Quote rosa e posto fisso

febbraio 2, 2012

Quando sento qualcuno esaltare la flessibilità, ovvero legittimare la precarietà, non posso far altro che chiedermi se costui è ottuso o in malafede. L’universo del lavoro dipendente è diviso in due, fra lavoratori assunti a tempo indeterminato e lavoratori precari. Aspirare a far parte della prima categoria è quasi obbligatorio, come ben sa chi ha chiesto un mutuo per comperare casa.

Ma la cosa che più mi lascia perplesso ogniqualvolta si discute di “superamento abolizione del posto fisso” è il silenzio “delle donne”. Le donne in politica, intendo, quelle che dovrebbero difendere i diritti delle donne, di tutte le donne.

Se in Italia vi è stata una qualche forma di emancipazione femminile, non lo si deve alle proteste delle femministe, ai cortei, e tanto meno alle quote rosa. Lo si deve alla conquista del posto fisso. Nell’impresa privata, nella scuola, nella pubblica amministrazione. Solo con la sicurezza del posto di lavoro a vita, e del conseguente trattamento di pensione, milioni di donne hanno potuto affrontare lo studio, il lavoro, la carriera, la maternità, il matrimonio senza dover dipendere da una qualche autorità maschile.

Non serve essere esperti di diritto del lavoro per comprendere che la precarietà colpisce proprio le donne, più vulnerabili degli uomini nella competizione per il mantenimento di un impiego perennemente a rischio.

Eppure, proprio una donna, Elsa Fornero, sembra voler imbracciare il fucile contro l’odiato posto fisso (sarebbe interessante sapere se lei ne ha uno oppure no). E così come avvenne ai tempi del varo della legge Biagi che introdusse varie forme di precarizzazione, non vedo provenire dal mondo politico femminile alcuna protesta specifica.

Ci si preoccupa invece di tuonare contro la pronuncia della Cassazione sulle misure cautelari per gli stupratori, giudicando aberrante l’ultima sentenza. Senza averla letta, come si usa di solito.


La crepa

agosto 15, 2011

Ma voi ci credete che aboliranno 29 province e tutti i comuni sotto i mille abitanti? Le province risalgono al periodo fascista (se non sbaglio) mentre i territori comunali affondano la loro storia nei secoli remoti. Pensiamo di cancellarli con un tratto di penna ferragostano?
Ci dicono che bisogna aspettare il censimento del prossimo autunno, dopodiché sul territorio cominceranno le battaglie per la difesa delle singole istituzioni; alla fine non se ne farà nulla o quasi.
La porzione della manovra dedicata ai costi della politica va giudicata per quello che è: folklore. Ma non di questo voglio scrivere oggi.

Tralascio gli espetti economici (che non ho gli strumenti per commentare) e mi interrogo sulle conseguenze politiche della manovra, che ha smascherato, e questa volta si spera definitivamente, il bluff propagandistico berlusconiano. La domanda che molti si pongono è: “capiranno finalmente gli italiani che siamo governati da un illusionista?”. Non lo so e al momento non è questo il punto, poiché non ripongo grande fiducia nel discernimento politico del corpo elettorale. La svolta potrebbe venire non dall’elettorato, ma dalla nomenklatura berlusconiana la quale, se da tempo ha capito che è finito il tempo della cuccagna (quando chiunque si avvicinasse a B. veniva proiettato ai vertici della politica o delle istituzioni), vede lo spettro dello sfascio generale.

I sintomi ci sono tutti. In molte aree del paese il PdL si avvia ad essere partito marginale. In Veneto, dove comanda la Lega, in Emilia, dove se cede la sinistra si avvantaggiano la Lega, Di Pietro o Grillo. In Sicilia, dove le formazioni “sudiste” si fanno sempre più consistenti per contrastare le spinte federaliste della maggioranza. Da tempo si percepisce nell’universo berlusconiano il clima da imminente naufragio, tanto da attendersi l’inizio del fuggi fuggi generale. Forse il momento è venuto.

