Ho deciso.

Ottobre 23, 2009

Domenica prossima andrò al gazebo del pd, verserò i due euro, e deporrò scheda bianca nell’urna per l’elezione del segretario nazionale.

Non voglio tediarvi, dico solo due parole per spiegare le ragioni di questa scelta.

E’ fuori discussione che nel momento in cui viviamo è necessario dare un segnale chiaro alla maggioranza di governo, ma soprattutto a noi stessi, che non tolleriamo lo scempio della Repubblica che si sta facendo da Palazzo Chigi-Palazzo Grazioli. Manifestare il nostro sostegno al principale partito di opposizione è doveroso.

Cionondimeno non mi sento di manifestare, simultaneamente, adesione ad un partito che ha gravissime responsabilità per la situazione che vive l’Italia. A chi obietta che il pd esiste da soli due anni rispondo che il punto sta proprio qui: nominalmente è così, ma i dirigenti sono al potere (partitico e politico) da svariati lustri.

Il vizio di fondo del partito democratico sta proprio alla sua origine: è l’unico partito che ha scelto i propri dirigenti prima di nascere, e ciò determina la sua cronica incapacità di attrarre consenso. Non a caso nelle parole dei candidati segretari sento solo parlare di “recupero” degli elettori delusi, e non già di conquista di nuovi sostenitori.

Aggiungo che la presentazione di liste bloccate per l’elezione delle convenzioni nazionali e regionali accresce la mia rabbia (si strepita contro la legge Calderoli perché non prevede le preferenze ma non si ha il coraggio di introdurle nemmeno nelle primarie) così come la buffonata delle quote rosa. Due risvolti che, di per sé, mi indurrebbero a non votare affatto.

L’unico modo per manifestare il mio disagio per un partito nel quale ripongo aspettative ma che ritengo del tutto inadeguato al suo compito storico è di votare scheda bianca, e così farò.

In molti sostengono che Ignazio Marino dovrebbe rappresentare il cambiamento ai ceti dirigenti dei partiti cofondatori, e che pertanto va preferito a Franceschini ed a Bersani. Un discorso che ho sentito fare anche in favore  dei “piombini” come Civati o per l’astro nascente Serracchiani, campioni del rinnovamento del partito contrapposti all’apparato, appunto. Sarà, ma non posso fare a meno di osservare che questo terribile apparato stritolatore non ha impedito a Marino di diventare (giovanissimo) senatore della repubblica, a Serracchiani e a Civati di diventare parlamentare europea e consigliere regionale. In altre parole la presunta cesura mi pare più proclamata che reale, e va sottolineato che la capacità di costoro di conquistare consensi al di fuori del recinto del pd è tutta da dimostrare.

In attesa quindi che il pd capisca che la vera rifondazione passa per un vero dibattito nel paese e per una vera apertura alla società civile (formula abusata, ma tutt’altro che vuota), e non nelle stanze e nelle stanzette dove i dirigenti ed i sottodirigenti discutono di poltrone e di poltroncine, porterò i miei due euro per deporre la scheda bianca. Amen.


Le primarie del pd.

Ottobre 23, 2009

Votate! E ricordate di cliccare più volte l’opzione voluta per avere certezza della registrazione del vostro voto.

Nei commenti è aperto il dibattito fra i sostenitori delle varie scelte e dei diversi candidati.


Ci salveranno le teste di minchia?

Ottobre 10, 2009

La puntata di Annozero di giovedì scorso ha avuto molti pregi, primo fra tutti quello di rivelare agli italiani (i quali, ne sono sicuro, lo ignoravano) l’esistenza di una trattativa fra Cosa Nostra e lo Stato italiano (impersonato da soggetti istituzionali al momento imprecisati) per restaurare la pax mafiosa dopo la sentenza definitiva del maxiprocesso di Palermo (gennaio 1992). Trattativa cui lo Stato fu indotto dalla cupola con le stragi del 1992 (Capaci e via d’Amelio) e del 1993 (Roma, Milano, Firenze).

Ma personalmente ho trovato di enorme interesse ascoltare le parole vive di Massimo Ciancimino (di cui conoscevo solo il volto ed il contenuto riassunto di alcune deposizioni) che, seppur distillate, descrivono nitidamente il clima mafioso della politica palermitana. Lo si è visto rappresentare il proprio terrore nel solo nominare “l’ingegner Lo Verde” (cioè Bernardo Provenzano), ospite abituale del padre, anche nella di lui casa romana, fino a pochi giorni prima della morte, avvenuta nel 2002. “Queste sono cose dalle quali non ti posso difendere nemmeno io” avrebbe confidato al giovane quartogenito don Vito, parlando dei suoi rapporti con il capo dei corleonesi. E poi le visite dei grandi andreottiani siciliani, i Salvo, Lima e Gioia, già negli anni settanta e ottanta, quando Ciancimino padre era un intoccabile e chi osava indicarlo come un mafioso (Pino Arlacchi su tutti) veniva descritto e deriso come visionario.

