E se fosse tutta una messinscena?

agosto 14, 2011

Breve riepilogo.

6 luglio. Il governo vara la manovra correttiva. Il peso dei tagli viene spostato alla prossima legislatura.
3 agosto. Iniziano le ferie del parlamento, proclamate ai quattro venti nonostante aleggi lo spettro della crisi.
5-6 agosto. Viene annunciata l’esistenza del la lettera della bce, che nessuno ha mai visto.
12 agosto. Il cdm licenzia la maxistangata che rinnega tutto quello che è stato detto meno di un mese prima.
13 agosto, vigilia di ferragosto. Napolitano firma il decreto.

Il decreto viene definito come indispensabile per evitare “il fallimento dell’Italia” per effetto della speculazione sui nostri titoli di stato e su piazza affari. Però, oltre a contenere una valanga di norme su tagli, risparmi ed entrate (molti dei quali tutti da verificare) prevede provvedimenti in materia di lavoro di cui si parla da anni e che non erano mai passati. Il modello Pomigliano per le relazioni industriali, le penalizzazioni dei dipendenti pubblici, l’innalzamento dell’età pensionabile delle donne, alcune liberalizzazioni per i professionisti. Tutte cose “imposte dalla Bce”, “dall’Europa” o “dai mercati”; ma chi lo ha detto? Dove è scritto? Sta di fatto che molte cose che il governo non aveva fatto per l’opposizione dei sindacati, della società o per veti interni alla stessa maggioranza, adesso cala pesantemente nella nostra legislazione con un decreto ferragostano, firmato da Napolitano mentre la gente è in ferie e con il parlamento vuoto.

L’alibi è l’emergenza speculativa sui mercati. A ferragosto? Con gli scambi ai minimi? E’ vero che le borse hanno avuto forti perdite (e bruschi rimbalzi) ma è anche vero che in agosto i volumi di scambio sono ridotti e non è difficile creare turbolenze sui mercati, anche con vendite modeste. E perché la Bce si sarebbe decisa a comprare titoli di stato italiani proprio adesso? Perché proprio adesso Deutsche Bank ha deciso di venderli? Il tutto condito da toni allarmati e disperanti: “crolla tutto”, “situazione drammatica”, “crisi improvvisa ed imprevedibile”, “speculazione in agguato”, “rischio catastrofe”. Anche se la maggioranza dei parlamentari è tranquillamente in vacanza all’estero, rassicurata dai capipartito che recitano la commedia a Roma.

Insomma: siamo sicuri che non sia tutta una messa in scena? Un inganno mediatico per farci digerire una mazzata economica (l’ennesima) senza poter protestare? In un amen il governo assesta l’ennesimo colpo ai servizi sociali ed agli enti locali; ai diritti dei lavoratori, agli odiati dipendenti pubblici (tutti fannulloni, come è noto); quindi alla scuola pubblica, all’Università ed alla Magistratura. In più alza le odiate tasse, versando lacrime di coccodrillo e “sangue dal cuore”, perfino alle classi agiate. E lo fa con l’alibi del “commissariamento” (di cui tutti parlano ma la cui prova principe è stranamente segreta) e dell’urgenza di salvarci dal rischio Grecia. Passato lo choc, potrà riprendere a ingannarci con la solita propaganda ordinaria, dicendo che questo decreto era “inevitabile, indispensabile, necessario e senza alternative”.

Nel frattempo la criminalità economica e l’esercito degli evasori restano immuni da qualsiasi provvedimento.

Sarò sincero: a me sembra tanto il grande inganno di ferragosto per dare l’ennesimo colpo alla Repubblica, alla Costituzione ed ai suoi capisaldi.


Serviva fare una legge?

gennaio 13, 2011

Vi ricopio qui l’articolo del codice di procedura penale che disciplina il legittimo impedimento per qualsiasi (ripeto, qualsiasi) imputato.

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Art. 420-ter.
Impedimento a comparire dell’imputato o del difensore.

1. Quando l’imputato, anche se detenuto, non si presenta all’udienza e risulta che l’assenza è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito, forza maggiore o altro legittimo impedimento, il giudice, con ordinanza, anche d’ufficio, rinvia ad una nuova udienza e dispone che sia rinnovato l’avviso all’imputato, a norma dell’articolo 419, comma 1.

2. Con le medesime modalità di cui al comma 1 il giudice provvede quando appare probabile che l’assenza dell’imputato sia dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per caso fortuito o forza maggiore. Tale probabilità è liberamente valutata dal giudice e non può formare oggetto di discussione successiva né motivo di impugnazione.

3. Quando l’imputato, anche se detenuto, non si presenta alle successive udienze e ricorrono le condizioni previste dal comma 1, il giudice rinvia anche d’ufficio l’udienza, fissa con ordinanza la data della nuova udienza e ne dispone la notificazione all’imputato.

4. In ogni caso la lettura dell’ordinanza che fissa la nuova udienza sostituisce la citazione e gli avvisi per tutti coloro che sono o devono considerarsi presenti.