Partiamo dai parlamentari PdL. Sanno che nella prossima legislatura il loro partito perderà moltissimi seggi, sia alla Camera che al Senato (non c’è mica sempre un salame come Veltroni che regala le vittorie agli avversari) per non parlare dell’insistenza con cui si parla di riduzione del numero totale. In più il Cavaliere dovrà ricambiare con seggi sicuri chi lo sta tenendo a galla, ovvero i vari Moffa, Scilipoti, Pionati e compagnia. Considerando che non può liberarsi della stretta cerchia di fedelissimi (chiamiamoli così i soggetti che hanno riportato condanne per proteggere lui) quali Dell’Utri, Sciascia, Berruti ed altri ancora, saranno tanti i parlamentari PdL a dover dire addio al seggio, senza nemmeno la garanzia di una qualche poltrona di consolazione, visto che anche in quel settore siamo in saturazione e l’opinione pubblica non pare più propensa a chiudere gli occhi.

Ecco allora che i malumori (che sempre ci sono stati) diventano evidenti, non per coerenza o dirittura morale, ma per semplice istinto di conservazione: la ricerca di una visibilità che possa garantire un futuro politico. Così vanno lette le uscite del fin qui letargico Antonio Martino, uno che, per inciso, non ha bisogno di finire la legislatura per garantirsi la pensione, ma desidera certamente riprendersi una ribalta dal quale è stato escluso.

E se scendiamo va anche peggio. A livello locale il PdL, da sempre debole sul territorio, non ha alcuna possibilità di avanzare, incalzato dai tanti partiti avidi di voti di centrodestra quali udc, fli, lega, api, sudisti, idv … Quindi addio a poltrone in regioni, comuni, province e municipalizzate, fermo restando che il clima generale tende a limitarle comunque.

A venir meno è quindi lo strumento principe della cooptazione berlusconiana: la promessa di una poltrona ben retribuita al parvenu della politica, estraneo ai partiti tradizionali e desideroso di trovare la scorciatoia.

Se questo è il quadro, le crepe che vediamo ora potrebbero anticipare la rottura della diga ed il disfacimento dell’armata berlusconiana.


Perchè l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino.

luglio 20, 2010

Sono passati due anni e tre mesi dalle ultime elezioni politiche che videro la sfida ad esito scontato fra le alleanze PDL+Lega e PD+IdV. Alcune delle parole d’ordine dello schieramento sconfitto a priori, guidato, se la memoria non mi inganna, da un certo Veltroni, erano “reciproco riconoscimento” (senza curarsi che gli altri dicessero alcunché di simile, e quindi reciproco un corno), “si può fare” (non ci credeva nessuno, nemmeno loro, nemmeno Veltroni) e “vocazione maggioritaria” (alla luce della considerazione precedente, si sarebbe dovuto dire “vocazione minoritaria”).

Nel generale clima mistificatorio, la campagna elettorale fu insignificante, giudicata tutti i commentatori come “noiosa”. La ragione è che mancava in essa l’argomento principe: la Giustizia. Che il centrodestra sia refrattario al tema lo si sa e lo si comprende. Meno chiara (ma anche no) è l’avversione del centrosinistra, che sembra irrimediabilmente folgorato dalla sindrome per cui l’argomento giustizia coincide con l’antiberlusconismo che, nella diabolicamente contorta filosofia imperante, favorirebbe Berlusconi stesso. Sta di fatto che il problema della Giustizia, sia nei due anni di governo Prodi che nel corso della campagna elettorale, sembrava accantonato, pur avendo animato il quinquennio delle leggi vergogna (2001-2006).
Nell’illusione che il confronto fra i due schieramenti si sarebbe articolato sulla “politica”, sui “programmi”, sulle “cose che interessano gli italiani” (come se agli italiani non interessasse la giustizia) i partiti omisero di affrontare la questione, dedicandosi ad altro.

Ma il risveglio, ed il successivo tunnel di incubi, lo conosciamo. Sebbene il paese sia attanagliato da una crisi economica pesantissima che ha imposto licenziamenti di massa, fallimenti, riduzioni dei redditi, tagli indiscriminati a servizi essenziali come scuola e sanità; sebbene siano entrati in vigore principi devastanti come la privatizzazione dell’acqua ed il ritorno all’energia nucleare, il dibattito politico si è acceso sui seguenti argomenti: Lodo Alfano, processo breve, legittimo impedimento, revisione (abolizione) delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, Lodo Alfano bis, “riforma della giustizia”; nonché dai reiterati ed inaccettabili attacchi della maggioranza di governo alla magistratura (quella che indaga e processa, non certo quella che insabbia). Infine siamo stati travolti dalle indagini sulla cricca, sul G8 della Maddalena (quando ancora non si sono chiusi i processi sui fatti del G8 di Genova), sulla Protezione Civile e sulla cosiddetta P3. Inchieste che più che degenerazioni del sistema, sembrano rivelare la sua irrimediabile putrescenza: l’impressione è che gli indagati siano solo malcapitati membri di un sistema intrinsecamente corrotto, nel quale tutti vìolano la legge e càpita a qualche sventurato di essere pizzicato. Davanti a queste evidenze non si può far altro che prendere atto che la questione politica nazionale è una questione giudiziaria e giurisdizionale. Punto e basta. So che fa storcere il naso a politologi e menti raffinate, e non c’è nessun gusto personale nel dirlo, ma è così.

