Salvatore Borsellino a Cordenons.

settembre 25, 2010

Salvatore Borsellino parla nella sala consiliare di Cordenons (PN)

“Ma pensate come mi sento io, quando vedo che l’uomo sospettato di aver ordinato l’omicidio di mio fratello rappresenta lo stato italiano ai massimi livelli!” Queste parole, pronunciate quasi al termine del suo intervento, danno la misura dello spessore shakespeariano dell’uomo che le ha pronunciate: Salvatore Borsellino.

Venerdì scorso ero a Cordenons, all’incontro con il fratello del magistrato ucciso in via d’Amelio organizzato dalle Agende Rosse del Friuli Venezia Giulia (cioè Daniele, Davide, Maria Grazia ed io). Non riassumo il contenuto del discorso, perché nella frase che ho riportato c’è tutta l’intensità di una narrazione che Borsellino porta in giro per l’Italia, nell’indifferenza dei mezzi di informazione.

Chi pensa che il mondo contemporaneo abbia rimosso il dramma, il senso della tragedia, del conflitto, dovrebbe leggere le storie di mafia. Tremila sono i morti della guerra mafiosa degli anni ottanta che vide i corleonesi sconfiggere le famiglie palermitane facenti capo a Bontade. Decine e decine sono i poliziotti ed i magistrati caduti sotto i colpi delle mafie, e centinaia i familiari colpiti dai lutti. E la grottesca pantomima della politica nazionale altro non è che il riflesso pubblico di una lunga guerra di conquista dell’economia nazionale che le organizzazioni criminali stanno conducendo con successo da decenni.

La vera storia d’Italia è oscura ed indicibile, e i veri attori ci sono sconosciuti, nei loro veri ruoli. Ogni tanto ne intravediamo qualcuno, senza però capirne appieno l’importanza, senza saperli collocare. Ogni tanto si scorge una breccia e vale la pena tentare di aprirla. La verità sul 19 luglio 1992 è una di questa e l’agenda rossa di Paolo Borsellino né è il simbolo. Come è il simbolo degli infiniti misteri della Repubblica, della nostra pessima Repubblica che però, ahimè, è l’unica che abbiamo.

Il gazebo delle Agende Rosse a Pordenone (19.09.2010)


Da via d’Amelio a Montecarlo, patacche e depistaggi.

settembre 23, 2010

Faccio molta fatica a reggere le notizie che giornali e televisioni ci rovesciano addosso: dovrei chiedermi se è possibile che esponenti dei servizi segreti hanno o no fabbricato una finta lettera del ministro di un microstato caraibico nel quale si riferisce della proprietà di un bilocale a Montecarlo.

Proprio in questi giorni sto rileggendo la tragica storia di Vincenzo Scarantino, il balordo del quartiere della Guadagna di Palermo, sulle cui accuse sono state incardinate le sentenze Borsellino uno e Borsellino due. Arrestato nell’immediatezza della strage di via d’Amelio, Scarantino rimase a lungo detenuto e, dopo mesi e mesi di silenzio, si decise a “pentirsi”, accusando se stesso ed altri complici di aver partecipato alla strage. Quindi proseguì la collaborazione indicando alcuni boss di Cosa nostra come mandanti dell’attentato. Dichiarazioni che hanno portato a svariati ergastoli e ad altre pesantissime condanne.

Ma pochi sanno che la famiglia di Scarantino ha ripetutamente denunciato le torture, le sevizie cui egli fu sottoposto per indurlo a “pentirsi” ed egli stesso ritrattò ripetutamente le proprie accuse, dichiarando di essersi inventato tutto su suggerimento della polizia e dei pubblici ministeri, chiedendo con insistenza di essere arrestato e la cessazione del programma di protezione.
Ed infatti sono attualmente sotto inchiesta alcuni poliziotti della squadra mobile di Palermo per aver pilotato le deposizioni di Scarantino.

Mettiamo a fuoco: per la strage di via d’Amelio, uno dei fatti più gravi della storia della Repubblica italiana, sono attualmente in carcere numerosi innocenti (anche se alcuni di essi, in verità, sono boss mafiosi che sarebbero comunque detenuti); i reali esecutori ed i mandanti della strage sono ancora sconosciuti; numerosi pentiti indicano in Silvio Belrusconi e Marcello dell’Utri i referenti esterni a Cosa nostra “interessati” all’attentato; poliziotti e magistrati sono sospettati di aver deliberatamente seguito una falsa pista investigativa per distrarre se stessi, i colleghi, l’opinione pubblica e la stampa.

E noi siamo qui, con Santoro, Castelli e Bocchino a parlare di patacche caraibiche.


Di Fini, Feltri, Montecarlo, diffamazione, politica e storia.

agosto 18, 2010

Viviamo un nuovo fascismo? A dire il vero l’epressione “manganello mediatico” è stata evocata proprio da chi del manganello (quello vero) ha dimostrato per interi lustri di avere una grande nostalgia: a parole, da vecesegretario del Msi, e coi fatti, da vicepremier incaricato di coordinare l’ordine pubblico del G8 di Genova. La stessa persona che è stata dalla stessa parte dei calunniatori che apparecchiarono le campagne su Telekom Serbia e sul dossier Motrokhin. Quindi, nell’esser solidali con l’attuale vittima della campagna diffamatoria di Libero e del Giornale, una qualche riserva ce l’ho.