5. Il giudice provvede a norma del comma 1 nel caso di assenza del difensore, quando risulta che l’assenza stessa è dovuta ad assoluta impossibilità di comparire per legittimo impedimento, purché prontamente comunicato. Tale disposizione non si applica se l’imputato è assistito da due difensori e l’impedimento riguarda uno dei medesimi ovvero quando il difensore impedito ha designato un sostituto o quando l’imputato chiede che si proceda in assenza del difensore impedito.

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Serve che commenti? Era già tutto scritto.


Le parole che non vorresti eccetera – 2° round.

gennaio 3, 2011

Hanno superato il turno le voci che hanno riportato almeno 10 preferenze (1,5%). Avete fino a quindici scelte possibili.


Undici punti per il 2011.

dicembre 31, 2010

1. Gli ospedali sono luoghi dove si curano i malati, non aziende che devono risparmiare sui posti letto.
2. Le scuole sono luoghi dove gli insegnanti insegnano, e non dove vengono insultati perchè hanno uno stipendio.
3. I tribunali sono luoghi dove si processano i delinquenti, non dove si aspetta la prescrizione.
4. Gli enti locali erogano servizi, non consulenze.
5. Le banche sono istituti di credito, non di rapina.
6. Le università sono istituti di ricerca; ma non ricerca di come tirare a campare.
7. Gli imprenditori non devono essere necessariamente dei criminali.
8. Malmenare la gente non è l’unico compito della polizia.
9. Pensare non è vietato.
10. Sui giornali sono scritte notizie, non calunnie.
11. Potrei farci un partito.


Quali alleanze per il PD?

dicembre 23, 2010

Votate.


Le primarie di S&P.

dicembre 8, 2010

S&P (Sentieri e Pensieri, non Standard and Poors) promuove una sondaggio per capire gli umori del centrosinistra triestino all’approssimarsi delle primarie per la designazione del candidato sindaco.

Votate!


Mario Ciancio Sanfilippo.

novembre 30, 2010

Arriva a Catania un Procuratore capo da Palermo. E si indaga su di lui per concorso esterno in associazione mafiosa.


Riforme vere e finte in tema di giustizia. Incontro con Bruno Tinti.

novembre 9, 2010

Oggi pomeriggio, alle ore 18, in qualità di esponente del Movimento Agende Rosse, avrò l’onore di presentare Bruno Tinti all’incontro intitolato “riforme vere e finte in tema di giustizia” che si terrà presso la libreria Lovat (viale XX settembre, Trieste).

Il titolo suggerisce il concetto della mistificazione che la politica e l’informazione ad essa asservita ci propinano su ogni argomento, ma che in materia di giustizia tocca vertici ineguagliati. Sono ormai entrate nel senso comune formule ed enunciazioni dietro le quali si nascondono finalità opposte a quelle che dovrebbero essere le linee di una razionale amministrazione della giustizia; e sono in vigore leggi assurde, demenziali, che nessuno si sogna neppure più di criticare. L’elenco è talmente lungo che non saprei da dove cominciare.

Partiamo per esempio dall’indulto del 2006. Un provvedimento presentato all’opinione pubblica come necessario per alleviare la condizione dei detenuti, stipati in carceri sovraffollate, ma che invece riguarda solo in minima parte tale categoria. La stragrande maggioranza dei beneficiari, infatti, sono soggetti che comunque mai sarebbero entrati in carcere. Basti dire che l’indulto condona anche le multe, quando effetto di conversione in pena pecuniaria di pena detentiva. Nel nostro ordinamento una pena inferiore ai sei mesi di reclusione è commutabile in multa al tasso di conversione di trentotto euro per ogni giorno. Ne consegue che per reati considerati minori (ma minori fino ad un certo punto perchè vi rientrano ad esempio la truffa, l’appropriazione indebita, le lesioni personali, l’omicidio colposo, la bancarotta semplice, la ricettazione eccetera) commessi anteriormente al 2 maggio 2006, chiunque abbia riportato una pena di qualche migliaio di euro di multa se la vede interamente cancellata dall’indulto. Ci si chiede: cosa c’entrano le multe con il sovraffollamento delle carceri? E perchè chi invece ha subito una multa per una violazione del codice della strada la deve pagare comunque?

Ed il giusto processo? Un principio inserito addirittura in Costituzione (art. 111) che impone “condizioni di parità fra accusa e difesa”. Ma cosa significa? Nel processo penale accusa e difesa hanno ruoli e finalità differenti. L’accusa “costruisce” l’impianto probatorio, deve provare positivamente che è stato commesso un reato e che l’imputato ne è il responsabile. La difesa deve semplicemente confutare, “distruggere”. Parlare di parità è come affermare che chi costruisce case deve avere gli stessi strumenti di chi le demolisce. Che senso ha? Ma non è tutto. Il Pubblico Ministero (l’accusa) ha (ovviamente) obbligo di verità. Deve cioè portare a processo tutte le prove, anche quelle a favore dell’imputato; e se, in qualsiasi momento del procedimento, si accorge che l’indagato/imputato è innocente, deve chiederne il proscioglimento. La difesa ovviamente non ha un obbligo speculare, anzi! Dov’è la parità? Perdipiù, nel nostro ordinamento (e solo nel nostro!), l’imputato ha facoltà di chiedere la parola in qualsiasi momento del processo e riversare sulla corte un valanga di falsità senza nulla temere. Che parità è mai questa? Provate ad immaginare una causa di divorzio (in quel caso sì che le parti sono in condizioni di parità) nella quale la moglie è obbligata a dire la verità mentre al marito è concesso seppellire il giudice di menzogne. Vi pare un “giusto processo”?

