Serve un bignami di storia recente?

novembre 14, 2011

Secondo me l’incubo non è finito, e sinceramente non capisco i toni usati dalla stampa antiberlusconiana in questi giorni. Che la nostra classe politica sia pessima è noto, ed anche imprenditoria e magistratura (giusto per fare un paio di esempi) lasciano molto a desiderare. Ma non si parla mai abbastanza della mediocrità del giornalismo nazionale.

Pesco a caso da quello che sento, leggo e vedo. In una recente puntata di “in onda” Gianni Alemanno ha potuto affermare impunemente che “le uniche riforme sono state fatte dal centrodestra, il centrosinistra ha solo abolito quelle fatte da noi”, senza che Telese e Porro rimarcassero l’enormità di tale affermazione.

Ma ancora più sconcertante è stata la ricostruzione dell’era berlusconiana operata chez Mentana da due punte di diamante del giornalismo come Giannini e Cazzullo. Queste tre firme, note come antiberlusconiane (seppure con diverse sfumature), hanno impiegato quasi due ore di trasmissione per rievocare videomessaggi e aneddoti politico-parlamentari, concludendo che Berlusconi è caduto perché “non ha fatto la rivoluzione liberale” e che, anzi, in fondo, “non ha fatto niente per l’Italia” deludendo i suoi stessi elettori.

Ma dove vivono costoro? Non ha fatto niente?

A nessuno viene in mente di raccontarci quanto invece Berlusconi ha fatto contro l’Italia, contro tutti noi, pur di preservare e perpetrare il potere suo e di chi gli ruota attorno, e di quanto tempo servirà per ripulire l’Italia dalle incrostazioni che ci lascia in eredità questo signore. Ammesso che non sia in grado di ritornare presto a determinare la politica nazionale, cosa tutt’altro che esclusa.

Qualcuno spieghi a Telese che per esempio la riforma del titolo V (buona o brutta che sia) non l’ha fatta Alemanno. Qualcuno ricordi a costoro la riforma della costituzione nota come “devolution di Bossi”, che impegnò il parlamento per tutta la legislatura 2001-2005 e che Forza Italia e Alleanza nazionale votarono per compiacere e tacitare la Lega Nord, preparandosi ad affossarla con un referendum nel quale diedero indicazioni ai rispettivi elettorati per la bocciatura. Operazioni queste che pesano enormemente sulla vita politica nazionale ma che i giornalisti nostrani, impegnati a rincorrere il pettegolezzo da Transatlantico, sembrano ignorare.

Se da qualche parte è rimasto qualcuno con un po’ di memoria e di buon senso, si faccia sentire.


Come nel 1994?

ottobre 15, 2010

L’enfasi con la quale Mentana ci ha informato dell’invito a comparire (con avviso di garanzia incorporato avrebbe dovuto dire) per i due Berlusconi è semplicemente ridicola. Il Nostro ha evocato lo spettro del 1994, allorquando un analogo provvedimento fu prodromico alla caduta del primo governo Berlusconi. E giù analogie.

Ma lo sa Mentana che negli ultimi anni Berlusconi – alla faccia degli avvisi di garanzia per frode fiscale – è stato prescritto cinque o sei volte ed altre volte prosciolto grazie a leggi da lui fatte promulgare? Lo sa che Berlusconi è stato ed è indagato per concorso in strage da almeno due procure? Ma dove vive?

E, fra l’altro, le analogie mentaniane sono fallaci, perchè non fu l’avviso di garanzia a far cadere il governo di Berlusconi, ma fu la rottura con la Lega Nord e con Bossi che, guarda caso, di lì a poco prese a definire il suo ex alleato come “il mafioso di Arcore” (ma guarda che caso). Perchè le indagini sui rapporti fra la fininvest e Cosa Nostra c’erano allora come adesso, con in più, allo stato attuale, la condanna di Dell’Utri per concorso esterno. E l’aggiunta delle indagini di mafia su Renato Schifani, l’uomo che è diventato inspiegabilmente Presidente del Senato pur avendo nel proprio passato una presunta frequentazione con i fratelli Graviano (allegramente ergastolani a Tolmezzo). Di questi “ricorsi storici” Mentana non si ricorda, guarda un po’.