Se vogliamo capire qualcosa del paese in cui viviamo dobbiamo partire da qui: dalla diffusione della cultura dell’illegalità e del delitto nella classe dirigente.

In tutti i paesi del mondo esistono la corruzione e si arrestano politici, in tutti i paesi del mondo membri della classe dirigente (non solo politica) commettono reati; ma solo in pochi, e l’Italia è uno di questi – l’unico del G8 e forse l’unico del G20 – si assiste alla crescita del tasso di illegalità con il progredire del grado di responsabilità pubblica. Se nei paesi europei evoluti il grado di illegalità è grosso modo il medesimo in tutte le fasce sociali, in Italia no: al salire del rango, aumenta. Tanto che il Parlamento è il luogo di lavoro nazionale (forse anche a livello mondiale) con la più elevata percentuale di persone indagate/condannate.

Esistono ragioni storiche profonde che spiegano questo fenomeno. Basti pensare che la classe dirigente italica si è evoluta dal quinto secolo dopo Cristo sopravvivendo a una serie di dominazioni senza eguali nel pianeta (a partire dagli Unni per finire agli Asburgo, ai Borboni ed a Napoleone). E basti pensare che il Regno d’Italia nacque da un compromesso (i plebisciti nei quali si votò con la legge sabauda che conferiva l’elettorato attivo solo al 3% della popolazione, ovvero alla classe dirigente) fra potentati locali e Casa Savoia; compromesso in base al quale i primi (poteri economici, ecclesiastici, aristocratici, militari) accettavano la sovranità piemontese a condizione di poter continuare ad autogovernarsi secondo la “loro” legge, anziché quella dello Stato cui andavano ad assoggettarsi.

La doppia obbedienza alla legge dello Stato ed alla propria (ed in caso di conflitto prevale la seconda) è il germe dell’illegalità della classe dirigente, che neppure il suffragio universale, il fascismo, la resistenza, e la transizione repubblicana (realizzata da partiti portatori di ideologie spesso conflittuali con la nozione di legalità) hanno soppresso. E se il fenomeno è diffuso su scala nazionale, al sud esso ha sempre trovato la sua espressione apicale, con la sopravvivenza, il consolidamento e l’affermazione dell’aristocrazie e della borghesia massoniche e mafiose, affiancate di recente dalle associazioni criminali di nuova generazione (camorre e ‘ndrine).

La cronica, storica, miseria economica del meridione, la tumultuosa crescita economica del nord nel dopoguerra, la preminenza dello Stato nella grande industria e soprattutto nel credito, il centralismo amministrativo, lo spirito corporativo e conservatore della magistratura, un clero attivo sul territorio, la presenza di un grande partito comunista fortemente legalitario (anche se per ragioni più propagandistiche che ideali) avevano arginato il dilagare della criminalità nei palazzi della politica, nei gangli dell’economia, nelle stanze della pubblica amministrazione, nei vestiboli delle curie, nei collegi professionali, nelle corsie degli ospedali e nei corridoi degli atenei. Il venir meno di questi elementi negli ultimi due decenni ha dato il via libera ai poteri occulti ed anticostituzionali, ed oggi gli italiani si trovano davanti questo macigno: la classe dirigente (politica, imprenditoriale, finanziaria, giudiziaria, accademica ed amministrativa) agisce largamente in deroga e/o in violazione delle leggi della Repubblica.

Tralascio forme e dettagli di come ciò avvenga e di come il sistema legislativo abbia creato gli strumenti, le forme ed i metodi di realizzazione; prenderebbe spazio ed ogni italiano avveduto se ne è fatto un’idea vagolando per uffici pubblici ed interagendo con gli imprenditori “di successo”.

