lettera della sua commercialista, Sue Mullins, in cui si racconta la storia dei 600mila dollari ricevuti da       Bernasconi. L&#8217;avvocato vorrebbe chiudere l&#8217;intera partita fiscale versando quanto ha evaso, ma gli agenti dello Sco vogliono vederci chiaro: lo sottopongono anche loro a una sorta d&#8217;interrogatorio, regolarmente verbalizzato e controfirmato dall&#8217;avvocato. Con Mills gli agenti delle tasse sono estremamente franchi. Quasi brutali. Così nel documento, a proposito del «Bernasconi payment» si legge:      “L&#8217;ispettore disse che DMDM (David Mills) aveva messo il dito sulla piaga:non c&#8217;erano giustificativi. Era stata presentata una alternativa molto plausibile, ma c&#8217;erano altre spiegazioni alternative. L&#8217;ispettore ne aveva citata qualcuna, ma ce n&#8217;erano altre. Bernasconi, con sede legale in Svizzera, aveva legami stretti con Berlusconi. DMDM (David Mills ndr) contro i suoi interessi legali e con il rischio di essere lui stesso arrestato, si era recato a Milano per salire sul banco dei testimoni. Limitandosi a dire il minimo indispensabile aveva reso la vita di Berlusconi più semplice. Mentre il trattamento che DMDM riceveva dagli avvocati di Berlusconi in tribunale era stato pubblicamente ostile, era stato seguito dopo un po&#8217; di tempo dal ricevimento di una sostanziosa somma di danaro. L&#8217;ispettore disse che non stava insinuando che quel danaro fosse stato corrisposto per ricompensare la brutta esperienza che il sig. Mills aveva vissuto nell&#8217;aula del tribunale di Milano. Tuttavia si trattava di       una possibile spiegazione e il sig. Mills non era in possesso di alcuna prova scritta che la smentisse. Tutto ciò che era possibile notare era che DMDM aveva reso un grosso servizio a Berlusconi e che dopo un po&#8217; di tempo aveva ricevuto del danaro per mano di uno degli associati di Berlusconi. DMDM disse che il sig. Bernasconi non era in nessun modo un fiduciario che passava danaro per conto di Berlusconi dalla Svizzera. Mentre convenne che non poteva provare che la spiegazione proposta dall&#8217;ispettore fosse falsa. Infatti gli era stata posta la stessa domanda dai pubblici ministeri italiani la domenica prima a Milano. Questo significava che la questione era diventata in qualche modo meno delicata rispetto al periodo a cui si riferiva la lettera del 4 maggio visto che oramai l&#8217;esistenza del pagamento era uscita allo scoperto con loro. I magistrati italiani gli avevano fatto pressione affinché ammettesse che il danaro gli era stato dato su ordine di Berlusconi e lui aveva negato là come negava adesso. Non aveva nessun motivo di pensare che Berlusconi fosse a conoscenza del pagamento. Non pensava che i pubblici ministeri italiani avessero alcuna prova che dimostrasse che lo fosse stato”.           Mills, dunque, solo quattro giorni dopo il suo interrogatorio milanese in cui ha ammesso che Bernasconi gli ha versato i 600mila dollari su disposizione di Berlusconi, con il fisco mente in maniera spudorata, visto che contro ogni evidenza nega di aver mai tirato in ballo il Cavaliere davanti ai pubblici ministeri italiani. In ogni caso gli agenti delle tasse non sembrano troppo convinti: “L&#8217;ispettore chiese come era stato pagato il denaro e su che conti. DMDM disse che il danaro era stato versato direttamente sul suo conto in dollari americani e da lì era stato investito nel suo hedge fund personale bypassando il Regno Unito. La sua provenienza era da attribuirsi a un hedge fund di Bernasconi di cui ne rappresentava il totale. L&#8217;ispettore puntualizzò che queste spiegazioni supportavano la tesi che il danaro destinato a DMDM da parte di Berlusconi fosse stato tenuto in un fondo del sig. Bernasconi fino al momento in cui si pensò che la situazione nel tribunale italiano si fosse calmata. L&#8217;ispettore sottolineò di nuovo che non vi erano prove che potessero smentire questa ipotesi.           