Ancora una volta abbiamo dovuto sentire espressioni come “scontro fra politica e magistratura” e, sinceramente, non se ne può più. La corruzione del pensiero indotta da questi manipolatori (involontari ?) delle notizie è insopportabile: se un pubblico ministero indaga il premier (obbediendo ai precetti costituzionali dell’obbligatorietà dell’azione penale e dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge) non siamo di fronte a nessuno scontro, ma alla normale attività di un’istituzione repubblicana. Punto.

Non ne posso più: basta basta basta.


Difendere Annozero. Hanno ragione Di Pietro e Travaglio.

ottobre 14, 2010

Dobbiamo dare ragione a Di Pietro ed a Travaglio. Se è vero che a primavera si andrà a votare, la sospensione di Annozero è un segnale ben preciso. Berlusconi ha intenzione di silenziare ogni voce di dissenso che sia in grado di viaggiare per l’etere, cominciando da quella per lui più molesta e fastidiosa, ma con l’intenzione di andare avanti. Se un “vaffanbicchiere” è sufficiente a sospendere il programma televisivo di approfondimento più seguito, non sarà difficile trovare pretesti per chiudere la bocca al Tg3 a Corradino Mineo, alla Busi, a Iacona, alla Gabanelli ed a chiunque altro osi dissentire. Una scusa si trova sempre.

Per quanto non ami (ed è un eufemismo) Santoro ed il suo stile, la sua trasmissione sembra essere la trincea, l’ultima barricata prima del conflitto fra l’informazione totale unica ed il popolo dei senza voce. Senza voce anche perchè i partiti di opposizione sono ormai vittime totali della sindrome di Stoccolma.

Ha ragione Travaglio a rivolgersi direttamente a Fini perchè ci faccia capire la sua linea sul tema dell’informazione. Quali che siano i suoi piani, il nuovo partito della destra rischia di essere soffocato sul nascere dal regime unico dell’informazione, se ancora una volta (come avviene da sedici anni) la reazione all’attacco del Cavaliere sarà incerta, tardiva o mediata.

Difendere i presìdi di informazione libera a prescindere da qualsiasi considerazione di merito e di metodo è ora, alla vigilia dell’incrocio storico del 2011, un obbligo per chiunque voglia difendere la democrazia. Un dovere cui nessuno può sottrarsi.


Da via d’Amelio a Montecarlo, patacche e depistaggi.

settembre 23, 2010

Faccio molta fatica a reggere le notizie che giornali e televisioni ci rovesciano addosso: dovrei chiedermi se è possibile che esponenti dei servizi segreti hanno o no fabbricato una finta lettera del ministro di un microstato caraibico nel quale si riferisce della proprietà di un bilocale a Montecarlo.

Proprio in questi giorni sto rileggendo la tragica storia di Vincenzo Scarantino, il balordo del quartiere della Guadagna di Palermo, sulle cui accuse sono state incardinate le sentenze Borsellino uno e Borsellino due. Arrestato nell’immediatezza della strage di via d’Amelio, Scarantino rimase a lungo detenuto e, dopo mesi e mesi di silenzio, si decise a “pentirsi”, accusando se stesso ed altri complici di aver partecipato alla strage. Quindi proseguì la collaborazione indicando alcuni boss di Cosa nostra come mandanti dell’attentato. Dichiarazioni che hanno portato a svariati ergastoli e ad altre pesantissime condanne.

Ma pochi sanno che la famiglia di Scarantino ha ripetutamente denunciato le torture, le sevizie cui egli fu sottoposto per indurlo a “pentirsi” ed egli stesso ritrattò ripetutamente le proprie accuse, dichiarando di essersi inventato tutto su suggerimento della polizia e dei pubblici ministeri, chiedendo con insistenza di essere arrestato e la cessazione del programma di protezione.
Ed infatti sono attualmente sotto inchiesta alcuni poliziotti della squadra mobile di Palermo per aver pilotato le deposizioni di Scarantino.