Il fatto è che sembra di essere arrivati ad un punto di non ritorno, al discrimine; oltre il quale non è dato comprendere esattamente cosa ci sia, se non una società regolata dalla legge del più forte, del più violento, del più spregiudicato, del più corrotto.

Se vogliamo evitare di superare quel discrimine, o almeno salvare la nostra coscienza, dobbiamo invocare per noi stessi e per i nostri concittadini i principi di Verità e di Giustizia per tutto quello che è accaduto nella nostra storia, recente e meno recente.

L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, la sua scomparsa fra le fiamme di via d’Amelio in quel 19 luglio 1992, e la conseguente richiesta di conoscerne la sorte, sono la plastica rappresentazione di questa estrema esigenza. Ormai è chiaro, a chiunque si sia documentato, che quel tragico giorno si ruppe il diaframma che conteneva al di fuori della vita della maggioranza degli italiani la più potente organizzazione criminale del mondo (Cosa Nostra) e le sue propaggini continentali. Da quel giorno i pupari di Riina, di Provenzano (giù giù fino a Spatuzza), nonché le loro ramificazioni sul territorio, hanno preso a marciare verso il controllo dell’economia nazionale, e, conseguentemente, del paese. Anche i nostri attuali governanti altro non appaiono se non miseri burattini. Solo così si spiegano la demenziale, assurda, illogica, insensata (agli occhi di un cittadino onesto) attività legislativa della maggioranza parlamentare e del governo in materia di giustizia e la politica sugli appalti statali e sulla privatizzazione improduttiva dei servizi pubblici, finalizzata unicamente a favorire gli investimenti parassitari invocati e voluti dall’economia illegale.

E’ per questo che ieri, rivendicando autonomia da chiunque, ho trascinato in piazza Cavana un gazebo, un tavolo e due sedie (presi a prestito), nonché un trolley di libri (miei), per organizzare la prima manifestazione pubblica della mia vita; per testimoniare, prima di tutto a me stesso, la mia consapevolezza di ciò che ho scritto e di cosa questo paese necessita. Solo la verità accertata dei fatti accaduti in sessanta anni di storia repubblicana, dagli episodi storico-politici remoti alle responsabilità penali personali; solo l’individuazione precisa e personale delle fortune economiche illecitamente accumulate (si sente parlare di 600 miliardi di euro detenuti all’estero, più di un terzo del debito pubblico nazionale); solo l’epurazione definitiva della classe dirigente dai suoi membri dediti all’illegalità ed al crimine – o collusi con esso – e la loro sostituzione con soggetti (uomini o donne, giovani o vecchi) animati da passione civile e da tensione morale potranno ridare speranza all’Italia; che è e resta un paese potenzialmente ricco e prospero, se solo la sua gente avesse la volontà di prendere in mano il proprio futuro.


Poniamoci una domanda.

aprile 1, 2010

Leggo, nell’opposizione, analisi affannate sull’esito del voto. Smarriti non capiscono dove hanno sbagliato. Perché alla fin fine non è sufficiente dare la colpa a Berlusconi alle sue reti televisive; anzi comincia a diventare anche noioso. Forse li potrebbe aiutare l’analisi marxiana per cui il potere risiede nel denaro e non nelle urne, nelle televisioni, nel web, nelle piazze od in altri luoghi reali o virtuali. Il potere, da sempre, è prima di tutto economico, ed assume le forme politiche adeguate in accordo con i modelli culturali e sociali del momento. Quindi, se vogliono capire perché la gente vota in un certo modo, invece di ripetere la stessa litania che ripetono da sedici anni (le televisioni del cavaliere, l’egoismo ed il localismo razzista della lega, il nostalgismo postfascista, l’inguaribile particolarismo antistatale degli italiani eccetera eccetera) si potrebbero domandare chi detiene il potere economico in questo paese. Non lo Stato, che ha svenduto le sue aziende ed è indebitato fino al collo; non nelle grandi imprese, che non ci sono più; non nelle piccole e medie, che non fanno sistema; neppure nelle tasche di Silvio Berlusconi, che sembra onnipotente ma non lo è, visto che perfino di mediaset possiede solo il 30%. E allora dove sta la ricchezza (residua) dell’Italia? Trovata la risposta a questa domanda, forse ci si farà un’idea più sensata di dove sta andando il paese.