Alla fine dell&#8217;incontro Mills comunque taglia corto. «Adesso desidero solo lavarmi le mani da tutta questa storia», dice. E, il 15 settembre, la sua commercialista scrive di nuovo allo Sco dicendo che Millsè pronto a versare le prime 80mila sterline di quanto dovuto. Non è tutto, ma al momento l&#8217;avvocato non può permettersene di più.      La partita sembra chiusa. In Inghilterra le tasse attendono solo che il debito di Mills sia saldato. Tanto che, dopo una fitta corrispondenza, ancora il 5 novembre sempre Sue Mullins fornisce altre spiegazioni per iscritto sull&#8217;accaduto e rivela che, in ogni caso, quei 600mila dollari non sono gli unici soldi ricevuti dalla Finivest: ci sono altre 99mila sterline, utilizzate da Mills come rimborso spese, per i costi sostenuti durante i processi. Nel 1996, infatti, le relazioni con i Finivest people” (la frase è della commercialista) erano piuttosto difficili. L&#8217;avvocato aveva così accantonato per sé una parte delle somme che gli uomini del Cavaliere gli avevano dato in custodia per ripagarsi i viaggi in Italia in occasione delle sue deposizioni e le spese legali. Mills, spiega Sue Mullins, “ha detto al suo contatto in       Fininvest che cosa aveva fatto e non sono state sollevate obiezioni. Tanto che questo consenso è durato fino al presente giorno”. Dunque per sua stessa ammissione, l&#8217;avvocato per tutta la durata dei processi è stato a libro paga del gruppo Berlusconi.</p>
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		<title>Un mondo parallelo.</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Sep 2009 12:55:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[Mai titolo di una trasmissione mi è sembrato più appropriato. Ieri sera, ho distrattamente seguito la puntata di Matrix (Canale 5) dedicata alla domanda “la libertà di stampa è in pericolo?” ed alla preconfezionata risposta: “ovviamente no.”

Ascoltando il conduttore Vinci e gli ospiti (senatore De Benedetti, Antonio Polito, Beppe Severgnini, Roberto Arditti, l’on. Gentiloni e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1087&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Mai titolo di una trasmissione mi è sembrato più appropriato. Ieri sera, ho distrattamente seguito la puntata di Matrix (Canale 5) dedicata alla domanda “la libertà di stampa è in pericolo?” ed alla preconfezionata risposta: “ovviamente no.”</p>
<p><span id="more-1087"></span></p>
<p>Ascoltando il conduttore Vinci e gli ospiti (senatore De Benedetti, Antonio Polito, Beppe Severgnini, Roberto Arditti, l’on. Gentiloni e Vittorio Feltri &#8211; quest’ultimo in collegamento video perché non si mescola con il popolino) mi si è aperta una finestra sul mondo parallelo nel quale vivono i giornalisti italiani. In un clima di consonanza e concordia generale, indotto dai servizi in video che riepilogavano (a mo’ di monito) le fucilazioni dei giornalisti in Cecenia, in Iran e in Corea del Nord, gli intervenuti, quasi a ringraziare il padrone di casa per essere ancora vivi e addirittura ben pasciuti, hanno dato modo a Feltri di dipingere il Corriere come asservito alle banche, tutti i giornalisti Rai come marionette al soldo dei partiti e Repubblica e Unità come giornalacci faziosi manovrati dai loro padroni per turpi ed inconfessabili finalità. A differenza dello stesso Feltri che si è descritto, senza che alcuno obiettasse, come l’unico direttore indipendente del paese.</p>
<p>Quasi unanime la deplorazione per Repubblica, Unità e FNSI (da nessuno rappresentati, così come la Rai) colpevoli di aver montato la bufala della manifestazione del 3 ottobre prossimo, alla quale, ovviamente, nessuno deve partecipare, pena il coprirsi di ridicolo.</p>