E gli esempi potrebbero continuare. L’assurdità della prescrizione in corso di processo, con l’oscena abbreviazione introdotta dalla legge ex Cirielli; l’impugnabilità gratuita, a rischio zero, di ogni provvedimento, con conseguente espansione indeterminata dei tempi processuali; l’assurda depenalizzazione del falso in bilancio, per cui, con le parole di Davigo “è come imporre la punibilità del furto a querela del ladro”. L’automatismo degli sconti di pena, che obbliga il giudice a condonare pene a chiunque, anche ai peggiori criminali; l’impossibilità per le magistrature superiori di “riformare in pejus” così che risulta incentivata la reiterata impugazione.

Si potrebbe continuare con la cosidddetta “terzietà del giudice” che si è trasformata in “cecità del giudice”, privandolo dei poteri di cognizione che erano previsti dal vecchio rito inquisitorio (abbandonato nel 1989 con l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale). Cecità che si vuole imporre anche al Pubblico Ministero con “riforme” volte a limitarne i poteri di indagine: si pensi all’oscena legge contro le intercettazioni telefoniche ed ambientali ed alla volontà di attribuire solo alla Polizia Giudiziaria l’attività investigativa.

Infine non posso tacere il totale disprezzo dei diritti della persona offesa che, nel nostro ordinamento, oltre ad essere vittima del reato, è vittima del processo, della sua inammissibile, intollerabile durata, e della smisurata generosità verso i colpevoli ispirata da un falso garantismo. Garantismo fasullo perchè disegnato in favore degli indagati/imputati colpevoli e non certo verso gli indagati/imputati innocenti. Hanno voluto modificare la Costituzione con il “giusto processo”; io, in quell’articolo, ci avrei inserito una frasetta facile facile: “il processo deve assicurare un equo risarcimento alla persona offesa dal reato”. L’hanno messa? Macchè, nemmeno di hanno pensato.

Di questo ed altro ci sarebbe da parlare per ore. Ascolterò domani Bruno Tinti, per un’oretta almeno.

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Bruno Tinti è stato procuratore aggiunto a Torino, occupandosi in particolare di reati fiscali, societari, finanziari e fallimentari. Professore universitario, ha scritto due saggi divulgativi – “toghe rotte” e “la questione immorale”, tiene un blog intitolato “toghe rotte” e scrive su Il Fatto Quotidiano. Attività queste con le quali ha cercato di rompere la cortina mistificatoria di cui ho parlato e di indicare le vere riforme, grandi e piccole, che servirebbero.

Lavorando a Torino il dott. Tinti ha avuto come Procuratore Capo Bruno Caccia, ucciso il 26 giugno 1983 da due sicari della ‘ndrangheta, che già allora aveva cospicui interessi economici in Piemonte. Tengo a dirlo perché se è giusto da un lato ricordare e celebrare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, bisognerebbe anche ricordare altri magistrati come appunto Caccia (ed anche, ad esempio, Rocco Chinnici ed Antonino Scopelliti), che ebbero la stessa tragica sorte ma sono stati colpevolmente dimenticati dall’opinione pubblica.


Ruby o Noemi?

novembre 6, 2010

Ma quale Fini; ma quale Renzi. Sentieri e Pensieri lancia il sondaggio del momento.


Uso politico della giustizia.

novembre 5, 2010

- Lei è un mafioso, non può fare politica.
- Mi denunci e ci vediamo a processo, se sarò condannato mi dimetterò.
- Ma ci vorranno quindici anni, e nel frattempo?
- Vale la presunzione di innocenza, continuerò a fare quel che faccio.


La morale.

novembre 5, 2010

Frequentare minorenni non è reato. Pagare prostitute non è reato. Frequentare mafiosi non è reato. Falsificare i bilanci non è (più) reato. Evadere il fisco e corrompere sì, ma c’è la prescrizione, oppure manca la prova. Avere società offshore non è reato. Mentire non è reato. Farsi votare dai mafiosi non è reato. Fare pressioni sui funzionari dello Stato non è reato.

Non serve che continui, avete capito.

Ad ogni puntata di Annozero gli indignati dell’opposizione vanno sempre a sbattere contro Ghedini il quale dimostra che B. è candido come un giglio, e se si accaniscono a voler dire che invece forse il reato c’è, ecco che forniscono l’assist: “uso politico della giustizia”.

La verità è che il dibattito politico dovrebbe riposare su una morale pubblica (e non sul codice penale) che non esiste più perchè tutti ce ne siamo disinteressati. Basta far caso al lessico; si usano talvolta le parole “immorale”, “amorale”, “etico”, ma “morale”, mai. Quasi fosse una bestemmia pensare di dire cosa è “morale” e cosa no.