La piazza contro un giudice.

ottobre 5, 2009

La pellicola “Il caimano” si chiudeva con le immagini allusive di una rivolta di piazza dei seguaci del presidente del consiglio in carica contro il tribunale che aveva appena emesso una sentenza di condanna nei suoi confronti. Una scena lugubre ed inquietante, che tutti noi abbiamo tentato di esorcizzare.

Ma in questo autunno 2009 la premonizione morettiana sembra materializzarsi sotto forma di una evocata manifestazione di piazza contro la sentenza del tribunale di Milano (sezione civile) che ha condannato la Fininvest a risarcire con 750 milioni di euro il danno patito dalla Cir di De Benedetti in conseguenza della corruzione giudiziaria che fruttò al Cavaliere il controllo della Mondadori.

E qui una prima riflessione si impone. La causa civile appena conclusa (in primo grado) non ha stabilito le responsabilità delle persone coinvolte, ma ha solamente quantificato il danno. Le responsabilità furono accertate dal tribunale penale che condannò Previti come corruttore ed il giudice Metta come corrotto. Silvio Berlusconi fu prosciolto per intervenuta prescrizione dalla Corte d’Appello di Milano e per questo cantò vittoria: “assolto”; “dimostrata la persecuzione giudiziaria della procura…”, “finalmente provata la mia innocenza!..” e via di questo passo. Ora: è una ben strana razza di innocente quello che viene condannato a pagare alla vittima millecinquecento miliardi di lire.  Basterebbe questo a sbugiardare il Cavaliere su quella che è stata la sua linea in materia giudiziaria. Neppure le bugie sulle frequentazioni femminili superano il livello di menzogna raggiunto da Berlusconi sui suoi processi al tribunale di Milano. Dovrebbe ora essere evidente a tutti che il suo impero economico riposa sul crimine, in questo caso la corruzione giudiziaria.

E capisco anche il suo nervosismo, perché millecinquecento miliardi di lire liquidi, sull’unghia, non sono una bazzecola, e possono mettere in difficoltà anche un gruppo come il suo, senza contare che si tratta dei soli danni patrimoniali. La quantificazione dei danni non patrimoniali è stata rimessa ad altra causa che dovrà iniziare ora.

Senza dubbio Fininvest chiederà la sospensiva e leggo che “presumibilmente, vista l’entità dell’importo, la corte d’appello la concederà” (Il Fatto). Sarà, ma un simile argomento potrebbe anche essere ribaltato: considerato che De Benedetti fu scippato illegalmente della Mondadori nel 1991, ed avendo dovuto sottostare ad un calvario giudiziario durato quasi dieci anni per vedere riconosciuta (almeno in parte) la verità, la corresponsione del risarcimento dovrebbe essere disposta senza indugio.

Ma il punto non è qui: la spregiudicatezza di Berlusconi e dei suoi non si fa scrupoli di chiamare in piazza il Popolo delle Libertà contro una sentenza (per di più di natura civile), un episodio mai accaduto. Mai si sono viste manifestazioni di piazza contro decisioni dei giudici. Pure in un paese come il nostro, insofferente alla giurisdizione, dove il concetto di “legalità” viene largamente evocato ma scarsamente praticato, non si era mai arrivati a tanto. Processi in televisione ne abbiamo visti, in piazza mai.


Seicentomila miliardi di lire.

ottobre 3, 2009

E’ l’equivalente nella nostra vecchia valuta dei capitali detenuti all’estero da italiani, secondo le stime del governo e che esso intende far rientrare con lo scudo fiscale appena approvato dal Parlamento. Un patrimonio pari ad un quinto del debito pubblico nazionale.

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Non c’è due senza tre.

maggio 9, 2009

Giovanni Falcone ci lasciò poco dopo aver pronunciato la seguente frase: “Cosa Nostra sta per entrare in borsa”. In realtà sappiamo ora che c’era già entrata; usò una formula semi-ipotetica per non creare troppo allarme. Anni dopo l’allora ministro Lunardi disse che “bisogna abituarsi a convivere con la mafia”. In realtà ci conviviamo e ci convivevamo anche all’epoca, ma anch’egli usò un’espressione prudente. Ieri il Presidente Napolitano ha detto che “la mafia potrebbe approfittare della crisi” per impadronirsi di aziende in crisi economica. Che conclusione dobbiamo trarre?