Al di là di questo, però, vien da dire che il paragone con il fascismo ci sta e non ci sta. Perchè nel ventennio gli argomenti usati dalle camice nere erano più concreti e diretti: manganelli veri.

Ma l’uso politico di una massiccia diffamazione a mezzo stampa non è un’invenzione di questo regime berlusconiano, e lo scrissi tempo fa in questo post.

Come si sa, la storia della Repubblica di Weimar racchiude molti insegnamenti trascurati. Ebert fu bersaglio d’ogni genere di diffamazione e vinse centinaia di processi. Ma la sua immagina pubblica fu distrutta da una innocua fotografia in costume da bagno, che lo rese ridicolo a fronte del suo predecessore (il Kaiser Guglielmo II) e del suo successore (il generale Von Hindenburg).

Ammettiamo che Fini provi di aver acquistato una cucina componibile per un mezzanino di periferia: gioverà alla sua carriera politica mostrare di essere un uomo che passa il suo tempo ad arredare tinelli, a fronte di uno che ha perso il conto delle ville che possiede?


Cari finiani.

agosto 12, 2010

Capisco che sarebbe come ammettere di aver tradito la moglie tanti anni fa, senza che lei lo scoprisse e quando ormai l’avete fatta franca, ma visti i tempi forse ne vale la pena.

E’ così difficile ammettere di aver votato la depenalizzazione del falso in bilancio per salvare B. dai processi Fininvest?

E’ così difficile ammettere di aver votato la legge sulle rogatorie internazionali per lo stesso motivo?

E’ così difficile ammettere di aver votato la riforma della legge sui pentiti per bloccare alla radice le indagini sulle stragi di mafia del 1992-1993, all’epoca in corso a Caltanissetta e a Firenze, e puntualmente archiviate nel 2002 e nel 2004?

E’ così difficile ammettere di aver votato leggi e decreti che indeboliscono il 41/bis e la chiusura delle supercarceri di Pianosa e dell’Asinara?

E’ così difficile ammettere di aver votato la legge Simeone, che di fatto abolisce la reclusione per centinaia di fattispecie di reato, per evitare i carcere ai tangentisti?

E’ così difficile ammettere di aver votato la legge Cirami nella speranza di salvare B. dai processi al Tribunale di Milano?

E’ così difficile ammettere di aver votato la legge Cirielli sull’accorciamento della prescrizione, che costituisce un’amnistia permanente per una categoria enorme di reati, per salvare B. e tanti suo amici?

E’ così difficile puntare il dito su Forza Italia che votò l’indulto per evitare il carcere a Previti?

E’ così difficile ammettere di aver votato la legge Frattini sul conflitto di interessi che è una presa in giro, una buffonata, che ha offerto a B. la possibilità di saccheggiare il mercato televisivo?

E’ così difficile ammettere di aver votato la Legge Gasparri, scritta dai consulenti del Cavaliere e cucita sui suoi interessi?

E’ così difficile dire che le imprese di B., ad onta di categoriche smentite preventive, si sono avvalse ripetutamente dei condoni fiscali da voi votati?

E’ così difficile ammettere di aver votato l’incostituzionale legge Pecorella per salvare il Cavaliere dagli appelli della Procura Generale di Milano?

E’ così difficile ammettere di aver votato il riassetto dell’ordinamento giudiziario per agevolare lo striciante assoggettamento della magistratura ad un CSM sempre più controllato dalla politica?

E’ così difficile ammettere di aver votate una legge incostituzionale per impedire a Caselli di divenire Procuratore Nazionale Antimafia, favorendo invece l’ambiguo Piero Grasso e quindi anche le mafie?

E’ così difficile ammettere di aver favorito con leggo ad hoc il ritorno in Cassazione del giudice Carnevale, detto “ammazzasentenze” (antimafia)?

E’ così difficile ammettere di aver votato leggi e decreti per favorire Retequattro ad onta di ripetute pronunce della Corte Costituzionale e della Corte di Giustizia Europea?

E’ così difficile ammettere di aver votato la riforma dell’art. 111 della Costituzione, ora grottescamente definito “giusto processo”, che ha il solo scopo di favorire gli imputati colpevoli e di allungare a dismisura i processi?

E’ così difficile ammettere di aver assecondato la grottesca teoria politica sulle “toghe rosse”?

E’ così difficile ammettere di aver votato il “patteggiamento allargato” per evitare il carcere a Bossi?

E’ così difficile ammettere di aver votato l’indebolimento dell’articolo del codice penale sull’attentato alla Costituzione (perchè avete fatto pure questo) per accontentare i leghisti?

E’ così difficile ammettere che il decreto salvacalcio lo dettò direttamente Galliani per far risparmiare tasse al Milan?

E’ così difficile ammettere di aver votato la legge sul contributo di Stato per i decoder per regalare soldi a Paolo Berlusconi?

E’ così difficile ammettere di aver chiuso gli occhi su tutti gli abusi fiscali, edilizi, paesaggistici che il Cavaliere ha consumato in questi anni e poi sanato con condoni ad hoc?

E il lodo Alfano, il processo breve, il ddl anti-intercettazioni, il legittimo impedimento …, assurdità giuridiche ed incostituzionali votate, assecondate, discusse al solo fine di salvare gli interessi personali di Berlusconi (e dei suoi sodali) e di preservarlo dai processi.