Da decenni ormai abbiamo abbandonato l’idea che il vivere del singolo e della collettività necessita dell’elaborazione continua di criteri di discernimento fra bene e male, illudendoci che il perseguimento dell’interesse personale incanalato nella fredda normativa protocollare (ispirata poi da cosa? Da rapporti sociali di forza? Da dogmi parareligiosi?) sia sufficiente a regolare i comportamenti singoli e collettivi. Una scelta che oltre ad essere di moda (brutta parola “morale”, fin dagli anni settanta, soprattutto se qualcuno ci vuole appiccicare l’aggettivo “sessuale”) è anche comoda da adottare. Perchè chiedersi ogni volta cosa è bene e cosa è male è faticoso. E’ faticoso decidere da se stessi come essere buoni cittadini, buoni lavoratori, buoni studenti, buoni genitori, brave persone. Molto meglio farsi prescrivere un protocollo comportamentale e rispettarlo alla lettera (almeno in apparenza).

No. Non è mai stato così, e così non può funzionare.


Ieri sera al Caffè San Marco.

ottobre 30, 2010

Francesco Saverio Alessio, Emiliano Morrone e Pietro Orsatti

C’erano forse trenta persone, ieri, al Caffè San Marco, per ascoltare Francesco Saverio Alessio, Emiliano Morrone e Pietro Orsatti parlare di ‘ndrangheta (o Ndrangheta); e per chi le cose le conosce solo dalla saggistica sentirle raccontare dalla viva voce di chi è nato, cresciuto e scappato (per salvare la pelle) dalla Calabria fa un certo effetto.

La ‘ndrangheta, come Cosa nostra, come le altre organizzazioni criminali, non è il gangsterismo nostrano che l’informazione ufficiale e la politica si ostinano a volerci far credere; è invece il distillato del potere italiano. Potere economico, potere istituzionale, potere politico, il cui braccio armato operativo è quello che ci viene indicato come il tutto, con una gigantesca e dissimulatoria sineddoche.

Il 28 dicembre 1983 Giuseppe Fava, rispondendo su raiuno a Enzo Biagi, disse:

Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante…

E dopo queste frasi visse sette giorni.

Ieri sera, chi era al Caffè San Marco, ha ascoltato gli stessi concetti da chi li ripete da una vita ed ha perso forse la speranza di vedere cambiare qualcosa. Ed in effetti, se dai giorni di Giuseppe Fava le cose sono peggiorate, e di molto, non si può che convenirne. Perché da allora, grazie agli astronomici profitti del mercato degli stupefacenti (la Ndrangheta, per fare un esempio, detiene il monopolio europeo del traffico di cocaina) il potere criminale si è enormemente rafforzato all’interno delle istituzioni, delle professioni e della società in generale.

Forse è già troppo tardi.


Stasera parliamo di Ndrangheta (incontro pubblico).

ottobre 25, 2010

Il Movimento Agende Rosse ha fra i propri scopi quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla penetrazione delle organizzazioni criminali nella società italiana, e sulla concreta diffusione delle mafie in tutto il territorio nazionale, quindi anche nel Nord Est.

Le ‘ndrine calabresi si sono ormai affermate come le cosche fra le più potenti, capaci di gestire traffici criminali su scala planetaria e di scavalcare perfino Cosa Nostra, quanto a ricchezza e pericolosità, pur mantenendo la loro base nel territorio di origine.

Nel loro libro “La società sparente” Emiliano Morrone e Francesco Saverio Alessio descrivono non tanto la storia criminale della ‘ndrangheta, ma la trasformazione della Calabria in un regno delle famiglie aderenti all’”Onorata Società”, dove la vita dei singoli individui è governata dai boss locali; una terra, la Calabria, i cui cittadini sono obbligati a scegliere fra l’emigrazione e l’accettazione della condizione di sudditi delle ‘ndrine. Questo avviene con la complice partecipazione della politica, poichè i partiti sono, in quella terra, collusi con le cosche in maniera organica e “bipartisan”.

La Calabria, in questo senso, è un esempio nitido di quella che è stata definita la “sicilianizzazione” dell’Italia, ovvero la progressiva resa della politica ai poteri occulti o criminali, e dove il potere (economico, ed anche politico) è gestito al di fuori delle leggi della repubblica ed in spregio dei principi costituzionali.

Un fenomeno il cui germe era stato bene intuito già negli anni settanta da Pio La Torre e da Piersanti Matterella, proprio per questo uccisi da Cosa Nostra e subito dimenticati dai rispettivi partiti, quantunque tuttora ritualmente celebrati. Dieci anni dopo altri due uomini – Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – lo avevano cristallizzato in atti giudiziari con la sentenza del maxiprocesso a Cosa Nostra, tentando poi di estendere le loro indagini ai rapporti fra le famiglie mafiose palermitane e gli imprenditori del nord, al fine di impedire la progressiva conquista dell’economia trainante del paese da parte delle mafie. Indagini fermate dal tritolo di Capaci e dal T4 di via d’Amelio; stragi di cui conosciamo gli esecutori (però solo per la prima siamo certi della loro copevolezza) ma non i mandanti. Stragi cui non ne sono seguite di analoghe, perchè da allora le mafie non hanno più avuto necessità di uccidere i magistrati, potendo contare su altri strumenti per evitare, eludere, addomesticare o soffocare le indagini o per “rimuovere” i magistrati sgraditi; la vicenda Luigi De Magistris, pubblico ministero impegnato proprio in Calabria nelle indagini sulle collusioni fra politica e criminalità, insegna.