Ma la frase più illuminante è stata per me quella che Massimo Ciancimino ha attribuito al padre allorquando questi si trovò per le prima volta fra le mani il “papello”, ovvero l’elenco in dodici punti che Salvatore Riina stilò come richieste allo Stato per far cessare le stragi che stavano insanguinando il paese: “la solita testa di minchia!”.

Così Ciancimino considerava il capo della Cupola, e non deve meravigliare. Se gli italiani, anche i più distratti, hanno dovuto prendere atto dell’esistenza di Cosa Nostra e della sua pericolosità  e se la magistratura ha potuto affondare alcuni colpi contro di essa, infatti, lo si deve proprio, indirettamente, alla “solita testa di minchia”. Fu lui ha volere ed a condurre la sanguinosissima guerra di mafia degli anni ottanta che, con lo sterminio delle famiglie palermitane, consentì ai periferici corleonesi di spodestare Stefano Bontate ed assumere la guida di Cosa Nostra. Ma in conseguenza di ciò Buscetta (unico sopravvissuto della sua famiglia) decise di raccontare la struttura della mafia siciliana a Giovanni Falcone cosicché, da allora, un fenomeno giudiziariamente pressocché sconosciuto ed impenetrabile divenne intelligibile agli investigatori. Ne seguì, appunto, il maxiprocesso di Palermo che sancì storicamente l’esistenza di una potentissima organizzazione criminale con sede a Palermo, denominata Cosa Nostra, attiva su scala internazionale.

Senza la “testa di minchia”, probabilmente, la mafia siciliana sarebbe rimasta quella struttura sommersa che cerca in tutti i modi di tornare ad essere, invisibile o semi-invisibile agli italiani, alla polizia ed ai magistrati. Ora che Riina è ristretto, Cosa Nostra si guarda bene dall’usare la violenza contro poliziotti o magistrati, consapevole che un atto di tal genere azzererebbe tutti gli sforzi di mimetizzazione condotti fino ad oggi per riallacciare gli indispensabili legami con il mondo politico nazionale e locale.

Legami che però vengono in parte svelati proprio da Massimo Ciancimino, il quale ci racconta che gli ufficiali dei Carabinieri che incontravano il padre (inteso come interfaccia di Riina e di Provenzano) vantavano coperture politiche nelle persone, presumibilmente, di Nicola Mancino e di Virginio Rognoni,  forse di Luciano Violante e di chissà chi altri. Che Massimo Ciancimino non sia un mafioso lo si deduce proprio da questo: i veri mafiosi non parlano mai, e se lo fanno (come collaboratori, per alleviare le conseguenze delle proprie condanne) riferiscono solamente dei fatti di sangue, della struttura “militare”, non certo dei rapporti con la politica senza i quali Cosa Nostra muore. Per cui Massimo Ciancimino, pur fra mille esitazioni, ci sta dando informazioni preziosissime su come decifrare il sistema di potere criminale che ci affligge. Ci offre una speranza – piccola, ma non nulla – di comprendere la natura profonda della mafia e di finalmente sconfiggerla.

E allora mi chiedo cosa penserebbe don Vito di questi racconti del suo quartogenito. Probabilmente una cosa sola: “che figlio testa di minchia!”.


Incostituzionalità del lodo Alfano/2.

Ottobre 7, 2009

Fra le tante sciocchezze che circolano in queste ore (Di Pietro e Berlusconi avanti a tutti di svariate lunghezze) ho sentito anche una cosa con qualche elemento di verità: la Corte ha smentito se stessa.

E ciò perchè, secondo gli estensori, il lodo Alfano sarebbe stato scritto apportando al suo antesignano lodo Schifani le modifiche indicate dalla sentenza della Corte che lo dichiarò incostituzionale. Scrissi qui che la Corte usò con il lodo Schifani la mano di velluto, apprezzandone lo spirito ispiratore ma bocciandolo per questioni, per così dire, secondarie. Probabilmente i giudici dell’epoca non potevano immaginare che una maggioranza parlamentare potesse essere così sfrontata da ripresentare in fotocopia una legge già bocciata. Per tale motivo i giuristi del Cavaliere trovarono gli spiragli per riproporre l’immunità per le alte cariche. E allora (faccio un’ipotesi, perchè si dovranno attendere le motivazioni) la Corte ha voluto probabilmente stabilire senza esitazioni due cose: 1) l’articolo 3 della Costituzione stabilisce un principio fondamentale, non è stato scritto per ragioni estetiche; 2) riproporre una legge già giudicata incostituzionale non è cosa gradita ai giudici supremi. Insomma, ci avete rotto le scatole con i vostri intrighi e col vostro diritto infantile, improvvisato e farlocco.