Mi fermo qui perchè vado a memoria e voi ne sapete molto più e meglio di me. Ma in sostanza: è così difficile ammettere di aver consentito al Parlamento di divenire il luogo dove ci si occupa quasi esclusivamente delle faccende e dei problemi di Silvio Berlusconi e della sua corte?

Mi rendo conto che sì, è difficile. E’ difficile ammettere di essere stati per anni i servi di un bandito; ma chissà che per una volta l’onestà intellettuale venga ripagata, in un modo o nell’altro. Anche perchè potreste aggiungere di essere stati in buona compagnia: oltre ai leghisti, avete avuto al vostro fianco i casiniani e spesso e volentieri anche la cosiddetta attuale opposizione, che tante leggi pro-Cavaliere ha votato quando era minoranza o addirittura voluto quando era maggioranza.

In altre parole, da voi mi aspetto non che sgambettiate il Presidente del Consiglio per prenderne il posto, ma una operazione-verità sulle vergogne delle maggioranze di cui avete fatto parte. Altrimenti resterete ai miei occhi solamente servi invidiosi e patetici, ed in tal caso vi meriterete di sparire per colpa dei Tulliani e dei loro trastulli monegaschi.


Perchè l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino.

luglio 20, 2010

Sono passati due anni e tre mesi dalle ultime elezioni politiche che videro la sfida ad esito scontato fra le alleanze PDL+Lega e PD+IdV. Alcune delle parole d’ordine dello schieramento sconfitto a priori, guidato, se la memoria non mi inganna, da un certo Veltroni, erano “reciproco riconoscimento” (senza curarsi che gli altri dicessero alcunché di simile, e quindi reciproco un corno), “si può fare” (non ci credeva nessuno, nemmeno loro, nemmeno Veltroni) e “vocazione maggioritaria” (alla luce della considerazione precedente, si sarebbe dovuto dire “vocazione minoritaria”).

Nel generale clima mistificatorio, la campagna elettorale fu insignificante, giudicata tutti i commentatori come “noiosa”. La ragione è che mancava in essa l’argomento principe: la Giustizia. Che il centrodestra sia refrattario al tema lo si sa e lo si comprende. Meno chiara (ma anche no) è l’avversione del centrosinistra, che sembra irrimediabilmente folgorato dalla sindrome per cui l’argomento giustizia coincide con l’antiberlusconismo che, nella diabolicamente contorta filosofia imperante, favorirebbe Berlusconi stesso. Sta di fatto che il problema della Giustizia, sia nei due anni di governo Prodi che nel corso della campagna elettorale, sembrava accantonato, pur avendo animato il quinquennio delle leggi vergogna (2001-2006).
Nell’illusione che il confronto fra i due schieramenti si sarebbe articolato sulla “politica”, sui “programmi”, sulle “cose che interessano gli italiani” (come se agli italiani non interessasse la giustizia) i partiti omisero di affrontare la questione, dedicandosi ad altro.

Ma il risveglio, ed il successivo tunnel di incubi, lo conosciamo. Sebbene il paese sia attanagliato da una crisi economica pesantissima che ha imposto licenziamenti di massa, fallimenti, riduzioni dei redditi, tagli indiscriminati a servizi essenziali come scuola e sanità; sebbene siano entrati in vigore principi devastanti come la privatizzazione dell’acqua ed il ritorno all’energia nucleare, il dibattito politico si è acceso sui seguenti argomenti: Lodo Alfano, processo breve, legittimo impedimento, revisione (abolizione) delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, Lodo Alfano bis, “riforma della giustizia”; nonché dai reiterati ed inaccettabili attacchi della maggioranza di governo alla magistratura (quella che indaga e processa, non certo quella che insabbia). Infine siamo stati travolti dalle indagini sulla cricca, sul G8 della Maddalena (quando ancora non si sono chiusi i processi sui fatti del G8 di Genova), sulla Protezione Civile e sulla cosiddetta P3. Inchieste che più che degenerazioni del sistema, sembrano rivelare la sua irrimediabile putrescenza: l’impressione è che gli indagati siano solo malcapitati membri di un sistema intrinsecamente corrotto, nel quale tutti vìolano la legge e càpita a qualche sventurato di essere pizzicato. Davanti a queste evidenze non si può far altro che prendere atto che la questione politica nazionale è una questione giudiziaria e giurisdizionale. Punto e basta. So che fa storcere il naso a politologi e menti raffinate, e non c’è nessun gusto personale nel dirlo, ma è così.

Se vogliamo capire qualcosa del paese in cui viviamo dobbiamo partire da qui: dalla diffusione della cultura dell’illegalità e del delitto nella classe dirigente.

In tutti i paesi del mondo esistono la corruzione e si arrestano politici, in tutti i paesi del mondo membri della classe dirigente (non solo politica) commettono reati; ma solo in pochi, e l’Italia è uno di questi – l’unico del G8 e forse l’unico del G20 – si assiste alla crescita del tasso di illegalità con il progredire del grado di responsabilità pubblica. Se nei paesi europei evoluti il grado di illegalità è grosso modo il medesimo in tutte le fasce sociali, in Italia no: al salire del rango, aumenta. Tanto che il Parlamento è il luogo di lavoro nazionale (forse anche a livello mondiale) con la più elevata percentuale di persone indagate/condannate.