Il biennio 1992-1993 è l’anno della svolta; di Mani Pulite e delle bombe. Ed anche, come troppo spesso accade nel nostro paese, dei depistaggi. Misteri, manomissioni, documenti spariti, perizie infedeli, poliziotti trasferiti, pubblici ministeri esautorati, falsi pentiti. Nelle indagini e nei processi per le stragi del 1992 e del 1993 si riproduce la malattia italiana di una verità negata, di oscure presenze che deviano il corso della giustizia, a riprova che dietro quei fatti vi è una realtà inconfessabile.

La scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino è il più macrosocpico di questi misteri, episodio paradigmatico che svela l’indicibile vergogna di uno Stato che collude con l’antistato mafioso.

L’agenda rossa è quindi il simbolo del movimento che chiede verità e giustizia sulle stragi del 1992-1993, e si prodiga per far capire agli italiani che è necessario aprire gli occhi sul dominio mafioso dell’economia e della politica, per evitare il rischio di risvegliarci un giorno tutti calabresi, tutti servi della mafia.

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Di Ndrangheta si parlerà venerdì prossimo, 29 ottobre, alle ore 20.30, al Caffè San Marco di Trieste. Relatori saranno gli autori dell’introvabile libro “La società sparente”, Francesco Saverio Alessio ed Emiliano Morrone, ed il regista, autore teatrale e blogger Pietro Orsatti.

F.S. Alessio

E. Morrone

La voce di Fiore, diretto da Morrone

Blog di P. Orsatti

La società sparente


Sentenza d’appello per Marcello Dell’Utri.

giugno 25, 2010

Fra oggi e domenica la storia del nostro paese varcherà un discrimine molto importante, forse decisivo: è attesa la sentenza d’appello al processo Dell’Utri. Estraggo un brano da Antimafia2000:

Prima di terminare, rivolto alla Corte, Nino Gatto si è detto convinto “che questa vicenda si inserisca nella stagione delle stragi del ’92 con le morti di Falcone e Borsellino”. E “che oggi è il potere ad essere giudicato”. Per questo “non vorrei essere nei vostri panni, perché dovete prendere una decisione storica che attiene non solo alla storia giudiziaria ma alla storia del Paese. Con la vostra sentenza – ha conluso – si potrà costruire un gradino, salito il quale si possono percorrere ulteriori scalini per accertare la verità che ha dilaniato e insanguinato il nostro Paese”.

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Coraggio, Scajola, racconta tutto!

maggio 4, 2010

Adesso bisogna sperare che Scajola non diventi il capro espiatorio temporaneo.

Leggendo (con la lente di ingrandimento) i giornali di questi mesi ci accorgiamo di essere in una situazione paragonabile a quella del 1992, quando l’arresto di Mario Chiesa fu il catalizzatore di una catena di inchieste sulla corruzione che rovesciò, in apparenza, un sistema di potere che dopo una breve transizione ha saputo rigenerarsi. E come spesso accade ha saputo produrre anche gli anticorpi contro i possibili nuovi attacchi della parte sana del paese. Se nel 1992 un arresto fu sufficiente a far crollare alcuni palazzi e a farne tremare molti altri questa volta non è così. L’assessore al Comune di Milano Pennisi è finito a San Vittore, come il suo collega alla Regione Lombardia Piergianni Prosperini. Sempre a Milano Abelli e la moglie sono finiti sotto processo ed hanno in parte ammesso le loro responsabilità. Balducci, Anemone, De Santis sono in carcere per ordine del GIP competente sull’indagine G8. Ora tocca a Scajola, ma l’effetto sisma ancora non è partito. Il sistema di corruzione che sta dietro a questi episodi tiene. La ragione è che da quel 1992 ad oggi la politica ha prodotto una serie di leggi “ad castam” che proteggono i potenti dagli effetti delle indagini e li inducono a resistere alla tentazione di vuotare il sacco ai magistrati, nella convinzione che, passata la (breve) nottata, potranno ritornare a fare affari. Questo è il discrimine su cui si muovono questi signori: davanti al dilemma se raccontare tutto agli inquirenti o confidare nello stellone della politica che sempre ha protetto i corrotti, rimangono attaccati alla seconda ipotesi, in ciò confortati da fatto che chi in passato a confessato ha avuto peggior sorte di chi resistette. E un esempio preclaro viene proprio dall’immancabile Scajola, che nei primi anni novanta si fece settanta giorni di carcerazione preventiva perché coinvolto (ma fu poi prosciolto) in una brutta storia di riciclaggio che riguardava il Casinò di San Remo.

Forse per noi italiani è venuto il momento di tifare per una nuova stagione di Mani Pulite, che squarci questa volta definitivamente il velo di omertà che cela il marcio di una politica corrotta e collusa con poteri criminali. Quello che poteva avvenire 18 anni fa e che non si verificò per ragioni non del tutto ancora note.