Lettera aperta al Partito Democratico.

aprile 15, 2009

1. Premessa.

Due mesi alle elezioni europee, sette al congresso. Che fare?

La politica ha come primo compito quello di affrontare i problemi del paese e pertanto si ha il dovere, innanzitutto, di individuarli e di elencarli in ordine di importanza, stabilendo quindi cosa la politica può fare e cosa no.

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Le grandi denunce di Striscia la Notizia.

aprile 1, 2009

Nella puntata del 1° aprile (e non credo che sia uno scherzo) è andata in onda una delle brillanti denunce di sperpero di denaro pubblico. Questa volta il bersaglio è l’azienda municipale per la raccolta dei rifiuti di Palermo. Una corrispondente di giallo vestito elenca le nequizie del caso: servizio pessimo, tariffe alte, ma soprattutto un bilancio dissestato al limite del fallimento. E per quali motivi? Nessun dubbio: assunzioni clientelari di parenti di politici, consulenze d’oro agli amici ed agli amici degli amici, spese insensate. Insomma: una gestione delle finanze aziendali dissennata. Al punto, ci si dice, che la Procura di Palermo ha aperto un’inchiesta. Ma, ci informa sempre la brillante signorina, l’indagine verrà sicuramente archiviata perché servirebbe la querela del sindaco di Palermo, in qualità di socio unico dell’azienda municipale. Ed essendo gli amministratori responsabili del dissesto (così ci fanno capire) nominati dalla politica così come il sindaco stesso, la querela non c’è stata.

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Incentivi auto.

gennaio 29, 2009

Il governo annuncia misure in favore del settore automobilistico. Mi aspetto un’impennata delle pubblicità FIAT sulle reti mediaset.


Cento miliardi di euro.

gennaio 22, 2009

Filtrano le prime notizie e sarebbe questo il costo (ma pare che sia una sottostima) del cosiddetto “federalismo fiscale” tanto caro alla Lega. In un paese indebitato fino al collo, direi che non c’è male.


Come l’Argentina.

dicembre 4, 2008

Abbiamo appena finito di sentire il nostro presidente del consiglio esortarci a consumare, a spendere. E ci ha ha anche spiegato che se le cose vanno male la colpa e’ della sinistra e dei giornali che a forza di ripeterlo fanno andare male le cose. Un concetto eziologicamente un po’ strano, ma siccome il capo e’ lui, bisogna credergli. Quindi bisogna essere ottimisti, credere in un futuro roseo e spendere spensieratamente.

Mi e’ capitato pero’ di leggere sui giornali che il ministro Sacconi (ministro del governo Berlusconi) ha dichiarato che lo Stato italiano e’ a rischio bancarotta e che l’Italia potrebbe fare la fine dell’Argentina. Alla faccia dell’ottimismo.

Ma se cosi’ e’, valeva la pena sperperare miliardi di euro pubblici per Alitalia?


Report e il nucleare.

novembre 3, 2008

Come ogni domenica, la puntata serale di Report mi ha inflitto il consueto pugno allo stomaco. Agghiaccianti le parole di Scajola sul nucleare, che riporto a memoria ma quasi letteralmente: “sara’ il privato che vuole costruire la centrale nucleare a scegliere il sito dove farla fra quelli indicati dalla commissione scientifica governativa”. E l’intervistatore aggiunge che la legge prevede che il governo possa commissariare gli enti locali che si oppongono alla costruzione sul proprio territorio delle centrali medesime. Tartufescamente il ministro afferma di non ricordarsi di quella norma. Strani ministri che abbiamo: scrivono leggi e decreti ma non ne conoscono mai esattamente il testo. Abbiamo comunque appreso due cose:

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Più Stato meno Mercato.

ottobre 12, 2008

Mentre il Partito Comunista Cinese sta costruendo nell’omonima Repubblica Popolare il più gigantesco sistema capitalistico di tutti i tempi, o forse proprio per questo, sembra che i paesi occidentali, dal Regno Unito alla Germania, dagli Stati Uniti alla Francia, riscoprano la centralità economica dello Stato.

Abbiamo ancora nelle orecchie lo slogan “meno stato più mercato” che risuona dai primi anni novanta ed in nome del quale sono state “privatizzate”, chiuse, vendute, svendute le grandi imprese pubbliche nazionali. Ma sembra che ora si faccia marcia indietro. Si comincierà presumibilmente con le banche, e siccome sono esse a detenere i pacchetti di maggioranza delle grandi imprese, il circolo si chiude in fretta.