Esistono ragioni storiche profonde che spiegano questo fenomeno. Basti pensare che la classe dirigente italica si è evoluta dal quinto secolo dopo Cristo sopravvivendo a una serie di dominazioni senza eguali nel pianeta (a partire dagli Unni per finire agli Asburgo, ai Borboni ed a Napoleone). E basti pensare che il Regno d’Italia nacque da un compromesso (i plebisciti nei quali si votò con la legge sabauda che conferiva l’elettorato attivo solo al 3% della popolazione, ovvero alla classe dirigente) fra potentati locali e Casa Savoia; compromesso in base al quale i primi (poteri economici, ecclesiastici, aristocratici, militari) accettavano la sovranità piemontese a condizione di poter continuare ad autogovernarsi secondo la “loro” legge, anziché quella dello Stato cui andavano ad assoggettarsi.

La doppia obbedienza alla legge dello Stato ed alla propria (ed in caso di conflitto prevale la seconda) è il germe dell’illegalità della classe dirigente, che neppure il suffragio universale, il fascismo, la resistenza, e la transizione repubblicana (realizzata da partiti portatori di ideologie spesso conflittuali con la nozione di legalità) hanno soppresso. E se il fenomeno è diffuso su scala nazionale, al sud esso ha sempre trovato la sua espressione apicale, con la sopravvivenza, il consolidamento e l’affermazione dell’aristocrazie e della borghesia massoniche e mafiose, affiancate di recente dalle associazioni criminali di nuova generazione (camorre e ‘ndrine).

La cronica, storica, miseria economica del meridione, la tumultuosa crescita economica del nord nel dopoguerra, la preminenza dello Stato nella grande industria e soprattutto nel credito, il centralismo amministrativo, lo spirito corporativo e conservatore della magistratura, un clero attivo sul territorio, la presenza di un grande partito comunista fortemente legalitario (anche se per ragioni più propagandistiche che ideali) avevano arginato il dilagare della criminalità nei palazzi della politica, nei gangli dell’economia, nelle stanze della pubblica amministrazione, nei vestiboli delle curie, nei collegi professionali, nelle corsie degli ospedali e nei corridoi degli atenei. Il venir meno di questi elementi negli ultimi due decenni ha dato il via libera ai poteri occulti ed anticostituzionali, ed oggi gli italiani si trovano davanti questo macigno: la classe dirigente (politica, imprenditoriale, finanziaria, giudiziaria, accademica ed amministrativa) agisce largamente in deroga e/o in violazione delle leggi della Repubblica.

Tralascio forme e dettagli di come ciò avvenga e di come il sistema legislativo abbia creato gli strumenti, le forme ed i metodi di realizzazione; prenderebbe spazio ed ogni italiano avveduto se ne è fatto un’idea vagolando per uffici pubblici ed interagendo con gli imprenditori “di successo”.

Il fatto è che sembra di essere arrivati ad un punto di non ritorno, al discrimine; oltre il quale non è dato comprendere esattamente cosa ci sia, se non una società regolata dalla legge del più forte, del più violento, del più spregiudicato, del più corrotto.

Se vogliamo evitare di superare quel discrimine, o almeno salvare la nostra coscienza, dobbiamo invocare per noi stessi e per i nostri concittadini i principi di Verità e di Giustizia per tutto quello che è accaduto nella nostra storia, recente e meno recente.

L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, la sua scomparsa fra le fiamme di via d’Amelio in quel 19 luglio 1992, e la conseguente richiesta di conoscerne la sorte, sono la plastica rappresentazione di questa estrema esigenza. Ormai è chiaro, a chiunque si sia documentato, che quel tragico giorno si ruppe il diaframma che conteneva al di fuori della vita della maggioranza degli italiani la più potente organizzazione criminale del mondo (Cosa Nostra) e le sue propaggini continentali. Da quel giorno i pupari di Riina, di Provenzano (giù giù fino a Spatuzza), nonché le loro ramificazioni sul territorio, hanno preso a marciare verso il controllo dell’economia nazionale, e, conseguentemente, del paese. Anche i nostri attuali governanti altro non appaiono se non miseri burattini. Solo così si spiegano la demenziale, assurda, illogica, insensata (agli occhi di un cittadino onesto) attività legislativa della maggioranza parlamentare e del governo in materia di giustizia e la politica sugli appalti statali e sulla privatizzazione improduttiva dei servizi pubblici, finalizzata unicamente a favorire gli investimenti parassitari invocati e voluti dall’economia illegale.

E’ per questo che ieri, rivendicando autonomia da chiunque, ho trascinato in piazza Cavana un gazebo, un tavolo e due sedie (presi a prestito), nonché un trolley di libri (miei), per organizzare la prima manifestazione pubblica della mia vita; per testimoniare, prima di tutto a me stesso, la mia consapevolezza di ciò che ho scritto e di cosa questo paese necessita. Solo la verità accertata dei fatti accaduti in sessanta anni di storia repubblicana, dagli episodi storico-politici remoti alle responsabilità penali personali; solo l’individuazione precisa e personale delle fortune economiche illecitamente accumulate (si sente parlare di 600 miliardi di euro detenuti all’estero, più di un terzo del debito pubblico nazionale); solo l’epurazione definitiva della classe dirigente dai suoi membri dediti all’illegalità ed al crimine – o collusi con esso – e la loro sostituzione con soggetti (uomini o donne, giovani o vecchi) animati da passione civile e da tensione morale potranno ridare speranza all’Italia; che è e resta un paese potenzialmente ricco e prospero, se solo la sua gente avesse la volontà di prendere in mano il proprio futuro.


