Ci salveranno le teste di minchia?

Ottobre 10, 2009

La puntata di Annozero di giovedì scorso ha avuto molti pregi, primo fra tutti quello di rivelare agli italiani (i quali, ne sono sicuro, lo ignoravano) l’esistenza di una trattativa fra Cosa Nostra e lo Stato italiano (impersonato da soggetti istituzionali al momento imprecisati) per restaurare la pax mafiosa dopo la sentenza definitiva del maxiprocesso di Palermo (gennaio 1992). Trattativa cui lo Stato fu indotto dalla cupola con le stragi del 1992 (Capaci e via d’Amelio) e del 1993 (Roma, Milano, Firenze).

Ma personalmente ho trovato di enorme interesse ascoltare le parole vive di Massimo Ciancimino (di cui conoscevo solo il volto ed il contenuto riassunto di alcune deposizioni) che, seppur distillate, descrivono nitidamente il clima mafioso della politica palermitana. Lo si è visto rappresentare il proprio terrore nel solo nominare “l’ingegner Lo Verde” (cioè Bernardo Provenzano), ospite abituale del padre, anche nella di lui casa romana, fino a pochi giorni prima della morte, avvenuta nel 2002. “Queste sono cose dalle quali non ti posso difendere nemmeno io” avrebbe confidato al giovane quartogenito don Vito, parlando dei suoi rapporti con il capo dei corleonesi. E poi le visite dei grandi andreottiani siciliani, i Salvo, Lima e Gioia, già negli anni settanta e ottanta, quando Ciancimino padre era un intoccabile e chi osava indicarlo come un mafioso (Pino Arlacchi su tutti) veniva descritto e deriso come visionario.

Ma la frase più illuminante è stata per me quella che Massimo Ciancimino ha attribuito al padre allorquando questi si trovò per le prima volta fra le mani il “papello”, ovvero l’elenco in dodici punti che Salvatore Riina stilò come richieste allo Stato per far cessare le stragi che stavano insanguinando il paese: “la solita testa di minchia!”.

Così Ciancimino considerava il capo della Cupola, e non deve meravigliare. Se gli italiani, anche i più distratti, hanno dovuto prendere atto dell’esistenza di Cosa Nostra e della sua pericolosità  e se la magistratura ha potuto affondare alcuni colpi contro di essa, infatti, lo si deve proprio, indirettamente, alla “solita testa di minchia”. Fu lui ha volere ed a condurre la sanguinosissima guerra di mafia degli anni ottanta che, con lo sterminio delle famiglie palermitane, consentì ai periferici corleonesi di spodestare Stefano Bontate ed assumere la guida di Cosa Nostra. Ma in conseguenza di ciò Buscetta (unico sopravvissuto della sua famiglia) decise di raccontare la struttura della mafia siciliana a Giovanni Falcone cosicché, da allora, un fenomeno giudiziariamente pressocché sconosciuto ed impenetrabile divenne intelligibile agli investigatori. Ne seguì, appunto, il maxiprocesso di Palermo che sancì storicamente l’esistenza di una potentissima organizzazione criminale con sede a Palermo, denominata Cosa Nostra, attiva su scala internazionale.

Senza la “testa di minchia”, probabilmente, la mafia siciliana sarebbe rimasta quella struttura sommersa che cerca in tutti i modi di tornare ad essere, invisibile o semi-invisibile agli italiani, alla polizia ed ai magistrati. Ora che Riina è ristretto, Cosa Nostra si guarda bene dall’usare la violenza contro poliziotti o magistrati, consapevole che un atto di tal genere azzererebbe tutti gli sforzi di mimetizzazione condotti fino ad oggi per riallacciare gli indispensabili legami con il mondo politico nazionale e locale.

Legami che però vengono in parte svelati proprio da Massimo Ciancimino, il quale ci racconta che gli ufficiali dei Carabinieri che incontravano il padre (inteso come interfaccia di Riina e di Provenzano) vantavano coperture politiche nelle persone, presumibilmente, di Nicola Mancino e di Virginio Rognoni,  forse di Luciano Violante e di chissà chi altri. Che Massimo Ciancimino non sia un mafioso lo si deduce proprio da questo: i veri mafiosi non parlano mai, e se lo fanno (come collaboratori, per alleviare le conseguenze delle proprie condanne) riferiscono solamente dei fatti di sangue, della struttura “militare”, non certo dei rapporti con la politica senza i quali Cosa Nostra muore. Per cui Massimo Ciancimino, pur fra mille esitazioni, ci sta dando informazioni preziosissime su come decifrare il sistema di potere criminale che ci affligge. Ci offre una speranza – piccola, ma non nulla – di comprendere la natura profonda della mafia e di finalmente sconfiggerla.