<p>Nessuno che abbia osato dire che minacciare la rivelazione di dossier sulle frequentazioni sessuali dei leader politici non è giornalismo, ma una minaccia di tipo mafioso; nessuno che abbia sottolineato come Mentana, una volta cacciato da Mediaset, sia ormai un disoccupato cronico impossibilitato a trovare uno straccio di lavoro; nessuno che abbia ricordato come gli anatemi di Berlusconi a Mieli e ad Anselmi (“farebbero bene a cambiare mestiere”) siano andati puntualmente a segno; nessuno che abbia riepilogato come su decine di cause penali e civili avviate da Berlusconi per diffamazione a mezzo stampa, la quasi totalità lo ha visto soccombere; nessuno che abbia sollevato il problema della legge bavaglio sull’informazione in discussione alle Camere. E mi limito a sottolineare queste che sarebbero state insignificanti punture di spillo, rispetto ai macigni che pesano sul mondo dell’informazione a causa dello strapotere del Cavaliere.</p>
<p>Gentiloni, che già da ministro non ebbe il coraggio di dare attuazione alle sentenze della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia Europea sul caso Retequattro, chiamato, si presume, a difendere le ragioni del Pd, ha recitato alla perfezione il ruolo di cagnolino di compagnia.</p>
<p>E poi mi si chiede perché vado a Roma sabato.</p>
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		<title>Sabato a Roma.</title>
		<link>http://sentieriepensieri.wordpress.com/2009/09/21/sabato-a-roma/</link>
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		<pubDate>Mon, 21 Sep 2009 15:01:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>sandro zagatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Cari amici, scusate se mi ripeto e se, questa volta, vi taggo pure.

Come sapete sabato prossimo 26 settembre, ad onta del mio carattere schivo, sarò a Roma per la manifestazione “Agenda Rossa” promossa da Salvatore Borsellino. Trovate nel sito www.19luglio1992.it l&#8217;annuncio ed il programma della manifestazione e trovate nel post L&#8217;agenda rossa di Paolo Borsellino [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=sentieriepensieri.wordpress.com&blog=2203830&post=1082&subd=sentieriepensieri&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Cari amici, scusate se mi ripeto e se, questa volta, vi taggo pure.</p>
<p><span id="more-1082"></span></p>
<p>Come sapete sabato prossimo 26 settembre, ad onta del mio carattere schivo, sarò a Roma per la manifestazione “Agenda Rossa” promossa da Salvatore Borsellino. Trovate nel sito www.19luglio1992.it l&#8217;annuncio ed il programma della manifestazione e trovate nel post L&#8217;agenda rossa di Paolo Borsellino di questo blog le ragioni della mia partecipazione.</p>
<p>Credo che sia importante esserci e continuo ad auspicare che altri si aggreghino.</p>
<p>Non torno sulle ragioni dell’iniziativa e sul significato simbolico dell’Agenda Rossa, ma invito tutti a riflettere sull’esigenza di chiedere con forza – e dalla piazza – verità e giustizia. Non contro qualcuno, perché in piazza non si fanno i processi, ma per qualcosa: evitare che l’Italia sprofondi.</p>
<p>Pochi giorni prima di morire Giovanni Falcone parlò di menti raffinatissime – il pensiero va ai servizi segreti ed alla massoneria &#8211; associate a Cosa Nostra e disse che “la mafia sta entrando in borsa”, alludendo con quest’ultima frase – ora lo si può ipotizzare con una certa tranquillità – alla partecipazione dei prestanomi dei boss al capitale della Calcestruzzi S.p.A., allora controllata dal gruppo Ferruzzi ed il cui manager dell’epoca, Raoul Gardini, morirà “suicida” in circostanze mai chiarite.</p>
<p>Borsellino parlò invece delle indagini che portavano da Palermo a Milano, nelle quali la Fininvest era indicata come il possibile terminale del riciclaggio dei proventi di Cosa Nostra.</p>
<p>Morti Falcone e Borsellino, nessun magistrato o poliziotto è più caduto per mano di mafia, mentre – lo dicono svariati atti giudiziari e sentenze – membri delle istituzioni e boss mafiosi instauravano una trattativa finalizzata a definire una nuova pax mafiosa, dopo la fine dell’era andreottiana sancita dall’omicidio di Salvo Lima, che di poco precedette gli attentati di Capaci e di via d’Amelio.</p>