Agenda Rossa – anniversario della strage di via d’Amelio.

luglio 18, 2010

La notizia è di oggi (il Fatto Quotidiano). Una lettera autografa di Vito Ciancimino, che il figlio Massimo starebbe per consegnare ai magistrati di Palermo, proverebbe che Paolo Borsellino fu ucciso perché si era opposto con intransigenza a qualsiasi ipotesi di trattativa avviata dallo Stato (rappresentato da due ufficiali dei ROS attualmente sotto processo, ma forse anche da funzionari dei servizi segreti tuttora sconosciuti) con i boss di Cosa Nostra Totò Riina (in un primo momento) e Bernardo Provenzano (in seguito).

Da quella trattativa, secondo interpretazioni politico-giornalistiche sempre più solide, sarebbe nata la cosiddetta “Seconda Repubblica”, ovvero quell’assetto politico che sostituì i partiti storici che avevano retto il paese fino a quel momento, e che stavano cedendo sotto i colpi delle inchieste giudiziarie di Mani Pulite, anche perché la loro principale funzione storica (la lotta al comunismo sovietico) era ormai venuta meno.

E’ una storia ancora tutta da scrivere, fatta di misteri, di ipotesi agghiaccianti, di retroscena indicibili e popolata di figure inquietanti. La sempre più vasta letteratura d’inchiesta su quei fatti, ricollegandosi a quella relativi ai misteri d’Italia dei decenni precedenti (lo stragismo, il delitto Moro, la strategia della tensione, Gladio, il golpe Borghese ed il piano Solo, giusto per citare qualche titolo) lascia intendere che l’Italia non è il paese che vediamo, che crediamo di conoscere.

Uno dei simboli degli sterminati misteri italiani è l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, sulla quale il magistrato di cui ricorre domani il diciottesimo anniversario della morte annotava gli spunti investigativi più riservati. E sulla quale, quasi certamente, aveva scritto le sue ipotesi sulla morte di Giovanni Falcone, sulle complicità istituzionali che resero possibile l’attentato di Capaci ed anche le opinioni e le informazioni sulla nascente trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra.

Quella agenda non è mai stata ritrovata. E’ provato che Paolo Borsellino l’aveva con sé quel 19 luglio 1992, ma nella sua borsa che fu rinvenuta intatta nella sua automobile semidistrutta in via d’Amelio, non c’era. Per la scomparsa di quel preziosissimo reperto è stato indagato un ufficiale dei Carabinieri, l’attuale colonnello Arcangioli, che alcune immagini ritraggono con la borsa del giudice in mano nell’immediatezza dell’esplosione, e che non ha mai saputo dare una versione convincente del perché l’avesse asportata per poi riporla nella vettura. Confuse e contraddittorie sono le testimonianze rese da Giuseppe Ayala, intervenuto sul posto, e che disse di aver visto la borsa ma non l’agenda. Nessun processo è stato mai celebrato e la posizione dell’unico indagato Arcangioli è stata definitivamente archiviata dal gup di Palermo con una sentenza alquanto discussa, al pari di quella di conferma della Cassazione.

Cosa si cela dietro questo mistero? Quali verità? Se lo chiede da diciotto anni Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, il quale continua a pretendere dalla magistratura, dalle forze di polizia e dalla politica di fare luce su quei fatti. Perché è ormai certo che tutte le indagini sull’attentato di via d’Amelio furono sistematicamente sviate, con la conseguenza che sono in carcere persone innocenti mentre i veri responsabili (sia i mandanti che gli esecutori materiali) sono tuttora sconosciuti. E l’opera di depistaggio sembra coinvolgere tutti gli ambiti: politica, carabinieri, polizia, magistratura, organi di informazione. Quale potere può aver piegato tutti al fine di nascondere la verità sulla morte dell’ultimo magistrato ucciso dalla mafia? E perché? Con quali conseguenze?

Già, perché dopo quel 19 luglio 1992, non è un caso, la criminalità organizzata ha cessato di compiere atti di sangue contro giudici o pubblici ministeri; ed ogni italiano avveduto comprende che ciò è accaduto non perché sia stata sconfitta, ma perché ha trovato altri sistemi per eliminare i personaggi scomodi e per perseguire i propri interessi.

Se vogliamo capire in che paese viviamo dobbiamo cercare di sapere cosa è accaduto quel 19 luglio di diciotto anni fa e cosa ne è seguito; squarciare la cortina di misteri. Per questo domani sarò in piazza, presumibilmente da solo, con un gazebo, per ricordare la strage di via d’Amelio, nella speranza che il desiderio di verità e di giustizia contagi quante più persone possibili. Anzi, me ne basta una.