Per inciso, a difendere questo lodo Alfano c’era l’immancabile avvocato Pecorella, già autore della incostituzionale “legge Pecorella” sull’inappellabilità delle sentenze da parte del Procuratore Generale e già candidato a far parte della stessa Corte.  Complimenti.

E comunque una cosa si può dire: Napolitano avrebbe dovuto rifiutarsi di firmare in prima istanza la legge Alfano. Essendo la copia di un testo già bocciato, poteva permetterselo e obbligare la maggioranza a riproporlo forzosamente. Tante delle critiche che si fanno al Capo dello Stato sono immotivate, infondate ed inopportune. Ma su questo punto fu troppo filogovernativo, anche perchè, forse, si era ad inizio legislatura, in piena “luna di miele” fra premier ed elettorato.


La piazza contro un giudice.

Ottobre 5, 2009

La pellicola “Il caimano” si chiudeva con le immagini allusive di una rivolta di piazza dei seguaci del presidente del consiglio in carica contro il tribunale che aveva appena emesso una sentenza di condanna nei suoi confronti. Una scena lugubre ed inquietante, che tutti noi abbiamo tentato di esorcizzare.

Ma in questo autunno 2009 la premonizione morettiana sembra materializzarsi sotto forma di una evocata manifestazione di piazza contro la sentenza del tribunale di Milano (sezione civile) che ha condannato la Fininvest a risarcire con 750 milioni di euro il danno patito dalla Cir di De Benedetti in conseguenza della corruzione giudiziaria che fruttò al Cavaliere il controllo della Mondadori.

E qui una prima riflessione si impone. La causa civile appena conclusa (in primo grado) non ha stabilito le responsabilità delle persone coinvolte, ma ha solamente quantificato il danno. Le responsabilità furono accertate dal tribunale penale che condannò Previti come corruttore ed il giudice Metta come corrotto. Silvio Berlusconi fu prosciolto per intervenuta prescrizione dalla Corte d’Appello di Milano e per questo cantò vittoria: “assolto”; “dimostrata la persecuzione giudiziaria della procura…”, “finalmente provata la mia innocenza!..” e via di questo passo. Ora: è una ben strana razza di innocente quello che viene condannato a pagare alla vittima millecinquecento miliardi di lire.  Basterebbe questo a sbugiardare il Cavaliere su quella che è stata la sua linea in materia giudiziaria. Neppure le bugie sulle frequentazioni femminili superano il livello di menzogna raggiunto da Berlusconi sui suoi processi al tribunale di Milano. Dovrebbe ora essere evidente a tutti che il suo impero economico riposa sul crimine, in questo caso la corruzione giudiziaria.

E capisco anche il suo nervosismo, perché millecinquecento miliardi di lire liquidi, sull’unghia, non sono una bazzecola, e possono mettere in difficoltà anche un gruppo come il suo, senza contare che si tratta dei soli danni patrimoniali. La quantificazione dei danni non patrimoniali è stata rimessa ad altra causa che dovrà iniziare ora.

Senza dubbio Fininvest chiederà la sospensiva e leggo che “presumibilmente, vista l’entità dell’importo, la corte d’appello la concederà” (Il Fatto). Sarà, ma un simile argomento potrebbe anche essere ribaltato: considerato che De Benedetti fu scippato illegalmente della Mondadori nel 1991, ed avendo dovuto sottostare ad un calvario giudiziario durato quasi dieci anni per vedere riconosciuta (almeno in parte) la verità, la corresponsione del risarcimento dovrebbe essere disposta senza indugio.

Ma il punto non è qui: la spregiudicatezza di Berlusconi e dei suoi non si fa scrupoli di chiamare in piazza il Popolo delle Libertà contro una sentenza (per di più di natura civile), un episodio mai accaduto. Mai si sono viste manifestazioni di piazza contro decisioni dei giudici. Pure in un paese come il nostro, insofferente alla giurisdizione, dove il concetto di “legalità” viene largamente evocato ma scarsamente praticato, non si era mai arrivati a tanto. Processi in televisione ne abbiamo visti, in piazza mai.


Il fattore di Arcore 2.

Ottobre 4, 2009

Segue, sempre dal Fatto.

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Seicentomila miliardi di lire.

Ottobre 3, 2009

E’ l’equivalente nella nostra vecchia valuta dei capitali detenuti all’estero da italiani, secondo le stime del governo e che esso intende far rientrare con lo scudo fiscale appena approvato dal Parlamento. Un patrimonio pari ad un quinto del debito pubblico nazionale.

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Il fattore di Arcore.

Ottobre 2, 2009

Salvo da “Il Fatto” di oggi.

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