E allora mi rivolgo a Scajola: non accettare di essere l’unico a pagare, racconta tutto, vuota il sacco. Parla di tutti gli altri che hanno mangiato come e più di te. E lo stesso facciano i Bertoladri e gli altri indagati. Se ci aiuteranno a scoprire la verità su questo paese malato, che potrebbe essere ricco e felice ma si ritrova in miseria, perdoneremo loro tante cose.


Santa Prescrizione.

maggio 1, 2010

La spavalderia di Scajola è più che giustificata. Qualunque reato abbia eventualmente commesso accettando assegni per novecentomila euro da Zampolini, esso sta per cadere in prescrizione grazie alla cosiddetta legge Cirielli.

Se qualcuno avesse ancora dubbi sulla funzione di tale legge, il caso Scajola la illustra alla perfezione. Dalla sua entrata in vigore un reato risulta perseguibile solamente se viene denunciato immediatamente dopo la sua commissione. Se invece la notizia di reato giunge alla procura competente dopo qualche anno dal fatto, il reato ipotizzabile risulta prescritto prima ancora che inizi il processo. E siccome un processo dura non meno di sette anni è facile trarre la conclusione. Chiunque comprende che con tale disciplina della prescrizione gli unici reati perseguibili divengono i delitti di strada (rapine, scippi, spaccio di droga, stupri…) dei quali l’autorità giudiziaria viene tempestivamente informata. Al contrario reati da colletti bianchi (falsità, riciclaggio, truffa, eccetera) divengono di fatto improcedibili, poiché ben difficilmente chi li commette è tanto maldestro da farsi cogliere sul fatto. In tali casi (e quello di Scajola ne è limpido esempio) la notizia di reato si forma anni dopo il fatto ed il pubblico ministero è indotto a non avviare neppure indagini conoscitive e ad archiviare ab origine le eventuali denunce; tanto sa che il processo non si celebrerebbe mai e non avrebbe senso procedere.

Questa è l’Italia degli anni dieci. Nella quale la settima città per numero di abitanti è priva di un sindaco per via di qualche cresta sui rimborsi spese ma dove un ministro può evadere il fisco ed accettare centinaia di migliaia di euro in nero da un collettore di appalti governativi, svillaneggiando chi osa chiedergliene conto. Santa Prescrizione, protettrice dei potenti.


Fini, Bossi e Berlusconi.

aprile 28, 2010

Mai si era assistito ad una scena simile. Questo è il commento giornalistico ricorrente a proposito del conflitto deflagrato fra Fini e Berlusconi alla Direzione Nazionale del PdL. E se tutti colgono l’eccezionalità dell’episodio, non trovo nelle analisi pari consapevolezza dell’eccezionalità del momento. Perché Fini, che uscì dal ghetto dell’extracostituzionalità nel quale era stato relegato con il suo Msi nell’era democristiana grazie allo “sdoganamento” del Cavaliere, è stato servo sottomesso e fedele di Berlusconi più di Bossi (che dall’alleanza uscì fra il 1994 ed il 2001) e di Casini (che da presidente della Camera gli pose più di un problema ed ha rotto nel 2008). Se ha deciso di spezzare così platealmente un asse che reggeva ininterrottamente dal 1994 non può essere solo un fatto di, pur legittima, ambizione personale.

Cosa attende la maggioranza di governo dopo la tregua armata imposta dalle elezioni regionali appena concluse? I decreti attuativi del cosiddetto federalismo fiscale e le modifiche processuali pensate per salvare il premier dai processi penali, primi fra tutti quelli Mills e Mediatrade.

Per rendersi conto della portata dell’introduzione del federalismo forse occorre guardare ai sommovimenti interni al centrodestra in Sicilia, che fra le regioni statalmente assistite è la più ingorda. Un federalismo fiscale autentico, come lo pretende la Lega Nord, imporrebbe agli enti locali dell’isola (Regione Autonoma, province e comuni) ed alle aziende controllate di licenziare almeno la metà dei dipendenti. In tutto il centro sud – salvo forse Roma – si andrebbe incontro ad un degrado improvviso dei servizi pubblici e ad un’ondata di licenziamenti senza precedenti con conseguenze imprevedibili sull’ordine pubblico.

Su questo punto la chiacchiera politica utilizza formule propagandistiche vuote ed illusorie. Si vuole far credere che il federalismo fiscale “responsabilizzerà la classe dirigente meridionale”, inducendola ad abbandonare la consuetudine di vivere di sussidi provenienti dal governo centrale. Parliamoci chiaro: questo è un problema che l’Italia si porta con sé da centocinquanta anni e pensare di risolverlo per decreto è risibile. La classe politica meridionale si è formata ed è cresciuta barattando il proprio sostegno ai governi centrali (a prescindere dal colore) con la libertà di autogestire il potere locale in dispregio della legislazione statale e ricorrendo ai metodi clientelari più spregiudicati che, nel corso dei decenni, hanno richiesto livelli crescenti di spesa pubblica pilotata illegalmente nonché la sostanziale accettazione del controllo mafioso sull’economia, che da tali trasferimenti ha tratto e trae un sostegno fondamentale.