E allora mi chiedo cosa penserebbe don Vito di questi racconti del suo quartogenito. Probabilmente una cosa sola: “che figlio testa di minchia!”.


Il fattore di Arcore 2.

Ottobre 4, 2009

Segue, sempre dal Fatto.

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Seicentomila miliardi di lire.

Ottobre 3, 2009

E’ l’equivalente nella nostra vecchia valuta dei capitali detenuti all’estero da italiani, secondo le stime del governo e che esso intende far rientrare con lo scudo fiscale appena approvato dal Parlamento. Un patrimonio pari ad un quinto del debito pubblico nazionale.

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Il fattore di Arcore.

Ottobre 2, 2009

Salvo da “Il Fatto” di oggi.

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L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino.

Settembre 10, 2009

Non sono uno che ama le manifestazioni. Ed in effetti non sono mai andato ad un corteo in vita mia. Non critico né esalto chi lo fa, semplicemente sono iniziative inconciliabili con il mio carattere. O forse sono solo un infingardo, un timido, un pavido, un menefreghista. Non lo so.

Tuttavia quando Salvatore Borsellino ha annunciato sulla sua bacheca che avrebbe organizzato per il 26 settembre a Roma una replica della manifestazione “Agenda Rossa” tenutasi a Palermo il 19 luglio scorso, non ho indugiato a dare la mia adesione e ci sarò.

Molti amici di facebook sanno che si terrà, ma non tutti ne conoscono il significato.

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E parla Genchi.

Luglio 26, 2009

di Claudia Fusani – 26 luglio 2009
Tratto da: l’Unità

Genchi: «Ancora indizi utili»
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Parla l’avvocato di Riina.

Luglio 26, 2009

E’ il momento di leggere e non di scrivere. Quindi copio e incollo da antimafiaduemila.

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Una speranza di arrivare alla verità?

Luglio 17, 2009

Repubblica.it di oggi ci informa della riapertura delle indagini (in realtà mai chiuse, ma la notizia va comunque salutata con favore) sugli attentati mafiosi del 1992 (Capaci e via d’Amelio) e del 1993 (via Georgofili a Firenze, via Fauro, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, via Palestro a Milano). Fatti per i quali sono stati condannati gli esecutori ed i mandanti “interni” a Cosa Nostra ma non i mandanti “esterni” od “occulti” la cui esistenza (ma non l’identità) è asserita nelle sentenze definitive che hanno inflitto svariati ergastoli ai componenti della Cupola.

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La congiura.

Luglio 15, 2009

E’ stato lo stesso Silvio Berlusconi a parlare di un complotto ai suoi danni, ma non e’ dato sapere quanto ci sia di vero. Certo e’ che da tempo si rincorrono voci secondo cui sarebbero in molti a muoversi contro il Cavaliere, e non dalle parti dell’opposizione parlamentare. In tanti sospettano che le foto compromettenti di Villa Certosa siano opera dei servizi segreti e non di un paparazzo qualunque, in molti dubitano che una escort qualsiasi possa entrare nella camera da letto del Capo del Governo con registratore e videocamera. La stampa internazionale ed il Vaticano non mancano di lanciare segnali ostili, piu’ o meno espliciti, ogni giorno.

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Parla Massimo Ciancimino.

Luglio 15, 2009

Copio e incollo da repubblica.it prima che sparisca.

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Fininvest e Cosa Nostra.

Luglio 13, 2009

Copio e incollo da Antimafia200.com

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La Grande Rimozione.

Luglio 9, 2009

letteramafia

Dagli archivi della Procura di Palermo è emerso il tassello mancante: un pizzino scritto dagli uomini di Cosa Nostra avente come destinatario l’ ”onorevole Berlusconi”.

Ma tranne L’espresso, nessun organo di informazione ne parla, nessun politico d’opposizione ne fa menzione. Nessuna domanda, nessun interrogativo, nessun commento, nessun editoriale.