Mettiamo a fuoco: per la strage di via d’Amelio, uno dei fatti più gravi della storia della Repubblica italiana, sono attualmente in carcere numerosi innocenti (anche se alcuni di essi, in verità, sono boss mafiosi che sarebbero comunque detenuti); i reali esecutori ed i mandanti della strage sono ancora sconosciuti; numerosi pentiti indicano in Silvio Belrusconi e Marcello dell’Utri i referenti esterni a Cosa nostra “interessati” all’attentato; poliziotti e magistrati sono sospettati di aver deliberatamente seguito una falsa pista investigativa per distrarre se stessi, i colleghi, l’opinione pubblica e la stampa.

E noi siamo qui, con Santoro, Castelli e Bocchino a parlare di patacche caraibiche.


Di Fini, Feltri, Montecarlo, diffamazione, politica e storia.

agosto 18, 2010

Viviamo un nuovo fascismo? A dire il vero l’epressione “manganello mediatico” è stata evocata proprio da chi del manganello (quello vero) ha dimostrato per interi lustri di avere una grande nostalgia: a parole, da vecesegretario del Msi, e coi fatti, da vicepremier incaricato di coordinare l’ordine pubblico del G8 di Genova. La stessa persona che è stata dalla stessa parte dei calunniatori che apparecchiarono le campagne su Telekom Serbia e sul dossier Motrokhin. Quindi, nell’esser solidali con l’attuale vittima della campagna diffamatoria di Libero e del Giornale, una qualche riserva ce l’ho.

Al di là di questo, però, vien da dire che il paragone con il fascismo ci sta e non ci sta. Perchè nel ventennio gli argomenti usati dalle camice nere erano più concreti e diretti: manganelli veri.

Ma l’uso politico di una massiccia diffamazione a mezzo stampa non è un’invenzione di questo regime berlusconiano, e lo scrissi tempo fa in questo post.

Come si sa, la storia della Repubblica di Weimar racchiude molti insegnamenti trascurati. Ebert fu bersaglio d’ogni genere di diffamazione e vinse centinaia di processi. Ma la sua immagina pubblica fu distrutta da una innocua fotografia in costume da bagno, che lo rese ridicolo a fronte del suo predecessore (il Kaiser Guglielmo II) e del suo successore (il generale Von Hindenburg).

Ammettiamo che Fini provi di aver acquistato una cucina componibile per un mezzanino di periferia: gioverà alla sua carriera politica mostrare di essere un uomo che passa il suo tempo ad arredare tinelli, a fronte di uno che ha perso il conto delle ville che possiede?


La scaletta del Corriere.

febbraio 1, 2010

Apro il sito di corriere.it di oggi 1 febbraio 2010 e leggo le notizie in questo ordine.

1. Berlusconi a Netanyahu: “sogno Israele nella U.E.”
2. Prodi gela il PD: “Io sindaco? No, non cambio idea”.
3. Legittimo impedimento al via alla Camera.
4. Tartaglia ai domiciliari in comunità.
5. Abu Omar:il Sismi sapeva.
6. Massimo Ciancimino rivela: Provenzano aveva l’immunità. Nell’occhiello: soldi dei boss per Milano2.

Appare come sesta notizia, nemmeno nel titolo e pure in modo equivoco, quello che da oltre sedici anni si sospetta, si dice, si tramanda, si sussurra ma che, nella Milano che conta, tutti sanno benissimo da sempre: la fortuna imprenditoriale di Silvio Berlusconi origina(erebbe) da capitali di Cosa Nostra.

Serve che aggiunga altro o basta così?


Solidarietà a Marco Travaglio.

dicembre 16, 2009

Erano gli anni del pentapartito craxiano, del CAF, del debito pubblico galoppante. Il Tg2 diretto da Alberto La Volpe era l’organo ufficiale del Psi ed il principale cronista parlamentare ne era tal Onofrio Pirrotta (uno che ora ha addirittura una pagina di fan su Facebook), il quale non si curava di recitare i suoi resoconti leggendo da appunti vergati su carta intestata del suo partito di riferimento, particolare che rivelava facendo vezzosamente ricadere in favore di telecamera un lembo del foglio con il logo del garofano in bella vista.