I governi che si sono succeduti non sono stati in grado di spezzare il legame perverso con la politica meridionale perché tutti hanno sempre necessitato del sostegno dei parlamentari eletti al sud. L’idea della Lega è semplice e brutale: sottrarre al governo centrale le risorse, rendendo vane le richieste dei politici meridionali al governo. Un concetto destabilizzante, che scardina il sistema su cui riposa la politica nazionale da un secolo e mezzo. Credere che ciò possa avvenire senza pesanti contraccolpi è, appunto, semplicemente illusorio e miope; anzi, pensare che avvenga è già un azzardo assoluto. Ed infatti su questo si gioca la tenuta del governo, visto che Fini mira ad essere il punto di riferimento dei politici antagonisti della Lega Nord, ovvero quelli eletti in meridione. Questo piano lo fa ritenere più solido di quanto si creda nello sfidare Berlusconi, poiché la linea è potenzialmente molto attrattiva e la truppa dei suoi fedeli potrebbe crescere numericamente in modo consistente. Non solo a sud, perché va pur sempre ricordato che le regioni che producono ricchezza per il paese sono quattro (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto) mentre tutte le altre (compresi il virtuoso Trentino, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana) ne assorbono. Se sedici regioni su venti hanno da perdere dall’introduzione del federalismo fiscale, è ben facile prevedere che il fronte ostile alla Lega sia destinato a rafforzarsi. Inoltre una classe politica meridionale con idee innovative, responsabile o disposta a responsabilizzarsi non esiste, nemmeno in via ipotetica; illudersi che quelle regioni possano cambiare per decreto è pura cecità. L’idea della Lega Nord, in realtà, è semplicemente di abbandonare intere regioni a se stesse, e sappiamo che là esistono poteri ben strutturati in grado di sostituirsi alle istituzioni repubblicane che molti politici non nascondono di accettare.

Come già accadde per la devolution del 2005, credo che il progetto leghista sia destinato ad arenarsi. L’ostilità meridionale (ben supportata lungo lo stivale) ai progetti di razionalizzazione della spesa costò il governo alla Destra Storica di Minghetti, che lasciò il paese alla Sinistra storica di Depretis, il quale accantonò le velleità di riforma morale e politica del mezzogiorno che avevano animato il Risorgimento. Il prefetto Mori, fiero combattente della mafia durante il ventennio, con poteri straordinari assegnatigli da Mussolini in persona, fu da quest’ultimo rimosso non appena osò alzare lo sguardo verso i maggiorenti mafiosi della Sicilia e verso la gestione malavitosa della ricchezza isolana. Il dopoguerra vide la Sicilia tenere sotto scacco il governo centrale con la minaccia indipendentista, alla cui ombra si consolidò il dominio territoriale di una organizzazione criminale giunta potentissima fino ai giorni nostri e ramificatasi nel continente grazie alle propaggini camorristiche e ‘ndranghetiste. L’era democristiana è stata l’incubatrice dell’intreccio politico-clientelare-massonico-mafioso che ha sottratto alla giurisdizione nazionale intere regioni e che solo pochi politici, poliziotti e magistrati isolati e coraggiosi hanno saputo vanamente sfidare (quasi sempre a prezzo della vita), nella complice indifferenza dei leader nazionali e dei poteri statali.

Può una riorganizzazione tributaria, un elenco di disposizioni fiscali, ribaltare un sistema di potere, una cultura politica, uno stile sociale che sono sopravvissuti a Cavour, a Giolitti, a Mussolini, a Moro, ad Andreotti, a Berlinguer e che fornisce il principale supporto elettorale-politico-parlamentare a Berlusconi fin dal 1994? Lascio a ciascuno la risposta. La politica italiana è sempre questa, fatta di improvvisatori incapaci non dico di affrontare i problemi, ma anche solo di formularli correttamente, di leggerli; figuriamoci se di risolverli.

Io credo che il dibattito sul federalismo fiscale, che tutti vogliono solo a parole ma non nei fatti, farà da sfondo al conflitto sui temi più visibili della giustizia (immunità di governo, intercettazioni, processo breve…) sui quali si consumeranno le rotture all’interno della maggioranza. Con quali esiti non lo so, ma temo che comunque vada si continuerà come sempre. A schifo.


Morali e protocolli.

marzo 4, 2010

L’esclusione di alcune liste di centrodestra per vizio di forma mi suona come un limpido contrappasso. Se penso a quale è stato il mutamento culturale e sociale più profondo degli ultimi lustri mi sembra di individuarlo nella sostituzione della morale con un combinato disposto di egoismo e di legalismo protocollare.