E’ il segno della Grande Rimozione che la coscienza collettiva di questo disgraziato paese ha riservato al suo unico ed autentico male politico attuale: la natura criminale del suo governo nella persona che lo incarna e che lo domina.

Cadrà mai questa cappa di ipocrisia e di menzogna? Avremo mai il coraggio di rivoltare il sasso per scoprire il verminaio che si cela nei nostri palazzi del potere? E se mai ciò avverrà, quali saranno le conseguenze?


Non c’è due senza tre.

Maggio 9, 2009

Giovanni Falcone ci lasciò poco dopo aver pronunciato la seguente frase: “Cosa Nostra sta per entrare in borsa”. In realtà sappiamo ora che c’era già entrata; usò una formula semi-ipotetica per non creare troppo allarme. Anni dopo l’allora ministro Lunardi disse che “bisogna abituarsi a convivere con la mafia”. In realtà ci conviviamo e ci convivevamo anche all’epoca, ma anch’egli usò un’espressione prudente. Ieri il Presidente Napolitano ha detto che “la mafia potrebbe approfittare della crisi” per impadronirsi di aziende in crisi economica. Che conclusione dobbiamo trarre?


Lettera aperta al Partito Democratico.

Aprile 15, 2009

1. Premessa.

Due mesi alle elezioni europee, sette al congresso. Che fare?

La politica ha come primo compito quello di affrontare i problemi del paese e pertanto si ha il dovere, innanzitutto, di individuarli e di elencarli in ordine di importanza, stabilendo quindi cosa la politica può fare e cosa no.

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Segreti di Stato. 1.

Marzo 26, 2009

Brani dall’”autodifesa” di Gioacchino Genchi (fonte blog di Beppe Grillo)

“Però sicuramente la verità verrà a galla. E non ci vogliono né archivi né dati. Perché sono tre o quattro cose molto semplici. Le intercettazioni di Saladino utili saranno una decina, quando fu intercettato prima che De Magistris iniziasse le indagini. Ma sono chiarissime.

E l’attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del 19 luglio del 1992 dopo la strage di via D’Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D’Amelio 19 dove è scoppiata la bomba. Le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!

Bene, allora quello che io dico non è la parola di un folle, perché io dimostrerò tutte queste cose. E questa è l’occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalla strage di via D’Amelio alla strage di Capaci. Perché queste collusioni tra apparati dello Stato, servizi segreti, gente del malaffare, e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata.”

***

Dall’interrogatorio del Maresciallo Riccio al processo in corso a Palermo contro Mori e Obinu, già alti ufficiali del ROS accusati di favoreggiamento di Cosa Nostra. Riccio parla del boss Ilardo e della sua volontà di collaborare con la Giustizia; descrive il primo incontro fra il colonnello Mori ed il mafioso (febbraio 1996) che verrà ucciso da Cosa Nostra poche settimane dopo, alcuni giorni prima che iniziassero il programma di protezione e le deposizioni al procuratore Caselli. Attualmente Mori è consulente speciale per la sicurezza del sindaco di Roma Alemanno.
Fonte: Micromega n. 2/2009.

Riccio: Eravamo io e Ilardo, … vedo passare davanti alla porta Mori. Lo chiamo: “Mario, vieni che ti presento Ilardo”… entra e dico: “Ilardo, questo è il colonnello Mori, questo è Ilardo”. Ilardo di getto va incontro al colonnello Mori, senza preamboli va di getto … e disse “certi attentati commissionati, commessi da Cosa Nostra non sono stati certo voluti da noi, ma bensì da voi e dallo Stato … certi attentati che noi abbiamo commesso non sono stati commessi per nostro interesse ma provengono da voi.”

Io pensavo che il colonnello Mori gli rispondesse “Ma come si permette? Ma se ha bisogno dica tutto”… E invece lo vedo stringersi come fa.. stringersi in se stesso, tensione, gira i tacchi e scompare. ..

Tutte quelle ansie che mi anticipava, tutti quei timori di quegli omicidi eccellenti che avrebbe parlato dei mandanti esterni, ho detto qui succederà… percepii subito l’importanza tragica, perché poi immagino dopo cosa andrà a raccontare ai magistrati.