Questo è il link dell’evento; grazie a chiunque vorrà passare di lì.

piazza Cavana, Trieste, dalle 15 in poi di domani 19 luglio 2010

Il guestbook


Napolitano e Gelmini alla Sissa.

luglio 13, 2010

Tace il ministro Gelmini all’inaugurazione della nuova sede SISSA di via Bonomea 265 (Trieste), e tocca all’intraprendente Capo dello Stato legittimare e giustificare una riforma universitaria fatta di tagli, davanti a una platea diffidente e timidamente contestatrice (qualche studente con maglietta protestataria in fondo alla platea). Nella cornice di un discorso fumosamente politico sull’annosa questione del confine orientale e di elogio dei valori della ricerca scientifica (non senza una velata frecciatina indiretta al profilo eccessivamente teorico e scarsamente applicativo della Scuola), il Presidente ci informa che in passato si sono sprecate risorse, agevolando la nascita di troppe sedi univeristarie e di un numero eccessivo di fantasiosi corsi di laurea. Perciò è venuto il momento di usare l’accetta.

E bravo Napolitano.

Peccato che queste degenerazioni sono proprio figlie dell’intervento della politica nella gestione universitaria. Ricordo bene i tempi non lontani in cui le parole d’ordine erano “i ragazzi studiano tanto e non trovano lavoro”, “all’università si studiano cose inutili”; “ci sono studenti cui manca un esame e la tesi, ma non hanno nemmeno un titolo che riconosca lo studio fatto” (e allora? cavoli loro); “dobbiamo fare corsi di laurea vicini alle esigenze delle economie locali, legati al territorio”, “le grandi univiersità cittadine vessano i fuorisede con affitti astronomici, servono sedi decentrate in ogni provincia”. E così via. Tutte fesserie che uscivano dalla bocca dei politici e che il mondo accademico ha subito, rivendicando stupidamente, in cambio, la cosiddetta ‘autonomia universitaria’ grazie alla quale adesso i rettori sono indebitati e senza soldi. E grazie alla quale, all’interno degli atenei, si sono fatti strada i soggetti più spregiudicati, abili nel catturare finanziamenti pubblici con le invenzioni più stravaganti. E’ infatti appena il caso di ricordare che in Italia, a dispetto della chiacchiera corrente, nulla si fa che non sia varato dal Governo, controfirmato dal Capo dello Stato e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Vale per le leggi ad personam ma anche per i decreti istitutivi di nuovi corsi di laurea, di nuovi dottorati, di nuove facoltà.

Ora che quegli slogan sono diventati realtà, siamo a sbattere la testa al muro, davanti ai disastri del 3+2, ai corsi di laurea in pubbliche relazioni, in economia del turismo, in scienze vitivinicole, in gastronomia e altre amenità … Con tutto il rispetto, insegnamenti che hanno scarso o nullo contenuto scientifico e che andrebbero inquadrati in Scuole, più snelle, più aperte al privato, e non in corsi universitari dai costi elevatissimi. Per tacere dei corsi di laurea ‘tradizionali’ improvvisati senza mezzi e senza docenti all’altezza, in strutture inadeguate, con fondi insufficienti. Fabbriche di ignoranti, di falliti, di ‘professionisti’ dannosi per la collettività. Entità che hanno succhiato risorse enormi, sottraendole agli atenei storici che hanno dovuto tirare a campare con mezzi sempre più ridotti. Ora i responsabili di queste scelte scellerate pretendono di abbattere la mannaia su tutto, non solo sui mostri che hanno creato, ma anche su quello che scienza è, su chi avrebbe dovuto crescere ed invece è rimasto compresso, sottodimensionato, moritficato; su quello cui un paese avanzato non dovrebbe rinunciare.

Sarebbe bello sentirne almeno uno ammetterlo: “abbiamo sbagliato noi”. Ma figurarsi.


Ma…

luglio 1, 2010

…qualcuno ha avvisato Bersani che per la prima volta nella storia d’Italia un senatore è stato condannato per mafia? Sa che fin dai tempi di Notarbartolo e di Depretis la magistratura tenta invano di processare i potenti collusi coi poteri criminali? Qualcuno ha cercato di fargli capire la portata storica dell’evento, se non altro per la vicinanza del condannato al presidente del consiglio? No, perchè a giudicare dal vuoto di parole (per tacer del resto) che viene da questo cosiddetto partito di opposizione si direbbe che abbiano confuso la mafia con una bocciofila.


Sette anni a Dell’Utri.

giugno 29, 2010

Tutto il processo Dell’Utri, dal dibattimento di primo grado alla sentenza di Cassazione, che arriverà fra non meno di un anno, andranno prese ad esempio della malattia italiana, del malvagio intreccio fra politica e giustizia in un paese governato da una classe dirigente che, in larga misura, fa dell’illegalità una strumento imprescindibile e dove i processi durano decenni. Dove le condotte criminose vanno di pari passo con i processi che le devono reprimere.

Le letture offerte dalla stampa di oggi, appena uscito il dispositivo, non mi convincono affatto. E’ vero che Dell’Utri è stato assolto per le condotte successive al 1992 e che la corte ha più volte manifestato fastidio per le istanze istruttorie della procura generale volte a comprovare la partecipazione dell’imputato alla trattativa fra Stato e Cosa Nostra negli anni 1992-1993 ed in seguito. Ma secondo me non per volontà di assolvere l’imputato, bensì per rispetto della natura del processo d’appello così come codicisticamente delineato. Compito della corte era verificare la congruità della sentenza di primo grado rispetto alle prove prodotte, e l’introduzione di nuovi elementi era evidentemente una forzatura dettata dall’urgenza della procura generale di aprire varchi di verità investigativa su fatti di rilevanza giudiziaria, politica e storica assoluta. La corte, secondo me giustamente, ha limitato al minimo queste possibilità, ritenendo che per provare un condotta criminosa di tale portata sia necessaria una approfondita attività investigativa di polizia giudiziaria e della procura (e, parallelamente, una equivalente attività difensiva) che non trova spazio in un processo d’appello. Così si spiegano i rifiuti di ascoltare Massimo Ciancimino e lo scarso o nullo peso dato alle parole di Gaspare Spatuzza.