D’altronde il sistema economico nazionale basato sulle partecipazioni statali fu costruito con consapevole saggezza nel dopoguerra, guardando al vicino esempio sovietico. Va infatti sottolineato che, contrariamente a quanto ci è sempre stato detto, nel ventennio successivo alla fine della guerra, l’economia pianificata sovietica crebbe a ritmi superiori a quelli dei paesi occidentali (eccezion fatta per Italia e Germania che, essendo semidistrutte, non potevano che crescere). In altre parole l’URSS era la Cina di adesso, con l’equivalente di quello che è il PIL che cresceva a ritmi doppi o tripli rispetto a quello della Francia e del Regno Unito. In Italia si prese esempio. Forse l’Europa sta riscoprendo quella strada?

Una cosa va però tenuta a mente. I regimi che ho menzionato (URSS, Cina e Russia di oggi) hanno fatto o fanno a meno di due elementi: la democrazia e la libertà individuale; ad onta di quegli economisti illusi (e sono stati la maggioranza) che hanno sempre sostenuto che benessere economico, libertà d’impresa, capitalismo, libertà individuale e democrazia sono elementi imprescindibilmente interconnessi, cosicchè venendo meno uno di essi, vengono meno tutti.

Anche a noi toccherà lo stesso destino?


L’emendamento salva manager (ladri).

ottobre 9, 2008

“Art. 7-bis. – (Applicabilità delle disposizioni penali della legge fallimentare). – Le dichiarazioni dello stato di insolvenza a norma dell’art. 4, comma primo, e dell’art. 3, comma terzo, del presente decreto e dell’art. 3 e dell’art. 82 del decreto legislativo 8 luglio 1999, n. 270, sono equiparate alla dichiarazione di fallimento ai fini dell’applicazione delle disposizioni dei capi I, II e IV del titolo VI della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267 e successive modificazioni ed integrazioni) solo nell’ipotesi in cui intervenga una conversione dell’amministrazione straordinaria in fallimento, in corso o al termine della procedura, ovvero nell’ipotesi di accertata falsità dei documenti posti a base dell’ammissione alla procedura”».

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Tenete le azioni! (mediaset?)

ottobre 9, 2008

Con queste parole Corriere.it sintetizza il messaggio lanciato dal presidente del consiglio agli italiani. Si tratta sicuramente del suggerimento del buon padre di famiglia ai suoi figlioli-sudditi, non v’è dubbio.

Anche se qualche riflessione andrebbe fatta. Per esempio va detto che sono pochi i risparmiatori che investono direttamente in azioni, dal momento che, dopo il sisma del 2001, quasi tutti si sono rivolti al risparmio gestito e cioè ai fondi. Fondi che, come si sa, sono gestiti dalle banche. Le quali banche sono i veri soggetti a rischio in questo momento di crisi di liquidità. Quindi mi sento di azzardare che il suggerimento del cavaliere è indirizzato prima di tutti ai gestori di risparmio (cioè dei fondi comuni delle banche), cui egli chiede di non mettere sul mercato i portafogli azionari. Al contempo lo stesso cavaliere annuncia un piano di salvaguardia per le banche stesse, che, par di capire, saranno messe al riparo da eventuali crisi di liquidità che potrebbero porle a rischio fallimento.

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La pantomima Alitalia.

settembre 22, 2008

La tragicommedia della cosiddetta compagnia di bandiera si arricchisce ogni giorno di nuovi esilaranti seppur drammatici elementi. Se il ministro Sacconi sosteneva che i tempi per la trattativa sarebbero scaduti ineluttabilmente entro giovedì scorso, l’Enac fa sapere che Alitalia ha due o tre giorni di tempo per far pervenire un piano finanziario di risanamento. Ciò non impedisce al commissario straordinario Fantozzi di pubblicare un avviso di trattativa privata, dando nove giorni di tempo a “chiunque sia in grado di garantire la continuità nel medio periodo del servizio di trasporto, la rapidità dell’intervento nonché il rispetto dei requisiti previsti dalla legislazione nazionale, ivi compresi i Trattati di cui è parte
l’Italia, a presentare manifestazioni di interesse per l’acquisto di uno o più rami di azienda di Alitalia Linee Aeree Italiane S.p.A. in a.s., di Alitalia Airport S.p.A. in a.s., di Alitalia Express S.p.A. in a.s., di Alitalia Servizi S.p.A. in a.s. e di Volare S.p.A in a.s., anche non preesistenti.
Tali manifestazioni dovranno pervenire presso gli uffici del Commissario Straordinario,
in via Marchetti, n. 111, 00148 Roma, entro il 30 settembre 2008, ore 12.00, unitamente
a tutta la documentazione che ne consenta la valutazione al fine di avviare l’eventuale
trattativa.”