La cosiddetta “fine delle ideologie” in realtà ha prodotto un risultato abbastanza preciso. Le ideologie, ci piaccia o no, hanno una pretesa: stabilire cosa è bene e cosa è male, ovvero fissare principi morali. Esattamente quelli di cui ciascuno di noi non può fare a meno. Ci tengo a dirlo. Il sostantivo e l’aggettivo “morale” sono da anni rinchiusi in un recinto lessicale di utilizzabilità parziale e quasi vergognosa. Tanto che ne vengono usati maggiormente i vocaboli neganti (immorale, amorale..) ovvero li si sostituisce con i derivati di “etica” che invece è un’altra cosa (l’etica è lo studio della morale). Mi sembrano anche alquanto generiche e confuse le opinioni che circolano sulla ormai fantomatica e mitologica “questione morale” invocata da Enrico Berlinguer nella notte dei tempi. Chiedere ma soprattutto imporsi comportamenti morali sembra essere una pretesa vetusta, noiosa, polverosa quando non addirittura reazionaria. Ma in realtà il punto non è questo. La morale, dizionario alla mano, è il complesso di convinzioni, principi, idee, ideali, precetti (eccetera) cui l’uomo attinge per distinguere il bene dal male; in una parola, per decidere come comportarsi. Pertanto è impossibile farne a meno: ciascuno di noi ha una sua morale e ogni collettività ha una sua morale collettiva, più o meno definita. Il problema è che abbiamo smesso di interrogarci su cosa e quale sia, di discuterne, di confrontarci su di essa e ciò ha segnato un regresso sociale. E’ come se davanti alla scelta cruciale sul bene e sul male (personale e collettivo) fossimo degli analfabeti, dei principianti senza una guida, dei gattini ciechi.

Quante volte abbiamo sentito usare argomenti del tipo “non è reato e quindi si può fare”. A pensarci bene, è un concetto primitivo, primordiale ed aberrante. Decidere di/come agire/non agire solo in ragione del timore di una pena è una logica da cavernicoli. Eppure – a ben pensarci – è così che stiamo costruendo il nostro vivere civile, da quando abbiamo detto che erano “cadute le ideologie” e che il “mercato” avrebbe governato l’economia e quindi le nostre vite. Ne è derivato il principio che in ogni ambito della nostra vita sociale il motore delle azioni è l’egoismo, l’interesse personale, contemperato da normative protocollari che dovrebbero contenere gli abusi e regolare il vivere comune nell’interesse collettivo.

Il magistrato deve preoccuparsi di rispettare la procedura più che di stabilire se l’imputato è colpevole o innocente; il medico deve preoccuparsi di rispettare il protocollo previsto per quella patologia, non di curare il malato; il docente deve compilare ordinatamente registri e schede, rispettare orari e calendari, e non importa se le sue lezioni fanno vomitare; l’imprenditore deve puntare al profitto, e non importa se evade il fisco, se inquina, se distrugge le vite degli operai, se delocalizza l’attività ed abbandona le fabbriche.

E’ questa la catastrofica conseguenza dell’idea assolutamente demenziale in base alla quale il mondo procede liberando gli istinti dei singoli all’interno di un quadro regolatorio, come per lo scorrere dell’acqua di un fiume in un sistema di dighe e di chiuse.

No. Il mondo non può funzionare così. Perché ciascuno di noi e ciascuna collettività – e datemi pure del reazionario – HA e deve avere una morale. Ogni genitore sa cosa è bene e cosa e male per i suoi figli, e se non lo sa se lo deve chiedere, e se non se lo chiede non può educare i suoi figli. Un insegnante sa come fare bene la sua lezione e capisce quando la fa male. Un giudice sa e deve sapere come gestire un procedimento nell’interesse della Giustizia, quella con la G maiuscola che sta a discriminare quello che è giusto da quello che è ingiusto. Un medico ha la missione di curare i malati, non di far funzionare una “azienda ospedaliera”. Un imprenditore sa e deve sapere se sta creando ricchezza, lavoro e benessere o se li sta distruggendo. Perché ognuno di noi, davanti ai casi della vita dice a se stesso mille volte “è giusto” o “non è giusto”. E la motivazione non viene, non può venire, non verrà mai da un codice, da un protocollo e tantomeno dal conseguimento di un qualche vantaggio per chicchessia.

Questo è il senso del principio di moralità ed anche di giustizia che, parimenti, viene sostituita col principio più debole di “legalità” o stemperato con l’aggettivo “sociale”. Anche qui non ci siamo: invocare solo e semplicemente la legalità non basta, perché facendolo si ricade nella logica protocollare e non si deve dimenticare che la legge può essere ingiusta.

Parlando di morale si allude spesso (per ipocrisia o superficialità) alla morale sessuale, esercitandosi accademicamente sull’idea che predicare una morale sessuale è retaggio da anni ’50: ognuno vive la sessualità come vuole ed una morale sessuale collettiva non può esistere. E’ il pensiero più semplice ed anche il più comodo. Ma purtroppo è solo il più comodo, perché in realtà, anche se rifiutiamo di riconoscerlo, esiste una morale sessuale collettiva. La prova l’ho avuta di recente quando ho scoperto che un politico che va a puttane va capito, mentre quello che va a trans va cacciato. Quindi a puttane sì ma a trans no: me lo sono segnato.


Le primarie del pd.

ottobre 23, 2009

Votate! E ricordate di cliccare più volte l’opzione voluta per avere certezza della registrazione del vostro voto.

Nei commenti è aperto il dibattito fra i sostenitori delle varie scelte e dei diversi candidati.


Sabato a Roma.

settembre 21, 2009

Cari amici, scusate se mi ripeto e se, questa volta, vi taggo pure.

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