<p>I risultati e le conseguenze di quelle stragi e di quella trattativa, a distanza di oltre tre lustri, li vediamo bene. C’è voluto un rovinoso terremoto per scoprire che gli appalti pubblici e l’edilizia residenziale del centro Italia sono pesantemente infiltrate dalla camorra napoletana. Le famiglie calabresi (‘ndrine) controllano il racket delle estorsioni a livello europeo e non hanno problemi a regolare i conti a fucilate perfino in Germania. Il basso Lazio è la nuova terra di conquista della camorra, mentre la ‘ndrangheta allunga le mani sugli appalti di Expo 2015 a Milano. Infiltrazioni sono ovunque: nel modenese impèrano i casalesi, ed a Lodi perfino un attore comico, per aver messo alla berlina i boss mafiosi, vive sotto scorta. Se di camorra e ‘ndrangheta ancora si parla, Cosa Nostra neppure viene nominata, tanto incute reverenza o terrore. Bastano però poche lapidarie parole del sostituto procuratore di Firenze Gabriele Chelazzi che ha sostenuto l’accusa al processo per le stragi del 1993 contro Bagarella ed altri 25 boss mafiosi: “Cosa Nostra è sovrana”.</p>
<p>Non a caso il paese è tenuto in pugno da un uomo che ha costruito la sua fortuna grazie ai buoni uffici presso i boss palermitani di Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa per aver fatto da intermediario, appunto, fra Cosa Nostra e gli ambienti imprenditoriali e politici milanesi (leggasi: Fininvest). Non insisto su questo punto, ben noto purtroppo a tutti voi che mi leggete.</p>
<p>I settori economici controllati dalla malavita sono svariati ed in espansione: traffico di droga, di armi, di esseri umani, di rifiuti, contraffazione, racket delle estorsioni. E per il riciclaggio si va dagli appalti pubblici, all’edilizia residenziale, dalla gestione dei rifiuti e delle discariche al turismo, ai trasporti ed a molto altro. La scandalosa vicenda del comune di Fondi dimostra che le organizzazioni criminali controllano ormai anche il settore ortofrutticolo su scala nazionale.</p>
<p>Antonio Laudati, capo della procura di Bari e fino a pochi giorni fa procuratore aggiunto presso la Direzione Nazionale Antimafia, ha affermato nel suo libro “Mafia Pulita”, scritto a quattro mani con Elio Veltri, che il patrimonio accumulato sotto varie forme dalle organizzazioni criminali nazionali è stimato in un controvalore paragonabile al debito pubblico dello Stato; che è di oltre millesettecento miliardi di euro, cioè più di tre milioni di miliardi di Lire.</p>
<p>Noi italiani siamo come una famiglia povera ed indebitata che non sa di avere un tesoro in cantina: quello dei beni mafiosi che, se confiscati, potrebbero azzerare il nostro debito pubblico e fare del nostro un paese economicamente prospero e ricco.</p>
<p>In un quadro del genere non meraviglia che gli italiani (la stragrande maggioranza di essi, quelli che non si sono ancora decisi a darsi al crimine) siano sempre più poveri, più delusi, più rassegnati. Non meraviglia che le imprese italiane perdano competitività all’estero, perché chi le usa per riciclare proventi illeciti e non per trarne profitto non ha certo interesse ad innovarle, a migliorarle, a renderle più moderne e competitive. Anche istituzioni pubbliche come scuola, sanità ed università, patiscono tragicamente il degrado del paese.</p>
<p>Davanti a questo quadro disarmante la politica e buona parte della magistratura che fanno? Nella migliore delle ipotesi tacciono, osservano. Nella peggiore delle loro facce si mostrano complici. Con leggi farraginose ed inattuabili sulla confisca dei beni, sull’uso dei collaboratori, sulle intercettazioni ambientali e telefoniche; con leggi criminogene come quella sul falso in bilancio e sul concordato preventivo; con condoni fiscali, variamente camuffati, che premiano i trafficanti e gli evasori. Ma soprattutto mantenendo un sistema giudiziario pensato per essere cronicamente inefficiente, inadeguato, inservibile e, per finire, con la persecuzione, la demonizzazione, la discriminazione, di quella residua parte di magistratura che non si rassegna alla sconfitta davanti alle mafie ed alla criminalità.</p>