Quel che resta assodato è che Dell’Utri fu strumento di Cosa Nostra fino al 1992 nei rapporti con la Fininvest di Silvio Berlusconi, e questa verità getta un macigno nella vita pubblica del paese.

Ora sarà interessante, fra le tante cose, capire se le motivazioni della sentenza, relativamente alla trattativa Stato-mafia, faranno di Dell’Utri un imputato assolto in via definitiva (in base al ne bis in idem), ovvero se egli manterrà la posizione di imputato di reato connesso, con facoltà di non rispondere. Nel primo caso, trovandosi obbligato a parlare a i magistrati a pena di ulteriori procedimenti per falsa testimonianza o per reticenza, saranno in molti, e molto in alto, a temere per le sue parole. Ed egli per la sua vita.

Avremo da parlare di questo processo, e tanto.


Solidarietà a Marco Travaglio.

dicembre 16, 2009

Erano gli anni del pentapartito craxiano, del CAF, del debito pubblico galoppante. Il Tg2 diretto da Alberto La Volpe era l’organo ufficiale del Psi ed il principale cronista parlamentare ne era tal Onofrio Pirrotta (uno che ora ha addirittura una pagina di fan su Facebook), il quale non si curava di recitare i suoi resoconti leggendo da appunti vergati su carta intestata del suo partito di riferimento, particolare che rivelava facendo vezzosamente ricadere in favore di telecamera un lembo del foglio con il logo del garofano in bella vista.

Narrando delle votazioni sulla legge finanziaria, egli ebbe a dire un giorno che il voto dell’aula era stato paralizzato dai veti incrociati delle lobbies economiche, favorevoli o contrarie a questo o quell’emendamento. Il giorno dopo la presidente della Camera, Nilde Jotti, lo censurò formalmente in aula, facendone nome e cognome, e deprecando che l’attività parlamentare fosse declassata, in un servizio trasmesso dalla Tv di Stato, a confiltto fra gruppi di potere economico.

Fu quella – che io ricordi – la prima ed ultima volta (fino a ieri) in cui un giornalista venne censurato – con nome e cognome – in un’aula parlamentare. E difatti non mancarono le proteste, specie dal Tg2 e dal partito socialista, ma dal mondo dell’informazione in generale, contro la sortita della Jotti.

Ieri abbiamo avuto la replica, nelle forme consone alla misera Italia di oggi. Il deputato del PdL Fabrizio Cicchitto, già compagno di partito dello stesso Onofrio Pirrotta, dopo aver reiterato la consueta doglianza contro il gruppo “Repubblica-l’Espresso” e contro il quotidiano “Il Fatto”, ha additato all’aula Marco Travaglio come “terrorista mediatico” (in)diretto ispiratore della campagna che avrebbe avuto come sfogo il demenziale atto di Massimo Tartaglia.

Che Travaglio non goda di grande stima fra i suoi colleghi lo si sa, e probabilmente non è estranea l’invidia per il seguito che riesce a raccogliere e per il successo dei suoi libri. Libri che, peraltro, sono la principale fonte di informazione proprio per i suoi avversari e detrattori, visto che non ve ne sono altri, che io sappia, ad aver raccolto con dovizia di particolari le indagini su Silvio Berlusconi. Ma che nessun giornale o giornalista – sempre che io sappia – si sia levato a protestare contro un’accusa di quel genere, per il luogo in cui è stata pronunziata, è l’indizio più grave del degrado della nostra democrazia. Perché evidentemente serve ripetere a noi stessi che il vero giornalismo esprime quello che il potere NON vuole che si dica e che si scriva, mentre NON può dirsi giornalismo l’informazione gradita al governo.

Resta desolante constatare che i giornalisti che ancora hanno il coraggio di parlare e di scrivere dei veri problemi dell’Italia siano sempre più isolati nel loro ambito, tanto da rendere i loro giornali – piacciano o no – dei ridotti dell’informazione libera. Nel mare magnum delle penne in vendita al miglior offerente, siamo costretti a seguire fideisticamente quei pochi che ancora fanno giornalismo.

Invece che a quello scriteriato di M.T. (Massimo Tartaglia), credo che si debba esprimere senza mezzi termini solidarietà all’altro M.T. (Marco Travaglio).

Perché ricordiamo anche che la legge punisce severamente i giornalisti che dovessero mai sbagliare un aggettivo o un verbo contro un politico, ma rende i parlamentari immuni da ogni processo per qualsiasi opinione espressa nell’esercizio delle loro funzioni, foss’anche l’accusa più ignobile verso una persona. E di fronte all’indecoroso debordare del potere politico oltre gli argini del buon senso, della decenza e del senso di responsabilità, si resta quasi inebetiti, ma si deve trovare la forza di dire “E mo’ bbasta”.