Narrando delle votazioni sulla legge finanziaria, egli ebbe a dire un giorno che il voto dell’aula era stato paralizzato dai veti incrociati delle lobbies economiche, favorevoli o contrarie a questo o quell’emendamento. Il giorno dopo la presidente della Camera, Nilde Jotti, lo censurò formalmente in aula, facendone nome e cognome, e deprecando che l’attività parlamentare fosse declassata, in un servizio trasmesso dalla Tv di Stato, a confiltto fra gruppi di potere economico.

Fu quella – che io ricordi – la prima ed ultima volta (fino a ieri) in cui un giornalista venne censurato – con nome e cognome – in un’aula parlamentare. E difatti non mancarono le proteste, specie dal Tg2 e dal partito socialista, ma dal mondo dell’informazione in generale, contro la sortita della Jotti.

Ieri abbiamo avuto la replica, nelle forme consone alla misera Italia di oggi. Il deputato del PdL Fabrizio Cicchitto, già compagno di partito dello stesso Onofrio Pirrotta, dopo aver reiterato la consueta doglianza contro il gruppo “Repubblica-l’Espresso” e contro il quotidiano “Il Fatto”, ha additato all’aula Marco Travaglio come “terrorista mediatico” (in)diretto ispiratore della campagna che avrebbe avuto come sfogo il demenziale atto di Massimo Tartaglia.

Che Travaglio non goda di grande stima fra i suoi colleghi lo si sa, e probabilmente non è estranea l’invidia per il seguito che riesce a raccogliere e per il successo dei suoi libri. Libri che, peraltro, sono la principale fonte di informazione proprio per i suoi avversari e detrattori, visto che non ve ne sono altri, che io sappia, ad aver raccolto con dovizia di particolari le indagini su Silvio Berlusconi. Ma che nessun giornale o giornalista – sempre che io sappia – si sia levato a protestare contro un’accusa di quel genere, per il luogo in cui è stata pronunziata, è l’indizio più grave del degrado della nostra democrazia. Perché evidentemente serve ripetere a noi stessi che il vero giornalismo esprime quello che il potere NON vuole che si dica e che si scriva, mentre NON può dirsi giornalismo l’informazione gradita al governo.

Resta desolante constatare che i giornalisti che ancora hanno il coraggio di parlare e di scrivere dei veri problemi dell’Italia siano sempre più isolati nel loro ambito, tanto da rendere i loro giornali – piacciano o no – dei ridotti dell’informazione libera. Nel mare magnum delle penne in vendita al miglior offerente, siamo costretti a seguire fideisticamente quei pochi che ancora fanno giornalismo.

Invece che a quello scriteriato di M.T. (Massimo Tartaglia), credo che si debba esprimere senza mezzi termini solidarietà all’altro M.T. (Marco Travaglio).

Perché ricordiamo anche che la legge punisce severamente i giornalisti che dovessero mai sbagliare un aggettivo o un verbo contro un politico, ma rende i parlamentari immuni da ogni processo per qualsiasi opinione espressa nell’esercizio delle loro funzioni, foss’anche l’accusa più ignobile verso una persona. E di fronte all’indecoroso debordare del potere politico oltre gli argini del buon senso, della decenza e del senso di responsabilità, si resta quasi inebetiti, ma si deve trovare la forza di dire “E mo’ bbasta”.


Un mondo parallelo.

settembre 22, 2009

Mai titolo di una trasmissione mi è sembrato più appropriato. Ieri sera, ho distrattamente seguito la puntata di Matrix (Canale 5) dedicata alla domanda “la libertà di stampa è in pericolo?” ed alla preconfezionata risposta: “ovviamente no.”

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Il paese rovesciato.

settembre 3, 2009

Non si finisce mai di stupirsi.

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E si meravigliano?

settembre 2, 2009

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Meglio tardi che mai. Ma anche no.

maggio 12, 2009

Enrico Mentana ci informa, rilasciando un’intervista al corriere, che “Mediaset è un comitato elettorale”. Capperi, che aquila.


Lilliemezzo.

aprile 21, 2009

Ieri sera, mentre Rai2 si accingeva a trasmettere una puntata de “La Storia siamo Noi” dedicata nientemeno che a Rosario Fiorello e corredata di interviste in ginocchio a Pippo Baudo e Mike Bongiorno, La7 ha mandato in onda una puntata di ottoemezzo dedicata a Luigi De Magistris.

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