Resta da chiedersi come sia possibile concludere una tale trattativa in tali condizioni, con la minaccia di revoca della licenza di volare incombente da un giorno all’altro.

Chiunque abbia fatto un acquisto appena più impegnativo della spesa quotidiana, ha idea di come sia difficile, lungo e laborioso, valutare la stipula di un contratto. Fermo restando che le minacce ultimative inducono chiunque a ritrarsi da qualsiasi trattativa.

Credo che un giorno si sveleranno i tratti di questo gigantesco bluff, di questa colossale messinscena, e chi ne sono stati i beneficiari ed i danneggiati.


Fallimento di Alitalia.

settembre 18, 2008

Perdonatemi se mi permetto di copincollare quanto scrissi sulla vicenda il 18 marzo 2008 (si veda il post “Alitalia e il fallimento”).

Ammettiamo come valida la tesi del giornalista, secondo cui la SEA preferirebbe il fallimento della compagnia. Cosa significherebbe? Innanzitutto che gli attuali azionisti (il governo per il 49,9% ed i piccoli per il resto) perderebbero il valore delle loro azioni e qualsiasi potere sulla sorte della società. Inoltre i “sindacati romani” vedrebbero annullate le prerogative derivanti dalle clausole contrattuali sottoscritte coi manager del gruppo. Però, come dice la Moratti, ciò non comporterebbe che gli aerei smettano di volare; in altre parole il fallimento di Alitalia non significherebbe la fine di tutto, e quindi nemmeno delle trattative. Infatti la legislazione fallimentare consente ad una società fallita di continuare ad operare, grazie a varie formule già più volte sperimentate (legge Prodi, concordato preventivo, concordato fallimentare) anche per grandi gruppi come per esempio Parmalat o Cirio. Il cambiamento radicale sarebbe quello di sottrarre al governo il potere di decidere le sorti dell’azienda, che finirebbero nelle mani del Tribunale fallimentare e della curatela. A quel punto tutte le trattative condotte fino ad ora verrebbero azzerate, aprendo orizzonti del tutto nuovi. Mi chiedo se sia questa la strategia del centrodestra: bloccare la vendita ai francesi facendo leva sulla vertenza con la SEA, per portare la compagnia alla declaratoria di insolvenza e poi pilotare la procedura fallimentare a vantaggio di un acquirente gradito, escludendo il governo.

Saremmo davanti all’ennesimo caso di supplenza della Magistratura rispetto alla politica, ovvero di uso politico della Giustizia. Avremmo uno Stato (e qui va sottolineata la assoluta e colpevole inerzia del governo Berlusconi per un lustro intero) che abdica perfino alla gestione dei suoi beni, lasciando che a liquidarne le spoglie sia un giudice delegato del Tribunale.

Probabilmente sono solo mie fantasie senza fondamento. Ma sarebbe una tappa ulteriore nella saggezza con la quale la nostra politica ha gestito l’immenso patrimonio delle imprese pubbliche: chiuse, vendute, svendute, regalate ed ora portate scientemente al fallimento per poterne sbranare i resti.

Forse erano solo mie fantasie, e le cose possono ancora cambiare; vedremo cosa succederà nei prossimi giorni. Ma secondo voi, a occhio e croce, di quanto ho sbagliato?


Il pastrocchio Alitalia.

settembre 1, 2008

Nel giudicare un piano che nei dettagli non è pubblico occorre cautela. Va bene. Però qualche cosa la si è capita e cerchiamo di capire come è stata “risolta” la questione Alitalia dal governo.

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Nucleare?

giugno 21, 2008

Sul progetto del governo di avviare la costruzione di alcune centrali nucleari copio e incollo dal sito sinistra-democratica.it un intervento di Giorgio Parisi* che condivido in toto.

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