Seicentomila miliardi di lire.

ottobre 3, 2009

E’ l’equivalente nella nostra vecchia valuta dei capitali detenuti all’estero da italiani, secondo le stime del governo e che esso intende far rientrare con lo scudo fiscale appena approvato dal Parlamento. Un patrimonio pari ad un quinto del debito pubblico nazionale.

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L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino.

settembre 10, 2009

Non sono uno che ama le manifestazioni. Ed in effetti non sono mai andato ad un corteo in vita mia. Non critico né esalto chi lo fa, semplicemente sono iniziative inconciliabili con il mio carattere. O forse sono solo un infingardo, un timido, un pavido, un menefreghista. Non lo so.

Tuttavia quando Salvatore Borsellino ha annunciato sulla sua bacheca che avrebbe organizzato per il 26 settembre a Roma una replica della manifestazione “Agenda Rossa” tenutasi a Palermo il 19 luglio scorso, non ho indugiato a dare la mia adesione e ci sarò.

Molti amici di facebook sanno che si terrà, ma non tutti ne conoscono il significato.

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E parla Genchi.

luglio 26, 2009

di Claudia Fusani – 26 luglio 2009
Tratto da: l’Unità

Genchi: «Ancora indizi utili»
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Parla l’avvocato di Riina.

luglio 26, 2009

E’ il momento di leggere e non di scrivere. Quindi copio e incollo da antimafiaduemila.

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Una speranza di arrivare alla verità?

luglio 17, 2009

Repubblica.it di oggi ci informa della riapertura delle indagini (in realtà mai chiuse, ma la notizia va comunque salutata con favore) sugli attentati mafiosi del 1992 (Capaci e via d’Amelio) e del 1993 (via Georgofili a Firenze, via Fauro, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, via Palestro a Milano). Fatti per i quali sono stati condannati gli esecutori ed i mandanti “interni” a Cosa Nostra ma non i mandanti “esterni” od “occulti” la cui esistenza (ma non l’identità) è asserita nelle sentenze definitive che hanno inflitto svariati ergastoli ai componenti della Cupola.

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La Grande Rimozione.

luglio 9, 2009

letteramafia

Dagli archivi della Procura di Palermo è emerso il tassello mancante: un pizzino scritto dagli uomini di Cosa Nostra avente come destinatario l’ ”onorevole Berlusconi”.

Ma tranne L’espresso, nessun organo di informazione ne parla, nessun politico d’opposizione ne fa menzione. Nessuna domanda, nessun interrogativo, nessun commento, nessun editoriale.

E’ il segno della Grande Rimozione che la coscienza collettiva di questo disgraziato paese ha riservato al suo unico ed autentico male politico attuale: la natura criminale del suo governo nella persona che lo incarna e che lo domina.

Cadrà mai questa cappa di ipocrisia e di menzogna? Avremo mai il coraggio di rivoltare il sasso per scoprire il verminaio che si cela nei nostri palazzi del potere? E se mai ciò avverrà, quali saranno le conseguenze?


L’Utilizzatore Finale.

giugno 21, 2009

Voglio spezzare una lancia a favore di Niccolò Ghedini, ingiustamente attaccato per aver definito il suo supercliente Silvio Berlusconi “Utilizzatore Finale” delle fanciulle convogliate in massa a Palazzo Grazioli o a Villa Certosa da quella che si profila come una variopinta pletora di clientes e di ruffiani.

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Il maschilismo di ritorno/2.

giugno 19, 2009

Bisogna essere onesti: siamo un po’ tutti senza parole. Ed il motivo è che sul ruolo della donna nella nostra società abbiamo dato per scontate troppe fantasie e ci siamo rifiutati di guardare in faccia la realtà di una emancipazione proclamata solo a parole e dietro cui, dopo la parentesi degli anni settanta, si è riconfermata una figura femminile ancorata ai ruoli più rigorosamente maschilisti: madre, amante o puttana (per tacere delle suore che ormai sono scomparse).

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9/11: what we saw.

maggio 14, 2009

Navigare nei siti dedicati agli attentati dell’undici settembre è un’esperienza affascinante. Ore ed ore di testimonianze, rapporti, pareri, analisi tecniche e soprattutto filmati analizzati nei minimi dettagli, allo scopo di confutare ogni affermazione della versione ufficiale, di mostrare le più incredibili mistificazioni, di spalancare gli scenari più inquietanti.

A prescindere dalle opinioni che ognuno può farsi, vale comunque la pena di scorrerli. Fra le centinaia di file pesco questo video ripreso da un’abitazione privata con vista sul World Trade Center. La videocamera è stata accesa poco dopo il primo impatto e riprende fino al crollo della torre Nord (il secondo).

Sembra quasi completamente autentico, salvo un singolare (e sospetto) sussulto (un taglio?) in corrispondenza dell’impatto del secondo aereo (United Airlines 11). A tal proposito segnalo il commento immediato della persona che ha effettuato la ripresa: ” ‘t was a military plane!”.

buona visione.


L’incapacità di parlare di donne. E non solo di parlarne.

maggio 8, 2009

Una sorta di marasma mentale sembra aver colto chiunque si sia cimentato nel tentativo di commentare la vicenda personale del presidente del consiglio, diviso fra le sue famiglie, le sue ministre e la platea di giovani donne desiderose di affermarsi nello spettacolo o nella politica che si affollano (metaforicamente) sotto il suo balcone.
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