<p>Per dare un’idea della tragica inerzia del nostro legislatore, è sufficiente ricordare che, ad onta dei ripetuti richiami della Commissione Europea, il nostro parlamento non si decide ad introdurre nel codice penale il delitto di autoriciclaggio. Conseguentemente, in parole povere, chi si arricchisce con il traffico di droga o con lo sfruttamento della prostituzione (per fare due esempi) e, per avventura, viene preso e condannato, non può essere processato per aver reinvestito i proventi in attività lecite. Quindi, se ha avviato con soldi sporchi un’attività legale, se la può tenere e gestire dal carcere, in attesa di uscire e di godersi la rendita. Un invito bello e buono a darsi al crimine come scorciatoia per avere una vita agiata; al prezzo, mal che vada (ma la possibilità è remota) di un breve soggiorno in prigione.</p>
<p>Vorrei essere chiaro. Non pongo la questione come un conflitto fra politica cattiva e magistratura buona. Purtroppo anche fra giudici e pubblici ministeri si è progressivamente diffusa una cultura di acquiescenza allo status quo, così come esistono alcuni (pochi) politici sinceramente avversi alla mafia; quindi le responsabilità vanno condivise. Chiamando magari in causa anche l’Avvocatura, che ha ormai perso di vista la differenza fra diritto alla difesa e diritto a delinquere.</p>
<p>Non è tanto questione di fondi, che lo Stato effettivamente stanzia ma vengono male utilizzati, o di personale di polizia, che c’è ed è mal gestito. E’ questione di volontà politica ed istituzionale di affermare la giurisdizione.</p>
<p>Consentitemi una piccola digressione personale. Mi è capitato di seguire un processo penale a carico di un soggetto vagamente riconducibile ad un’organizzazione criminale (di cui ignoro la natura). I fatti contestati risalgono al periodo 1994-1998 e furono denunciati nel novembre 1999. La prima udienza dibattimentale del processo (che è terminato con condanna in primo ed in secondo grado ed attende la pronuncia finale in Cassazione) si è tenuta nel dicembre 2006. Per farsi un’idea, le persone offese dai reati, nel tempo trascorso fra il deposito della denuncia e l’inizio del processo, avrebbero potuto laurearsi in giurisprudenza, dare l’esame di stato da avvocato e scriversi da sé la costituzione di parte civile. E’ come se il genitore di un bambino gravemente malato dicesse al figlio: “non ti preoccupare: vado, mi iscrivo all’università, mi laureo in medicina, mi specializzo in chirurgia e ti opero io”.</p>
<p>Il nostro è ormai il paese dove l’illegalità è un viatico sicuro per l’affermazione economica e dove l’onestà è, conclamatamente, la virtù* degli idioti.</p>
<p>Davanti a questa devastazione morale e materiale, penso che non si possa rimanere seduti alla tastiera. C’è una minoranza di persone (e fra questi alcuni magistrati onesti, sempre più isolati anche nel loro mondo) che non si rassegna, anche se tutto sembra ormai perduto. Nel mio infinitesimo cerco di essere fra questi pochi. In fondo erano poche migliaia anche i partigiani che, nell’autunno-inverno del 1943, si ritirarono sulle montagne per non sottomettersi al nazifascismo.</p>
<p>L’agenda rossa di Paolo Borsellino è il simbolo di questa nuova resistenza, come ho cercato di spiegare nel rpecedente e già citato articolo.</p>
<p>Per questo vado a Roma sabato ed ho sperato che altri si aggregassero, magari organizzando un pullman. Invece niente, prenderò il mio trenino e andrò da me, non senza aver ringraziato in anticipo Claudià e Sesilià per il supporto logistico che mi hanno offerto.</p>
<p>Però siete sempre in tempo a cambiare idea ed a decidervi. Da Trieste parte un Eurostar alle 6.35 di sabato 26 e arriva a Roma alle 13.10, dando agevolmente il tempo di partecipare alla manifestazione che comincia alle 14.00 in piazza Bocca della Verità.</p>
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